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Chi meglio delle donne protagoniste, fa intendere Umberto Bossi, per decidere se sia giusto o meno che vadano in pensione (nel 2018) a 65 anni.
Insomma, l’innalzamento dell’età pensionabile per le donne nel pubblico impiego, al leader del Carroccio non va giù. “Devono essere le donne a scegliere”. Ha tagliato corto così il ministro per le Riforme commentando la proposta caldeggiata (anzi, quasi imposta) dall’Europa. Sull’emendamento alla legge comunitaria, che potrebbe essere presentato dalla senatrice Cinzia Bonfrisco (Pdl), Bossi dice: “Vedremo”. E poi chiosa con una battuta fra il serio e il faceto: “In Aula ci azzufferemo”. Poi si corregge: “Discuteremo”. Bossi ha parlato delle pensioni nel pubblico impiego a margine dei lavori in Senato sulle quote latte, rimarcando che la Lega in questa materia “è per la libera scelta delle donne”. Ci possono essere donne che vogliono andare in pensione dopo, ha spiegato, ma la scelta deve essere la loro.
A dare man forte al leader della Lega anche la fedelissima Rosi Mauro che aggiunge: “Vada l’Europa in pensione a 65 anni. Non ci piacciono le imposizioni di stampo europeo, che poco conoscono la realtà del nostro Paese”. E Rosi Mauro ribadisce che se verrà presentato all’Aula del Senato un emendamento della maggioranza alla Comunitaria, per innalzare la pensione delle donne nel pubblico impiego, rispondendo al richiamo dell’Europa, “ci sarà da discutere”.
Cerca di smorzare i toni il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, che intervenendo a Radio 24, si è detto “contrarissimo all’equiparazione del trattamento pensionistico di uomini e donne nel settore privato. Le donne vanno quasi sempre in pensione di vecchiaia, non contributiva come gli uomini, e se facessimo l’equiparazione l’effetto paradossale sarebbe che le donne andrebbero in pensione più tardi degli uomini”.

Scalino dopo scalino, a partire dal 2010, fino ad arrivare a quota 65 anni nel 2018. Questo l’aumento graduale dell’età pensionabile delle donne, previsto dalla bozza proposta del governo che è stata inviata alla Commissione europea per l’esame e che punta ad innalzare l’età pensionabile per le donne nella pubblica amministrazione di un anno per ogni biennio per parificarla così a quella degli uomini.
La misura sarà inserita in un emendamento, a firma della senatrice Cinzia Bonfrisco (Pdl), al disegno di legge Comunitaria in Aula al Senato. Il testo della bozza della proposta si compone di un solo articolo - dal titolo “Elevazione dell’età pensionabile per le dipendenti pubbliche”.
La Comunitaria approderà in Aula tra martedì 10 e mercoledì 11 della prossima settimana. La proposta, dice Bonfrisco, “contiene un’ampia delega” all’esecutivo per “mettere l’Italia al riparo da un processo di infrazione comunitaria e risolve il problema nella direzione auspicata anche dall’opposizione. Su questo punto c’è l’adesione ampia da parte di tutto il governo e dei ministri competenti”.
L’Italia infatti, alcuni mesi fa, era stata oggeto di un intervento della Corte di giustizia (qui il testo del novembre scorso) che chiedeva di non fare discriminazioni tra uomini e donne e di innalzare l’età pensionabile di queste ultime, che oggi invece di avere un vantaggio ne hanno uno svantaggio in quanto costrette ad andare in pensione prima. L’avvocato dello Stato aveva argomentato che le donne in Italia sono discriminate nel mondo del lavoro, e che la facoltà di andare in pensione a 60 anni (potendo però continuare a lavorare fino a 65, come gli uomini) costituisce una parziale compensazione. L’Italia, come ha più volte rilevato il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta, deve ora adeguarsi alla sentenza, per evitare sanzioni da parte di Bruxelles.
Si è arrivati quindi a questa bozza che il governo ha inviato alla Commissione Ue.
L’articolo sostituisce, dal 2010, quanto previsto dalla legge 335 dell’8 agosto 1995 (articolo 2, comma 21). Il testo prevede che “a decorrere dal primo gennaio 2010 per le lavoratrici iscritte alle forme esclusive dell’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti, il requisito di età per il conseguimento del trattamento pensionistico di vecchiaia (…) e il requisito anagrafico (…) sono incrementati di un anno”.
L’articolo prevede poi un ulteriore incremento. “Tale età” prosegue il testo “è ulteriormente incrementata di un anno, a decorrere dal primo gennaio 2012, nonchè di un ulteriore anno per ogni biennio successivo fino al raggiungimento dell’età di 65 anni”.
La norma prevede comunque che “restano ferme la disciplina vigente in materia di decorrenza del trattamento pensionistico e le disposizioni vigenti relative a specifici ordinamenti che prevedono requisiti anagrafici più elevati, nonchè le disposizioni di cui all’articolo 2 del decreto legislativo 30 aprile 1997, n.165″. “Le lavoratrici di cui al presente comma” prevede inoltre l’articolo “che abbiano maturato entro il 31 dicembre 2009 i requisiti di età e di anzianità contributiva previsti dalla normativa vigente prima della entrata in vigore della presente disposizione ai fini del diritto all’accesso al trattamento pensionistico di vecchiaia conseguono il diritto alla prestazione pensionistica secondo la predetta normativa e possono chiedere all’ente di appartenenza la certificazione di tale diritto”.
La riforma del governo, per la Cgil, è “un inaccettabile accanimento contro le donne nascosto dietro l’ipocrisia della cosiddetta gradualità”. La segretaria confederale Morena Piccinini ribadisce l’attacco di qualche settimana fa: “È veramente assurdo e paradossale” aggiunge “pensare ad un aumento dell’età pensionabile delle donne in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo. Prima di pensare ad una parificazione sarebbe invece giusto parificare altre questioni, a partire dall’occupazione, dalle retribuzioni, dal lavoro”.
Anche la Cisl alza un muro: “Non siamo d’accordo per ragioni di metodo e di merito. Per la Cisl” sottolinea in una nota il segretario Raffaele Bonanni “è inammissibile che su un tema delicato come quello delle pensioni, il governo abbia deciso unilateralmente, senza aprire un confronto con il sindacato, come si è sempre fatto per tutti gli interventi sulla previdenza”. Quanto al merito, prosegue il leader della Cisl, “si tratta di una decisione sbagliata che ci riporta indietro negli anni, introducendo criteri di accesso differenziati alla pensione di vecchiaia per le lavoratrici pubbliche rispetto a quelle private. Il Governo può contrastare la sentenza della Corte di Giustizia europea facendo presente che il regime pensionistico pubblico non è un regime professionale distinto da quello legale generale. Semmai, nel futuro, il problema” rileva Bonanni “potrebbe essere risolto reintroducendo meccanismi più flessibili di accesso al pensionamento, superando la distinzione fra pensione di anzianità e di vecchiaia, cosa che era già stata fatta con la legge Dini”.
Più possibilista la Uil, che si è detta pronta a iniziare una discussione con il governo - che per inciso fino ad ora non c’è stata - per affrontare i problemi aperti dalla sentenza della corte di giustizia europea sull’età pensionabile delle donne nel pubblico impiego”, ha sostenuto il segretario confederale della Uil, Domenico Proietti.
Di fronte a così alto polverone, il Governo nega di aver già deciso senza ascoltare i sindacati. Per il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi: “Mi dispiace che si sia fatto tanto rumore per nulla. Da tempo è nota la sentenza della Corte di giustizia europea, che ci impone di definire un percorso di omologazione dei requisiti per l’età pensionabile di vecchiaia tra uomini e donne nel pubblico impiego. Non è stato deciso nulla ci sono solo contatti con la commissione europea per vedere quale può essere lo spazio di decisione”. Sacconi ha quindi ribadito che la sentenza “è limitata al pubblico impiego” e che c’è “il vincolo della sentenza stessa a fare qualcosa prima che scattino le infrazioni”.
Il VIDEO servizio:

Via libera definitivo al contratto dei ministeri e della scuola, per il biennio economico 2008-2009. La stipula, dopo l’ok del governo e della Corte dei Conti, è avvenuta all’Aran, l’agenzia per la rappresentanza negoziale delle Pubblica amministrazione.
I contratti, per entrambi i comparti, non sono stati sottoscritti dalla Cgil. Per quanto riguarda il contratto relativo al personale dei ministeri anche Rdb-Cub e Cse non hanno firmato. Lo sciopero indetto dalla Fp-Cgil per il 13 febbraio, insieme alla metalmeccanici della Fiom, è dunque confermato: “Questo” ha affermato Alfredo Garzi Garzi segretario nazionale della funzione pubblica della Cgil “non fa che rafforzare le ragioni dello sciopero. Il futuro dei servizi è messo in discussione dalle politiche dei tagli del governo. Scendiamo in piazza, unitamente alla Fiom, anche contro le scelte economiche del governo che non danno le garanzie che servono ai lavoratori per fronteggiare la crisi. Entrambe le categorie sono impegnate ad ottenere garanzie certe”.
La Flc-Cgil ha firmato invece una “Dichiarazione a verbale” nella quale spiega il perché del suo “no”. L’accordo” dice “non adegua gli stipendi all’inflazione reale, riduce il Fondo di istituto per le scuole, non rispetta nessuno degli impegni assunti con il contratto di lavoro precedente (personale precario, personale Ata transitato dagli enti locali ecc…) e lascia aperte tutte le sequenze contrattuali (personale estero, educazione degli adulti, compensi ore eccedenti l’insegnamento e aree a rischio)”.
La replica del ministro del Welfare Maurizio Sacconi non si fa attendere: “Mi sembrano le accuse di un partito politico di opposizione della sinistra radicale”, ha ribadito. “L’ultima volta che la Cgil e il partito comunista dissero che volevano una politica industriale era la fine degli anni ’70 quando avevano un’influenza” continua Sacconi. “Imposero una linea che voleva la sparizione del sistema moda, dell’arredo, di tutti quei settori che definivano allora maturi e che poi in realtà erano e sono ancora grande motivo di crescita dell’economia”.
E ancora: il fatto che oggi sia stato rinnovato il contratto del pubblico impiego ancora senza la Cgil, per Sacconi, “conferma un’antistorica posizione” del sindacato di Corso Italia “ancorata ad un vecchio approccio ideologico che si isola dalle altre organizzazioni sindacali e io credo anche da larga parte dei lavoratori”.
Il contratto della scuola (biennio economico 2008-2009) consente di mettere subito nella busta paga del personale 70 euro medi a dipendente (corrispondenti all’inflazione programmata dal Governo per il 2008 e 2009, cioé pari al 3,2%). In una nota allegata Aran e sindacati convengono sulla “necessità di rivedere, nel prossimo rinnovo contrattuale, l’attuale struttura della retribuzione allo scopo di semplificarne il contenuto anche in relazione ai diversi ambiti di intervento della contrattazione nazionale finalizzata alla definizione delle componenti fisse della retribuzione e della contrattazione integrativa volta a definire il salario accessorio per la valorizzazione della qualità della prestazione lavorativa”.
Il testo dell’accordo, che ha una forma sperimentale per i prossimi quattro anni, racchiude in 19 punti le nuove regole della contrattazione collettiva che sostituiscono l’accordo siglato nel 1993 dal governo presieduto allora da Carlo Azeglio Ciampi.
Le maggiori innovazioni prevedono che il contratto collettivo nazionale di lavoro di categoria avra’ durata triennale, tanto per la parte economica che normativa. Per quanto riguarda la dinamica degli effetti economici sugli aumenti salariali, si stabilisce di individuare un indicatore della crescita dei prezzi al consumo assumendo (in sostituzione del tasso di inflazione programmata) un nuovo indice previsionale costruito su base europea.
Con gli incrementi concordati, gli stipendi annui vanno dai 14.904 euro per un collaboratore scolastico neo assunto (diventano 19.423 con 35 anni di anzianità) ai 19.324 di un docente di scuola dell’infanzia o primaria (28.291 a fine carriera). Un insegnante di scuola media avrà una retribuzione che varia dai 20.973 ai 31.352 euro a seconda dell’anzianità mentre un professore di liceo troverà in busta paga dai 20.973 euro ai 32.912 euro in base agli anni di anzianità.
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“No”. Guglielmo Epifani è tornato a ripeterlo. “Se il testo non è modificabile la Cgil non firmerà”. Al contrario di Cisl, Uil e Ugl, da un lato, e Confindustria, Confcommercio e le altre associazioni imprenditoriali dall’altro. Che hanno firmato con il governo l‘accordo quadro per la riforma del modello contrattuale, valido sia per il settore privato che per quello pubblico.
Un “accordo storico” secondo il ministro del Welfare Maurizio Sacconi: “Abbiamo definito con la sottoscrizione di quasi tutte le organizzazioni presenti al tavolo, con la sola eccezione della Cgil, un accordo quadro che riformato il modello contrattazione quale fu codificato dall’accordo del luglio del ‘93 che così risulta integralmente sostituito”.
Anche il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta è intervenuto, sostenendo che “Nessuno ha il diritto di veto. Anche i contratti del pubblico impiego li abbiamo fatti senza Cgil”. I sindacati che hanno firmato commentano in modo positivo il documento condiviso: “Siamo soddisfatti del lavoro svolto” ha detto Luigi Angeletti della Uil “è un’intesa che per la prima volta considera il salario non come la derivata di rapporti politici tra sindacati, imprese e Governo, ma come la derivata del lavoro”.
Ma la mancanza della firma del più grosso sindacato italiano sminuisce inevitabilmente l’accordo. Epifani ha incolpato il governo per l’esito della trattativa: “Il governo ha forzato in direzione di un accordo che sapeva non avrebbe avuto il consenso della Cgil”, ha detto il leader del sindacato di Corso Italia. “Un governo che non riesce a dare una risposta sugli ammortizzatori sociali, non mette in atto un sostegno a consumi, famiglie e imprese, non ha uno straccio di idea di politica industriale e non redistribuisce risorse fiscali ai pensionati e lavoratori dipendenti”, secondo il dirigente sindacale “forza verso questa direzione”.
“Avremmo preferito l’adesione della Cgil ma era necessario, come hanno ritenuto tutti gli altri attori sociali, mettere un punto fermo nella lunghissima vicenda negoziale che oggi si è conclusa” ha risposto il ministro Sacconi.

Graduale e flessibile, ma inevitabile: la riforma per allineare il requisito per la pensione di vecchiaia di uomini e donne del pubblico impiego. Cioè, scrive il Sole24Ore, il governo assicura all’Ue, in una comunicazione inviata ieri a Bruxelles dal ministro per le Politiche comunitarie, Andrea Ronchi, che sarà elevata l’età pensionabile per le donne nel pubblico impiego.
La nota prende atto della sentenza dell’Alta corte di giustizia del Lussemburgo che il 13 novembre scorso aveva individuato nella differenza d’età minima (60 anni per le donne e 65 per gli uomini) una violazione dell’articolo 14 del Trattato.
Le nuove norme per allineare i trattamenti, sottolinea il Sole24Ore, saranno presentate nelle prossime settimane in consiglio dei ministri dal titolare della Funzione Pubblica Renato Brunetta dopo una verifica su costi e compatibilità. L’ipotesi più accreditata è che le modifiche verranno inserite nel disegno di legge comunitario 2009.
Delle mosse del governo per adeguare l’età pensionabile delle donne del pubblico impiego a quanto richiesto dalla Corte di giustizia europea, ha parlato lo stesso Brunetta, ai microfoni di Radio24, sottolineando come “la materia è di competenza del Consiglio dei ministri che ha aperto un’istruttoria per cercare nel più breve tempo possibile una soluzione progressiva e flessibile al problema”, ha spiegato Brunetta, precisando che “bisognerà tener conto del ciclo di vita delle donne, rispettando la parte di vita lavorativamente attiva e quella familiare”. “Cercheremo di cambiare le regole in maniera equa, equilibrata e corretta, superando le discriminazioni che ci sono state nel passato nei confronti delle donne”, ha concluso Brunetta.
Per i sindacati, qualsiasi adeguamento dell’età di pensionamento di vecchiaia tra uomini e donne impiegati nella pubblica amministrazione deve essere negoziato e avvenire su base volontaria. “Le armonizzazioni sono certamente all’orizzonte” afferma il segretario confederale della Cisl, Giorgio Santini “ma ci sono margini per trattare e discutere. C’è ancora spazio per un confronto tra le parti perché la cosa deve essere affrontata senza fretta e senza trovarsi davanti a fatti compiuti”.
Secondo il segretario confederale della Uil Domenico Proietti, “ogni intervento sull’età pensionabile delle donne deve essere fatto esclusivamente su base volontaria, nel rispetto dello spirito della legge Dini. Già la legge 903 del 1977 garantisce la possibilità per le donne di continuare a lavorare fino ai 65 anni e, in alcuni casi, anche fino ai 67″. Per Proietti “l’attuale situazione non rappresenta quindi una discriminazione ma un’opportunita’ offerta alle donne in ragione di particolari condizioni sociali e lavorative tipiche del nostro Paese. Riteniamo pertanto che sia sbagliato parlare di modifiche in un momento in cui il sistema previdenziale ha invece bisogno di certezze e stabilità”.
Per modificare l’attuale regime, comunque, il Ministro della Funzione Pubblica ha già costituito una commissione tecnica. Le norme di adeguamento potrebbero essere presentate agli altri ministri competenti nelle prossime settimane per cercare di inserirle nel testo del ddl comunitario 2009.
Una prevede un adeguamento scaglionato, con l’aumento di un anno ogni due del requisito per l’accesso alla vecchiaia delle donne. La seconda punta a un primo aumento da 60 a 62 anni per la vecchiaia da accompagnare con una fascia flessibile di pensionamento di anzianità tra i 62 e i 67 anni uguale per tutti i dipendenti pubblici.
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Liliana Raule ha 63 anni compiuti lo scorso ottobre. È dipendente della Onama e lavora come addetta alle mense scolastiche torinesi: per tutti è la “nonna della pastasciutta”. Una delle tante donne italiane che per obbligo, scelta o necessità continuano a lavorare oltre i 60 anni. “La vita mi ha messo nelle condizioni di dovermi cercare un lavoro a 50 anni. E per fortuna l’ho trovato”. Alzare l’età pensionabile delle donne, come ha proposto il ministro dela Funzione pubblica Renato Brunetta, dunque le sembra una buona idea: “Quale azienda infatti assumerebbe mai una donna che ha superato la mezza età se non potesse contare almeno su 15 o 20 anni del suo lavoro?”.
Liliana Raule non è una manager e nemmeno un’imprenditrice di ferro. Ma è una donna pragmatica, che per anni ha dovuto rinunciare a un impiego per curare il figlio distrofico, ha affrontato l’invalidità del marito, ex operaio edile, e per finire ha anche dovuto fare i conti con i contributi previdenziali: “La pensione sociale unita a quella di mio marito non ci avrebbe permesso di vivere. Ho soltanto la licenzia media inferiore, non restava altro da fare che rimboccarsi le maniche”.
Il 13 gennaio Brunetta dovrà rispondere alla sollecitazione della Corte di giustizia europea, che ha rilevato la disparità di trattamento in Italia per quanto riguarda l’età pensionabile nel pubblico impiego: 65 per i maschi, 60 per le donne. La sentenza europea ha spinto il ministro a proporre la parificazione a 65 anni per tutti, provocando un dibattito acceso. E in parte inutile: anche in Italia spesso il problema è già superato. Il 19 per cento delle lavoratrici nel settore pubblico va a riposo solo dopo aver compiuto i 60 anni. E se ci inoltriamo nelle statistiche Inps, scopriamo che negli ultimi 5 anni l’età media del pensionamento si è sostanzialmente parificata anche nel privato: 60,9 anni per gli uomini e 60,1 anni per le donne nel 2007.
Quella che diverge è piuttosto l’anzianità media contributiva (34,4 anni per i maschi contro i 26,8 delle donne): uno dei motivi per cui molte lavoratrici scelgono di prolungare l’attività.
“I continui trasferimenti di mio marito, impiegato nella marina mercantile, mi hanno costretto a lungo a svolgere lavori precari” racconta Giuliana Baretti, 60 anni, dipendente di un supermercato a Genova. “Ora mi sono stabilizzata, ma 26 anni di contributi sono pochi per vivere bene con la pensione. Lavorerò dunque finché avrò la salute. E finché mio figlio, lavoratore interinale, avrà la sicurezza di un posto fisso”.
Negli Stati Uniti, in Islanda e Norvegia l’età pensionabile è fissata per tutti a 67 anni, riforme per elevarla sono in discussione anche in Danimarca, Germania e Regno Unito. L’Italia invece è uno dei quattro paesi dell’area Ocse (con Svizzera, Polonia e Messico) che continuano a prevedere età di pensionamento diverse per uomini e donne.
“La realtà è più sfumata” precisa Maurizio Benetti, dell’ufficio studi Cisl. “Una legge del 1977 ha equiparato la possibilità di andare in pensione a 65 anni, lasciando alle donne la facoltà di esercitare l’opzione con preavviso di 3 mesi. La Corte costituzionale ha poi cancellato l’obbligo di preavviso, ma non sempre l’azienda ne tiene conto”.
In altre parole, oggi una donna ha diritto ad andare in pensione a 60 anni, ma se vuole può continuare a lavorare anche senza dare preavviso all’azienda. Addirittura può accadere che le donne vengano “discriminate al contrario” dalle imprese che vogliono sfoltire il personale. Come sostengono un centinaio di ex dipendenti dell’Istituto San Paolo, pensionate contro la loro volontà poco dopo la fusione con la Banca Intesa. “Tutte avrebbero voluto continuare a lavorare oltre i 60 anni” racconta la sindacalista della Uil Valeria Cabrini “ma l’azienda ha contestato loro il mancato preavviso appellandosi al regolamento Intesa. Peccato però che in San Paolo vigesse la prassi opposta, e che nessuno le avesse informate del cambiamento”. Il contenzioso si è chiuso con una transazione e le dipendenti sono state ripagate con una buonuscita tra le 12 e le 15 mensilità.
Ogni storia è un caso. Oggi le donne lavorano a lungo e volentieri, ma esistono impieghi più usuranti. Mancano gli asili nido, soprattutto al Sud. E parità di salario e di carriera si fanno attendere. “Per questo credo sia giusto lasciare alle donne libertà di scelta” commenta Rita Fiori, segretario generale del Consiglio nazionale dei centri commerciali. “Io ho 62 anni e ho firmato un contratto sino al 2010, però a condizionare le scelte altrui potrebbero anche intervenire problemi familiari o di salute”.
Sul punto la discussione è aperta. Anche Claudia Catania, professoressa di matematica nell’istituto agrario Domizia Lucilla di Roma, è contraria al principio dell’obbligatorietà: “Io continuo a lavorare serena, ma ho una figlia che frequenta ancora l’università. Al momento non ho alternative, forse, se fossi nonna, smetterei”.
I pannolini non piacciono a tutte e Maria Grazia Mastroianni, 63 anni, impiegata all’Enasarco di Roma, non li ha voluti vedere nemmeno da giovane: “Cinquant’anni fa gli asili nido non esistevano e le donne non potevano sfuggire alla cura dei figli. Oggi per fortuna è diverso: se guidiamo i tir, possiamo anche andare in pensione più tardi”.
Luigia Brunetti, 63enne buyer della Selex Sistemi Integrati, è nonna da tempo: “Ho lavorato part-time tre anni e mezzo per seguire i miei figli, ma oggi che entrambi hanno una famiglia e sono indipendenti, perché mai dovrei rinunciare alla gratificazione del mio lavoro? Il problema della maternità si affronta a trent’anni. A 60 anni, invece, le donne sono ancora giovani e all’azienda garantiscono esperienza”.
Ne sanno qualcosa i laboratori di alta moda di Valentino, dove hanno scelto di trattenere in servizio una decina di sarte esperte, ultrasessantenni. E la Edelman Italia, società di relazioni pubbliche di cui è executive vicepresident Patrizia Druetti, 60 anni: “Quando ho dichiarato l’intenzione di continuare a lavorare, mi ha colpito la reazione dell’azienda. Tutti erano convinti che il mio patrimonio di esperienza e relazioni fosse prezioso e che avrei potuto trasferirlo con più serenità restando al mio posto. A 60 anni, infatti, non susciti più gelosie”.
L’uscita di scena della donne prima dei 60 anni avviene più spesso in fabbrica o nelle aziende padronali, “mentre le aziende di maggiori dimensioni preferiscono valutare le singole prestazioni” sottolinea Paolo Citterio, presidente dell’associazione direttori del personale. E la storia di Grazia Adriana Caimi, perseverante amministratore delegato della Copyright Promotions Italia a 65 anni, non è che una conferma: “Ho lottato molto per il mio lavoro, bruciando nelle spese di asilo nido, baby sitter e colf tutto lo stipendio da impiegata. La carriera è stata una mia scelta. E non sono ancora pronta a mollare”.
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Abituato a non girare intorno alle questioni e a portare avanti battaglie anche impopolari, Renato Brunetta la butta lì in modo chiaro: Le donne “sono discriminate due volte”, quindi, facendole lavorare più a lungo il problema si riduce.
Vuol dire, il ministro della Funzione Pubblica, che dovranno in futuro andare in pensione a 65 anni. Cominciando da quelle impiegate nella pubblica amministrazione. Per le quali ha annunciato oggi la creazione di un gruppo studio per valutare “costi e benefici dell’invecchiamento attivo di donne e uomini, che dovranno andare in pensione tutti alla stessa età”.
Detto in altre parole, secondo il ministro “occorre innalzare l’età pensionabile delle donne che attualmente dall’andare in pensione prima non hanno vantaggi ma svantaggi, perché hanno progressioni di carriere e livelli di pensione più bassi”. “Le donne”, ha proseguito, “sono due volte discriminate. Sono discriminate nella carriera per l’interruzione legata alla fase riproduttiva. Sono discriminate nelle pensioni più basse legate all’aver smesso di lavorare prima”.
Parlando più in generale del sistema previdenziale, Brunetta ha sostenuto che innalzando ulteriormente l’età pensionabile “si recupera quel 10% in più dello spaventosamente basso tasso di occupazione italiano” e questo “significa 2-3 milioni di posti di lavoro in più, il che vuole dire incrementare il gettito fiscale e il Pil del Paese”. L’invecchiamento attivo, ha detto ancora, “è un bene pubblico e come tale occorre farne rilevare la convenienza e sostenerlo con gli opportuni incentivi, anche fiscali, e disincentivare le uscite precoci dal lavoro”, in particolare per la fascia di età compresa tra i 55 e i 65 anni. “Basta con l’ottica paternalistica che vede le donne da privilegiare nell’anzianità necessaria per raggiungere l’età pensionabile in quanto penalizzate durante la maternità. Coerenza vuole che se l’invecchiamento attivo è considerato un bene pubblico, allora si affronti seriamente questo tema”. Brunetta ha annunciato che, in quanto “datore di lavoro di 3,5 milioni di persone”, lui farà la sua parte. “Perseguirò” ha concluso “l’equiparazione tra maschi e femmine, verso l’alto, nell’età di pensionamento. Questa potrebbe essere l’occasione per estendere poi la logica a tutto il sistema”.
Il ministro ha citato quindi anche il recente intervento della Corte di giustizia (qui il testo del novembre scorso) che “ci chiede di non fare discriminazioni tra uomini e donne e di innalzare l’età pensionabile delle donne, che oggi invece di avere un vantaggio ne hanno uno svantaggio, perché hanno progressioni di carriera e livelli di pensione più bassi, in quanto costrette ad andare in pensione prima”.
Nel mondo sindacale neanche il richiamo alla sentenza europea è bastato: le reazioni non si sono fatte attendere e non sono state tutte positive. Se Luigi Angeletti, segretario della Uil, non chiude del tutto la porta (”Non sono d’accordo sulla necessità: sono favorevole a fondare l’innalzamento sulla volontarietà, con incentivi”), risponde invece con un no secco e deciso la Cgil: “Il governo non ci provi nemmeno a mettere mano all’età pensionabile” ha avvertito il segretario confederale della Cgil-Fp, Carlo Podda. “Le donne vanno in pensione con il massimo dell’età e con il nostro sistema si va sulla base dei contributi. Dire che la misura serve per risolvere la sperequazione è una provocazione intollerabile”. Per la Cisl, invece, quello della parità dell’età pensionabile “è un problema malposto, non si può affrontare in questo modo, partendo dalla coda”, sostiene il segretario confederale Giorgio Santini: “Il problema della parità è serio sia in Italia che in Europa” ha aggiunto “ma noi pensiamo che vada affrontato in maniera radicalmente diversa, innanzitutto affrontando il problema di un tasso di occupazione bassissimo per le donne: se al governo sta a cuore il tema della parità metta mano a misure che incrementino l’occupazione femminile”.
A gelare il piano Brunetta anche l’Ugl di Renata Polverini: “Una riforma delle pensioni in questa fase economica e sociale non avrebbe alcuna ragione di essere. Aumentare l’età pensionabile non sarebbe di nessun aiuto alle donne in assenza di un sistema di welfare degno di questo nome in termini di servizi per la cura dei figli, degli anziani o di persone disabili e di politiche di sostegno alla famiglia, in primo luogo da un punto di vista fiscale”.
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