
(Credits: ANSA/FRANCO SILVI)
Oltre il 4% di interesse all’anno, a seconda delle scadenze. Con questa offerta allettante, diverse banche italiane cercano di attirare nuovi clienti, usando come “sirena” una categoria di prodotti finanziari ormai molto popolare tra i nostri connazionali: i conti e i depositi ad alta remunerazione. Continua

(Credits: ANSA/FRANCO SILVI)
Una stangata sui risparmi. È ciò che attende gli italiani con l’inizio del 2012, quando entreranno in vigore le nuove imposte di bollo volute dal governo Monti e l’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie di bond, azioni, fondi comuni e polizze assicurative, deciso durante l’estate dall’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi. Ecco nel dettaglio i cambiamenti in arrivo, che salvano però dalla scure del fisco i titoli di stato, i depositi bancari e i rendimenti maturati dagli investitori fino al 31 dicembre 2011. Continua

Le tasse sui Bot e gli altri titoli pubblici non aumenteranno e resteranno al 12,5 per cento. Contrariamente alle voci circolate in queste ultime ore, a Panorama.it risulta che il governo mantiene ferma l’intenzione di armonizzare la tassazione sulle rendite finanziarie al 20 per cento escludendo, però, dalla manovra i titoli di Stato.
L’adeguamento riguarderà gli altri prodotti finanziari a partire dalle azioni per arrivare ai fondi di investimento e interesserà anche i depositi bancari che in Italia rappresentano circa il 70 per cento dello stock di risparmio. In quest’ultimo caso, però, si tratterà non di un incremento di imposta, ma di una riduzione in quanto la cedolare secca del 27 per cento che ora grava sui conti correnti dovrebbe essere ridotta al 20 e allineata con il resto.
La manovra di revisione delle aliquote sulle rendite finanziarie dovrebbe essere attuata entro marzo ed è frutto di due spinte convergenti. La prima è di natura europea. In più di un’occasione l’Unione ha premuto sui governi italiani perché armonizzassero le tasse sulle rendite portandole il più possibile in linea con il livello degli altri paesi. La seconda spinta è legata alla politica interna: l’armonizzazione delle rendite finanziarie è uno dei capitoli del programma di governo dell’Ulivo, ma in particolare sta a cuore all’ala sinistra della maggioranza, Rifondazione comunista in prima linea. Non a caso l’operazione è seguita con particolare attenzione da Alfiero Grandi, ex sindacalista Cgil, Ds, sottosegretario alle Finanze molto vicino all’area della Sinistra democratica di cui anche Rifondazione fa parte.
Nelle intenzioni del governo l’uniformazione della tassazione sulle rendite dovrebbe costituire uno dei volani finanziari per la riduzione dell’aliquota Irpef dal 23 al 20 per cento.
In un secondo momento anche la tassazione sugli affitti dovrebbe essere portata al 20 per cento. Oggi i proventi dell’affitto sono considerati reddito e quindi tassati con l’Irpef, ovviamente quando vengono dichiarati perché, come è noto, il settore è caratterizzato da un’evasione diffusa. L’idea di istituire una tassa secca al 20 per cento dovrebbe favorire proprio l’emersione del nero consentendo ai proprietari di sottrarre gli incassi degli affitti dalla tagliola della progressività del reddito.

Lo sciopero fiscale minacciato da Umberto Bossi poteva essere anche una provocazione di ferragosto, certo che, puntuale come la campanella d’inizio dell’anno scolastico, ha riportato il tema delle tasse al centro dell’agenda politica d’autunno. Con il Governo che annuncia (ma l’aveva già fatto varie volte) l’aliquota unica al 20 per cento sulle rendite finanziarie (guarda il video servizio in fondo), il partito trasversale per l’abolizione dell’Ici che riaffiora tra una dichiarazione e l’altra mentre Padoa-Schioppa invoca il risanamento, Letta che vuole affinare gli studi di settore riavvicinando i lavoratori autonomi, Pier Ferdinando Casini che dal Corriere della Sera lancia “l’abbattimento choc del carico” grazie a una aliquota massima del 45 per cento che non deve mai essere oltrepassata tra tasse, imposte e gabelle varie che ciascun contribuente si trova complessivamente a pagare.
Perché una cosa è chiara: l’italiano che paga le tasse è convinto (nella maggior parte dei casi a ragione) di pagare troppo e di non avere abbastanza in cambio: si è stimato che il contribuente lavori 7 mesi l’anno per il fisco e i rimanenti 5 per se stesso. Chi non paga (e stavolta il calcolo è che l’evasione nel nostro paese è tra il 15 e il 17 per cento del Prodotto interno lordo), si giustifica proprio accusando un fisco troppo esoso. Lo Stato, a cui i conti non quadrano mai, continua a puntare sulle entrate essendo incapace di ridurre la spesa, alimentando il divario nella contribuzione tra Nord e Sud. Come uscire dal circolo vizioso?
“Bisogna usare il bastone e la carota” sostiene Giacomo Vaciago: “Bisogna mandare in galera chi non paga le tasse e abbassare le aliquote a chi le paga. Non si capisce perché chi ruba mille euro va in galera e chi evade un milione di euro no. D’altra parte bisogna far pagare meno a chi dimostra di aver già versato tanto. Non è un modo per abbassare le tasse ai ricchi, ma solo di abbassarle agli onesti”. E praticamente come si può fare? “Con 85 mila euro di imposte l’anno io risulto appartenere tra lo 0.4 per cento degli italiani più ricchi” esemplifica Vaciago “ma questo fa ridere perché io non sono tra quelli che possono permettersi la villa al mare o la Porsche. Dunque lo stato dovrebbe dirmi: ‘Quest’anno hai pagato più di quanto tu non abbia pagato in media nei tre anni precedenti, quindi ti premio e il prossimo anno ritorni alla tua media precedente’. Se avessimo un sistema efficiente, si baserebbe sul tenore di vita e sui consumi, non sugli studi di settore che sono torture sulla produzione”.
“Il governo sta facendo tutto il possibile, anche sul piano della comunicazione, per scontentare gli italiani” sostiene l’esperto di diritto e pratica tributaria Victor Ukmar: “Quella di armonizzare al 20 per cento le aliquote aumentando le imposte sulle rendite di titoli e azioni e riducendo quelle sui depositi bancari è una misura che ho sempre ritenuto giusta. Ma dal punto di vista del marketing politico ritirarla fuori adesso che c’è la crisi dei mercati non è un’idea geniale”.
Per Renato Mannheimer, “è anche un problema culturale: negli Stati Uniti se evadi le tasse non ti invita più a cena nessuno. Qui diventi l’ospite di riguardo a cui chiedere come si fa”. La soluzione più efficace sarebbe mettere le due categorie, contribuenti onesti ed evasori, in conflitto di interessi (”fatti dare la fattura dal dentista così la detrai dalle tasse” esemplifica Mannheimer). Conferma Vaciago: “Da noi c’è una assurda collusione tra chi evade e chi paga le tasse, ovvero gli onesti che gli evasori danneggiano costringendo lo Stato a imporre tasse più alte. C’è collusione perché di fronte al dentista, all’avvocato, all’artigiano che non emette la fattura, il contribuente accetta di farsi risarcire del danno che gli fa l’evasore con uno sconto immediato sulla prestazione”.
Ma gli italiani che invece si sentono tartassati sarebbero disposti a fare lo sciopero fiscale proposto da Bossi? “Se si facesse un sondaggio adesso chiedendo agli italiani se aderirebbero, prevarrebbero certamente i no” sostiene il direttore dell’Ispo “perché gli italiani evadono dicendo di non evadere. Chi non ha usato i buoni pasto per fare la spesa al supermercato? Ciascuno evade nel suo piccolo, come e dove può” sostiene Mannheimer. Fa eco Vaciago: “Lo sciopero fiscale è una stupidaggine perché di fatto è già in corso da anni”.
Il problema, ribadisce Ukmar, è che “gli italiani non hanno mai visto applicata l’equazione imposte uguale spesa sociale: così si mettono d’accordo evasori e contribuenti. Bisogna affrontare con serietà il problema della sperequazione fiscale e migliorare l’amministrazione del sistema che non è neanche capace di riscuotere quanto gli è dovuto”.
Per uscire dal circolo vizioso, ci sono misure in grado di riavvicinare gli italiani e il Fisco? “Qualunque misura, non annunciata, ma presa e fatta entrare in vigore, sarebbe bene accolta” sostiene Mannheimer che aggiunge: “Quella di Casini ha il grande pregio della semplicità anche se è di difficile attuazione perché in Italia nessuno sa esattamente a quanto ammonti la pressione fiscale. Certamente” secondo il sociologo che da anni monitora gli umori degli italiani “la semplificazione è il provvedimento che sarebbe più apprezzato”. Conferma Ukmar: “Tasse complesse e complicate da pagare aumentano la cattiva predisposzione del contribuente. Senza contare che in Italia, pagare secondo le regole ha un costo molto elevato: fatta 100 l’imposta da versare, il cittadino spende 15 per le procedure di compliance, ovvero per compiere il proprio dovere”.
Il video servizio sull’ipotesi del Governo di un’aliquota unica al 20 per cento sulle rendite finanziarie:
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