Leggi tutte le notizie su:
redditi
di Raffaella Galvani e Donatella Marino
Cinquecento euro netti in più al mese: per combattere efficacemente il caro vita gli italiani dichiarano di aver bisogno in media di questa cifra. Ma non si limitano a dichiararlo. Dalle parole il 44 per cento di loro è già passato ai fatti: e si è attivato per aumentare le entrate, a colpi di straordinario e secondo lavoro. Strade che vengono battute rispettivamente dal 52,8 e dal 45,6 per cento di quanti si sono messi all’opera per “arrotondare”. Pari, su base nazionale, al 23 e al 20 per cento. Lo rivela un’indagine svolta via internet tra il 22 gennaio e il 1° febbraio 2008 dalla Interactive market research, società leader in Italia nelle ricerche di mercato sul web, e che attraverso 1.000 interviste consente di radiografare i comportamenti di un campione rappresentativo di oltre 49 milioni di italiani dai 18 anni in su, segmentati per sesso, fascia di età, area geografica e reddito netto mensile della famiglia (da meno di 1.000 euro a oltre 4 mila). Il risultato? “Emerge un paese che, anche a livello di reddito medio-alto, ha deciso di muoversi per conto proprio, stanco di aspettare interventi spesso promessi ma finora mai davvero arrivati sul fronte dei prezzi, delle tasse o degli stipendi, tali da consentire il recupero dei pesanti tagli della capacità di spesa riconosciuti ormai da tutti” dice Bruno Lagomarsino, direttore di ricerca della Interactive market research. Come risulta dal grafico pubblicato a pagina 127, il 9,7 per cento dichiara di essere molto impegnato a far aumentare le proprie entrate e ben il 34,2 di esserlo abbastanza.
Un attivismo che a volte sfiora la temerarietà, visto che non manca neppure chi si lancia in scelte al limite del ragionevole. Ben il 26,2 per cento del campione di riferimento infatti nel tentativo di far quadrare il bilancio familiare si affida a lotterie e scommesse. Di certo, se il bisogno di far entrare più quattrini nelle smagrite casse familiari viene sentito da tutti, la cifra che si punta a raggranellare varia a seconda del reddito di partenza. “A ritenere necessarie integrazioni più pesanti in proporzione alle entrate sono soprattutto i percettori di redditi medio-bassi, che in alcuni casi arrivano a ipotizzare anche 800 euro contro una media generale del campione di 500 euro netti ” precisa Lagomarsino. “Al contrario si resta su una richiesta media di 700 euro da parte di chi ha redditi mensili oltre i 3 mila euro. Solo il 15 per cento degli intervistati, come emerge dal grafico pubblicato a pagina 124, dichiara di avere bisogno di oltre 1.000 euro, ma esiste anche una piccola quota (11 per cento circa) che si accontenterebbe di 200 euro.
Non è solo il reddito a determinare le scelte dell’italiano a caccia di fondi aggiuntivi per superare lo scoglio della quarta settimana, che secondo attenti osservatori è ormai molto vicino alla terza. Il lavoro straordinario per esempio è maggiormente praticato dalle fasce d’età più giovani (18- 24 e 34-44 anni) e da chi ha un contratto di lavoro a tempo determinato: in tutti questi casi si supera il 60 per cento. “È probabile che i più giovani, con meno impegni di famiglia, siano quelli più disponibili a prolungare il tempo dedicato alla fabbrica o all’ufficio” spiegano alla Interactive market research “ma non è escluso che a dissuadere le persone più mature, e quindi con redditi più elevati, giochi il fattore tasse”. Se infatti il reddito da straordinari fa scattare l’aliquota marginale, l’aumento atteso finisce per essere falcidiato dal fisco. Una beffa, a cui dovrebbero porre rimedio i provvedimenti allo studio del governo.
Quanto pesa il carovita: agli italiani mancano 500 euro netti al mese. Alcuni ne chiedono tra 500 e 1000
Il secondo lavoro (la ricerca non lo precisa, ma è possibile-probabile che sia in nero) va invece forte in particolare nel Nord-Est e nel Sud, mentre appare poco praticato al Nord-Ovest. “Questi dati vanno ricollegati alla struttura economico-produttiva e al tessuto industriale dell’area ” sostiene Lagomarsino. “Infatti nel Nord-Est, oltre a un’etica del lavoro molto radicata, ci sono tante piccole aziende dove è facile proporsi per esempio quando si smonta da un primo turno, mentre al Sud ci sono tipologie di lavoro, penso alla pubblica amministrazione, che consentono di affiancare più impieghi”. Là dove straordinari e doppio lavoro non bastano o non sono disponibili, non resta che battere la strada dell’indebitamento. “Quasi un italiano su due dichiara di avere in corso un prestito personale” precisa Lagomarsino.
I canali preferiti sono le finanziarie (22,4 per cento) e le banche (22), ma sta crescendo anche l’uso a fini di finanziamento delle carte cosiddette revolving (13), spinte di recente dalla grande distribuzione, mentre restano in coda (3,8 per cento) parenti e amici. Ormai, anche se il modello americano è lontano e il 43,1 per cento del campione si indebita solo per un bene importante (per esempio l’auto, che resta l’oggetto più pagato a rate), un italiano su tre ammette di avere in corso prestiti per più beni, dai mobili al computer e persino per il mutuo della casa. E il 41 per cento dichiara di “conoscere qualcuno che ha dovuto contrarre debiti per beni o servizi di prima necessità, come le spese mediche”. “In parallelo con la ricerca di entrate aggiuntive, sul fronte delle uscite la caccia all’occasione sta diventando uno stile di vita, anche a livelli di reddito medio- 127 alti” conclude Lagomarsino. Il 68 per cento degli intervistati dichiara di essere impegnato in un taglio delle spese. Così aumentano le famiglie che comprano con le offerte promozionali (75,2 per cento) e in saldo (66,8). O che frequentano ipermercati e centri commerciali (67,3 per cento) e hard discount (50,9) per l’acquisto di alimentari o generi di largo consumo, quando non si rivolgono direttamente al produttore (11,2). Di certo, se le famiglie italiane si danno da fare, il messaggio che siamo arrivati vicino a un punto critico è giunto chiaro anche agli operatori più vicini ai consumatori.
Un’indagine svolta via internet tra il 22 gennaio e il 1° febbraio 2008 dalla Intediractive market research, società leader in Italia nelle ricerche di mercato sul web
La prova? Mentre le grandi catene della Federdistribuzione (13 mila punti vendita) si sono impegnate da maggio fino a dicembre 2008 a inserire sempre, in ogni loro promozione con sconti tra il 10 e il 40 per cento, almeno una referenza tra le categorie di prodotto più colpite dal rialzo dei prezzi, anche chi opera nella distribuzione low cost ha deciso di fare di più. La Lidl Italia, 500 punti vendita, dal 18 maggio parte con una campagna tv per lanciare il taglio fino al 24 per cento dei prezzi di circa 100 prodotti, tra cui il burro pastorizzato, il grana padano, la fesa di tacchino, la mozzarella e le patate fritte. Basterà ad alleviare i problemi dei clienti in crisi da reddito?
Evitare di “danneggiare l’attività” e di creare “una situazione di precarietà”.
Con queste motivazioni, il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Massimo Romano, ha motivato la scelta di dimettersi in una lettera (qui il testo in .pdf) ai dipendenti, ringraziandoli per il lavoro svolto e augurando loro buona fortuna. “In assenza di una riconferma dell’incarico da parte dell’autorità politica” ha sottolineato Romano “attendere il termine di legge del 13 agosto 2008 determinerebbe una situazione di precarietà e finirebbe per danneggiare l’attività istituzionale, rischiando di compromettere il raggiungimento degli obiettivi definiti”.
E ora, si apre il giro di valzer negli uffici fiscali. Sulla poltrona di direttore dell’Agenzia potrebbe sedersi Attilio Befera, attuale amministratore delegato della Equitalia, la società pubblica di riscossione delle tasse. Almeno per un certo periodo Befera ricoprirebbe contemporaneamente i due incarichi trasferendo però ad alcuni dirigenti, in particolare al vicepresidente Antonio Mastrapasqua, parte dei compiti finora svolti nella società di riscossione
Nata nel 2005, la Equitalia è posseduta al 49 per cento dall’Inps e al 51 dal Tesoro, opera sul territorio con 37 concessionarie e nel 2007 ha riscosso coattivamente 6,737 miliardi di euro fra contributi erariali e previdenziali. Befera ha già lavorato proprio a fianco di Romano nell’Agenzia delle entrate, di cui formalmente è pensionato dal dicembre 2007.
La posizione di Romano non era difficile solo perché uomo fidato dell’ex viceministro “delle tasse” Vincenzo Visco, ma anche per la pubblicazione online dei redditi dichiarati dagli italiani nel 2005. Per quella decisione, presa d’intesa con Visco, Romano è stato iscritto nel registro degli indagati da parte della procura di Roma. Befera potrebbe sostituire Romano già prima dell’estate, quindi prima dei 90 giorni previsti dalla norma sullo spoils system.

di Roberto Seghetti
“Il problema dei redditi pubblicati online è solo l’ultimo caso. La verità è che non passa giorno che non si debba affrontare una nuova sfida”. Francesco Pizzetti, il garante della privacy, lavora quotidianamente a provvedimenti, multe, direttive, decaloghi. Però la miscela esplosiva composta da banche dati numerose ed estese, unite a mezzi tecnologici sempre più avanzati, mette a dura prova l’Autorità che tutela la vita privata dei cittadini.
Dal fisco al dna, dai cellulari alle foto aeree, dal bancomat al navigatore satellitare, fino alle cose più banali, come la spesa al supermercato con la carta fedeltà, oggi tutto produce informazioni registrate su supporti digitali. Un’enorme quantità di dati personali che fa gola per le ragioni più diverse: efficienza, trasparenza, sicurezza, difesa dalla malavita, ma anche business, controllo sociale, spionaggio o addirittura semplice guardonismo. Spiega Pizzetti a Panorama: «Mentre nel mondo fisico i dati sono solo una parte, anche se importante, della realtà, nell’universo telematico i dati sono tutta la realtà. Per questo la protezione delle informazioni personali è oggi molto più importante di quanto lo sia mai stata in passato».
Già, ma come sono protetti questi enormi archivi digitali e come sono difesi i cittadini dall’uso che se ne può fare? Una cosa è certa: la dimensione dei problemi è direttamente proporzionale alla vastità delle informazioni custodite.
Prendete il fisco, per esempio. Nei sotterranei di via Carucci, all’estrema periferia romana dove ha sede la Sogei, società di informatica pubblica, vi sono bunker in cemento armato difesi come se fossero il Pentagono. Enormi computer custodiscono e gestiscono i dati fiscali di 40,5 milioni di persone fisiche, 1,9 milioni di società, 5,6 milioni di contribuenti Iva. In quelle memorie sono registrati 32 milioni di dichiarazioni dei redditi, 3,7 milioni di comunicazioni Iva, 7 milioni di atti del Registro, 90 milioni di pagamenti telematici l’anno. Senza contare immobili, dogane, sanità: 54 milioni di unità immobiliari urbane, 82 milioni di particelle dei terreni, 39 milioni di possessori di fabbricati, tutto il flusso dei dati doganali e delle accise (imposte di fabbricazione per benzina, alcol e così via), 52 milioni di tessere sanitarie, 20 milioni di ricette gestite ogni mese.
E i giochi: perché è da lì che vengono gestiti in linea 21 mila punti vendita di Totocalcio e Totogol, 2 mila concessionari per le scommesse, 210 mila apparecchi collegati in rete.
All’anagrafe tributaria sono collegati comuni, agenzie fiscali, notai, caf, commercialisti, geometri e architetti, operatori doganali, regioni, Inps, Inail, Inpdap, Banca d’Italia e altre amministrazioni. Ogni settimana, per esempio, vengono allineati i dati dei codici fiscali, delle tessere sanitarie e dell’anagrafe dei comuni.
Insomma, un vero tesoro. Come viene difeso? Muri di cemento, sistemi antiscavalcamento, videosorveglianza. I sotterranei della Sogei hanno ingressi doppi custoditi a tempo pieno dalla Guardia di finanza. Ma nel mondo telematico i possibili varchi sono anche di altro tipo. «Abbiamo firewall, sistemi antintrusione, procedure di autenticazione in rete, tracciature e altri strumenti di difesa» assicura a Panorama Valerio Zappalà, amministratore delegato della Sogei. E aggiunge: «Periodicamente facciamo test antintrusione per verificare che non vi siano falle».
La protezione è prevista anche in caso di eventi catastrofici (dall’autoproduzione di energia ai sistemi antiallagamento). Una doppia rete di collegamento, autonoma da quella generale, unisce via Carucci con la caserma della Guardia di finanza di Coppito, L’Aquila. Lì ci sono le strutture per il back-up di emergenza.
Ma un problema altrettanto delicato riguarda l’uso dei dati. Se ne è discusso in diverse occasioni. L’ultima ha riguardato l’anagrafe dei conti in banca, cioè l’archivio dove è registrato in quale banca ciascun italiano ha aperto un conto: oltre 500 milioni di informazioni. Non vi sono registrati e quindi non vi si possono vedere i movimenti di denaro. Ma la sola possibilità che fisco, Guardia di finanza e magistratuta, previa autorizzazione, sappiano in tempi brevi dove fare domande e avere risposte ha suscitato dibattito.
«Il sistema permette di tracciare chi, come e perché ha avuto accesso alle informazioni: dipendenti Sogei, operatori delle agenzie fiscali, Guardia di finanza. C’è un archivio di tutti gli accessi, di chi li ha fatti, da quale postazione, con quale password, fin dalla costituzione della Sogei» ricorda Zappalà.
Anche il garante della privacy ha acceso i riflettori. Dice Pizzetti: «Abbiamo in corso da mesi un lavoro certosino con l’anagrafe tributaria. Abbiamo svolto già parecchie ispezioni e ne faremo ancora. Speriamo di arrivare alla fine di giugno a dettare misure idonee a mettere in sicurezza questa enorme quantità di dati, inimmaginabile dal cittadino comune».
Però non c’è solo il fisco e neppure solo lo Stato. Il garante sta lavorando per esempio con il ministero dell’Interno per la protezione dei dati contenuti nel centro informatico (liste elettorali, informazioni di polizia…), così come è intervenuto sul Ris di Parma, il centro di ricerca scientifica dei carabinieri. Ricorda Pizzetti: «Abbiamo dettato misure di sicurezza, perché abbiamo verificato con un’ispezione che vi erano più di 18 mila campioni biologici, cioè materiale organico contenente dati genetici».
La lista è lunga. Basti pensare ai cellulari, attraverso i quali si può sapere tutto ciò che fa chi li possiede, dove sta, con chi parla e, in caso di intercettazione, anche che cosa dice. Il garante ha chiesto e obbligato i gestori ad avere un limite nell’utilizzo di queste informazioni delicate. E lo stesso ha fatto con i gestori dei servizi internet. Ma è ancora una goccia nel mare.
Le aziende di credito registrano i nostri movimenti. I consorzi creditizi registrano i ritardi nei pagamenti e si formano banche dati enormi sui protestati, archivi dai quali è poi difficile uscire anche se si è tornati in regola.
Tutto, insomma, è informazione archiviabile e utilizzabile. L’autovelox. Il Pra. Il navigatore e l’antifurto satellitare. Le mappe dal cielo. Google maps, disponibile su internet, e una serie di foto aeree hanno fatto scoprire 2 milioni di immobili mai denunciati al catasto. E ogni volta agli aspetti positivi si possono intrecciare risvolti inquietanti. In Italia ci sono 1,3 milioni di telecamere per la videosorveglianza: aiutano la sicurezza, ma sono anche una rete di controllo sociale.
Perfino la tessera fedeltà del supermercato, che fa accumulare punti, nasconde in realtà raccolta e commercio di informazioni: quel pezzetto di plastica mette a nudo, con nome e cognome, i gusti e le possibilità del consumatore. Dati preziosi per il business.
Come dire: non c’è bisogno di stare chiusi in una stanza a farsi riprendere dalla tv. Oggi tutti sono protagonisti del Grande fratello.
LEGGI ANCHE: Redditi on line, stop definitivo. Il Garante: “Diffusione illegittima”. Partecipa al FORUM
n
n
n
n
n
n
{democracy:4}

Illegittima, perché in contrasto con la normativa in materia. Così ha stabilito il Garante per la privacy in merito alla diffusione online delle dichiarazioni dei contribuenti relative al 2005 da parte dell’Agenzia delle Entrate. Il giudizio del Garante arriva alla fine dell’istruttoria avviata subito dopo che il sito web dell’Agenzia era stato preso letteralmente preso d’assalto da navigatori in cerca dei dati relativi alle dichiarazioni dei redditi degli italiani. Lunedì 5 maggio l’Agenzia aveva fornito al Garante i chiarimenti sulla pubblicazione online degli elenchi dei contribuenti, sottolineando che alla base della decisione c’era “l’applicazione della normativa sulla predisposizione e pubblicazione degli elenchi dei contribuenti e di quella del codice dell’amministrazione digitale varato nel 2005 che impone alla PA di utilizzare come strumento ordinario di fruibilità delle informazioni la modalità digitale. Un insieme di disposizioni che disegnano un quadro di trasparenza fiscale al quale l’Agenzia ha inteso attenersi”.
Chiarimenti che l’Autorità per la privacy non ha ritenuto sufficienti: “Il Collegio (composto da Francesco Pizzetti, Giuseppe Chiaravalloti, Mauro Paissan, Giuseppe Fortunato), nel ribadire quanto già sostenuto nel provvedimento con il quale aveva immediatamente invitato a sospendere la pubblicazione online”, continua il Garante “ha stabilito che la modalità utilizzata dall’Agenzia è illegittima. L’Agenzia delle entrate dovrà quindi far cessare definitivamente l’indiscriminata consultabilità, tramite il sito, dei dati relativi alle dichiarazioni dei redditi per l’anno 2005″.
La decisione dell’Agenzia secondo il Garante contrasta con la normativa in materia dei dati personali. “In primo luogo - spiega l’Autorità - perché il Dpr n.600/1973 stabilisce che al direttore dell’Agenzia delle entrate spetta solo il compito di fissare annualmente le modalità di formazione degli elenchi delle dichiarazioni dei redditi, non le modalità della loro pubblicazione, che rimangono prerogativa del legislatore. Attualmente - sottolinea il Garante -, per le dichiarazioni ai fini dell’imposta sui redditi, la legge prevede unicamente la distribuzione degli elenchi ai soli uffici territoriali dell’Agenzia e la loro trasmissione ai soli comuni interessati e sempre con riferimento ai contribuenti residenti nei singoli ambiti territoriali”.
L’inserimento dei dati in Internet, inoltre, appare al Garante non proporzionato rispetto alla finalità della conoscibilità di questi dati: “L’uso di uno strumento come Internet rende indispensabili rigorose garanzie a tutela dei cittadini. L’immissione in rete generalizzata e non protetta dei dati di tutti i contribuenti italiani (non sono stati previsti “filtri” per la consultazione on line) da parte dell’Agenzia delle entrate ha comportato una serie di conseguenze: la centralizzazione della consultazione a livello nazionale ha consentito, in poche ore, a numerosissimi utenti, non solo in Italia ma in ogni parte del mondo, di accedere a innumerevoli dati, di estrarne copia, di formare archivi, modificare ed elaborare i dati stessi, di creare liste di profilazione e immettere ulteriormente dati in circolazione, ponendo a rischio la loro stessa esattezza. Tale modalità ha, inoltre, dilatato senza limiti il periodo di conoscibilità di dati che la legge stabilisce invece in un anno”.
L’ulteriore diffusione online delle dichiarazioni dei redditi “può esporre a conseguenze di carattere civile e penale”, avvisa infine il Garante della privacy, sottolineando che dovrà essere bloccata la diffusione dei dati su tutta la rete Internet. Secondo l’Autorità, “va ritenuta illecita anche l’eventuale ulteriore diffusione dei dati dei contribuenti da parte di chiunque li abbia acquisiti, anche indirettamente, dal sito Web dell’Agenzia”.
Tra le altre cose l’Autorità stabilisce che i mezzi d’informazione potranno rendere noti i dati dei contribuenti che, per il ruolo svolto, sono di sicuro interesse pubblico, a patto che le informazioni vengano reperite secondo la legge, cioè presso i Comuni.
Il VIDEO servizio:
n
n
{democracy:4}

Venti miliardi: circa 520 euro per ognuno dei 38 milioni di contribuenti italiani. È il maxi risarcimento chiesto dal Codacons e presentato al pubblico ministero romano Franco Ionta, titolare di un’indagine per violazione delle norme penali sulla privacy in seguito alla pubblicazione in Rete dei redditi denunciati per il 2005. Nell’istanza l’associazione dei consumatori domanda anche il sequestro degli elenchi detenuti da chiunque, anche attraverso l’oscuramento dei siti che ancora li offrono in visione gratuita o a pagamento. “Chi vuole mettere il naso negli affari altrui deve avere un interesse qualificato e concreto” ha sottolineato Carlo Rienzi, presidente del Codacons, evidenziando che “è invece sicuramente da escludersi la possibilità di pubblicare tutte le denunce dei redditi su internet in modo generalizzato, e ciò innanzitutto perché tale pubblicazione non garantisce più né sui soggetti che ne vengono in possesso, né sul rispetto dei limiti temporali della pubblicità degli atti”.
Da domani sarà al vaglio di Ionta anche la documentazione dell’Agenzia delle Entrate relativa alla immissione nella rete telematica dei dati riguardanti i redditi per il 2005. Dopo l’esame degli atti, saranno convocati dirigenti e funzionari del fisco per sentire la loro versione e, probabilmente, anche il vice ministro dell’Economia Vincenzo Visco: la sua posizione di quest’ultimo sarà subordinata all’eventuale configurazione di responsabilità nella vicenda. In questi giorni la polizia postale sarà molto attenta a monitorare non solo internet, ma anche qualsiasi altra forma di uso improprio dei dati. La norma che regola la violazione della privacy prevede infatti la reclusione dai sei mesi a tre anni.

Dopo lo stop del Garante per la privacy, è la magistratura a occuparsi delle dichiarazioni dei redditi finite sul web. La procura di Roma ha aperto d’ufficio un fascicolo processuale, per il momento contro ignoti, sulla base del presupposto che la pubblicazione di dati, anche non sensibili, come quelli sui redditi denunciati dagli italiani nel 2005, è comunque sottoposta a delle cautele e a delle modalità che non espongano a rischi i contribuenti. In sostanza, per la procura, è vero che si tratta di informazioni la cui accessibilità è regolamentata dalle norme, ma la loro pubblicazione in modo indiscriminato, e alla mercé di chiunque, non sarebbe consentita e potrebbe causare dei problemi ai titolari dei 730 e dei 740. Gli accertamenti sono stati affidati alla polizia postale e già nelle prossime ore dovrebbe essere acquisita, presso l’Agenzia delle Entrate, tutta la documentazione in merito. In particolare il procuratore aggiunto Franco Ionta vuole identificare chi abbia disposto la messa in rete dei dati e ricostruire tutti i passaggi della decisione che, a detta del viceministro Vincenzo Visco, è stata presa in applicazione della legge. Le stesse persone, ragionevolmente, saranno poi convocate in procura per dare la loro versione. Ieri il Codacons aveva annunciato l’invio di denunce a 104 Procure italiane affinché si indagasse sulla vicenda.
Arriverà lunedi, invece, la risposta dell’Agenzia delle Entrate alla richiesta di delucidazioni, fatta dal Garante della privacy, sulla diffusione on line dei redditi 2005: nel documento, elaborato dai tecnici del fisco, saranno forniti all’Autorità i chiarimenti sull’interpretazione della norma che riguarda la diffusione e la pubblicazione dei dati relativi alle dichiarazioni. Per martedi il Garante ha convocato un consiglio straordinario dei commissari per pronunciarsi sulla vicenda.
I testi delle dichiarazioni dei redditi del 2005 sono scomparsi dal web, ma sono tuttora accessibili sulla rete “peer to peer” (pari a pari) di eMule, un software utilizzato per condividere file: la comunità italiana è la più numerosa nel mondo tra quelle che utilizzano il programma di filesharing.

Ufficialmente non ci sono più. Ma per chi volesse di nuovo consultarli, i redditi degli italiani rimangono in rete e sono ancora rintracciabili. Come? Grazie a Emule, un sistema di file sharing in peer to peer, si può accedere alle dichiarazioni dei contribuenti relative al 2005 impostando una semplice ricerca da un qualsiasi motore, aggirando così lo stop imposto dal Garante della privacy alla pubblicazione on line decisa dall’Agenzia delle entrate.
Un’operazione in linea con la “filosofia” dello scambio di file, un sistema di link e di rimandi che accompagna il navigatore fino a scovare l’elenco della discordia: dati, nomi e imponibili. E questo perché qualcuno, prima che la decisione del viceministro Visco di rendere consultabili online i redditi degli italiani spingesse il Garante della Privacy a far fare marcia indietro all’Agenzia delle Entrate, era già riuscito a copiare le tabelle dei redditi, inserirle in reti peer to peer e renderle accessibili attraverso programmi di condivisione dati.
Insomma è successo proprio quello che paventavano le persone che mercoledì 30 aprile, dopo aver scoperto di essere finite con la propria cartella fiscale on line, hanno tempestato di telefonate le associazioni dei consumatori: i dati sono entrati nel mare magnum della rete e basta poco perché qualche navigatore ci si imbatta.
Infatti, l’aver messo in circolo i file ha subito scatenato un vero e proprio tam tam in Rete, soprattutto tra chi non ha fatto in tempo a sbirciare, dal buco della serratura, i redditi altrui. Blog e forum sono pieni di gente che domanda come (e se sia legale o meno) si può scaricare i dati fiscali e di gente disposta a spiegarlo.
La questione, che ha sollevato una ridda di polemiche e diviso gli stessi italiani, continua a tenere banco: e, nelle ultime ore, è arrivata anche la presa di posizione dell’Adiconsum, associazione dei consumatori. Rendere note le dichiarazioni dei redditi degli italiani è stata “una scelta giusta, ma realizzata male” dice il presidente Paolo Landi: “I colpevoli di questa grande superficialità burocratica non possono restare a gestire un servizio così delicato”.
Per l’Adiconsum, considerando il rischio di truffe basate sul furto di identità, è ora “indispensabile un appello da parte delle istituzioni ai vari motori di ricerca su internet e a tutti coloro che hanno registrato i dati dell’Agenzia delle entrate a evitare di rimettere in rete” le informazioni che erano state diffuse. Anche se si tratta di “una scelta di trasparenza che possiamo condividere” dice Landi, l’Adiconsum “condivide la decisione dell’Autorità della privacy per aver interrotto e sospeso questa applicazione”.
Ma forse lo stop è arrivato davvero troppo tardi: il peer to peer non si è fermato davanti al divieto dell’Autorità.
Il VIDEO servizio: