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Picche. Yahoo risponde così a Microsoft dopo l’ultimatum sull’accettazione dell’offerta: la proposta di acquisto deve riflettere il valore del gruppo.
Sabato scorso l’azienda di Redmond aveva infatti minacciato di tagliare l’offerta iniziale da 42 miliardi di dollari e di presentarsi direttamente agli azionisti di Yahoo, se non arriverà a un’intesa di fusione entro tre settimane. “Continuiamo a pensare” scrivono Roy Bostock, presidente di Yahoo e l’amministratore delegato, Jerry Yang, in una lettera all’amministratore delegato di Microsoft, Steve Ballmer, il numero uno della società internet californiana, “che la vostra proposta non è nel migliore interesse di Yahoo e dei suoi azionisti”.
Nella lettera Yang assicura: “Siamo aperti a tutte le alternative che possano massimizzare il valore a favore dei nostri azionisti”. “Per esser chiari” prosegue Yang “questo include una transazione con Microsoft che rifletta pienamente il valore di una Yahoo autonoma da Microsof, che sia superiore alle altre offerte e che assicuri certezza di perfezionamento”. Secondo Yang Microsoft ha però male interpretato la natura delle trattative tra le due società, e la sua minaccia di avviare un tentativo di take over ostile è “controproducente”.
Nell’ultimatum di sabato scorso Ballmer era stato chiaro: accordo entro il 26 aprile oppure Microsoft procederà con un’offerta senza il loro consenso, e a livelli più bassi rispetto ai 41 miliardi di dollari finora prospettati.

E adesso tutti contro Microsoft. Dopo la proposta di acquisto lanciata dal colosso di Redmond su Yahoo!, in soccorso della società californiana accorre il concorrente numero uno dell’azienda di Bill Gates, il gigante di Mountain View Google. Il gruppo capeggiato da Larry Page e Sergy Brin lancia la sua ancora di salvataggio a Yahoo! per contrastare l’offerta.
La notizia arriva dal New York Times. Sembra che il numero uno di Google, Eric Schmidt, si sia messo in contatto con il suo collega di Yahoo!, Jerry Yang, proponendogli l’ipotesi di una partnership tra le due società proprio allo scopo di scalzare l’offerta da 44,6 miliardi di dollari che era stata lanciata da Microsoft. Se Google riuscisse a concludere l’accordo, verrebbe salvaguardata l’indipendenza della società californiana.
I vertici di Mountain View, sempre secondo il New York Times, avrebbero contattato anche altre società, tra cui la Time Warner, proprietaria di America Online.
L’offerta di Microsoft è molto generosa: i vertici hanno voluto puntare su una cifra molto alta cercando così di indurre Yahoo! ad accettare la proposta, come ha spiegato l’amministratore delegato Steve Ballmer durante una conference call. Ma per riuscire a realizzare un’offerta così alta Microsoft ha dovuto, per la prima volta nella sua storia, fare ricorso ai debiti. Lo ha spiegato il direttore finanziario, Christopher Liddell, come spiega l’agenzia Bloomberg. Il dirigente ha infatti detto che il big di Redmond farà probabilmente ricorso a prestiti “per la prima volta” nella sua storia.
Per finanziare parte dell’offerta da 31 dollari ad azione presentata su Yahoo! Microsoft utilizzerà i contanti disponibili in cassa e metterà poi in campo uno scambio di azioni (gli investitori possono scegliere se prendere i 31 dollari cash o se accettare 0,9509 azioni Microsoft per ogni azione Yahoo).
Per coprire il resto della somma pari in totale a 44,6 miliardi di dollari, la società dovrà invece indebitarsi. Al 31 dicembre 2007, Microsoft, come ricorda ancora Bloomberg, poteva contare su 21,1 miliardi in contanti e in investimenti a breve termine. L’acquisto di Yahoo! aumenterà la competizione sul mercato, ha aggiunto Ballmer, precisando che l’operazione permetterà a Microsoft di migliorare la sua posizione nel settore di Internet. “Abbiamo bisogno di innovare come matti”, ha aggiunto, per raggiungere finalmente Google”.
Il VIDEO servizio:

Di Marco Cobianchi
Le radio italiane si sintonizzano sulla qualità. Non riducendo le pause pubblicitarie, ma distribuendole meglio. E con la certificazione dell’emissione. Sono solo due delle regole contenute nell’accordo sottoscritto dalle maggiori radio pubbliche e private italiane che rappresentano il 70 per cento degli ascolti quotidiani. A firmare il «gentlemen’s agreement» sono state Rai, Rtl 102,5, Rds Radio Dimensione Suono, Radio R101, Radio 24 Il Sole 24 Ore, Radio Kiss Kiss e Radio Italia-Solo musica italiana e le relative concessionarie pubblicitarie.
“La legge stabilisce il livello degli affollamenti pubblicitari radiofonici” spiega Lorenzo Sassoli de Bianchi, presidente dell’Upa, che riunisce le aziende che fanno pubblicità, “ora questa intesa stabilisce come questo affollamento deve essere distribuito”. Per esempio: nessun break all’interno dell’ora standard può contenere più di 10 spot aziendali sulle reti Rai e 12 sulle emittenti private nazionali; gli spot delle aziende dello stesso settore merceologico non devono essere trasmessi in modo consecutivo; un sistema di controllo vigilerà non solo sul rispetto della legge, che prevede un affollamento massimo di pubblicità del 18 per cento per le emittenti nazionali e del 12 per cento per la Rai, ma anche sul rispetto dell’accordo appena firmato e che entrerà in vigore il 1° gennaio 2008.
“Il settore certamente ne avrà un beneficio” prevede Sassoli de Bianchi “poiché eviterà che le persone si allontanino dalla radio a causa di una messa in onda non disciplinata degli spot. E, anche per questo, come investitori pubblicitari ci attendiamo una crescita ancora maggiore del mezzo. Se tra i firmatari qualcuno dovesse, per esempio, trasmettere uno spot in più di quanto stabilito, l’azienda che ha commissionato lo spot avrebbe la possibilità di recuperarlo, cioè di vederlo ritrasmesso”.
Dal punto di vista delle radio l’intesa dovrebbe rappresentare un passo verso una crescita del mercato, che oggi vale oltre 600 milioni di euro di fatturato e 38 milioni di persone sintonizzate ogni giorno. A ciò si aggiunge la presenza in radio di grossi nomi dello spettacolo, da Fiorello a Gerry Scotti, presidente di R101 e conduttore del quiz milionario Sbanca 101, sulle sue frequenze.
In cambio di maggiore qualità le emittenti si aspettano che la pubblicità faccia affluire sulle radio maggiori investimenti. L’intesa è anche un passo per stabilire chi, all’interno di un settore ipercompetitivo, rispetta non solo le regole ma anche il buon gusto.
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Dove va la pubblicità? Il mercato è stagnante, ma può internet continuare a guadagnare terreno rispetto agli altri mezzi di comunicazione? Dal Forum Iab Italia 2007, (dove Iab sta per Interactive Advertising Bureau) appena concluso, arriva l’annuncio di Assap-AssoComunicazione secondo il quale gli investimenti pubblicitari su internet cresceranno mediamente del 30% nel 2008. L’associazione che riunisce le imprese di comunicazione ha stimato che gli investimenti delle aziende italiane in pubblicità digitale raggiungeranno entro fine 2007 i 665 milioni di euro, facendo registrare un +41,5% rispetto al 2006, con una “crescita esponenziale” della pubblicità sui cellulari. Commentiamo questi dati con Elisabetta Mocchetti, di Assocomunicazione.
Come fate a fare una previsione di questo tipo sul 2008?
In realtà in un mercato pieno di turbolenze è difficile ricavare lo sviluppo futuro con precisione, le prospettive di crescita sono accompagnate da molti punti di domanda. Però le previsioni emerse al forum davano una forchetta compresa tra il 40%, in linea con la crescita registrata quest’anno rispetto al 2006, e il 20%.
Che quota arriva ad ottenere il digitale sul totale degli investimenti pubblicitari?
Fatto pari a 100 il totale degli investimenti, la quota internet era del 4,6% nel 2006, è stata del 6,3% nel 2007 e si prevede possa attestarsi intorno all’8% nel 2008. Il fatto interessante è che in un mercato a crescita assai limitata, internet è in pratica l’unico mezzo su cui la pubblicità aumenta, mentre tutti gli altri crescono in pratica al passo con l’inflazione. Internet potrebbe superare il mercato pubblicitario della radio.
Che tipo di pubblicità cresce di più?
I banner classici, le e-mail e le pubblicità sui motori di ricerca sono tutti comparti che si muovono, ma a far registrare una crescita esponenziale, anche perché parte da valori assoluti bassi, è il mobile, la pubblicità sui telefonini.
Quali sono le aziende che più volentieri si rivolgono a internet per la loro pubblicità?
Analizzando il mondo internet e i suoi clienti vediamo che ci sono quattro comparti merceologici che stanno trainando il mercato e da anni fanno il grosso degli investimenti e generano crescita molto più di tutti gli altri. Insieme costituiscono il 50% del totale degli investimenti su internet. Sono le telecomunicazioni (15%), la finanza (14%), servizi business e per il tempo libero (11%) e il comparto auto e moto (10%). La domanda è: gli altri settori dove sono? La nostra tesi è che per poter crescere a ritmi importanti è necessario che quelli che noi chiamiamo i piluccatori, le aziende che fanno investimenti mordi e fuggi non continuativi, possano capire che il web è diventato un mezzo da usare in maniera significativa per la comunicazione. Alimentare, bevande, cosmetici, elettrodomestici e anche l’information technology, che investe sui nuovi media meno di quanto ci si aspetterebbe: il futuro del mercato, la sua crescita, sono in mano alle aziende di questi settori.
Cosa accade all’estero?
In mercato più maturi, ma restando vicino a noi, in Germania ad esempio, il valore assoluto degli investimenti pubblicitari su internet è 3,5 volte il nostro, in Gran Bretagna è oltre 2,5 volte il nostro. Ebbene in questi paesi i quattro settori di cui abbiamo parlato non sono più soli, ecco perché i valori assoluti sono più alti. In Italia la grande concentrazione degli investimenti da parte di settori che continuano a fare da traino spinge a chiedersi quale sarà il futuro se gli altri comparti merceologici non entrano: da noi auto, finanza, servizi e telecomunicazioni sono responsabili a oggi il 62% della crescita.

Cresce la pubblicità su internet in Gran Bretagna. Secondo quanto riportato dal sito vnunet.com, il settore è stato scosso dalla pubblicità sul web. Un comparto questo che ha registrato un incremento del 41,3 per cento anno su anno nei primi sei mesi del 2007.
Il dato è stato pubblicato dal Internet Advertising Bureau (Iab) che ha portato a termine questa ricerca insieme a PricewaterhouseCoopers e al World Advertising Research Centre. Dai dati dello studio risulta che il mercato della pubblicità sul web è cresciuto nel Regno Unito del 3,1 per cento nella prima metà di quest’anno per un giro d’affari di 9,1 miliardi di sterline, ossia circa 13 miliardi di euro. Senza il contributo dell’online, il settore britannico dei media avrebbe perso l’1,9 per cento.
In Gran Bretagna, internet ha dato nuova energia a tutto il settore della pubblicità visto che è il settore dove cresce più velocemente.
“Il mercato online sta registrando un tasso di crescita incredibile e ancora una volta assistiamo a un incremento eccezionale della quota di mercato”, commenta Guy Phillipson, amministratore delegato di Iab.
“Gli ultimi risultati della prima metà del 2007 mostrano che il settore del web advertising nel Regno Unito continua a rafforzarsi”, dice Nicki Lynas manager del settore media e intrattenimento di PwC. “I margini di crescita” continua Lynas “delle società coinvolte nella ricerca provano che gli inserzionisti pubblicitari stanno aumentando gli investimenti e non sembrano fermarsi”.
Secondo lo studio, la crescita del web advertising è dovuta alla penetrazione della banda larga e del wireless nelle case delle famiglie britanniche, oltre alla crescita dell’uso quotidiano del web e ai miglioramenti degli strumenti per le misurazioni e le analisi sull’uso di internet.
Secondo i dati di Iab Italia, nel nostro paese il web advertising è cresciuto del 42,9 per cento nei primi otto mesi di quest’anno rispetto allo stesso periodo del 2006.
Da gennaio ad agosto gli investimenti in pubblicità, in generale, sono cresciuti dell’1,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Il totale del volume speso, secondo i dati di Nielsen Media Research, è di 5,49 miliardi. Nel mese di agosto l’incremento rispetto al 2006 è stato del 8,6 per cento.

In Italia la pubblicità delle sigarette è illegale. Lo dice l’articolo unico della legge numero 165 del 1962. Nonostante la norma, secondo cui “la propaganda pubblicitaria di qualsiasi prodotto da fumo, nazionale od estero, è vietata”, sia attualmente in vigore, negli ultimi anni ci sono stati vari casi, sentenze e dispute giuridiche, anche a livello Europeo. Basti pensare ai marchi di case produttrici che compaiono in Formula 1, alle linee di abbigliamento e agenzie di viaggi che ne portano il nome o alle altre forme di pubblicità “indiretta”.
È insolito però vedere pubblicità come quella comparsa nei giorni scorsi su alcuni quotidiani nazionali. Si tratta di una campagna istituzionale, firmata Armando Testa, della British American Tobacco Italia, succursale italiana di una delle più grandi aziende produttrici di sigarette al mondo. L’annuncio non promuove un marchio, ma invita a visitare il sito internet della società, con i suoi contenuti informativi sul tabacco. “Vi siete mai chiesti come sono fatti i nostri prodotti?”, si legge, per poi dichiarare l’importanza di un “consumo consapevole”.
Il sito è molto curato. Ci sono una parte dedicata agli utenti diversamente abili e la possibilità di inviare domande. Non mancano i link a istituzioni come l’Organizzazione mondiale della sanità, il ministero della Salute e la Lega italiana per la lotta contro i tumori. L’annuncio mette in evidenza la sezione intitolata “Fumo e salute”, dove vengono descritti i rischi cui vanno in contro i tabagisti. In altre sezioni si parla di prevenzione del fumo nei giovani (”in molti Paesi i programmi di prevenzione del fumo giovanile promossi dalle società del tabacco sono spesso le uniche attività svolte in questo senso”) e di riduzione dei danni per chi fuma.
Leggiamo altri brani: “Il fumo comporta un rischio reale di contrarre malattie gravi e mortali”, “L’unico modo per evitare i rischi è non fumare, mentre per ridurli occorre smettere”. Tuttavia “nel caso del fumo, le numerose indagini di laboratorio condotte nel corso degli anni si sono dimostrate problematiche. La scienza non è ancor oggi in grado di individuare dei meccanismi biologici che spieghino in modo inequivocabile i risultati statistici che collegano il fumo a determinate malattie”. Non solo: “Attualmente, gli scienziati non sono in grado di stabilire se un fumatore affetto da una malattia correlata al fumo si è ammalato per il solo fatto di aver fumato. Queste incertezze dipendono in parte dal fatto che le malattie associate al fumo colpiscono anche persone che non hanno mai fumato”.
Gli scienziati del Gruppo British American Tobacco si concentrano sulla ricerca per la produzione di sigarette “meno dannose” (anche se comunque “appetibili”), una priorità per Bat. Per raggiungere questo obiettivo, la società dichiara di collaborare con le autorità sanitarie e coi legislatori e di finanziare studi e attività di organizzazioni scientifiche indipendenti.
Il rapporto tra fumo e malattie gravi è ancora controverso, anche a livello scientifico. Questa volta è una delle parti in causa, il produttore di sigarette, a parlarne. Nel 2005 lo ha fatto Thank you for smoking, cinico ma geniale film in cui il portavoce di una multinazionale del tabacco svela i retroscena delle strategie di comunicazione della sua azienda. I trucchi principali, descritti al limite del paradosso, sono due: rendersi presentabili di fronte all’opinione pubblica a suon di milioni di dollari in beneficenza e cercare di limitare al minimo i rischi per la salute di chi fuma. Quale azienda, spiega infatti Nick Naylor, il protagonista, ucciderebbe volutamente e nel giro di pochi anni i suoi clienti?
Nel video la scena iniziale del film, una delle più corrosive, in cui Naylor si trova a un talk show insieme a un ragazzo malato di cancro e dà un saggio della propria abilità retorica:
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Alla fine è successo: gli scandali (veri, presunti o solo sospettati) di Calciopoli e altri fatti tragici intorno al mondo del pallone hanno allontanato gli sponsor dalla Serie A.
Per dirlo in altri termini, quelli usati dall’indagine Il Futuro della Sponsorizzazione, realizzata dalle società di ricerca StageUp e Ipsos, la quota di investimenti sul massimo campionato italiano di calcio sul totale nello sport era del 29,3% all’inizio del 2006 e sarà del 25,6% alla fine dell’anno in corso. Non c’entra di certo il dibattito sullo scudetto dimezzato per l’assenza dei bianconeri: il massimo torneo ne esce però un po’ malconcio dal versante economico. Mentre la Juventus (dell’eterna bandiera Del Piero insieme alla nidiata di giovani talenti) in B ha fatto impennare il numero di inserzionisti che hanno scelto di puntare sulla cosiddetta serie cadetta per pubblicizzare i loro prodotti, le quote di mercato sono passate dal 4,4% al 9,2%: guarda caso il quattro per cento che ha abbandonato la Serie A.
Anche la Nazionale è cresciuta, grazie alla vittoria del mondiale nel luglio 2006: “All’interno del mercato sportivo” ha commentato infine Giovanni Palazzi, vicepresidente di StageUp “si segnala la decisa crescita degli investimenti sulla nazionale di calcio indicati dalla nostra ricerca in aumento del 5,8% per il 2007″.
Ad avvantaggiarsi del calo di appeal di Milan, Inter e Roma c’è anche la vela, anche perché questo è il mese in cui hanno preso il via le regate preliminari alla Coppa America di Valencia (dove la bandiera italiana svetta sulle imbarcazioni di +39 challenge, Luna Rossa e Mascalzone latino - Capitalia team). Nel 2006 gli investimenti per inserzioni sulle barche erano stati il 6,9% del totale, mentre quest’anno saranno quasi il doppio e arriveranno al 12%.
Secondo l’indagine, il mercato italiano delle sponsorizzazioni nel 2007 toccherà quota 1,768 miliardi di euro, con una crescita dell’1,9% rispetto al 2006. Le sponsorizzazioni sportive rappresenteranno circa i due terzi del totale e passeranno da 1,117 miliardi a 1,126 miliardi con un aumento dello 0,8%. Il settore che avrà il maggiore incremento in termini relativi sarà quello composto da cultura e spettacolo che raggiungerà quota 254 milioni di euro grazie ad un +4,1%.
Le sponsorizzazioni di utilità sociale vedranno una crescita importante del 3,7% fino a raggiungere i 388 milioni di euro.
Verso l’America’s Cup: guarda le GALLERY
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