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Nel 2008 i debiti delle famiglie italiane sono aumentati del 41,1%, con punte che raggiungono il +53,2% in alcune province come Cremona. è quanto sottolinea Contribuenti.it spiegando che “al 30 novembre 2008 il livello medio del debito delle famiglie italiane ha raggiunto la cifra di 19.630 euro e la più “esposta” è la provincia di Roma, con oltre 24.250 euro”.
Dall’inizio dell’anno “l’indebitamento medio delle famiglie è cresciuto del 41,1%” e i “dati 2008 confermano la crisi economica delle famiglie con una crescita dell’indebitamento che nell’ultimo anno ha raggiunto il 53,2% in provincia Cremona, il 51,4% a Bologna, il 49,6% a Milano, il 48,2 a Napoli, il 47,6 a Palermo, il 46,2 a Pescara, il 45,9 a Torino, il 44,0 a Caserta, il 43,1 a Bari ed il 42,7 a Firenze”.
Le province dove, invece, l’indebitamento è cresciuto in misura inferiore alla media nazionale sono quelle “di Isernia con il 27,3%, seguita da Potenza con 28,2%, Campobasso con 29,7%, Enna con 30,8%, Brindisi con 31,3, Udine con 32,4, Pisa con 33,6%, Avellino con 34,7%, Aosta con 35,6% e Rieti con 36,2%”.
In particolare, le famiglie residenti nella provincia di Roma hanno visto crescere l’indebitamento del 41,6% anche se, in termini assoluti di indebitamento, al 30 novembre 2008 sono quelle che guidano la classifica con 24.250 euro, a cui seguono quelle di Milano con 23.335 e Napoli con 22.229.
“Le province più indebitate” afferma Vittorio Carlomagno presidente di Contribuenti.it “sono quelle che registrano anche i più alti debiti con il fisco. Non è da escludere che molte famiglie hanno contratto debiti per pagare il fisco a rate. Tra queste, vi sono anche delle famiglie che si sono rivolte alle fondazioni antiusura. Tuttavia, la iniqua rateizzazione fiscale attuata dai concessionari non agevola le famiglie: accade anche di pagare 8.000 euro per prima rata e rate da 300 euro mensili per i successivi 3 anni”.

Italiani in fuga dai mutui. E a farli fuggire è la crisi.
Pagare la rata crea difficoltà serie all’ 84% degli italiani, tanto che per il 2009, un’ampia fetta del 64% esclude categoricamente di accendere nuovi mutui e solo l’8% si dichiara invece pronto a farlo. Ma già quest’anno la rinuncia a rate, prestiti e mutui è forte e ha riguardato il 50% degli intervistati. Lo rivela un sondaggio Confesercenti-Swg (qui il documento in Word), secondo il quale ogni mese in media esce dalle tasche delle famiglie 478 euro, ma per il 23% degli intervistati la spesa lievita tra 500 e 1.000 euro, mentre un altro 10% sborsa fra i 1.000 e i 2.000 euro.
Salato il tasso che emerge dal sondaggio: attorno al 7% quello medio, ma per un italiano su 4 sale fra l’8% e il 20%. Ma quante volte ricorrono gli italiani alle varie forme di prestito ? In media circa tre volte negli ultimi 3 anni, ma c’è anche un 7% che vi ha fatto ricorso più di 5 volte. Due le motivazioni principali: il 57% intendeva ridurre l’impatto del pagamento; un altro 41% non era in possesso dell’intera cifra.
La “regina” dei desideri per i quali si ricorre ai prestiti è la casa (ristrutturazioni o acquisto di prima o seconda casa). Subito dopo viene l’auto. A seguire si rateizzano più frequentemente le spese per elettrodomestici e mobili, computer e altri prodotti tecnologici. Ma c’è anche un 6% che si indebita per cerimonie e un 2% per regalare o regalarsi un gioiello.
Per far fronte al mutuo o al prestito, le famiglie riorganizzano i bilanci e per prima cosa tagliano le risorse per le vacanze (il 21%), quindi il tempo libero (20%). Ma è anche il guardaroba a rimetterci: notevole è infatti la rinuncia a comprare nuovi capi di abbigliamento o scarpe: lo fa il 17% degli intervistati. Infine, il 9% impugna le ‘forbicì e rifila tutte le voci del proprio bilancio.
Fino ad oggi i risparmiatori italiani intervistati ritengono di aver perso quasi il 17% in termini di rendimento dei propri investimenti fatti.
Ma la maggioranza delle “formiche” italiane ha suddiviso i suoi risparmi in conti correnti (22%), in fondi ( 17%), in Bot ed altri titoli di Stato (15%). Solo un 10% si è indirizzato verso le azioni, mentre un 2% ha riscoperto il materasso e tiene i soldi in casa.
Questo 2% è destinato a salire di un punto nei prossimi mesi che saranno dominati - stando alle risposte date al sondaggio - dalla preferenza dei risparmiatori verso i titoli di Stato. Poi vengono gli immobili e i conti correnti bancari. Solo un altro 2% si farà abbagliare dal colore dell’oro. Ma la prudenza degli investitori emerge anche da un’altra percentuale: quella di chi non modificherà i propri investimenti e che si aggira attorno all’11%.

di Daniela Fabbri
Pensate di comprare un’Alfa a rate? “Tan zero, taeg 1,27″ dichiara la pubblicità dell’Alfa Sava, finanziaria che eroga prestiti per il gruppo Fiat Auto. Peccato che in concessionaria le cose cambino: il taeg (ovvero il tasso annuo effettivo globale) può essere lo 0,75 a Milano e lievitare misteriosamente sino all’8,43 di Napoli e al 10,51 di Roma. Per una Peugeot il taeg dichiarato dalla casa (9,87) può scendere all’8,45 di Milano e salire al 12,78 di Roma.
Non è finita. Sulle spese di istruttoria sono le case automobilistiche a porre condizioni molto diverse. Secondo Altroconsumo, si risparmia comprando Mercedes (182 euro richiesti), mentre con Alfa, Ford e Volvo si arriva a spendere 250 euro.
Anche il costo dei bolli cambia: l’Alfa dichiara 14,62 euro, la Citroën chiede lo 0,25 del capitale finanziato, la Ford 24,26 euro, tutte le altre case non si pronunciano.
Insomma, come emerge dai dati di una ricerca condotta dall’associazione dei consumatori, comprare una macchina chiedendo finanziamenti è come inoltrarsi in una giungla. Dove non sempre quello che viene dichiarato è poi effettivamente applicato e dove, soprattutto, le condizioni di finanziamento possono essere radicalmente differenti non soltanto da una città all’altra, ma anche da un concessionario all’altro. Cambia, oltre ai tassi tan (tasso annuo nominale, cioè il tasso d’interesse del finanziamento) e taeg, e al costo di istruttoria della pratica, la formula di dilazione. Soprattutto, non sempre i costi vengono conteggiati nel tasso di finanziamento. Con il risultato che il tasso zero pubblicizzato può diventare anche un 10 per cento senza che il consumatore se ne renda conto, perché quasi mai le condizioni di finanziamento sono chiaramente descritte.
“Abbiamo inviato rilevatori in 84 concessionarie fra Milano, Roma e Napoli, richiedendo 98 preventivi” afferma Anna Vizzari, che ha curato l’inchiesta. Risultato? “Quasi mai il taeg dichiarato è quello reale, perché non tiene conto dell’eventuale anticipo, o delle spese per la pratica. L’abbiamo verificato perché i nostri rilevatori erano ben preparati sulle domande da fare, ma per un consumatore non consapevole è quasi impossibile scoprirlo”.
Per esempio, gli esperti di Altroconsumo hanno analizzato la pubblicità di una concessionaria Fiat apparsa su un quotidiano milanese: a fronte del 4,46 dichiarato in pubblicità il taeg effettivo (calcolato sommando anche le spese di istruttoria, bolli, commissioni) arrivava al 7,44. E nel 41 per cento delle concessionarie visitate non è stata neppure comunicata la percentuale di interessi applicata per il taeg. Un problema che sorge perché spesso le concessionarie non aderiscono alle offerte di finanziamento della casamadre, o ne hanno di proprie ad altre condizioni.
La questione vera resta la mancanza di trasparenza: “La normativa sui finanziamenti esiste ed è chiara, però non viene rispettata” commenta il presidente di Altroconsumo Paolo Martinello. “Troppo spesso non vengono consegnati i contratti o non c’è una dichiarazione precisa del taeg applicato”. Banche e finanziarie che erogano i prestiti non verificano i comportamenti delle proprie reti di vendita e allo stesso modo la Banca d’Italia, che dovrebbe vigilare sul settore, non fa controlli adeguati a verificare le violazioni alla legge.
“Stiamo per ottenere una direttiva europea che precisa ancor meglio tutti gli elementi che vanno considerati per calcolare il taeg” conclude Martinello “ma è una raffinatezza rispetto alla situazione italiana. Da noi il problema è che nessuno controlla che le norme, che ci sono, vengano applicate”.
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Ormai da alcuni mesi, dal fronte mutui non vengono buone notizie. L’ultima, in ordine di tempo, in Italia riferisce che è saltato il tavolo sulla portabilità, ossia la possibilità di trasferire il debito a un’altra banca che propone condizioni migliori, annullando costi e formalità.
Una soluzione attesa soprattutto dalle famiglie in difficoltà per l’aumento dei mutui a tasso variabile (secondo un recente studio della Nomisma, su 4 milioni di famiglie che hanno sottoscritto un mutuo quelle in difficoltà nel pagare le rate hanno ormai superato quota 400 mila) e speranzose di ottenere condizioni migliori rinegoziando con la propria banca quelle di partenza oppure scegliendone addirittura una nuova e più conveniente: ovviamente, senza costi aggiuntivi.
Una possibilità prevista dalla legge contenuta nella seconda lenzuolata di liberalizzazioni del ministro per lo Sviluppo Economico Pier Luigi Bersani e che dovrebbe essere in vigore da otto mesi. Ma le banche non la applicano, sostengono le associazioni dei consumatori: “Per questo è saltato il tavolo della trattativa tra l’Abi e le associazioni di consumatori e notai” afferma Altroconsumo, sottolineando che l’associazione bancaria “ha respinto l’ipotesi di applicazione della portabilità del mutuo attraverso la cosiddetta surrogazione dell’ipoteca senza presenza di notaio obbligatoria, sistema che eliminerebbe i costi per il consumatore”.
In pratica, sostiene Altroconsumo, chi trasferisce il mutuo deve poterlo fare senza dover cancellare l’ipoteca già iscritta sull’immobile e sostituirla con una nuova: le banche invece ritengono necessaria la presenza del notaio. E non è l’unica divergenza sull’interpretazione della legge. “Per noi la portabilità è a costo zero” afferma Antonio Longo, presidente del Movimento difesa del cittadino (Mdc) “mentre l’Abi ci ha proposto un testo in cui c’era solo un auspicio alla riduzione dei costi, per noi inaccettabile: con rammarico, siamo stati quindi costretti ad abbandonare il tavolo” .
Per Adusbef e Federconsumatori “non c’è nulla da trattare con l’Abi” e ricordano di avere denunciato già da tempo che “gli istituti di credito non violano solo la norma del decreto Bersani che prevede la portabilità dei mutui, ma anche quella sulla simmetria dei tassi”.
Il “rompete le righe” e la rottura delle trattative seguono di pochi giorni l’altolà del governatore di Bankitalia, Mario Draghi, che aveva bacchettato le banche, perché i consumatori rischiano di indebitarsi seriamente per via delle rate della casa troppo alte. Ma nonostante il monito del numero uno di Palazzo Koch, Adusbef e company continuano a lanciare l’allarme, acuito anche dalla crisi dei subprime americani: “È indispensabile per i consumatori l’azzeramento dei costi della portabilità per facilitare chi ha sottoscritto mutui a tasso variabile. Ottenere condizioni migliori rinegoziando con la propria banca quelle di partenza o scegliere una nuova banca che offra condizioni più convenienti sono diritti che non possono essere negati ai cittadini”. In serata, l’Abi ha comunque reso noto (qui il .pdf) che sta ultimando la procedura raccomandata per la portabilità del mutuo, con la quale il cliente potrà rivolgersi direttamente alla “nuova banca” che interagirà direttamente con la “vecchia banca” avviando una procedura che garantirà il calcolo del debito residuo sul mutuo entro un tempo massimo di 15 giorni.
Mentre il ministero dello Sviluppo economico ricorda che “la portabilità dei mutui deve pienamente diventare realtà”. In attesa che legge e realtà coincidano, sempre più famiglie sono schiacciate dal fardello delle rate, senza nemmeno poter cambiare banca.
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La crisi dei mutui ipotecari Usa, “è seria” e potrebbe avere un impatto di deciso rallentamento sulla crescita Usa, del mondo ma anche dell’Europa. Il doppio allarme è stato ribadito oggi dalla Commissione europea e dal Fondo monetario internazionale che potrebbero limare verso il basso le stime di crescita.
Il commissario europeo, Joaquin Almunia, da Bruxelles ha nuovamente levato il suo grido sui rischi che ora “sono effettivamente aumentati”. E’ comunque troppo presto per valutare le conseguenze sull’economia reale, dal momento che non si sa ancora quanto durerà l’impatto dei “subprime”, ma, come ha anche detto,da Lisbona, il direttore generale del Fondo monetario internazionale, Rodrigo De Rato, le economie degli Stati Uniti, dell’Europa e del Giappone di sicuro cresceranno più lentamente e non si esclude anche una revisione al ribasso delle stime di crescita, con conseguenze però più limitate per Europa e Giappone.
“Anche se la stabilità tornerà presto - ha sottolineato Rato - è probabile che il processo di correzione e le implicazioni delle turbolenze sui mercati finanziari si protraggano e che non siano uniformemente distribuite”.
Se già domani si conosceranno gli orientamenti della Commissione Ue che pubblicherà le sue stime “interinali” sulla crescita, arrivano oggi le prime indiscrezioni sulle stime del Fmi che verranno diffuse a Washington a metà ottobre. Secondo il Financial Times Deutscheland il Fondo potrebbe effettivamente tagliare le previsioni degli Usa per quest’anno all’1,9% dal 2% previsto a luglio ma confermare quelle dell’Europa al 2,6%.
Un rialzo invece potrebbe riguardare invece la crescita globale al 5,4%, forse per via del forte traino delle economie emergenti: la Cina infatti dovrebbe crescere al ritmo dell’11,5% quest’anno dalla previsione dell’11,2% di luglio.
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Può la crisi dei mutui-casa americani colpire anche l’Italia, al di là di tempeste di borsa come quelle di questi giorni? Le rassicurazioni, doverose, si moltiplicano: ma qualche rischio in realtà c’è.
Negli Usa tutto è partito dai mutui “subprime”, dati cioè a clienti che stanno peggio di quelli a cui viene applicato uno dei tassi più cari (”prime”). Si tratta dei cosiddetti “ninja”, ma le tartarughe non c’entrano: è gente “No Income, No Job or Assets” (in italiano: uno che non ha un lavoro, né un reddito né un patrimonio). Ci si può chiedere perché le banche prestino soldi a persone tanto poco affidabili, e la risposta sta appunto negli interessi salatissimi che i ninja accettano di pagare.
Quanto al rischio, alle prime insolvenze gli istituti di credito si disfano dei mutui rivendendoli a fondi specializzati nell’alto rischio. Questi o recuperano i prestiti o si rifanno sulle proprietà degli immobili. In Italia esistono meccanismi simili, si chiamano “pro-soluto”, ma riguardano in genere una clientela professionale.
I fondi che acquistano i mutui subprime sono come gli hedge fund aziendali: si quotano sul mercato ripartendo a loro volta il rischio. È naturalmente un meccanismo estremo, che prima o poi scoppia quando il business di partenza raggiunge il limite: è accaduto all’inizio della new economy, sta accadendo adesso con gli immobili.
E l’Europa, e in particolare l’Italia? Le banche sono molto più rigorose nel concedere mutui – non esiste per esempio la “caccia al povero” – e normalmente si caricano in proprio il rischio di insolvenza. Ma un po’ di esposizione c’è, anche se marginale. Il pericolo è però indiretto. Che cioè i fondi ad alto rischio – hedge fund e simili – entrino in settori promettenti quali, per esempio, il recentissimo fronte della previdenza integrativa. Ma soprattutto nel credito al consumo: il moltiplicarsi di offerte speciali, mini-rate, finanziamenti posticipati e formalmente a tasso zero, è sotto gli occhi di tutti. Anche in questo caso il guadagno per le finanziarie comincia non tanto quando i clienti pagano, ma quando ritardano una rata o due, e allora scattano interessi a due cifre spesso legate a carte di credito di tipo “revolving”, cioè a pagamento rateale. Nulla ancora a che fare con i mutui americani, ma sarebbe il caso che le autorità di vigilanza e i consumatori prestassero attenzione.
Ultimo punto: la Banca centrale europea ha già previsto per autunno un nuovo aumento dei tassi dello 0,25 per cento. In questa situazione sarebbe forse meglio cambiare strategia, spostando l’ottica dal rischio di inflazione al pericolo di mancanza di liquidità. Già ieri la Bce ha erogato al sistema bancario 95 miliardi di euro, quasi quanto (109 miliardi in due giorni) fece dopo l’11 settembre 2001. Tra alzare i tassi e poi aprire i cordoni c’è una contraddizione evidente: sarebbe meglio ridurre prima e non essere costretti in corsa a misure di emergenza.
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