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Rcs-Mediagroup

Geronzi, un osso troppo duro per Della Valle

Diego Della Valle in un'immagine d'archivio (CARLO FERRARO/ANSA)

Diego Della Valle in un'immagine d'archivio (CARLO FERRARO/ANSA)

Chi vincerà il braccio di ferro tra Diego Della Valle e Cesare Geronzi per il controllo di Rcs? Continua

Andiamo Cesare, non stare sulle Generali

Cesare Geronzi, banchiere romano
Il problema aleggia sinistro e la soluzione a molti fa storcere il naso solo a pensarla.
Così, ancor prima che si realizzi, sono subito scattate le contromosse. Dallo scorso luglio Gabriele Galateri non è più presidente della Mediobanca. Gli hanno chiesto, un po’ per le spicce, di farsi da parte per lasciar posto a Cesare Geronzi. Come numero uno di piazzetta Cuccia, però, il manager torinese era anche presente nei consigli d’amministrazione delle due controllate più importanti: la Rcs Mediagroup e le Assicurazioni Generali, i gioielli della corona.
Della prima nessuno si occupa, forse perché al momento gli equilibri del Corriere (se mai si può usare simil termine a proposito di una compagine azionaria che più cangiante e variegata non si può) non sono in discussione.
Per le Generali, invece, apriti cielo: gli azionisti francesi della Mediobanca hanno infatti chiesto a gran voce che sia Geronzi a occupare il posto che Galateri si appresta a liberare. Il che fa nascere due problemi: uno di governance, l’altro più politico. Nell’unico sistema duale che sembra funzionare davvero, quello della Mediobanca, il banchiere capitolino presiede il consiglio di sorveglianza, che rappresenta gli azionisti. La gestione è affidata agli operativi Renato Pagliaro e Alberto Nagel. Domanda: può un presidente del consiglio di sorveglianza entrare nel board operativo di una sua partecipata?
La Banca d’Italia, alla sola idea che Geronzi potesse partecipare alle riunioni del comitato di gestione del suo istituto, insomma che potesse mettere becco nell’attività quotidiana, aveva già alzato disco rosso. Qualcuno dunque spera che il governatore Mario Draghi, di fronte all’ipotesi Generali, faccia risentire la sua moral suasion.
Ma sono anche alcuni azionisti del più importante gruppo finanziario del Paese che non sembrano gradire l’eventualità. La scorsa settimana, in ordine sparso, sono andati da Alessandro Profumo, l’indiscusso capo della nuova banca nata dalle nozze tra Unicredito e Capitalia, perché si adoperasse a scongiurarla. Il banchiere, ex McKinsey, non si è sbilanciato ma conoscendolo, e visti anche gli ottimi rapporti sin qui avuti con Geronzi, di sicuro non resterà alla finestra.
Di buoni argomenti ne ha molti, a partire dalla necessità, a fusione appena consumata, di non titillare ancora la suscettibilità di quanti hanno visto come fumo negli occhi l’insediarsi di Cesare nella poltrona che fu di Enrico Cuccia.

Ricucci: La legge vieta forse di comprare il Corriere?

Stefano Ricucci, opera da 25 anni nel settore immobiliare e finanziario, è stato azionista di Bnl, Alitalia, Capitalia, Hopa, Popolare di Lodi, Antonveneta e Rcs Mediagroup. Coniugato dal 9 luglio 2005 con l'attrice Anna Falchi, ha un figlio di 14 anni
“Sono nato a Roma l’11 ottobre 1962. Diplomato odontotecnico al George Eastman di Roma, ho poi conseguito una laurea breve in economia presso la Clayton University di San Marino, insieme a Gioacchino Paolo Ligresti, mio compagno di corso. Ho cominciato a fare l’immobiliarista a 19 anni, e nel 1989 ho fondato la Magiste, holding che raggruppa le mie attività immobiliari. Opero da 25 anni nel settore immobiliare e finanziario. Sono stato azionista di Bnl, Alitalia, Capitalia, Hopa, Popolare di Lodi, Antonveneta e Rcs Mediagroup. Coniugato dal 9 luglio 2005 con l’attrice Anna Falchi, ho un figlio di 14 anni, Edoardo, che amo molto. Mi piace giocare a tennis, a golf, e sciare d’inverno. Attualmente abito a Roma ma ho casa anche a Milano nella centralissima via Borgonuovo”. (Stefano Ricucci su se stesso).
Che sta facendo dottor Ricucci? Lei che per un’estate ha fatto tremare tutti i salotti buoni di questo Paese ha voltato pagina?
Perché parla al passato? Ho 44 anni, non sono morto e continuo a fare quello che facevo prima, l’immobiliarista. Lei invece perché continua a parlare male di me?
L’ho fatto quando strombazzava in giro che stava per lanciare l’opa sulla Rcs. Le opa si fanno, non si dicono.
Ma di che opa parla? Non avevo i soldi per lanciare l’opa. Ho comprato titoli Rcs perché i suoi 15 soci sono il gotha del capitalismo. Volevo avere il 20 per cento per convocare un’assemblea ordinaria e illustrare il mio piano industriale.
Ma lei aveva un piano industriale, davvero voleva fare l’editore?
Perché, Benetton, Toti e Della Valle sono editori? Volevo essere il sedicesimo socio, rimanere con il 4-5 per cento e il resto ricollocarlo. Insomma, contribuire a tirar fuori il valore reale della casa editrice. Quel titolo era sottovalutato e lo è ancora. Non lo dico io, ma Mediobanca, Morgan Stanley e altre banche di rango.
Allora come spiega che il gotha al suo apparire se la sia fatta sotto?
Non so come mai mi abbiano temuto. Sono il massimo del capitalismo italiano, io ero entrato proprio perché attratto dalla loro presenza.
Cosa ha fatto allora che non rifarebbe adesso?
Non comprerei più una sola azione di banche o giornali. Ma continuerei a fare solo il mio mestiere, l’immobiliarista.
Si consoli, alla fine ne è venuto fuori senza perdere tutto. Di solito a chi sfida il gotha va molto peggio.
È vero. Peccato che nessuno lo scriva, ma lo scorso 24 maggio la Cassazione ha confermato il dissequestro dei mezzi propri, circa 100 milioni di euro, messi a garanzia del finanziamento per l’acquisto di titoli Antonveneta. Adesso aspetto la revoca del fallimento di Magiste International, che in 18 mesi ha restituito al sistema bancario nazionale e internazionale 1,6 miliardi di euro.
Posso ringraziarla a nome di tutti i giornalisti per averci regalato due impagabili metafore?
Se allude ai “furbetti del quartierino”, l’espressione mi scagiona. Si riferiva alla vicenda Antonveneta, dove sono parte lesa. La furbetta era la Popolare di Lodi che aveva lanciato un’opa con un prospetto informativo falso e finanziato gli amici a tassi agevolati. Se la Bpi non si fosse messa di mezzo, io avrei consegnato i miei titoli Antonveneta all’Abn Amro, come poi ho fatto. E l’altra espressione?
“Fare i froci col culo degli altri”. L’ha detto perché, scusi la volgarità, qualcuno ha cercato di farlo col suo?
Quell’espressione non è mia. Comunque non penso che qualcuno abbia approfittato di me. Certo, non sono stato trattato secondo il principio che la legge è uguale per tutti. Ho dovuto aspettare 18 mesi per avere un dissequestro che a tutti quanti, Popolare di Lodi compresa, è stato concesso subito.
Forse perché chi tocca il Corriere della sera muore?
Scusi, sta scritto nel Codice penale che chi tocca il Corriere muore? Se così fosse, mi sarei ben guardato dal comprarne le azioni. Ma fino a prova contraria la Rcs è un’azienda quotata sul mercato.
Il Corriere non lo ha comprato, ma almeno lo legge?
Certo che lo leggo, così come Il Sole e La Stampa. Ma la lettura della mazzetta la comincio sempre con La Repubblica.

Mediobanca: inizia l’era di Cesare Geronzi

Cesare Geronzi
Sedendosi sulla poltrona che fu di Enrico Cuccia, comincia l’era di Cesare Geronzi in Mediobanca, la più blasonata banca d’affari del paese. Doppia poltrona in realtà per Geronzi: quella di presidente del consiglio di sorveglianza e di guida del patto di sindacato, l’organismo che riunisce i grandi soci di Piazzetta Cuccia, al posto di Piergaetano Marchetti.
Lo ha deciso all’unanimità il patto stesso con una scelta che, per la prima volta, affida a un’unica persona le due cariche. Le novità, comprese le modifiche allo statuto, verranno sottoposte all’assemblea dei soci il 27 giugno. Un voto che fa di Geronzi il grande regista dell’alta finanza italiana, autentico arbitro di partite delicate come quelle che verosimilmente si giocheranno in un futuro non lontano in Telecom Italia, Rcs MediaGroup e Generali.
Marchetti, autore della nuova governance introdotta in Mediobanca (il consiglio di sorveglianza, nominato dai soci, e quello di gestione, composto solo da manager) “ha chiesto di non essere rinnovato”, si legge nel comunicato ufficiale, volendosi dedicare solo all’impegno di presidente della Rcs (società editrice del Corriere della Sera). E proprio in coerenza con la nuova impostazione, il presidente “dei soci” è stato individuato nello stesso Geronzi. Anche in vista di un nuovo ruolo, nei fatti, del patto, destinato a trasformarsi sempre più in un accordo di voto, lasciando al consiglio di sorveglianza strategie e indirizzi.
L’accordo prevede che Geronzi resti presidente di Capitalia fino a settembre, quando in seguito alla fusione con Unicredit lascerà la banca romana per dedicarsi solo a Mediobanca.
Un’operazione che per quanto abbia un’indubbia valenza industriale tutti hanno salutato come un capolavoro “politico”: per il ruolo di “controllore” di quel tempio della finanza “laica” che fu per anni guidato da Enrico Cuccia, è stato preferito un banchiere ormai alla fine di una lunga carriera, come Geronzi - ma ancora con tanta voglia di giocare il ruolo di “grande vecchio” della finanza italiana - ad un giovane brillante e che in Mediobanca aveva costruito l’inizio della sua carriera come Matteo Arpe.

Il VIDEO servizio:

Per la nuova Telecom la prima grana è La7

 Carlo De Benedetti
L’infedele e Markette, Omnibus e Le invasioni barbariche: ecco la prima grana per la nuova Telecom Italia. Che cosa fare della TiMedia, società cui fa capo La7? Vendere o ricapitalizzare?
Il problema è ben presente ai nuovi soci di comando (la cordata fra Generali, Mediobanca, Intesa Sanpaolo, Benetton e Telefónica) ed è stato sollevato più volte nelle discussioni con gli advisor legali e finanziari.
La strada della Telecom Italia Media è segnata: agli spagnoli non interessa, alle banche nemmeno, e il conto economico non lascia molto tempo per riflettere perché nel 2006, a fronte di ricavi per 207,5 milioni (sebbene in crescita del 15,4 per cento), il risultato d’esercizio ha segnato una perdita di 101,1 milioni (contro l’utile di 800 milioni del 2005 ottenuto con le cessioni infragruppo di Virgilio e Tin.it). In poche parole la TiMedia brucia 1 euro ogni 2 incassati.
Nei piani dell’attuale vertice Telecom, il traguardo del pareggio è stato appena spostato di un altro anno (al 2009) e il ritmo dell’indebitamento, senza una svolta nella gestione, è tale da rischiare di richiedere l’iniezione di mezzi freschi in un prossimo futuro.
Ma vendere non è facile perché, a causa dell’eterna (finora inutile) attesa di un’opa per la revoca del titolo dalla borsa, la TiMedia capitalizza 1 miliardo di euro. Un valore troppo alto secondo gli analisti finanziari, che generalmente assegnano 150-160 milioni a ogni punto di share. Al 3 per cento della 7 si può aggiungere lo 0,5 per cento della Mtv (che non perde soldi ed è detenuta al 51 per cento, l’altro 49 è della Viacom) e si può far pesare il controllo dell’agenzia di stampa Apcom, ma si rimane lontani da quel miliardo.
Scartata la Mediaset (vendere la TiMedia sarà obbligatorio se la capofila Fininvest entrerà nella cordata per la Telecom) e Tarak Ben Ammar (indirettamente per gli stessi motivi), gli acquirenti possibili ruotano attorno a Rcs Mediagroup, L’Espresso e De Agostini che, malgrado neghino quasi in coro di essere interessati, starebbero esaminando il dossier. La holding del Corriere della sera con la tv chiuderebbe il cerchio giornali, periodici, libri, internet e radio; il gruppo di Carlo De Benedetti darebbe più peso al canale All music (Rete A); a Novara l’amministratore delegato Lorenzo Pellicioli coronerebbe l’inseguimento al terzo polo televisivo.
Un segnale di come si muoverà Pellicioli si potrà leggere nel confessionale del Grande fratello: entro maggio si chiuderà la gara da 3 miliardi di euro per il produttore Endemol, che, oltre alla Mediaset, vede in pista la De Agostini in cordata con Bernard Arnault (Lvmh) e il fondo Pai.
Come si chiama il venditore? Telefónica.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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