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730: così l’Italia si scoprì spiona e invidiosa

Redditi online
di Terry Marocco

Zitti e ricchi. La pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi ha alimentato la morbosa curiosità dei malpagati, gli altri, quelli ad alto reddito, si sono resi trasparenti, tutti con la consegna del silenzio. Tutti zitti. A cominciare dai capi del personale raggiunti al telefono da Panorama. Provati da giorni bui. Sfiancati dalle imboscate e dalle delazioni. Se alcuni tentano di fingere il nulla spiegando che “nella multinazionale dove lavorano, i dipendenti non sono neanche capaci di scaricarli da internet”, altri invece vorrebbero ormai vederli affissi in bacheca questi benedetti redditi. Tutti, ma proprio tutti chiedono di restare anonimi, sapendo che è in questi momenti che bisogna inabissarsi, “perché tanto fra tre mesi è tutto dimenticato”. Forse tre mesi non basteranno. Dentro le aziende si è scatenato il caos. E si comincia riesumando la sublime poetica pasoliniana dell’anvedi (in questo caso: “Anvedi quello, quanto guadagna…”). Un crescendo di sorpresa, meraviglia, risentimento, riflessione che poi sfocia invariabilmente in rabbia.

Sorpresa per redditi molto più alti, o molto più bassi, di quello che voi umani potevate immaginare. “Stavo cercando la tua dichiarazione dei redditi online e non puoi capire il mio stupore quando ho letto che quest’anno hai dichiarato solo un tavolino da ping pong e un paio di scarpe da calcetto…” si sfoga l’anonimo su un blog. A toccare con mano la sindrome 730 c’è andato Yuri Grandone, inviato di Pirati, il nuovo programma di Gregorio Paolini su Raidue, con megafono e banchetto al mercato di via Andrea Doria a Roma. “Vendevamo per 5 euro cd con tutte le dichiarazioni dei redditi, dando la possibilità di consultare i primi nomi gratuitamente”. Dischi perfetti e assolutamente falsi, ma in un’ora più di 30 persone si sono avvicinate e dieci hanno speso i cinque euro. L’aiutante di un macellaio ha addirittura aspettato mezz’ora per poter conoscere il reddito del suo boss, “ha detto che era disposto a tutto per quella informazione e quando ha scoperto che era a reddito zero ha cominciato a strepitare che non era possibile con la vita che faceva”.

Le donne sono curiose, ma l’invidia è vizio maschile e arrivati alla mezz’età scava l’anima come una trivella. “Nessuno ha chiesto di controllare il reddito di personaggi famosi o di politici. Tutti si sono concentrati sul loro microcosmo: vicini di casa, datori di lavoro, il genero, alcuni chiedevano anche del figlio. Neanche uno ha voluto controllare il proprio. Un pensionato insisteva per sapere quanto guadagnava il suo ex compagno di classe, già raccomandato dai tempi della scuola. Non lo vedeva da una vita, ma smaniava per sapere se aveva fatto più carriera di lui. Un caso d’invidia retroattiva”. La rabbia scattava non tanto per chi guadagnava tanto e dichiarava tanto, continua Grandone, ma “per chi viveva alla grande e dichiarava poco”. L’invidia logora anche il popolo della rete: “È vero, avevo detto che non importava sapere degli evasori, perché lo sapevamo già. Ma mi sono state riferite delle cose e vorrei far ridere anche voi: il gioielliere più rinomato della mia città dichiara10 mila euro l’anno, l’agenzia di pompe funebri leader nel settore 6 mila, l’avvocato numero uno dichiara meno di un dipendente statale, dulcis in fundo, il mio dentista dichiara 800 euro. E non ho dimenticato uno o due zeri, è proprio ottocento”.
Alain Elkann, che all’invidia ha dedicato un romanzo (L’invidia, Bompiani, 2006), spiega: “È nel dna degli esseri umani, come il colesterolo, gli zuccheri, il diabete. Chi è invidioso spesso ha paura o non è felice. Chi è invidiato non dovrebbe stuzzicarla: già questo è un peccato”. E chi è senza peccato scagli la prima pietra. Alla Rai pare che alcuni analisti certosini abbiano confrontato i redditi dei giornalisti in chiave politica scoprendo che gli stipendi di chi è il reddito dipende dal padrino politico. E dopo che Italia Oggi ha pubblicato lista e cifre di giornalisti benpagati, sono partite le mosse difensive: “Ma quello non è il mio stipendio, è il mio reddito. Io sono ricco di famiglia”. Anvedi.
Ma chi appare nelle liste come esimio contribuente non sempre se ne dispiace. A volte chi non è tra i primi soffre anche di più. Racconta un commercialista di Roma (anche lui anonimo per non urtare la suscettibilità dei già provati clienti): “Vengono e si lamentano di aver dichiarato molto, ma di non apparire. La vivono come una doppia beffa. Alcuni minacciano di voler fare ricorso, non si capisce però a chi”.

Esserci o non esserci, sbirciare o ignorare? In quasi tutti gli uffici si sono creati due partiti e c’è sempre quello che loda la pubblicità: “È giusto che si sappia che io, se non sono soddisfatto, possa andare dal capo del personale e chiedere perché”. Commenta il sociologo Enrico Finzi: “In una società liberale si dovrebbe sapere, il segreto è lo strumento dell’iniquità. Sarebbero auspicabili più trasparenza, meno disuguaglianza ingiustificata e maggior attenzione al merito. Ma in Italia l’entità degli stipendi per mansioni simili è legata alle storie personali. Chi è stato assunto in anni in cui si concedeva di più guadagna meglio di chi è stato assunto dopo, e il fatto è che non si può tornare indietro. Persino l’anzianità in certi casi produce ingiustizia. La diversità è accettabile in base al merito, ma quello che è sconvolgente da noi è la misura della disparità che aumenta nel tempo e grida vendetta”.

Lucia Cascella lavora in un’agenzia di pubblicità: “Sono stata la prima a scaricare le denunce da internet, mentre i miei colleghi mi guardavano con biasimo. Poi a uno a uno sono venuti a chiedermi di controllare: dall’amica che usciva con tre uomini contemporaneamente e voleva sapere qual era il più ricco a quella che controllava il reddito dell’ex moglie del fidanzato per sapere se gli alimenti erano giustificati”. Una sindrome che si può trovare anche in Rete: “Per quattro giorni ho ricevuto giorno e notte sms con nomi, cognomi e date di nascita da controllare. Gente che voleva sapere dei colleghi, dei superiori, degli amici dell’asilo, degli ex fidanzati, dei fidanzati attuali, delle persone con cui escono, dei nemici condominiali, di quelli che fanno il medesimo lavoro ma sono più affermati, degli insegnanti, delle celebrità di nicchia (mio fratello mi ha chiesto il reddito di Ricky Memphis), persino alcuni che volevano verificare il proprio, di reddito. Mia madre mi manda ancora messaggi con nomi di parenti a me semisconosciuti e altre conoscenze di quartiere”, racconta un esperto informatico.
Nelle aziende la pubblicazione è arrivata come uno tsunami. “I poveri direttori del personale sono stati subissati di proteste e di richieste” racconta uno di loro che lavora in una grande azienda del Nord Est, ed è nelle risorse umane dal 1974. “La curiosità più morbosa era quella di conoscere non tanto i redditi dei megaboss quanto piuttosto quelle dei quadri, perché è la zona oscura di ogni impresa”. Etica era la parola più frequente abbinata alle lagnanze. “Si è alzato il velo sulla vita di ognuno e sono emersi i pagamenti dei ruffiani, di quelli che informano la proprietà, dei lecchini. E ognuno leggeva storie sordide, spesso interpretate in chiave sessuale. La pena maggiore è stato sicuramente lo “sputtanamento””. Lo sputtanamento olè, come cantavano Cochi e Renato. “Aumenti di stipendio dopo le proteste? Nessuno, anzi le aziende hanno congelato eventuali miglioramenti per non dare l’impressione di averli decisi sotto schiaffo”.

C’è chi si è preso anche un giorno di ferie per guardarseli tutti con calma. Il grido del dipendente ferito viene ancora dalla Rete: “Sì, sono curioso (e non me ne vergogno): li ho guardati tutti. Avrò controllato una cinquantina di colleghi che conosco (con due o tre sorprese clamorose) e ancora me ne vengono in mente durante la giornata. Tengo quei file sul desktop sempre pronti a una consultazione”. È l’apoteosi dell’anvedi. “È stata la quantificazione delle differenze sociali” osserva il sociologo Domenico De Masi. “Per la nostra visione cattolica, chi ha successo è un ladro. Se fossimo un paese protestante, il ricco sarebbe protetto da Dio. In America chi fa i soldi è un virtuoso, arrivano a dichiarare di più e a pagare più tasse per migliorare la propria reputazione. La nostra visione ci frega, restiamo complessati e un moralista deve essere per forza povero, la dichiarazione dei redditi può infangarlo”. (ha collaborato Luca Dello Iacovo)

Così si giustificano gli italiani che dichiarano reddito zero

tra gli allevatori il 74,31% è a reddito zero

di Laura Maragnani con Antonella Palmieri e Elena Porcelli

Piove fitto sui boschi e sui prati del lago d’Orta. Piove sul santuario della Madonna del Sasso. Piove su una quindicina di vacche dalla schiena massiccia e dagli appiombi perfetti, ottimi esemplari di razza bruna alpina, e piove sul padrone che le porta al pascolo: A.E., 45 anni, mani grandi come badili, collo massiccio e occhi quieti come le sue bestie. Da queste parti lo chiamano semplicemente “il Citu”. Gran brava persona, dicono.
Eppure nel 2005 il Citu, come altri 9 milioni di italiani, non ha pagato un solo euro di tasse. Eccolo, il suo nome, tra i redditi zero dell’Agenzia delle entrate. E come campa? Occhiata diffidente. “La zia tiene l’orto, i conigli e le galline. Il papà dà una mano con le vacche e col fieno. Io faccio il formaggio. Di fame non si muore”. Divertimenti? Occhiata ancora più diffidente. “Quando si hanno le bestie, in vacanza non si va mica. Però la domenica vado al circolo”.
Il circolo Arci apre solo sabato e domenica. Il paese ha 30 anime. Non c’è un negozio, il parroco è part time, il medico condotto si fa vedere solo un’ora la settimana. Il Citu non ha nemmeno una moglie: “Le donne sanno che con le vacche la fatica è tanta e i soldi pochi. Preferiscono gli operai delle rubinetterie giù a San Maurizio”.
E allora: benvenuti nell’Italia delle storie a reddito zero. Vere? False? Furbette? C’è chi minaccia querele, come P. P., 45 anni, avvocato titolare di due studi legali tra Puglia e Basilicata: “Queste sono informazioni riservatissime. Vi denuncio tutti”. Chi fa l’inglese, come S.M., consulente umbro: “Nel 2005 ho lavorato a Londra e le tasse le ho pagate là”. C’è chi sbatte giù il telefono e chi il telefono nemmeno ce l’ha: provare, per credere, a rintracciare una delle decine di signore che, senza uffici né recapiti, fanno le mediatrici d’affari in provincia di Potenza. E c’è chi a fatica tira fuori un filo di voce, come M.G., allevatrice di conigli dalle parti di Cuneo: “Non capisco niente. Ormai non mi alzo nemmeno più dal letto, perché io sono vecchia vecchia, sa?”.
È un mondo incredibile quello a reddito zero. E ne esce un ritratto del Paese quasi insospettabile. Non solo di furbi, ma anche di sconfitti. Di furibondi, di depressi, di marginali. Come L.S., 72 anni, bracciante agricolo con un boccone di terra tutta sua. Basilicata profonda. Come mai nel 2005 non ha guadagnato niente? “Si vede che non lavorai” mormora pieno di vergogna. E come ha fatto a vivere? Ammutolisce e riattacca.
Reddito zero? “Il mio lo chiami pure sottozero” ride amaro Francesco Corbosiero, 44 anni, provincia di Foggia. Non ha paura a fare nome e cognome, anzi: “Magari servisse a far capire il nostro dramma”. Faceva il rappresentante fino a 10 anni fa, poi con tre amici (tutti muratori o imbianchini) ha presentato “un business plan” e ottenuto i finanziamenti per l’imprenditoria giovanile. Allevamento di conigli, 16 dipendenti. Poi, dannato etanolo: il carburante verde ha fatto impazzire le quotazioni dei cereali e dei mangimi, che dal 2007 a oggi sono cresciuti del 33 per cento.
Corbosiero produce 1,6 milioni di chili di carne di coniglio l’anno. Ogni chilo gli costa 1,80 euro. Il consumatore paga fino a 8 euro al chilo, ma lui intasca 1,5 euro quando va bene. Che dire di più? “Ce la caviamo grazie all’aiuto dei nostri genitori” dice con voce piena di sconforto.
Sconfortato anche il collega Stefano Bison, presidente della categoria: “per gli 8 mila cunicultori italiani, se il governo non approva in fretta lo stato di crisi, la disfatta è dietro l’angolo”. Le banche hanno chiuso i rubinetti, “l’intero settore zootecnico è considerato da allarme rosso”. Se nel 2005 i redditi zero qui erano 560, quanti saranno nel 2008?
Maledetto etanolo. Piangono gli allevatori di suini. Arrancano gli allevatori di bovini e di bufale. Nelle stesse condizioni del Citu, a reddito zero, in Piemonte nel 2005 erano 1.751. In tutta Italia, 25.949. Nella sola provincia di Bolzano, su 5.500 produttori di latte ben 3 mila non hanno guadagnato nulla. Dati 2006 dell’Ismea: su ogni euro pagato dal consumatore all’allevatore arrivano meno di 20 centesimi.
Risultato? “Le spese si mangiano tutto. Tenere in vita il maso di famiglia non è più redditizio, lo si fa solo per testardaggine” scuote la testa Andreas Felderer, direttore dell’associazione provinciale allevatori altoatesini.

Sono 35 mila i redditi zero tra i produttori di olio, vino e frutta. Tutto regolare: in agricoltura vige un particolare tipo di tassazione, detto forfettario, su base catastale. Il reddito viene automaticamente calcolato in base alla superficie dei terreni e al tipo di coltivazione. E dunque “abbiamo un milione di aziende agricole, 9 su 10 sono ditte individuali. In Sicilia e in Puglia sono spesso piccolissime, con redditi irrisori” calcola Franco Preziosi, esperto tributario della Coldiretti. Ecco che basta qualche deduzione, allora, e il gioco è fatto: zero.
E però: “In certe zone montane semiabbandonate” avverte Preziosi, “coltivare la terra rende ormai così poco che gli agricoltori dovrebbero essere pagati solo per rimanere dove stanno, a tener vivo il territorio”. Esagera? L. S., tre figli, moglie di un reddito zero della provincia di Chieti: “Nei supermercati il mangiare costa tanto, ma a noi contadini arrivano le briciole”. Dati Coldiretti: su 1 euro pagato dal consumatore finale all’agricoltore arrivano 18 centesimi. Il marito coltiva grano, la signora S. gli dà una mano allevando lepri, a casa loro si vive come in un affresco rurale del dopoguerra: “Mia suocera fa il pane in casa, abbiamo i polli e l’orto. Per comprare il latte del bambino piccolo ci aiutano i miei genitori, che sono pensionati”.
Che Italia è mai questa? Marginale, residuale, sommessamente chiusa in un’economia di pura sussistenza: chi se ne ricordava più? Voci rassegnate, montagne e colline in via di spopolamento, poveri pieni di pudore e di vergogna. Gli esperti di Coldiretti e Aia, l’associazione degli allevatori, parlano di “difficoltà di filiera”, “materia prima sottopagata”, “costi di produzione in costante aumento”. Però ci sono “processi di ristrutturazione in corso”. Segnali di speranza.
Montalcino, Siena, la patria opulenta del Brunello, dove un ettaro di vigneto vale da 250 a 400 mila euro. Eppure anche qui, tra i produttori del vino più famoso del mondo, non mancano i redditi zero: quasi 50. Uno scherzo? “Tutt’altro. Per i piccoli produttori, soprattutto all’inizio, è molto dura” sostengono Katia e Gigi Fabro, produttori al podere San Polino dal 1998. Un ettaro di Brunello, uno di rosso, tre di ulivi. Tutto biologico. Grappoli raccolti a mano. Calcolano: “Facciamo 10 mila bottiglie l’anno di Brunello e ognuna ci costa 20 euro. Su quelle 10 mila bottiglie dobbiamo ammortizzare i costi di avviamento, i mutui, gli interessi, il trattore, le fiere, tutto. Difficile, no?”. E allora? “Allora lavoriamo come matti per vendere il vino dove lo pagano bene: in America, in Danimarca, in Giappone. Ma non è certo una passeggiata”. Pentiti? “Niente affatto. Nel 2008, dopo dieci anni, finalmente i guadagni supereranno le spese”. Niente più reddito zero. Almeno per loro.

Redditi: un quarto degli italiani dichiara ZERO

I moduli per la dichiarazione dei redditi | Ansa

Un italiano su quattro dichiara reddito zero al fisco. In pratica non paga imposte perché o non guadagna nulla o rientra nella no tax area, oppure è un evasore che prova a mimetizzarsi tra i non abbienti. Il dato è emblematico. Delle 39.977.386 dichiarazioni presentate nel 2005 e messe in rete dall’Agenzia delle entrate per poche ore, con seguito di polemiche, ben 9.659.121, ovvero il 24,16 per cento, indicano un reddito imponibile personale pari a zero.
Il numero si assottiglia, ma di poco, se si considerano quelli che hanno segnato il fatidico 0 anche alla voce del reddito d’impresa. Si arriva così a poco più di 9 milioni di persone, il 22,61 per cento.
Tutti evasori? No, è ovvio. Il popolo dello zero, un quarto degli italiani, raccoglie un po’ di tutto. Ufficialmente solo indigenti, famiglie con assegni sociali, pensionati con la minima. Ma, spiegano all’Agenzia delle entrate, così «si arriva a poco più di 4 milioni di contribuenti». E in effetti l’enorme banca dati del Fisco estrapola indicando 0 anche tutti quelli che presentano reddito sotto la soglia minima dei fatidici 7.500 euro che delimitano la no tax area. Considerando tutti questi non abbienti, insomma poveri, gli altri chi sono?
Difficile il fermo immagine. Anche perché quando la Guardia di finanza focalizza le verifiche sui contribuenti parziali scattano verbali a nove zeri: nel 2007 è emersa una base imponibile non dichiarata da 3,1 miliardi di euro su appena 21 mila verifiche. Dati che accreditano il lento adagio secondo il quale non esiste studio di settore, Echelon fiscale o sistema Gerico che sia capace di invertire l’abitudine di molti italiani di infischiarsene del fisco.
È rimasta negli annali la ricerca sulle famiglie italiane per stabilire i motivi dell’evasione, compiuta da Banca d’Italia nel 2004: il 75 per cento degli intervistati rispose che si evade semplicemente perché si sa che tutti non pagano il dovuto. E quindi perché tirarsi indietro? Oltre il 50 per cento aggiunse di evadere il fisco proprio perché non si sentiva abbastanza controllato.
Conferme a questo luogo comune arrivano se si scompone il dato per aree geografiche. Emerge un’Italia a doppia velocità. Da Cosenza a Vibo Valentia, da Ragusa a Trapani, e poi ancora Benevento, Crotone, Enna, Caltanissetta: nella provincia profonda oltre il 40 per cento dei contribuenti dichiara zero al fisco. Sia come Irpef, sia come reddito d’impresa. La palma spetta a Enna, dove il 42,43 per cento delle dichiarazioni reca il fatidico importo.

Nord e Sud, ai fini fiscali, sembrano due mondi distanti, con la provincia di Bologna che primeggia per minor numero di modelli Unico fermi a zero: appena il 13,99 per cento. Del resto le prime 61 province con minor numero di dichiarazioni a reddito zero sono tutte del Nord e Centro Italia. Dopo arrivano il Sud e le isole con Sassari che vede già il 24,61 per cento dei contribuenti non pagare tasse.
Scomponendo i dati per categoria professionale, agricoltori, coltivatori e allevatori conquistano percentuali bulgare. Ma anche avvocati, proprietari di bar, intermediari, trasportatori, ristoranti, barbieri e istituti di bellezza brillano per la quantità di contribuenti che non dichiara nulla. Panorama ha analizzato e suddiviso per attività lavorative 689.348 dichiarazioni a reddito zero. Un campione non statistico, ma rappresentativo che costituisce il 17,61 per cento di tutte quelle che riportano il cosiddetto codice attività (imprese, professionisti, attività commerciali e così via).
Cifre che mostrano tendenze nette. Come spiegare altrimenti che dei 65.844 allevatori presenti nel campione ben 45.657, il 69,34 per cento, sono a reddito zero? I vivaisti forestali arrivano all’87,5 per cento, gli allevatori di ovini e caprini all’84,42 per cento: 10.653 su 12.619. Anche produrre birra non consente grandi affari: dei 24 presenti in 14 hanno firmato il solito doppio zero nelle caselle del reddito personale e d’impresa.
Certo, detrazioni, agevolazioni e aiuti possono essere chiavi di lettura efficaci. E persino gli inizi attività e i problemi di salute. Ma difficilmente spiegano dati così netti per zona e per attività professionale. Quello del reddito zero, insomma, è un mondo ancora tutto da scoprire e del quale si preferisce non parlare. I politici evitano di affrontare il problema con decisione per paura di perdere voti. Gli 007 del fisco per timore di veder aumentare un fenomeno ormai fuori controllo. Meglio incrociare le dita, sperare che Gerico 2008 con i 206 nuovi studi di settore sia in grado di inviduare le incongruità degli elementi contabili.
Anche perché, a sentire i finanzieri e gli ispettori dell’Agenzia delle entrate, è un coro unico: «Metà di noi è impegnata proprio contro l’evasione fiscale» spiegano al comando generale della Guardia di finanza «ma siamo comunque in pochi. Dobbiamo controllare quasi 5,4 milioni di piccole aziende, consulenti e professionisti e 42 mila società anche sopra i 25 milioni di fatturato». Per poi vedere le contestazioni fiscali impugnate davanti alle commissioni tributarie e spesso ridotte o cancellate. Anzi, è il caso di dire, proprio azzerate.


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Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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