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Rapporto
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Dopo le contestazioni a Gianni Rinaldini, segretario della Fiom, da parte dei Cobas avvenute a Torino sabato scorso a conclusione di una manifestazione dei metalmeccanici degli stabilimenti Fiat, è la questione sociale che occupa il centro del dibattito politico. La preoccupazione è che gli effetti della crisi economica e la sofferenza degli strati sociali più deboli possano ricreare le condizioni di un aspro conflitto.
Che la situazione del potere d’acquisto dei salari debba allarmare viene confermato dai dati diffusi sulle retribuzioni dei paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). Con un salario annuo netto di 21.374 dollari, l’Italia si colloca al posto numero ventitre nella classifica dei trenta paesi appartenenti all’organizzazione che ha sede a Parigi.
Le buste paga sono più pesanti non solo in Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania, Francia, ma perfino in Grecia e Spagna, afferma il Rapporto Ocse aggiornato al 2008 e appena dato alle stampe.
La classifica riguarda il salario netto annuale di un lavoratore senza carichi di famiglia calcolato in dollari e a parità di potere d’acquisto. Gli italiani guadagnano mediamente il 17% in meno della media Ocse. Secondo questi dati, a pesare negativamente sulle buste paga italiane è il cosiddetto cuneo fiscale, che calcola la differenza tra quanto paga il datore di lavoro e quanto effettivamente finisce in tasca al lavoratore.
Il peso di tasse e contributi, per un lavoratore dal salario medio e senza carichi di famiglia è del 46,5%. In questa classifica l’Italia risulta al sesto posto, dietro Ungheria, Belgio, Germania, Francia e Austria. Più leggero è il drenaggio di imposte e versamenti contributivi se si esamina il caso di un lavoratore, sempre con un salario medio ma sposato e con due figli a carico. In questo caso, il cuneo fiscale si riduce al 36% e l’Italia figura all’undicesimo posto della classifica Ocse.
La conclusione del Rapporto è che un lavoratore italiano guadagna mediamente in un anno il 44% in meno di un britannico, il 32% in meno di un irlandese, il 28% in meno di un tedesco e il 18% in meno di un francese.
Un’idea per uscire da questa situazione la propone il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, intervistato dalla Repubblica e dal Messaggero: occorre legare le retribuzioni agli utili delle aziende. “Noi pensiamo” afferma il ministro “che la partecipazione al rischio di impresa non possa avere solo un profilo negativo, come è stata finora. Si devono trovare forme di partecipazione che consentano ai lavoratori di riflettere nel proprio salario la parte positiva del rischio dell’impresa. E devono essere parti importanti del retribuzione”.
Per il segretario generale dell’Ugl, Renata Polverini “i dati non sorprendono e serve una riforma fiscale”. Sulla stessa linea d’onda l’associazione dei consumatori Codacons: “Sui salari degli italiani pesa il caro-vita e per questo è necessaria “una detassazione degli stipendi”.
Per il capogruppo Pd della commissione lavoro Cesare Damiano “i dati Ocse testimoniano che le retribuzioni nette dei lavoratori italiani sono ben al disotto della media dei 30 paesi più industrializzati. Questo dimostra quanto sarebbe necessario un intervento del governo, con risorse fresche e aggiuntive per potenziare il potere d’acquisto delle retribuzione e delle pensioni”.
Se Paolo Ferrero del Prc parla di “dati scioccanti”, Daniele Capezzone del Pdl rileva: “Il governo Berlusconi sta facendo i conti con una fase delicata a livello internazionale, e, ciononostante, non ha messo le mani nelle tasche degli italiani”.
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- Tags: banda-larga, consulente, famiglia, Francesco-Caio, governo, internet, media, Rapporto, rete, telecom, telecomunicazioni, velocità, verità, web
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“Portare l’Italia verso la leadership europea nella banda larga”; in breve, rapporto Caio. Ecco il documento che ha fatto tremare il vertice della Telecom e che svela alcune verità taciute sul reale stato della rete internet in Italia. Il documento è stato redatto da Francesco Caio (dal quale prende il nome), che è uno dei massimi esperti italiani di telecomunicazioni: ex amministratore delegato della Omnitel, poi imprenditore in proprio con la Netscalibur, infine capo della britannica Cable & Wireless.
A Caio già il governo britannico commissionò, nel 2008, uno studio per conoscere lo stato della rete e le strategie da adottare per fare compiere al Regno Unito il necessario salto verso l’innovazione tecnologica, a partire dalle telecomunicazioni. Lo stesso incarico gli è stato affidato a fine 2008 dal governo italiano. Ma i risultati del rapporto (105 pagine fitte di numeri e tabelle) non sono mai stati resi pubblici, tranne alcune indicazioni generali. Panorama si è procurato una copia del rapporto: ecco che cosa contiene.
Lo studio si concentra sulle due tecnologie principali: internet ad alta velocità con la tecnologia adsl (che utilizza i cavi in rame) e quella con la fibra ottica (assai più innovativa e veloce). Partiamo dall’adsl. La prima brutta sorpresa si trova a pagina 37: i dati riguardanti la copertura della rete in banda larga in tecnologia adsl sono decisamente sovrastimati. “Se calcolata sulla base della popolazione telefonica allacciata a centrali abilitate alla banda larga” scrive Caio “la copertura del servizio risulta superiore al 95 per cento” che dovrebbe salire al 97 alla fine del 2010. Il problema è che in molte zone d’Italia la “banda larga” viaggia ad appena 1 megabyte, velocità troppo bassa per garantire l’internet veloce. Quindi Caio rifà i conti e afferma: “Eliminando le zone dove la copertura non è disponibile per problematiche tecniche o dove il servizio è solo marginale (banda minima inferiore a 1 Mb), la popolazione in digital divide (che non ha accesso a internet veloce, ndr) sale al 12 per cento, pari a 7,5 milioni di cittadini”.
Come reagire a questa situazione? Come è già filtrato tempo fa, Caio suggerisce, in varie forme, lo scorporo della rete infrastrutturale della Telecom Italia guidata da Franco Bernabè.
Riguardo agli investimenti Caio scrive che “i piani in essere non sembrano chiudere il gap tra la situazione attuale e un obiettivo di copertura universale in tempi ragionevolmente brevi”. Quindi, “in questo contesto un intervento di finanza pubblica sembra indispensabile per estendere la rete in aree in cui la bassa densità non giustifica l’investimento dei gestori”.
Nel dossier è stato calcolato che, volendo assicurare una velocità minima di 2 Mb per il 99 per cento della popolazione entro il 2011, l’investimento necessario sarebbe di 1,2-1,3 miliardi di euro (700 milioni per sviluppare la rete fissa, 600 per quella mobile) se i lavori iniziassero entro giugno di quest’anno.
A questo punto nasce il problema su chi dovrebbe realizzare un’opera così importante. Caio suggerisce di sceglierlo attraverso una gara. Ma una gara un po’ particolare, ovvero attraverso la suddivisione del territorio in aree per ognuna delle quali mettere a gara la copertura stabilendo un tetto massimo di finanziamento pubblico. “Vince la gara l’operatore o il consorzio che richiede l’ammontare minore di finanziamento pubblico”.
Non manca una felpata critica all’autorità di regolamentazione. Caio infatti suggerisce all’organismo guidato da Corrado Calabrò di “pubblicare trimestralmente la qualità del servizio erogato dai vari gestori e provider (banda, tempi di risposta, ecc..) anche per aiutare clienti e gestori a focalizzarsi non solo sul prezzo più basso ma anche sul rapporto prezzi/prestazioni”.

Gli investimenti sulla banda larga
I problemi crescono se si parla di copertura dell’Italia in fibra ottica: “La velocità di investimento osservata non appare sufficiente per assicurare al Paese una posizione di leadership internazionale”; “non sembrano esserci motivi perché i gestori accelerino i piani annunciati, e anzi la crisi economica rischia di rallentare domanda e investimenti”; “esiste il rischio di fare troppo affidamento sulla rete in rame i cui limiti strutturali verranno sicuramente testati nei prossimi anni”.
Il risultato è che, per quanto riguarda la qualità dell’infrastruttura, “l’Italia è tra i paesi alla rincorsa, tra gli ultimi posti in Europa” ed “è difficile vedere come Telecom possa decidere di accelerare i suoi piani razionalmente ispirati alla logica economico-finanziaria della prudente gestione”.
Anche perché da una parte i clienti non sembrano essere disposti a pagare di più per essere collegati con la fibra ottica, dall’altra la Telecom insegue “obiettivi di riduzione dell’indebitamento” ed è interessata “ad allungare la vita utile della rete in rame in presenza di una limitata concorrenza infrastrutturale tra gestori (recente accordo Fastweb-Telecom Italia per condividere l’infrastruttura di rete)” e, infine, “nessun altro gestore ha annunciato piani di investimento in fibra”. Tanto è vero che, fa notare il dossier, “nel 2008 Telecom Italia ha annunciato piani di investimento per lo sviluppo di una rete in fibra anche se i piani sono stati rivisti in riduzione per gli anni 2009 e 2010″. E non di poco. Come si vede nella tabella pubblicata nella pagina precedente, nel 2010 si spenderanno 700 milioni meno di quelli previsti nel piano dell’anno scorso.
Conclusione: se non si vara un imponente piano di investimenti, “la competitività del sistema paese si eroderà giorno per giorno e senza strappi percepibili”, come è scritto nello studio Nemertes (novembre 2007) che Caio cita. Anche nel caso della fibra ottica occorre un poderoso piano di investimenti pubblici che “non sarebbe una contribuzione a fondo perduto ma l’investimento in una infrastruttura essenziale la cui vita è utile per decenni”.
La somma necessaria complessivamente ammonterebbe, secondo uno studio della Alcatel-Lucent citato nel rapporto, a 10,4 miliardi: 2,2 per dotare di fibra i 5,5 milioni di cittadini che vivono nelle aree urbane e ancora non la hanno, 7,2 per i 14,3 che vivono in aree suburbane e 1 miliardo per chi vive in aree rurali. I vantaggi? Molti: occupazione, competitività, ritorno degli investimenti pubblici, leadership europea nella fibra ottica.
Caio abbassa leggermente questa previsione: si tratta di spendere 10 miliardi in 5 anni per collegare 10 milioni di famiglie. Oppure, se si scegliesse l’opzione meno ambiziosa, 5,4 miliardi per servire 4,3 milioni di famiglie. Ma che debbano essere soldi pubblici Francesco Caio non ha il minimo dubbio.

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975mila famiglie italiane. Cioè 2 milioni e 427mila individui. Vale a dire il 4,1% della popolazione italiana. Che nel 2007 hanno vissuto in condizioni di povertà assoluta. La stima viene dall’Istat che oggi ha presentato un rapporto sulla povertà assoluta riferito al 2007 e nel quale sottolinea che rispetto al 2005, “la povertà assoluta è rimasta stabile e sostanzialmente immutata”.
Il fenomeno è più diffuso nel sud e nelle isole, dove l’incidenza di povertà assoluta (5,8%) è circa due volte superiore a quella rilevata nel resto del Paese: nel 2007, tra le famiglie residenti al nord la percentuale delle famiglie povere si attesta infatti al 3,5%, mentre al centro si ferma al 2,9%.
Tra il 2005, primo anno di rilevazione, e il 2007, l’incidenza di povertà assoluta in Italia è rimasta stabile, anche se ci sono stati dei miglioramenti e dei peggioramenti nelle condizioni di alcune tipologie di famiglie. “Peggiorano” spiegano i ricercatori dell’Istat “le situazioni delle famiglie con a capo un adulto di età compresa tra i 45 e 54 anni o un lavoratore con basso profilo professionale, mentre si rileva un miglioramento nelle famiglie giovani”.
E la notizia preoccupante è che l’Istat ha sottolineato che la fotografia sulla povertà assoluta in Italia si riferisce a un periodo precedente all’insorgere della crisi economica esplosa nel 2008.
Le incidenze più elevate si osservano comunque tra le famiglie di maggiori dimensioni, in particolare con tre o più figli soprattutto se minorenni. Anche tra le famiglie con componenti anziani i valori di incidenza sono superiori alla media, soprattutto se si tratta di anziani soli. La povertà è fortemente associata a bassi livelli di istruzione, a bassi profili professionali (working poor) e all’esclusione dal mercato del lavoro.
Le stime dell’Istat sono state definite in base a una nuova metodologia messa a punto da una commissione di studio ad hoc, che ha avuto il compito di valutare insieme con l’Istituto di statistica i requisiti di minimalità di un paniere di povertà assoluta, rivedendo e modificando il precedente approccio anche attraverso l’aggiornamento della sua composizione con l’inclusione o esclusione di beni e servizi che avevano acquistato o perso carattere di essenzialità. In sostanza, il dato non definisce una soglia di sopravvivenza, cioè la mancanza di risorse tali da mettere in pericolo le persone, ma delinea il minimo accettabile. Nel paniere individuato ci sono diverse componenti: alimentare, abitazione e una componente residuale che comprende voci come trasporti, scuola e sanità.
Tutto questo per una famiglia formata da una sola persona, fra i 18 e 59 anni, in un’area metropolitana del nord, significa vivere con meno di 724.29 euro al mese. Se invece la stessa famiglia vive in un piccolo comune la soglia è di 650.04 euro. Se la stessa persona vive in un grande comune del mezzogiorno la soglia scende a 520.18 euro. La soglia varia anche con il numero dei componenti della famiglia. Per una famiglia di tre componenti con età sotto i 59 anni, la soglia di povertà assoluta è stabilita in 1.158,71 euro se vive in un’area metropolitana nelle regioni centrali, mentre è a 966,20 euro se risiede nelle regioni settentrionali.

Lombardia e provincia autonoma di Bolzano: sono questi due territori i più ricchi d’Italia; mentre le regioni più povere si confermano la Campania, seguita da Sicilia e Calabria.
La classifica nasce prendendo i dati del rapporto realizzato da Eurostat, l’ufficio europeo di statistica, che ha reso noto i numeri del 2006 relativi al prodotto interno lordo per abitante espresso in standard di potere d’acquisto di 271 regioni Ue.
Non ci sono grandi novità rispetto a quelli resi noti lo scorso anno per il 2005, insomma. Né a livello italiano, né a livello europeo. Dove Londra, con un pil per abitante pari al 336% (considerando 100 la media Ue-27), continua a mantenere lo scettro di regione più ricca dell’Unione.
Da registrare la corsa delle capitali della “Nuova Europa”, capaci di raggiungere il reddito delle regioni più ricche dell’Unione europea. Anzi, alcune capitali dell’Est sono - già ora - persino più ricche di città italiane del calibro di Bolzano, che certo non sono note per un tenore di vita modesto: è la provincia più ricca d’Italia, secondo Bruxelles.
Secondo Eurostat, il Pil procapite (a parità di potere d’acquisto) di Praga e Bratislava è rispettivamente il 160,3% e il 147,9% della media Ue, rispetto al 136,7% dei bolzanini. Insomma, la rivoluzione è già cosa fatta. Colpa della stagnazione italiana e della vibrante crescita degli ultimi arrivati alla grande tavola europea.
Con Londra, in testa alla classifica ci sono poi il Lussemburgo (267%) e Bruxelles capitale (233%). Tra le 41 regioni europee che superano invece il 125%, oltre a Bolzano (135,5%) e alla Lombardia (135,1%) che pure perdono un 1% circa rispetto al 2005, c’é anche l’Emilia Romagna (126,6%). Resta fuori invece il Lazio che passa dal 127% del 2005 al 123,2% del 2006.
Il nord-est della Romania risulta essere la zona più povera di tutta l’Ue, con il 24% della media del reddito procapite comunitario, mentre Bucarest raggiunge il 74,8% e la Romania il 35,4%. Nella top 10 delle aree più indigenti dell’Unione figurano cinque regioni bulgare e altre quattro romene.In Italia la più povera, la Campania, è al 66,1%, seguita dalla Sicilia con il 66,9%, dalla Calabria al 67% e dalla Puglia al 67,4%.
In Italia il pil-procapite è indicato pari al 103,5% (era al 104,8 nel 2005), ma sale al 126% nel Nord-Ovest e a 123,4% nel Nord-Est; nel Centro si attesta al 115,4% e nel Sud e isole scende al 68,9%.
Il VIDEO servizio:

27,5 miliardi di euro di redditi non dichiarati e oltre 6.400 gli evasori completamente sconosciuti al fisco scoperti dalla Guardia di Finanza nel 2008. Poi: Iva evasa per 4,3 miliardi. Così come l’irap, per 19,4 miliardi, pari al più del 30% di quanto accertato in tutto il 2007.
È nel salone d’onore della caserma Sante Laria, a Roma, dove ha sede il comando generale, che la guardia di finanza fa il bilancio dell’attività svolta nel 2008: una lotta non solo contro chi fa il furbo con le tasse.
Grazie ad una mirata e penetrante attività di programmazione delle attività di contrasto all’evasione è aumentato il rendimento medio di ogni singolo intervento ed è pertanto migliorata la qualità complessiva delle verifiche svolte. Si è conseguentemente prodotto un avanzamento sistematico della lotta all’evasione fiscale. Questo dato, viene sottolineato nel Rapporto, è confermato anche dagli esiti dell’attività operativa nei confronti dei soggetti che sfruttano il lavoro nero e irregolare e che non presentano affatto le dichiarazioni dei redditi e Iva.
I redditi evasi contanti nei riguardi dei 6.414 evasori totali scoperti quest’anno ammontano a 8,8 miliardi, con aumento della resa media di ogni singolo intervento, rispetto a quella dello scorso anno, pari a circa il 30%. Parimenti in sensibile aumento è il rendimento del contrasto all’evasione e all’elusione fiscale internazionale; in questo settore sono state constatate basi imponibili evase per 5,1 miliardi, quasi tre volte a quelle di tutto il 2007, pari a 1,9 miliardi. Anche per le frodi fiscali penalmente rilevanti, che hanno condotto alla denuncia all’autorità giudiziaria di quasi 7400 persone, si è rilevato un aumento dell’Iva evasa mediante l’emissione e l’utilizzo di fatture operazioni inesistenti, pari a 2,3 miliardi, superiore del 45% rispetto a quella scoperta nel 2007. Sul settore della spesa pubblica, per indebite percezioni di incentivi nazionali e comunitari, anche nel settore della spesa sanitaria, sono state scoperte truffe e responsabilità per danni erariali per circa 1,9 miliardi; in questo contesto spicca l’incremento delle frodi al bilancio comunitario, aumentate del 91% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Sono stati, inoltre, sequestrati capitali e patrimoni pari a 582 milioni, costituenti prodotto, profitto o reinvestimento di reati di riciclaggio, usura, falsificazione di mezzi di pagamento, trsferimenti all’estero di valuta e altri reati societari e finanziari.
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Posto più posto meno, nei prossimi due anni sono a rischio 900mila lavoratori dell’industria manifatturiera e nelle costruzioni.
Un quadro fosco quello stimato dalla Cisl, che nel suo Rapporto sull’Industria 2008 (qui il documento in .pdf) ha anche stilato una lista di aziende e lavoratori coinvolti in crisi e ristrutturazioni aziendali, molte delle quali sono maturate negli ultimi due mesi. Questa lista, annuncia il segretario confederale, Gianni Baratta, “ha raggiunto il numero di 179.552 lavoratori, contro i 20-25mila che si stimavano a giugno, a rischio occupazione”.
Nella lista, messa a punto dall’Osservatorio della Cisl, non sono tuttavia compresi i lavoratori interinali e con contratto a termine, cui non è stato rinnovato il contratto. Per le aziende, annuncia Baratta, ci sono nomi importanti: oltre Fiat e Alitalia, la Guzzi, Lucchini, la Riello di Lecco, la Ratti di Como, Electrolux, Antonio Merloni, Pininfarina e Carrozzerie Bertone, Granarolo, Campari, Unilever e Natuzzi. Anche diversi distretti industriali, avverte l’organizzazione sindacale, sono in difficoltà, come la lana a Prato e Biella, la seta a Como, il calzaturiero nelle Marche, il mobile in Puglia e Basilicata, l’orafo ad Arezzo. Secondo la Cisl, oltre il 5% dell’occupazione industriale, è oggi coinvolta in situazioni di crisi e il dato “tende a crescere”.
“Nelle ultime settimane si sono moltiplicati i segnali di difficoltà del sistema industriale che arrivano alle sedi sindacali, ben al di là delle ultime rilevazioni ufficiali, ferme ad agosto o settembre, prima che la crisi finanziaria manifestasse i suoi effetti sull’economia reale”, si legge nel rapporto Cisl che porta a esempio, fra i tanti, il quasi raddoppio (+94%) ad ottobre e in appena tre mesi lavorativi, dei lavoratori coinvolti da situazioni di crisi aziendale nell’industria meccanica della Lombardia. Ma già i dati sulla cassa integrazione di giugno ed agosto indicano che la tendenza ad una riduzione delle ore di cassa ordinaria si sta radicalmente invertendo nel corso del 2008. A giugno, infatti, l’industria manifatturiera accusa un aumento notevole delle ore della Cig (+15,3%), ed una riduzione delle ore di Cigs (-2%), anche se complessivamente (ordinaria+straordinaria) le ore aumentano del +3,5%. Ad agosto, però, la Cig ordinaria aumenta del 24,7%, rispetto al 2007 mentre la Cigs, che ancora a giugno appariva in leggera diminuzione, ad agosto risulta in aumento dello 0,7% in ragione d’anno. Complessivamente le ore di Cassa aumentano del 7,9%, con una variazione più che doppia di quella registrata a giugno. Le ore di cassa straordinaria, tradizionalmente più voluminose, passano così dal 70,1% al 65,5% della totale ore.
“Se si tiene conto delle variazioni, ciò significa che ad un’area ampia ed immutata d’aziende con difficoltà strutturali (riorganizzazione e crisi aziendale) si comincia ad aggiungere, da fine estate, un’ampia area in crescita d’aziende con difficoltà congiunturali”, spiega la Cisl. Anche i dati più recenti per il settore manifatturiero mostrano, rileva la Cisl, che già nella prima parte del 2008, è cambiato di segno il ciclo produttivo favorevole che ha caratterizzato il 2007. Nella prima metà del 2008, intanto, anche l’occupazione mostra segni di cedimento: nel primo trimestre nell’industria in senso stretto, in confronto al primo trimestre 2007, si è ridotta su base annua (-1,4%, pari a -71mila unità), con una diminuzione minore del lavoro dipendente (-1,3%) rispetto al lavoro autonomo (-1,8%). Andamento che prosegue anche nel secondo trimestre con un calo dell’ 1,5 % per i dipendenti e dello 0,2% per i non dipendenti. “In mancanza di misure anticicliche efficaci, di sostegno alla domanda e alle imprese, nei prossimi due anni (2009-2010) ci sarà una riduzione del Pil”, osserva la Cisl che chiede quindi interventi sia da parte dell’Unione europea sia da parte del governo nazionale.
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