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Se non è scontro aperto, poco ci manca. Sicuramente si tratta di un confronto serrato e non privo di polemica, quello in atto tra l’Ocse, l’Organizzazione europea per la cooperazione e lo sviluppo economico, e il governo di Roma. Tema del confronto: le pensioni.
Le riforme fatte dall’Italia sulle pensioni, afferma l’Ocse nel suo rapporto, vanno implementate e non alleggerite perché già così i tempi di entrata a regime sono “troppo lunghi”. Di fronte alla strigliata dell’Ocse, questa volta il Governo non ci sta e non firma il Rapporto pubblicato per “seri dubbi” sui dati.
Mentre si riaccende il dibattito politico sulla materia, il Rapporto Ocse segnala come nella gran parte dei Paesi membri l’età di pensionamento degli uomini sia già a 65 anni.
In Italia questa soglia vale invece solo per gli uomini che hanno meno di 35 anni di contributi mentre le donne possono ritirarsi ancora a 60 anni (un divario che, sottolinea l’Ocse, esiste solo in Messico, Polonia e Svizzera).
Qui, i servizio dell’Ansa
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Una goccia in mezzo al mare. Sarà questo l’effetto della riforma del ministero dell’Economia, ma intanto dal governo arriva il primo segnale contro gli sprechi della politica.
Un fenomeno che, sulla scia degli ultimi successi editoriali, terrà banco sotto gli ombrelloni della torrida estate alle porte. Il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, ha annunciato che nel consiglio dei ministri di martedì 5 giugno dovrebbe essere discusso il regolamento di riforma del ministero dell’Economia e delle finanze che prevede, tra l’altro, la chiusura di 40 uffici periferici della Ragioneria e altri 40 del Tesoro. “I servizi continueranno ad essere svolti” ha assicurato Padoa-Schioppa “ma costeranno di meno”.
Il provvedimento era nell’aria da tempo e anche l’occasione in cui è stato fatto l’annuncio - la presentazione del rapporto annuale dell’Ocse sull’Italia - lascia ipotizzare che l’approvazione definitiva possa richiedere più tempo del previsto.
I sindacati della funzione pubblica, infatti, sono in allarme contro una misura ritenuta insufficiente nei confronti dei “veri fattori di spreco delle risorse finanziarie. Quali, ad esempio, consulenze, incarichi, esternalizzazioni, acquisto di beni e servizi, Consip, autoblu e appalti”.
La chiusura delle 40 sedi per ciascuna struttura del ministero dell’Economia avverrà nell’arco di 24 mesi dall’entrata in vigore del regolamento. Nello stesso decreto ministeriale saranno individuate le sedi territoriali da chiudere sulla base di alcuni criteri (bacino di utenza dei servizi, popolazione residente, logistica e consistenza del personale).
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Un aumento delle pensioni minime di 70 euro al mese, grazie ai risparmi dati dall’unificazione degli enti previdenziali nel cosiddetto SuperInps. Una bella cifra, considerando il basso reddito dei beneficiari: persone che percepiscono oggi una rendita mensile di circa 400 euro. Viene dalla Confartigianato il conto su quanto può aumentare l’assegno per 1 milione 739 mila pensionati che oggi percepiscono l’importo più basso, pari a 4.438 euro l’anno.
Il conteggio sull’aumento delle pensioni minime è in un dossier della Confartigianato sulla previdenza, intitolato Il tempo delle scelte, che Panorama ha consultato in esclusiva. Il progetto del governo di riunificazione degli enti previdenziali è stato ribadito anche nel “dodecalogo” presentato dal premier Romano Prodi per uscire dalla crisi di governo a febbraio. E, secondo questo studio, “senza alcuna riduzione dei 52.482 dipendenti” di Inps, Inpdap e Inail, lo Stato risparmierebbe 470 milioni di euro nel primo anno e 1,575 miliardi in tre anni.
Spiega Enrico Quintavalle, dell’ufficio studi Confartigianato, che ha curato questa parte del dossier: “Per SuperInps i minori costi derivano da sinergie su funzioni di sistemi informativi, risparmi sugli organi collegiali e sulle altre spese di gestione, come quelle amministrative o di comunicazione”. Insomma, si potrebbe costituire un nuovo tesoretto da mettere a disposizione di Cesare Damiano, il ministro del Lavoro che sta discutendo con le parti sociali la redistribuzione delle risorse. Ma al ministero del Lavoro avvertono: “L’aumento delle pensioni più basse non riguarda solo le minime, date a chi non ha mai lavorato, ma soprattutto quelle di 700-800 euro per chi ha versato anni di contributi”.
L’altra difficoltà emerge dalla discussione in corso con i sindacati: quanto si risparmia dividendo previdenza e assistenza? Oggi l’ipotesi più probabile, spiegano al ministero, è di fare “un superente solo previdenziale e un altro che si occupi solo di salute e assistenza, a partire dall’attuale Inail”.
Inoltre, è tutto da verificare il progetto SuperInps sul fronte dell’efficienza dei dipendenti. Lo studio della Confartigianato annota che “naturalmente l’impatto sarebbe ben superiore se si ottenessero sinergie, nel progetto di fusione, anche sul fronte del costo del lavoro”. E in questo senso (vedere tabella a fianco) il dossier analizza l’assenteismo negli enti previdenziali, elaborando i dati della Ragioneria generale dello Stato: i giorni effettivi di assenza all’anno sono 15 negli enti previdenziali, contro una media di 10,9 nell’intero settore pubblico, e si arriva a una punta di 17,3 giorni di assenteismo per i dipendenti dell’Inpdap.
Come finirà? Giuliano Cazzola, esperto previdenziale già ai vertici di Inpdap e Inps, è perplesso: “L’idea del superente è astratta, non diventerà mai concreta. Un paese serio sperimenterebbe per anni le sinergie fra istituti previdenziali, in Italia ci sarà una trattativa infinita con i sindacati”.
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Serio allarme sul futuro delle pensioni. Il metodo contributivo, così come è stato introdotto in Italia dalla riforma Dini (qui in .pdf) del 1995, porta a uno squilibrio permanente tra contributi e prestazioni. Questa è la tesi di fondo di un documento elaborato da Giancarlo Morcaldo, direttore centrale per l’alta consulenza economica della banca centrale ed ex direttore dell’ufficio studi di Banca d’Italia.
Le conclusioni del suo studio cadono nel bel mezzo del confronto, iniziato il 22 marzo, tra governo e sindacati. Lo studio si intitola Pensioni: necessità di una riforma e contiene molti elementi di preoccupazione, ma anche nuove proposte.
Il paradosso è che mentre Cgil, Cisl e Uil contestano al governo la revisione decennale dei coefficienti, un meccanismo previsto proprio dalla riforma Dini (che avrebbe dovuto scattare dal 2005 e, se applicato da quest’anno, porterebbe a una riduzione dal 6,5 all’8 per cento delle rendite pensionistiche a partire dal 2013), Morcaldo lancia un allarme proprio sui coefficienti. Lo studioso afferma che “tenendo conto sia delle modalità stabilite per la revisione decennale dei coefficienti, sia dei tassi di rendimento da utilizzare, le prestazioni in prospettiva eccederanno di circa un terzo l’ammontare che assicura l’equilibrio con i contributi”.
Secondo gli economisti, rischia di essere un freno allo sviluppo l’ulteriore aumento della spesa pubblica per mantenere 16 milioni di pensionati, tra cui 6 milioni di persone che vivono, in difficoltà, con la pensione minima. Ma lo studio di Morcaldo, presentato nei giorni scorsi all’Università di Roma, sostiene che lo schema della legge Dini non funziona: occorre una nuova riforma delle pensioni per trovare una soluzione che non comprometta la crescita economica e al tempo stesso salvaguardi il tenore di vita dei pensionati, specie di quelli a più basso reddito.
Come la prendono i sindacati? “Se applichiamo solo i modelli matematici, ammazziamo l’Italia” afferma Domenico Proietti, segretario confederale della Uil e responsabile previdenza. Aggiunge Morena Piccinini, responsabile previdenza della Cgil: “Sui coefficienti abbiamo fatto i conti, è allarmante che la Ragioneria dello Stato consideri normale andare in pensione sotto il 50 per cento dell’ultimo stipendio dopo 40 anni di contributi”.
Allora, come uscirne? Magari con un bel rinvio. Proietti ricorda: “I coefficienti si possono congelare e si può fare un ragionamento nel 2015″. Mentre per quanto riguarda lo “scalone” introdotto dalla riforma Maroni, che innalza di colpo, dal 2008, a 60 anni l’età minima per andare in pensione, il responsabile previdenza della Uil sostiene che “oggi mediamente la gente va in pensione a 60,2 anni e quindi non c’è l’emergenza sull’età. Se si ragiona sugli incentivi la gente rimane volentieri a lavorare”.
Il rischio è che il confronto tra governo e sindacati si concluda con un nulla di fatto: il ministro del Lavoro Cesare Damiano, riformista dei Ds con una lunga militanza alle spalle nella Cgil, deve anche mediare tra le opposte esigenze di rigoristi e solidaristi nel governo.
Da una parte, infatti, il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, dà per scontata la revisione dei coefficienti, dall’altra il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero (di Rifondazione comunista) ha una posizione opposta.
Un vicolo cieco? Alla fine, per uscirne potrebbe essere utile proprio il documento elaborato in Bankitalia. Infatti lo studio di Morcaldo ricorda che “in Svezia, dove si applica lo stesso schema pensionistico introdotto in Italia (peraltro con età di pensionamento più elevate), la rivalutazione dei contributi viene effettuata in base alla crescita media dei salari unitari. Il riferimento a questo parametro assicura uno stretto legame tra l’evoluzione delle entrate e quella delle uscite”. Un tema su cui i sindacati sembrano disposti a ragionare.
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Dopo mesi di melina, il governo ha finalmente fatto la prima mossa sulla riforma delle pensioni: il ministro Cesare Damiano chiederà ai sindacati di applicare la modifica dei coefficienti, così come previsto dalla legge Dini del 1995.
A prima vista si tratta di un discorso tutto per esperti. Ma si può sintetizzare così: chi nel 1995 non aveva maturato 18 anni di lavoro, e avrà dunque diritto ad una pensione di anzianità calcolata sulla base dei contributi effettivamente versati, vedrebbe modificati i criteri di rivalutazione dei contributi stessi (qui, una guida per capirne di più). Ovviamente all’ingiù, per tenere conto del progressivo invecchiamento della popolazione. Gli effetti della modifica si farebbero sentire pienamente sui trattamenti erogati a partire dal 2032, mentre riguarderebbero parzialmente anche le pensioni dal 2014. La penalizzazione sarebbe intorno al 7%.
Intorno ai coefficienti si combatte da mesi una battaglia tra centrosinistra e sindacati. Esponenti ds come Vincenzo Visco, per non parlare del ministro Tommaso Padoa-Schioppa, della Corte dei conti e dello stesso Lamberto Dini dicono da tempo che, se si vuole abolire la legge Maroni e il suo “scalone” che dal 1 gennaio 2008 manderebbe tutti in pensione a 60 anni, occorre ridurre gli assegni futuri.
I sindacati sono decisamente contrari puntando solo a un meccanismo di incentivi e disincentivi.
Ora però, secondo quanto risulta a Panorama.it, il governo è pronto a mettere le carte in tavola. La sua proposta, non molto negoziabile, sarebbe questa: aumento dal 1 gennaio 2008 dell’età minima per la pensione di anzianità a 58 anni, con 35 anni di contributi; applicazione dei coefficienti della riforma Dini, magari ritoccandoli; unificazione sotto l’Inps dei maggiori istituti previdenziali, che sarebbero tenuti ad applicare le stesse regole; chiusura nel 2008 di due delle quattro finestre di uscita per chi ha maturato la pensione l’anno prima. Oggi sono a gennaio, aprile, luglio e ottobre: resterebbero quelle di gennaio e luglio.
Infine slittamento al 30 settembre, rispetto al 31 marzo, del termine della trattativa con i sindacati, anche per evitare una rottura ed un possibile sciopero a ridosso delle prossime amministrative. Con questo pacchetto il governo otterrebbe gli stessi risparmi di 9 miliardi di euro l’anno previsti con la legge varata dal centrodestra.
Ora però nella stessa maggioranza e nelle confederazioni serpeggia un dubbio: non era meglio tenersi lo scalone Maroni?