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Il petrolio torna a volare, e lo fa rapidamente. Meno di una settimana fa si festeggiava la discesa sotto i 90 dollari e oggi il greggio distrugge ogni certezza e vola, in una sola seduta, da 105 a 130 dollari. In termini assoluti è il maggior rialzo giornaliero da quando sono state aperte le contrattazioni al Nymex di New York nel 1983, mentre per ritrovare una crescita percentuale del 23% - pari a quella messa a segno oggi con il picco a quota 130 - bisogna scorrere indietro il calendario di 17 anni, per arrivare al 1991.
Dopo tre rialzi consecutivi, la performance odierna azzera due mesi di ribassi, gelando ogni euforia e riportando nuovi timori su crescita e inflazione su scala globale. Sceso sotto i 90 dollari martedì scorso, in scia all’annuncio del fallimento di Lehman Brothers ed ai timori sulle possibili ripercussioni negative sulla crescita mondiale, l’oro nero ha bruciato le tappe in una corsa senza precedenti, che si è arrestata solo pochi minuti prima della chiusura, avvenuta a 122,6 dollari al barile, in crescita del 17%.
Il vero traino della rimonta del petrolio è il maxi-piano da 700 miliardi di dollari annunciato dal governo statunitense per ridare ossigeno ad un mercato finanziario ormai disastrato dai fallimenti, la cui ultima vittime illustre è stata proprio Lehman Brothers. Un crack da 630 miliardi di dollari che ha convinto il Tesoro Usa della necessità di correre ai ripari e varare un piano per il riacquisto di titoli il cui valore è crollato a seguito della crisi dei mutui subprime.
L’eventuale successo del piano messo a punto dal segretario del Tesoro Usa, Henry Paulson, potrebbe ridare ossigeno all’economia e spingere nuovamente al rialzo la domanda di petrolio. E fra gli operatori di Wall Street “regna l’ottimismo sulla possibilità che il piano Usa possa realmente trainare l’economia”, spiegano un analista di Bnl, sottolineando come un’ulteriore spinta al rally del petrolio arrivi dalla ritrovata debolezza del dollaro, sceso a 1,4672 euro, contro gli 1,4466 del 19 settembre scorso. Anche in questo caso, sul bando degli imputati si trovano i 700 miliardi di dollari messi sul tavolo dal governo a stelle e strisce: questa somma, infatti, amplierebbe ulteriormente il deficit di bilancio degli Stati Uniti.
A complicare ulteriormente il quadro, le indiscrezioni pubblicate da Reuters, secondo le quali l’Arabia Saudita avrebbe ridotto del 5% le forniture alle maggiori società petrolifere internazionali ed alle raffinerie Usa. Intanto in Italia, sulla scia di quanto successo nei giorni scorsi, sono proseguiti oggi i ribassi dei carburanti, con Q8, Shell e Tamoil che hanno ridotto di un cent il prezzo della benzina.
- Martedì 23 Settembre 2008
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