Leggi tutte le notizie su:


pubblica-amministrazione

Statali, giro di vite sui certificati medici falsi: si rischiano 5 anni di carcere

certificato medico

Non c’è solo la premiazione del merito nella riforma antifannulloni del ministro Brunetta: oltre ai premi per i più bravi arriva anche il carcere per i dipendenti che si fingono malati o che falsano la loro presenza in servizio. Lo prevede il decreto legislativo approvato nei giorni scorsi dal consiglio dei ministri e che ora, dopo la definitiva messa a punto degli aspetti tecnici, è stato esaminato e vistato dalla Ragioneria generale dello Stato, inoltrato alle Camere per il parere delle competenti commissioni permanenti e trasmesso al Cnel, affinchè le parti sociali ne prendano visione, e alla Conferenza unificata. L’esame del testo, ora pubblico e consultabile on line sul sito del ministero (qui il documento in .pdf), mostra infatti che è prevista una sanzione penale che può arrivare alla “reclusione da uno a cinque anni” oltre alla “multa da 400 a 1.600 euro” per false attestazioni e certificati medici”.
La sanzione, oltre che al dipendente, è prevista anche per il medico che si presa a certificare il falso e per il dipendente pubblico che si dichiari in servizio senza esserlo. “Fermo quanto previsto dal codice penale” si legge infatti nello schema del decreto, viene “punito con la reclusione” il dipendente che “attesta falsamente la propria presenza in servizio, mediante l’alterazione dei sistemi di rilevamento della presenza o con altre modalità fraudolente”. Ferma restando la responsabilità penale e disciplinare e le relative sanzioni, il dipendente è anche “obbligato a risarcire il danno patrimoniale, pari al compenso corrisposto a titolo di retribuzione nei periodi per i quali sia accertata la mancata prestazione” ma anche il “danno all’immagine subiti dalla pubblica amministrazione”. Per il medico la condanna comporta anche la radiazione dall’albo e, se dipendente di una struttura sanitaria, anche il licenziamento “per giusta causa” La previsione del carcere è solo uno dei capitoli della ‘rivoluzionè Brunetta che avvia una stretta sui provvedimenti disciplinari e sanzioni, con un catalogo di infrazioni particolarmente gravi per le quali è previsto il licenziamento.
La risoluzione del rapporto di lavoro è, ad esempio, prevista in caso di ripetizione di assenze ingiustificate; per ingiustificato rifiuto di trasferimento; per false dichiarazioni ai fini dell’ assunzione o della progressione in carriera; per prolungato insufficiente rendimento. Novità sono in arrivo anche per i procedimenti discipliari e il loro rapporto con il procedimento penale: solo i procedimenti più complessi potranno essere sospesi in attesa del giudizio penale.
La previsione di punizioni severe per i dipendenti “fannulloni” va in ogni caso di pari passo con la premiazione del merito. Il decreto Brunetta punta infatti a stoppare la distribuzione a pioggia di benefici per un meccanismo di distribuzione degli incentivi economici e di carriera più selettivi. Si rafforza inoltre la responsabilità dei dirigenti e il loro potere di gestione delle risorse umane, anche per l’attribuzione dei “premi”. Avranno nuovi strumenti ma saranno anche loro sanzionati se non svolgeranno bene il proprio lavoro.
Ecco perché il ministro antifannulloni si dice soddisfatto: “Io ho il consenso degli italiani. Tra loro che sono 60 milioni e i 3,65 milioni di dipendenti pubblici non ho dubbi, scelgo i 60 milioni” ha detto Renato Brunetta, presentando il proprio libro Rivoluzione in corso all’Unione Parmense degli Industriali. Una riforma che Brunetta ha però dovuto forzare minacciando dimissioni: “La settimana scorsa ho usato il jolly. Comunque Berlusconi e’ con me e a me basta. Posso fare a meno di tutti gli altri ma non di Berlusconi”.

Brunetta e la rivoluzione nella P.A.: “O passa in 60 giorni o vado via”

 Renato Brunetta

Sorridente. E soprattutto puntualissimo. Così il ministro della Funzione pubblica e dell’Innovazione, Renato Brunetta, si è presentato al Forum Pa 2009, la vetrina annuale della pubblica amministrazione, inaugurata nella mattina di lunedì 11 alla nuova Fiera di Roma (fino al 14 maggio). Ringrazia il sindaco Gianni Alemanno (”Il primo sindaco ad aver capito l’importanza di questa manifestazione”) poi dice di “aver mantenuto la promessa di consegnare soltanto materiale digitale a questa edizione di Forum Pa” (anche se, soffermandosi davanti lo stand della presidenza del Consiglio dice alle hostess che c’è ancora troppa carta in giro). Ma lancia un monito ben preciso: “Non c’è più tempo da perdere, bisogna approvare il decreto legislativo che attua la riforma dello stato, una macchina che ci costa 300 miliardi l’anno e che offre servizi solo al 50 per cento”. In quest’ottica, ha aggiunto: “Mi aspetto che il sindacato dia una mano e si renda conto della portata rivoluzionaria della riforma in atto. Voglio che il testo, dopo i passaggi parlamentari, vada al Cnel, per un parere articolato, poi se serve altro dialogo sociale ci sarà e passerà poi di nuovo in consiglio dei ministri. Ma il tutto va fatto entro 60 giorni o me ne vado”. Appuntamento a luglio dunque, “per il mare o per parlare del decreto approvato”.

Con il taglio del nastro, la manifestazione entra nel vivo. Forum Pa, 14 mila metri quadrati di esposizione e 250 espositori, compie venti anni con uno slogan significativo: “Recuperare efficienza attraverso le idee”. Da oggi a giovedì ci sarà un calendario fittissimo di convegni, la presenza di 12 ministri e numerosi amministratori locali. Si parlerà della riforma della pubblica amministrazione, di reti digitali, di economia, ma anche di sanità e telemedicina con la presenza di Arsenàl.it, il centro veneto di ricerca e innovazione per la sanità digitale. Saranno presentati il libretto sanitario elettronico (Azienda Ulss 9 di Treviso) e il progetto europeo “Health Optimum” che coinvolge tutte le Aziende sanitarie ed ospedaliere del Veneto con servizi di teleconsulto neurochirurgico e tele laboratorio.
Ma oggi, come detto, è il giorno di Brunetta. E delle cifre, inesorabili, sulla lotta ai fannulloni nella pubblica amministrazione. Da maggio 2008 a marzo 2009, incalza il ministro, il calo delle assenze per malattia è stato del 35,9 per cento, mentre la riduzione delle assenze per motivi diversi dalla malattia è stata del 11,8 per cento. Le riduzioni più rilevanti si riscontrano negli enti di previdenza e nelle pa centrali (rispettivamente -49,1 e -40,3 per cento). Il “Brunetta pensiero” va oltre le cifre e anticipa due novità che saranno lanciate durante le giornate romane: la casella di posta elettronica per tutti i cittadini italiani, che prevederà certificazione e firma elettronica dal proprio computer di casa e, sul solco di “Reti Amiche”, la possibilità di istallare in qualsiasi ufficio pubblico e privato, che abbia un certo numero di dipendenti, un terminale “on the job” abilitato a distribuire certificati e prodotti della pa, per “evitare di prendere magari due ore di permesso per fare un cambio di residenza o per fare una richiesta di analisi alla Asl”.

Poi ancora numeri. Quelli che testimoniano il successo di “Reti amiche“, il progetto chiave del piano di modernizzazione della pa voluto dal ministro. 5.740 sportelli di Poste italiane e 22.191 punti vendita tabaccai. In tutto 27.931 sportelli alternativi a quelli delle amministrazioni dove il cittadino può richiedere servizi e certificati. Al 16 aprile 2009 il ministero rileva che, negli sportelli postali, dall’avvio del progetto, sono state effettuate 9.500 transazioni per rinnovo/rilascio dei passaporti, con un incremento del 128 per cento a gennaio, e 200 mila transazioni relative al rinnovo/rilascio dei permessi di soggiorno (incremento del 20 per cento nei primi mesi del 2009). Positivo anche il bilancio di “Linea amica“, il contact center unico, attivato il 29 gennaio 2009 che vede in rete oltre 360 uffici di relazione con il pubblico. A fine marzo, gli operatori del network avevano risposto a circa 4 milioni di chiamate, la maggior parte delle quali effettuate via telefono (il 61,8 per cento) e il restante via mail (il 38,2 per cento). Nel solo periodo tra il 25 aprile e il 1 maggio il network ha raggiunto 1.152.000 contatti. “Linea Amica” è presente a L’Aquila con una propria postazione nel camper Inpdap presso il Centro commerciale “L’Aquilone”, mentre “Radio Pa amica” trasmette sul sito internet le news sul dopo-terremoto di interesse del cittadino. Il viaggio delle reti non si ferma qui. Entro la fine di maggio il ministero firmerà altre intese con Unicredit, che metterà a disposizione 4.600 sportelli per l’erogazione di servizi Inps, con le farmacie, grazie al quale i cittadini potranno richiedere servizi sanitari in 17.800 punti di vendita, e con Intesa San Paolo e le sue 6.463 agenzie.

Il VIDEO servizio:

Quando il debitore è lo Stato: quei “pagherò” che strangolano le aziende

 Emma Marcegaglia

La cooperativa Magnifica faceva assistenza scolastica. La cooperativa Isvar si occupava di riabilitazione per disabili. Adesso sono chiuse. Non ce l’hanno fatta a vivere con i pagamenti dei servizi che arrivavano in ritardo». Sergio D’Angelo, portavoce del cosiddetto terzo settore per la Campania, racconta di queste chiusure con tristezza, ma anche con personale preoccupazione. È il presidente del consorzio Gesco, 35 cooperative di servizio, 2.200 operatori, 70 milioni l’anno di fatturato: un piccolo impero, con spalle sufficienti per resistere. Ma neppure lui può scherzare: «Abbiamo un credito di 14 milioni nei confronti di diverse amministrazioni pubbliche. È stato accumulato a causa dei ritardi nei pagamenti, che qui in Campania arrivano anche a 2 anni. Grazie alle banche riusciamo a pagare gli stipendi. Il tasso di interesse? Intorno al 6 per cento, un onere pesante per chi, come noi, lavora con scarsi margini operativi».
Con la crisi dell’economia e la stretta del credito il problema dei ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione è diventato un macigno. Industrie grandi e piccole, artigiani, commercianti, cooperative e perfino iniziative non-profit sono in difficoltà. Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, stima che il debito accumulato valga circa 30 miliardi di euro. I calcoli della Confindustria si aggirano intorno ai 70 miliardi. E c’è perfino chi, come la Confcooperative, arriva a indicare una cifra complessiva, compresi i debiti di comuni, regioni, asili, mense, pulizie e servizi sociali vari, che va ben oltre i 100 miliardi.
Il governo è corso ai ripari con alcuni provvedimenti. Altre iniziative sono ancora in corso di definizione, come l’intervento della Cassa depositi e prestiti, che richiede un cambiamento di statuto. Ma le procedure burocratiche ci hanno già messo la zeppa. «Il decreto per la certificazione dei crediti, necessaria per facilitare il confronto con le banche, è in vigore» dice a Panorama Giuseppe Morandini, vicepresidente della Confindustria. «Va bene, solo che il regolamento di attuazione non c’è. E dunque, nei fatti, nulla si muove».
Per ora, insomma, i ritardi mietono vittime. L’ufficio studi della Confartigianato ha calcolato in 135 giorni lo slittamento medio dei pagamenti da parte di ministeri, comuni, asl. Secondo la Confcooperative, i ritardi si aggirano intorno ai 300-350 giorni. In molti casi la realtà va oltre. Lo raccontano i numerosi testimoni che si possono incontrare girando per l’Italia, come ha fatto Panorama.
«La mia storia è simile a quella di tante piccole imprese in Sicilia» dice Filippo Ribisi, di Palermo, installatore di impianti elettrici e di sicurezza. L’azienda ha un fatturato annuo di 800 mila euro. Almeno 100 mila sono di crediti nei confronti di varie amministrazioni pubbliche. «Ci sono casi di ritardi di 1 anno nel pagamento delle fatture. Per fortuna la mia azienda è consolidata. Però i problemi con le banche non sono secondari: da noi il denaro costa di più che altrove, siamo intorno al 10 per cento». Se tutto va bene, ovviamente. Perché dice Ribisi che le fatture si possono anche scontare allo sportello: «Se però l’ente non paga nei termini stabiliti, i 90 o i 120 giorni, la banca considera l’operazione come un extrafido. E allora altro che 10 per cento».
Ad aggravare la situazione è stata, secondo l’imprenditore palermitano, la trasformazione delle municipalizzate in società di diritto privato: «Prima l’ente pubblico, se voleva fare un’opera, doveva trovare i fondi. Così, a fine lavoro, potevano esserci ritardi collegati solo ad aspetti burocratici. Adesso la ricerca dei fondi comincia quando si finisce il lavoro e si emette la fattura. Se la liquidità non c’è, bisogna aspettare. Nessuno sa quanto».
L’Italia non è tutta uguale. Ma non si pensi che al Nord si possa brindare ovunque. Anna Villa, presidente della Elleuno, impresa cooperativa che aderisce alla Confcooperative, 2.400 operatori, 64 milioni l’anno di fatturato ottenuto lavorando per 52 strutture pubbliche per larga parte del Nord, è chiara: «Alcune amministrazioni pagano regolarmente. Ora, per esempio, posso portare il caso del comune di Venezia o della asl di Bologna. Molte altre no. Non importa chi ha vinto le elezioni. E qui faccio l’esempio dei comuni di Milano e di Torino».
«Per fortuna» aggiunge Villa «siamo una realtà grande e forte, per cui possiamo rivolgerci al sistema bancario. Però mi chiedo: noi il 27 del mese dobbiamo pagare il personale, compresi i contributi. E stiamo parlando di medici, infermieri, autisti, fisioterapisti, di tutti coloro che servono. Se non offrissimo noi quel servizio, quello stesso personale dovrebbero pagarlo le amministrazioni pubbliche. Non dopo sei mesi, ma ogni mese. Possibile che non lo capiscano?».
Qualche tentativo di rinnovamento si coglie. Maurizio Genesini, manager della Lavanderia Zbm di Arco, nel Trentino, oltre che presidente dell’associazione di settore, racconta del caso Lombardia, dove pure c’è una situazione diversa da ente a ente. «La regione ha canalizzato i pagamenti attraverso la Finlombarda. Le fatture, vistate dalle amministrazioni, passano a questa finanziaria, la quale eroga i soldi. Tutti i fornitori sono sullo stesso piano, non ci sono figli e figliastri. E pur con ritardo, tra 5 e 6 mesi, c’è una situazione gestibile».
Già, perché il problema non sono solo i ritardi, ma anche l’incertezza. Dice ancora Genesini: «Il Lazio ha fatto una cartolarizzazione dei debiti a metà 2008, ma non si sa quando, e se, ce ne sarà un’altra».
Il Lazio è la maglia nera anche secondo un altro colosso della lavanderia industriale, la Servizi ospedalieri del gruppo Manutencoop, 1.200 addetti, 100 milioni di fatturato annuo, quattro stabilimenti in diverse regioni e un credito in arretrato con la pubblica amministrazione che arriva intorno al 70 per cento del giro di affari. Racconta l’amministratore delegato Andrea Gozzi: «Noi registriamo un ritardo medio nei pagamenti di 265 giorni. Ma è, appunto, una media. Nel Lazio i ritardi raggiungono i 400 giorni, oltre i 90 canonici. Seguito a ruota dalle amministrazioni della Calabria con 280 giorni, dell’Abruzzo con 228. Perfino le amministrazioni dell’Emilia-Romagna pagano con 126 giorni. I più regolari sono gli enti del Trentino, che a noi versano il dovuto entro i 90 giorni e della Toscana con 39 giorni, oltre i 90».
«Il problema» racconta Gozzi «è la differenza tra lo slittamento degli incassi dalla pubblica amministrazione e i nostri ritardi nel pagamento dei fornitori. Questi riusciamo a pagarli non oltre i 110 giorni. La differenza che si crea per questa sfasatura di tempi la colmiamo con i prestiti che prendiamo in banca. Costo intorno al 4 per cento».
Dagli artigiani alle coop, dal terzo settore fino ai colossi dell’industria e dei servizi: nessuno sfugge. Pure l’Enel, gigante dell’energia, non fa mistero di vantare crediti da varie amministrazioni pubbliche, dall’Ente acquedotti siciliani al Consorzio di approvvigionamento idrico di terra e lavoro, dalla asl Napoli 1 al comune di Modica. In tutto, circa 500 milioni di euro. Il problema è generale.
Tutte le associazioni imprenditoriali apprezzano per questo gli interventi decisi dal governo e quelli dei quali ancora si discute. Chiedono che si stringano i tempi e che si faccia di più. Ribadisce Morandini: «C’è bisogno di risultati immediati. Noi abbiamo fatto proposte per spezzare in due il problema. L’ipotesi è semplice: fissiamo tempi inderogabili per i pagamenti da oggi in poi. Per il debito facciamo un piano di rientro serio, insieme con le banche. Abbiamo bisogno che quei soldi ritornino subito nelle casse delle imprese. Le banche possono anticiparci i denari, ma senza un piano condiviso gli anticipi vengono considerati un fido personale; e dunque prosciugano il castelletto che ognuno di noi può avere presso le aziende di credito. In un momento come questo non va bene».

Brunetta, operazione trasparenza: on-line gli stipendi dei manager pubblici

 Renato Brunetta
Pubblica amministrazione, pubblici stipendi. Il ministro della funzione Pubblica Renato Brunetta ha salito un altro gradino della sua “operazione trasparenza”: gli stipendi e i compensi dei manager che lavorano per conto degli enti pubblici sono stati messi on-line per essere consultabili. L’elenco “dei consorzi e delle società a totale o parziale partecipazione da parte delle Amministrazioni pubbliche, così come previsto dall’articolo 1, commi dal 587 al 591, della legge Finanziaria 2007″ si legge nella nota del ministero.
La banca dati consultabile tramite il sito www.innovazionepa.it oppure direttamente sul sito www.consoc.it contiene le informazioni riguardanti la misura della partecipazione, la durata dell’impegno, l’onere complessivo a qualsiasi titolo gravante per l’anno 2008 sul bilancio dell’amministrazione, il numero dei rappresentanti dell’amministrazione negli organi di governo, il trattamento economico previsto per i consiglieri di amministrazione e i legali rappresentanti. Complessivamente si tratta di 2.291 consorzi e 4.461 società partecipati dalle Pubbliche amministrazioni con 23.410 rappresentanti negli organi di governo.

Nel 2007 i consorzi erano 2.064, le società partecipate 3.960 e i rappresentanti negli organi di governo 19.569. Un lungo elenco, 714 pagine, che riguarda gli stipendi di oltre 23mila manager e amministratori. Ora sotto l’occhio dei cittadini che vorranno controllarli.

I numeri della Cgil: “In bilico 400 mila precari della pubblica amministrazione”

Statali

Sono circa 400.000 i precari della pubblica amministrazione che potrebbero rischiare il proprio posto di lavoro a causa del decreto che blocca la stabilizzazione dei lavoratori flessibili nel comparto, la metà impegnata nella scuola.
Lo si legge dai dati forniti dalla Cgil, anche sulla base del Conto annuale della Ragioneria dello Stato. Ai 112.489 occupati a tempo determinato e ai 25.213 lavoratori socialmente utili (dati 2007 della Ragioneria generale dello Stato) si aggiungono infatti - secondo la Cgil - 80.000 contratti di lavoro a progetto (contratti che però potrebbero riguardare in parte le stesse persona) per un totale di lavoratori, esclusa la scuola, che supera le 200.000 unità.
A queste - sempre secondo i dati Cgil - si aggiungono 130.000 docenti e 75.000 lavoratori non docenti impegnati nella scuola. La cifra di 400.000 non tiene conto di tirocinanti, stagisti e borsisti, figure non censite che potrebbero raggiungere altre 100.000 unità.

Secondo la Cgil, almeno 30.000 dei precari della scuola perderanno il posto già nel 2009, mentre per quelli degli altri comparti del pubblico impiego la stabilizzazione si allontana almeno fino al 2012, anno nel quale potrebbero essere riaperti i concorsi pubblici. Il posto fisso comunque - spiega il coordinatore del dipartimento settori pubblici della Cgil, Michele Gentile - sfuma per i 60.000 che rientravano nelle regole fissate per la stabilizzazione dal Governo Prodi (almeno tre anni di lavoro nella pubblica amministrazione nel 2006 e 2007), mentre per altri 50.000 che avevano lavorato nel comparto per meno tempo c’e’ il rischio di perdere il posto a causa dello stop ai rinnovi dei contratti dopo tre anni previsto dal decreto legge Tremonti dello scorso anno.
Secondo l’ultimo Conto annuale, i lavoratori a tempo determinato (sempre esclusa la scuola) nel 2007 erano concentrati nel servizio sanitario nazionale (35.553, 24.834 delle quali donne) e negli enti locali (44.545, 29.052 delle quali donne), ma anche nelle regioni a statuto speciale (11.261), nelle universita’ (5.131) e tra i vigili del fuoco (3.589).

I lavoratori socialmente utili (25.213) si concentrano negli enti locali (24.095) mentre i lavoratori interinali (non considerati precari in quanto non dipendenti dell’ amministrazione) nel 2007 erano 11.560.

Lavoro, “Donne discriminate”. E Brunetta le vuole in pensione a 65 anni

Renato Brunetta

Abituato a non girare intorno alle questioni e a portare avanti battaglie anche impopolari, Renato Brunetta la butta lì in modo chiaro: Le donne “sono discriminate due volte”, quindi, facendole lavorare più a lungo il problema si riduce.

Vuol dire, il ministro della Funzione Pubblica, che dovranno in futuro andare in pensione a 65 anni. Cominciando da quelle impiegate nella pubblica amministrazione. Per le quali ha annunciato oggi la creazione di un gruppo studio per valutare “costi e benefici dell’invecchiamento attivo di donne e uomini, che dovranno andare in pensione tutti alla stessa età”.
Detto in altre parole, secondo il ministro “occorre innalzare l’età pensionabile delle donne che attualmente dall’andare in pensione prima non hanno vantaggi ma svantaggi, perché hanno progressioni di carriere e livelli di pensione più bassi”. “Le donne”, ha proseguito, “sono due volte discriminate. Sono discriminate nella carriera per l’interruzione legata alla fase riproduttiva. Sono discriminate nelle pensioni più basse legate all’aver smesso di lavorare prima”.
Parlando più in generale del sistema previdenziale, Brunetta ha sostenuto che innalzando ulteriormente l’età pensionabile “si recupera quel 10% in più dello spaventosamente basso tasso di occupazione italiano” e questo “significa 2-3 milioni di posti di lavoro in più, il che vuole dire incrementare il gettito fiscale e il Pil del Paese”. L’invecchiamento attivo, ha detto ancora, “è un bene pubblico e come tale occorre farne rilevare la convenienza e sostenerlo con gli opportuni incentivi, anche fiscali, e disincentivare le uscite precoci dal lavoro”, in particolare per la fascia di età compresa tra i 55 e i 65 anni. “Basta con l’ottica paternalistica che vede le donne da privilegiare nell’anzianità necessaria per raggiungere l’età pensionabile in quanto penalizzate durante la maternità. Coerenza vuole che se l’invecchiamento attivo è considerato un bene pubblico, allora si affronti seriamente questo tema”. Brunetta ha annunciato che, in quanto “datore di lavoro di 3,5 milioni di persone”, lui farà la sua parte. “Perseguirò” ha concluso “l’equiparazione tra maschi e femmine, verso l’alto, nell’età di pensionamento. Questa potrebbe essere l’occasione per estendere poi la logica a tutto il sistema”.
Il ministro ha citato quindi anche il recente intervento della Corte di giustizia (qui il testo del novembre scorso) che “ci chiede di non fare discriminazioni tra uomini e donne e di innalzare l’età pensionabile delle donne, che oggi invece di avere un vantaggio ne hanno uno svantaggio, perché hanno progressioni di carriera e livelli di pensione più bassi, in quanto costrette ad andare in pensione prima”.

Nel mondo sindacale neanche il richiamo alla sentenza europea è bastato: le reazioni non si sono fatte attendere e non sono state tutte positive. Se Luigi Angeletti, segretario della Uil, non chiude del tutto la porta (”Non sono d’accordo sulla necessità: sono favorevole a fondare l’innalzamento sulla volontarietà, con incentivi”), risponde invece con un no secco e deciso la Cgil: “Il governo non ci provi nemmeno a mettere mano all’età pensionabile” ha avvertito il segretario confederale della Cgil-Fp, Carlo Podda. “Le donne vanno in pensione con il massimo dell’età e con il nostro sistema si va sulla base dei contributi. Dire che la misura serve per risolvere la sperequazione è una provocazione intollerabile”. Per la Cisl, invece, quello della parità dell’età pensionabile “è un problema malposto, non si può affrontare in questo modo, partendo dalla coda”, sostiene il segretario confederale Giorgio Santini: “Il problema della parità è serio sia in Italia che in Europa” ha aggiunto “ma noi pensiamo che vada affrontato in maniera radicalmente diversa, innanzitutto affrontando il problema di un tasso di occupazione bassissimo per le donne: se al governo sta a cuore il tema della parità metta mano a misure che incrementino l’occupazione femminile”.

A gelare il piano Brunetta anche l’Ugl di Renata Polverini: “Una riforma delle pensioni in questa fase economica e sociale non avrebbe alcuna ragione di essere. Aumentare l’età pensionabile non sarebbe di nessun aiuto alle donne in assenza di un sistema di welfare degno di questo nome in termini di servizi per la cura dei figli, degli anziani o di persone disabili e di politiche di sostegno alla famiglia, in primo luogo da un punto di vista fiscale”.

{democracy:14}

-

Discutine sul FORUM: “A proposito delle donne in pensione a 65 anni… E gli onorevoli?”

Contratti nel pubblico impiego, si va verso lo sciopero

manifestazione dei dipendenti pubblic

Tentativo di mediazione fallito. Si va verso lo sicopero generale. I sindacati valutano negativamente la riunione che si è svolta oggi con l’Aran (Agenzia per la rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni) e annunciato che in settimana (giovedì per l’esatezza) valuteranno le “ulteriori iniziative di lotta da assumere a sostegno della vertenza” per il rinnovo contrattuale. Cgil, Cisl e Uil di categoria chiedono anche un incontro urgente al governo. La battaglia - spiegano i sindacati - sarà “dura e lunga e potrebbe concretizzarsi in più iniziative di protesta, non escludendo lo sciopero generale della categoria”.

In un comunicato unitario i segretari generali di Fp-Cgil, Carlo Podda, Fps-Cisl, Rino Tarelli, e Uil-Pa Salvatore Bosco affermano che la riunione “non ha affrontato i nodi preliminari della vertenza sul lavoro pubblico messa in atto dalle organizzazioni sindacali nel mese di giugno”.
I sindacati minacciano lo sciopero ma non chiudono al dialogo ed hanno dunque chiesto un incontro urgente al governo. Fp, Fps e Uil-Pa ribadiscono, quindi, “la propria disponibilità a partecipare a tutte le riunioni che verranno nel frattempo convocate” ma ritengono necessario “confermare la mobilitazione in atto allo scopo di ottenere dal governo il tavolo negoziale generale. Tale livello, come già avvenuto nei precedenti cicli contrattuali, indipendentemente dai diversi governi che si sono alternati alla guida del Paese, pare quello in grado di risolvere i diversi aspetti di una vertenza contrattuale che si presenta di straordinaria complessità. Nel corso di questa settimana, le segreterie nazionali valuteranno le ulteriori iniziative di lotta da assumere”.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
segui panorama su twitter

 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 
  • Aspettando Sanremo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Meteo
  • Le uscite al cinema
  • Viaggio nell'antico Egitto
    Immobiliare.it
    Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

    Provincia
    Tipologia
  • R101
  • Promozione

  • Abbonati subito a Panorama!