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Un quarto del reddito mangiato dalla casa

Condominio di case popolari a Torino - Ansa

Condominio di case popolari a Torino - Ansa

Uno studio del Cnel riporta sotto la lente d’ingrandimento il problema degli affitti in Italia. Se le dimensioni del sommerso in questo mercato sono enormi, anche per chi ha un regolare contratto le spese sostenute per la casa sono decisamente eccessive.
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Redditi delle famiglie: più bassi e sempre più a Nord

Moduli per la dichiarazione dei redditi / Ansa

Moduli per la dichiarazione dei redditi / Ansa

Il 53% del reddito delle famiglie in Italia è concentrato nelle Regioni del Nord. Il restante 47% è diviso tra il Centro (21%) e il Meridione (26%). Sono i risultati di un monitoraggio dell’Istat sul periodo 2005-07. Continua

Le famiglie risparmiano di più, ma possono spendere di meno

Credits: LaPresse

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Più poveri e più parsimoniosi. Il vento di crisi si placa appena, ma influisce sulla spesa delle famiglie e sulla loro ricchezza. Lo dicono i dati Istat diffusi oggi relativi al terzo trimestre del 2009. Nel periodo tra ottobre 2008 e settembre 2009 - svela l’istituto di statistica- il potere d’acquisto delle famiglie (ovvero il reddito disponibile in termini reali) è diminuito dell’1,6% rispetto al periodo tra ottobre 2007 e settembre 2008. Continua

Istat: “In Italia 2,5 milioni di persone in stato di povertà assoluta”

Poveri a Roma nel mercato rionale di Val Melaina

975mila famiglie italiane. Cioè 2 milioni e 427mila individui. Vale a dire il 4,1% della popolazione italiana. Che nel 2007 hanno vissuto in condizioni di povertà assoluta. La stima viene dall’Istat che oggi ha presentato un rapporto sulla povertà assoluta riferito al 2007 e nel quale sottolinea che rispetto al 2005, “la povertà assoluta è rimasta stabile e sostanzialmente immutata”.

Il fenomeno è più diffuso nel sud e nelle isole, dove l’incidenza di povertà assoluta (5,8%) è circa due volte superiore a quella rilevata nel resto del Paese: nel 2007, tra le famiglie residenti al nord la percentuale delle famiglie povere si attesta infatti al 3,5%, mentre al centro si ferma al 2,9%.
Tra il 2005, primo anno di rilevazione, e il 2007, l’incidenza di povertà assoluta in Italia è rimasta stabile, anche se ci sono stati dei miglioramenti e dei peggioramenti nelle condizioni di alcune tipologie di famiglie. “Peggiorano” spiegano i ricercatori dell’Istat “le situazioni delle famiglie con a capo un adulto di età compresa tra i 45 e 54 anni o un lavoratore con basso profilo professionale, mentre si rileva un miglioramento nelle famiglie giovani”.
E la notizia preoccupante è che l’Istat ha sottolineato che la fotografia sulla povertà assoluta in Italia si riferisce a un periodo precedente all’insorgere della crisi economica esplosa nel 2008.
Le incidenze più elevate si osservano comunque tra le famiglie di maggiori dimensioni, in particolare con tre o più figli soprattutto se minorenni. Anche tra le famiglie con componenti anziani i valori di incidenza sono superiori alla media, soprattutto se si tratta di anziani soli. La povertà è fortemente associata a bassi livelli di istruzione, a bassi profili professionali (working poor) e all’esclusione dal mercato del lavoro.

Le stime dell’Istat sono state definite in base a una nuova metodologia messa a punto da una commissione di studio ad hoc, che ha avuto il compito di valutare insieme con l’Istituto di statistica i requisiti di minimalità di un paniere di povertà assoluta, rivedendo e modificando il precedente approccio anche attraverso l’aggiornamento della sua composizione con l’inclusione o esclusione di beni e servizi che avevano acquistato o perso carattere di essenzialità. In sostanza, il dato non definisce una soglia di sopravvivenza, cioè la mancanza di risorse tali da mettere in pericolo le persone, ma delinea il minimo accettabile. Nel paniere individuato ci sono diverse componenti: alimentare, abitazione e una componente residuale che comprende voci come trasporti, scuola e sanità.
Tutto questo per una famiglia formata da una sola persona, fra i 18 e 59 anni, in un’area metropolitana del nord, significa vivere con meno di 724.29 euro al mese. Se invece la stessa famiglia vive in un piccolo comune la soglia è di 650.04 euro. Se la stessa persona vive in un grande comune del mezzogiorno la soglia scende a 520.18 euro. La soglia varia anche con il numero dei componenti della famiglia. Per una famiglia di tre componenti con età sotto i 59 anni, la soglia di povertà assoluta è stabilita in 1.158,71 euro se vive in un’area metropolitana nelle regioni centrali, mentre è a 966,20 euro se risiede nelle regioni settentrionali.

Redditi, i numeri medi degli italiani: 18mila euro all’anno

Unico

Il reddito medio annuo degli italiani? Poco più di 35 milioni delle vecchie lire. Precisamente: 18.324 euro.

È quanto risulta dalle ultime dichiarazioni dei redditi disponibili (dichiarazioni 2007 su anno d’imposta 2006), diffuse dal Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia. Il reddito complessivo è aumentato rispetto all’anno precedente del 5,7%.
Avvertenza doverosa: il 25% dei contribuenti non paga imposta a causa del basso reddito e dell’effetto delle deduzioni e delle detrazioni. Pertanto, spiega il documento di sintesi del Dipartimento (qui il .pdf) l’imposta dichiarata non è distribuita su 40,8 milioni di soggetti ma su poco più di 30 milioni, da cui risulta un importo medio pro capite di 4.480 euro ed un’incidenza dell’imposta netta sul reddito complessivo del 18,4% (nel 2005 era del 17,9%).
Il 35% dei contribuenti italiani dichiara un reddito inferiore a 10.000 euro. I più ricchi del Paese, coloro cioè che dichiarano oltre 100.000 euro, sono lo 0,9% del totale e sopra i 70.000 euro arriva appena il 2% degli italiani. La fascia di reddito più consistente è quella tra i 10.000 e i 40.000 euro (58,4%). Il 51% dell’Irpef è pagata dunque dal 10% dei contribuenti con i redditi più alti.

Considerando la distribuzione per area geografica, rispetto al 2005, il reddito complessivo medio (18.324 euro) è aumentato su tutto il territorio nazionale, con un incremento minimo del 5,3% al Centro ed un incremento massimo del 6,5% al Sud e nelle Isole, in cui si riscontra comunque un valore assoluto medio (14.626 euro) di circa il 20% inferiore a quello nazionale.
Il Sud resta quindi, sul fronte dei redditi, il fanalino di coda del Paese. Con un reddito medio complessivo di 14.626 euro gli italiani che abitano in queste regioni del Paese di fatto dispongono del 20% in meno rispetto al reddito medio nazionale. Nonostante questo nell’ultimo anno al Sud e nelle Isole il reddito risulta aumentato del 6,5% rispetto all’anno precedente.
Per quanto riguarda il tipo di reddito dichiarato, il 78% è da lavoro dipendente e pensione,
il 5,5% sono redditi da partecipazione, il 5,1% redditi di impresa ed il 4,2% redditi da lavoro
autonomo. Tra queste tipologie di reddito, il valore medio dei redditi da lavoro autonomo (36.388 euro) è il più elevato (circa il doppio del reddito complessivo medio), mentre i redditi medi da pensione (13.046 euro) risultano essere i più bassi.
Non bene nemmeno l’andamento delle società italiane, visto che la metà - stando sempre ai dati diffusi dal Dipartimento delle Finanze - è in “rosso”: “La quota di società con imposta positiva” si legge nel documento “ha raggiunto il 52,4% del totale (circa 503.000), con una crescita del 3,5% rispetto al 2005. Tali società con reddito positivo sono localizzate principalmente al Nord, anche se la loro quota nel Sud e Isole sul totale nazionale è aumentata dell’1% rispetto al 2005″.

Redditi bassi, diseguaglianze ampie. Allarme Ocse: classe media in crisi

Una busta paga

Ricchi sempre più ricchi, classe media che va assottigliandosi e disparità economiche e sociali sempre più marcate. L’Italia è tra i paesi dell’Ocse dove la differenza di reddito tra ricchi e poveri è più ampia. Tra i 30 stati membri dell’Organizzazione, la disuguaglianza è maggiore solo in cinque paesi (Messico, dove le differenze sono in assoluto maggiori, Turchia, Portogallo, Usa e Polonia).

Tra i paesi del G7 l’Italia è seconda solo agli Stati Uniti. All’opposto Danimarca, Svezia e Lussemburgo, dove le distanze sono meno profonde.
I dati emergono dal rapporto dell’Ocse Growing Unequal che sottolinea come la disparità di reddito sia aumentata più o meno in tutti i paesi anche se con ritmi molto.
Addio middle class
“La disuguaglianza di reddito” si legge nel rapporto “è cresciuta significativamente dal 2000 in Canada, Germania, Norvegia, Stati Uniti, Italia e Finlandia, mentre è diminuita in Gran Bretagna, Messico, Grecia ed Australia”. La disparità è aumentata in due terzi dei paesi che fanno parte dell’organizzazione, spiega l’Ocse, e questo è avvenuto “perché le famiglie ricche hanno raggiunto risultati particolarmente positivi rispetto alla classe media e alle famiglie che si trovano ai livelli più bassi della scala sociale”.
Dal Messico alla Danimarca
L’Ocse definisce l’Italia come un paese in cui le differenze di reddito sono particolarmente ampie: i salari di livello basso sono estremamente ridotti mentre i ricchi hanno standard di vita più elevati rispetto a paesi, come la Germania, dove invece le differenze di reddito sono più limitate e dove i salari minimi sono più alti. Come parametro di misurazione per la disuguaglianza, l’Ocse utilizza un coefficiente denominato “Gini”, che indica proprio la disparità di reddito. Le differenze tra i paesi dell’organizzazione sono profonde, basti pensare che in Messico la forbice è due volte più larga rispetto alla Danimarca. I due paesi sono all’opposto nella classifica con un coefficiente di 0,23 per la Danimarca e di quasi 0,50 per il Messico contro una media Ocse di 0,30. Per l’Italia si calcola un coefficiente di 0,35 circa, mentre gli Stati Uniti sono a 0,38.
Politiche economiche e pressione demografica
Il rapporto evidenzia quindi come la risposta dei governi alle disparità sia stata soprattutto di carattere fiscale e sociali, aumentando la spesa a favore di una popolazione che tende ad invecchiare velocemente. Si tratta però, secondo l’Ocse, di una risposta che può essere “solo temporanea”. “L’unica via sostenibile per ridurre le disuguaglianze” è assicurarsi che le persone siano in grado di trovare e mantenere un’occupazione. Questo significa che “i paesi sviluppati devono sforzarsi molto di più per inserire i cittadini nel mercato del lavoro piuttosto che sostenerli con indennità di disoccupazione o pensioni anticipate”.

Giovani tutto e subito? Se si tratta di risparmio, sì

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photo_zoom.gne?id=22489680&size=o]Falonaj[/url] by Flickr)[/i]
Solo 1 giovane su 6 tra i 20 e i 26 anni supera gli 800 euro di reddito mensile ma, seppur sembri paradossale, 7 su 10 puntano ugualmente al risparmio. Lo rileva un’indagine Eures per Adoc (Associazione per la Difesa e l’Orientamento dei Consumatori) condotta su 822 ragazzi e ragazze di età fra i 15 e i 26 anni. Secondo il rapporto “Giovani e risparmio”, gli aggettivi per definire il risparmiatore sono più positivi che negativi. La figura del giovane che risparmia, si legge, è definita “previdente” (38%), “intelligente” (26%), “maturo” (15,7%) e “affidabile” (10%). Soltanto marginali le definizioni negativamente connotate, che etichettano il giovane risparmiatore come “avaro” (2,4%), “ansioso” (2,1%), “frustrato” (1,2%%), “avido” (1,1%) o “egoista” (0,5%)”.
La prima funzione del risparmiare è quella di “garantirsi un futuro migliore per il 47,4% delle citazioni e a consentire una maggiore autonomia per il 32,5%”. Resta alta la percezione più tradizionale dello strumento per “fare fronte alle situazioni di difficoltà (30,3%) e per rispondere a possibili desideri di consumo (21,3%)”. Che serva per elevare il proprio status o farsi una famiglia lo ritengono in pochi: il 6,7% nel primo caso e il 3,4% nel secondo.
Inoltre, la principale fonte di reddito dei giovani intervistati è la famiglia: in primo luogo i genitori (61,6%), ma anche altri parenti (10,8%). Il 34,5% dispone di un “reddito” inferiore a 150 euro al mese, che arriva fino ai 350 euro per il 35%, tocca gli 800 euro per il 13,9% e supera questa cifra per il 16,5%. Il reddito giovanile è correlato alla fascia di età, con una maggiore disponibilità tra gli intervistati più grandi.
Secondo l’indagine, le famiglie educano al risparmio fin da piccoli. Risultato: il 69,6% del campione non consuma tutto il denaro di cui dispone e i tre quarti ha un conto corrente o un libretto postale. Entità e propensione al risparmio dipendono dal reddito, con una percentuale più alta nel campione compreso tra i 20 e i 26 anni (77,4%) rispetto alla fascia tra i 15 e i 19 anni (61,3%).
La famiglia è un punto di riferimento anche quando è necessario scegliere cone gestire i propri risparmi: vi si affida il 51,5% degli intervistati, seguiti dal 30,3% che predilige il canale pubblicitario. Il conto corrente ideale è quello che non comporta spese di gestione (66,5%) e che permetta di avere accesso immediato e costante al proprio capitale (46%).

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