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Il premier Mario Monti (Credits: Mauro Scrobogna /LaPresse)
L’Irpef non è stata toccata, ma tutto il resto c’è. Eccome. E per non aumentare l’imposta sul reddito personale, oltre all’aumento di 2 punti percentuali dell’Iva, la stangata del governo Monti prevede una “patrimonialina” sulla ricchezza mobiliare degli italiani, ossia l’aumento del bollo non solo sui conti correnti, ma su tutti i prodotti finanziari. Continua

di Marco De Martino
A Palm Beach, ground zero della truffa del secolo, dopo avere pronunciato il nome che una volta faceva sognare guadagni favolosi ora la gente sputa. A rendere rivoltante Bernard Madoff, che una volta da queste parti era noto come “il buono del tesoro ebraico”, è la spregiudicatezza con cui ha mandato in rovina alcune delle associazioni filantropiche più famose d’America, dalla Foundation for humanity del premio Nobel Elie Wiesel alla Wunderkinder foundation di Steven Spielberg. Ma secondo le ipotesi degli inquirenti c’era una ragione precisa per cui il finanziere newyorkese amava avere fondazioni benefiche tra i suoi clienti: la maggior parte di queste associazioni per statuto non utilizza più del 5 per cento del proprio patrimonio ogni anno. A differenza dei privati, le charity non avevano l’esigenza di ritirare i fondi amministrati dalla Madoff Investment Securities Llc, che così poteva usare quel denaro per far figurare fittizi guadagni da esibire ai nuovi clienti.
Con stratagemmi come questi il “vecchio Bernie” aveva trovato il modo di estendere nel tempo lo schema ideato da Charles Ponzi: all’inizio del Novecento l’italoamericano era riuscito a truffare i suoi investitori solo per otto mesi, Madoff almeno per 10 anni. Un periodo che gli investigatori federali stanno ripercorrendo documento per documento negli uffici della Madoff nel Lipstick building, sulla Lexington avenue a Manhattan.
Speciale attenzione è riservata ai rendiconti che ricevevano i clienti, stranamente prodotti con una antiquata stampante a impatto. Molte transazioni risultano gonfiate: titoli Citigroup comprati a 12 dollari quando quel giorno valevano tra i 9 e i 10 dollari, Google a 337 mentre nella realtà il prezzo oscillava tra i 310 e i 320 dollari. E poi quasi nessun segno negativo: Madoff preferiva assorbire le perdite piuttosto che rovinare i risultati di investimenti divenuti famosi perché mostravano guadagni costanti fra il 10 e il 18 per cento.
Più della logica che portava il finanziere a ingigantire le sue contrattazioni ora gli inquirenti cercano di capire chi facesse parte della banda Madoff, che secondo l’ultimo conteggio ha portato a 42 miliardi di perdite, la metà delle quali fuori dagli Stati Uniti. “Che agisse da solo, come ha dichiarato, è praticamente impossibile” spiega a Panorama l’ex investigatore federale Robert Mintz.
Alla ricerca di chi possa aver automatizzato la produzione di documenti falsificati gli inquirenti stanno esaminando con particolare attenzione la posizione di Peter Madoff, fratello di Bernard e suo numero due. Abile informatico, Peter dirigeva le operazioni di brokeraggio dal 19esimo piano del Lipstick building, due piani sopra agli uffici senza targa sulla porta del fratello Bernard.
In realtà la separazione dei poteri era simbolica: a fianco di Peter lavorava per esempio Alvin Sonny Delaire jr, uno dei tanti mediatori che si occupavano di procacciare fondi per Bernard. Dopo avere lavorato presso Madoff, Delaire si è spostato di pochi uffici sullo stesso piano alla Cohmad, società di cui Bernard Madoff detiene il 20 per cento. Formalmente un’agenzia di brokeraggio, la Cohmad aveva un ruolo centrale nel reclutamento di nuovi clienti. Tra i suoi dipendenti c’era Robert Jaffe, che agli amici si descrive come un filantropo, uno dei mediatori che giravano in Aston Martin per le ville di Palm Beach a trovare clienti.
Genero di Carl Shapiro, uno dei primi mentori di Madoff (che lo ha ripagato sottraendogli 545 milioni di dollari), ora Jaffe ha deciso di collaborare con la giustizia. Grazie a lui gli inquirenti sperano di capire quanto sapessero delle reali attività di Madoff le grandi istituzioni finanziarie e i personaggi che ruotavano attorno a una quindicina di “feeder fund”, fondi che gli fornivano finanziamenti. La classifica delle vittime del finanziere newyorkese è capeggiata da fondi come Fairfield Sentry del finanziere Walter Noel (7,5 miliardi persi), Tremont (3,3) o Ascot di Ezra Merkin, che era anche presidente della sinagoga sulla Quinta strada. Ci hanno rimesso soldi pure il colosso spagnolo Santander, 2,9 miliardi, e l’italiano Unicredit, 1 miliardo.
È pur vero che per almeno vent’anni i gestori di questi fondi hanno percepito commissioni milionarie da Madoff, il quale invece di pretendere una quota del 2 per cento sul capitale e del 20 per cento sugli utili, come altri hedge fund, si accontentava di guadagnare sulle transazioni di borsa attraverso la sua agenzia di brokeraggio. Accordo per lui svantaggioso e fuori dell’ordinario a Wall Street. “La verità è che tutti sapevano da anni che si trattava di una truffa, e chi lavorava con Bernard è perlomeno colpevole di avere ignorato le voci di corridoio” dice il gestore di un hedge fund che chiede di rimanere anonimo.
Nel 2001 apparve sulla stimata rivista finanziaria Barron’s un articolo che metteva in dubbio la buona fede di Madoff. E nel 2005 la Sec, ovvero la Consob americana, riceveva dal gestore di fondi Harry Markopolos un’informativa di 17 pagine intitolata: “L’hedge fund più grande del mondo è una frode”.
Ci sono stati nel corso degli anni otto controlli, di cui quattro indagini ufficiali, adesso la Sec cerca di capire cosa non ha funzionato.
Certo contava che Arthur Levitt, chairman della Sec per otto anni, si fidasse di Madoff al punto da farne uno dei suoi principali consulenti. Il finanziere si vantava in pubblico dei suoi legami nell’agenzia. La nipote Shana, che dirigeva l’ufficio “compliance” della Madoff, è stata sposata con uno degli ispettori della Sec. Gli inquirenti stanno indagando su questo legame e su come sia possibile che l’hedge fund più grande del mondo abbia operato per anni senza controlli.
Quando un fondo sovrano arabo chiese di mandare quattro contabili per le verifiche prima di un investimento, si sentirono dire che gli unici abilitati all’auditing della Madoff erano tre impiegati dell’agenzia Friehlin and Horowitz, società che prende il nome da Jerome Horowitz e da sua figlia Robin, entrambi ex dipendenti della Madoff. Negli ultimi dieci anni ha anche versato circa 900 mila dollari a senatori di Washington dove impiegava una società di lobbisti.
Tuttavia, anche la rete delle complicità non basta a spiegare come decine di miliardari, da Mort Zuckerman a Marc Rich, siano stati ammaliati da Madoff. Gli ebrei di New York mettono quelli come Madoff nella categoria dei “mensch”, parola yiddish che identifica gli animi buoni. Sono quelli di cui ti fidi ciecamente, come fece Norma Hill, 68 anni, quando vent’anni fa morì suo marito. “Ero disperata e andai da Bernie” racconta la Hill. “Lui mi mise la mano sulla spalla e mi disse: ‘Non preoccuparti, dei tuoi soldi mi prendo cura io’”. Inutile dire che ora di quei 2 milioni di dollari s’è persa ogni traccia.

“Con riferimento alle notizie dell’arresto e incriminazione per frode di Bernard L. Madoff, UniCredit comunica di avere un’esposizione propria di circa 75 milioni di euro”. Con un secco cumunicato, Unicredit ridimensiona l’allarme di pesanti conseguenze della colossale truffa organizzata atteraverso hedge funds dall’ex numero uno del Nasdaq di New York. Ben diverse le ricadute per altre banche europee, come Bnp Parisbas e Santander. Quest’ultima rischia di perdere 2 miliardi di euro. Secondo il Financial Times anche il colosso bancario Hbsc ha un’esposizione di un miliardo di dollari.
“Relativamente alla sua divisione di asset management Pioneer Investments” si legge nel comunicato di Unicredit “UniCredit conferma inoltre che alcuni fondi della sua unità dedicata agli investimenti alternativi sono risultati esposti a Madoff indirettamente tramite feeder funds.
Questi ultimi non sono tuttavia presenti in alcun portafoglio dei fondi di fondi hedge di diritto italiano. L’esposizione dei clienti italiani è pertanto pari a zero”.
Autorevoli indiscrezioni di stampa non smentite indicavano in oltre 800 mln di dollari l’importo investito dai fondi feeder (fondi che investono in altri fondi) di Pioneer nella società dell’ex presidente del Nasdaq.
Inoltre, relativamente alla divisione di asset management Pioneer Investment Unicredit “conferma che alcuni fondi della sua unità dedicata agli investimenti alternativi sono risultati esposti a Madoff indirettamente tramite feeder funds. Questi ultimi però” precisa una nota “non sono tuttavia presenti in alcun portafoglio dei fondi di hedge di diritto italiano”. L’esposizione dei clienti italiani, insomma, “è pari a zero”.
Banco Popolare, invece ha “un’esposizione indiretta” sul fondo americano Madoff attraverso la sua controllata Aletti Gestielle Alternative. Il fallimento della Madoff comporterà per il Banco, si legge in una nota, una perdita massima sul patrimonio di 8 milioni di euro mentre quella sui fondi distribuiti alla clientela istituzionale e private “ammonta a circa 60 milioni di euro”.
Lo “schema Ponzi”. La “Catena di Sant’Antonio”. La “Piramide finanziaria”. Tanti nomi per definire quello che sembra l’affare perfetto: dammi i tuoi soldi e porta nuovi membri nell’affare, e li troverai moltiplicati. In realtà, una truffa. Che ingrassa solo i primi soci, i vertici della piramide. E fa perdere gli ultimi malcapitati in fondo alla catena: dai tempi di Pinocchio, i soldi non si moltiplicano.
Solo che questa volta, secondo l’Fbi e la procura di New York, al posto del Gatto e la Volpe a proporre l’”affare” agli investitori c’era un uomo considerato una delle colonne di Wall Street. Bernard Madoff, ex presidente del Nasdaq, è stato arrestato ieri a New York. L’accusa è quella di aver perpetrato una delle più colossali truffe della storia, con un volume complessivo di 50 miliardi di dollari. Madoff è noto per aver fondato una società finanziaria, la Bernard L. Madoff Investment Securities LLC, dal 1960 un punto di riferimento dei mercati. Ma secondo le accuse, avrebbe creato anche un hedge fund parallelo, una società di consulenza in grado di attirare investitori incauti in una specie di “piramide” promettendo guadagni astronomici in tempi brevi. Promesse mantenute per molti dei partecipanti, con rendite a doppia cifra dal 2005 ai giorni turbolenti della crisi finanziaria.
Come tutte le piramidi finanziarie, però, il gioco può andare avanti reggendosi sulle perdite dei nuovi investitori, finchè il loro numero non diventa troppo grosso. Secondo gli investigatori, Madoff avrebbe ammesso in un documento di aver montato una enorme catena, e che alcuni dei sottoscrittori avrebbero richiesto indietro il loro denaro per un totale di 7 miliardi di dollari.
Ma avrebbe aggiunto che si sarebbe reso alle autorità solo dopo aver utilizzato i 200/300 milioni di dollari che gli restavano per saldare i debiti verso alcuni dipendenti, la famiglia e amici. Se le accuse verranno confermate, il 70enne Madoff rischia fino a vent’anni di carcere e 5 milioni di dollari di multa. “Questo è un colpo durissimo alla confidenza degli investitori negli hedge fund” ha commentato alla Reuters Doug Kass, presidente dell’ hedge fund Seabreeze partners management.
Sono circa 40mila i risparmiatori italiani che hanno nei portafogli bond, prodotti strutturati e polizze index linked legati alla Lehman Brothers e che rischiano di veder bruciati “oltre un miliardo di euro investiti”. A sostenerlo il Codacons, in una nota, che ha deciso di “presentare una denuncia penale e preparare una class action contro banche e società di rating”.
Il Codacons annuncia una denuncia penale e una class action contro le banche e le società di rating. “A preoccupare non è solo l’esposizione diretta di banche e assicurazioni italiane che hanno acquistato azioni e obbligazioni del colosso americano - spiega il Codacons - ma è soprattutto il numero dei clienti che hanno nei portafogli bond, prodotti strutturati e polizze index linked legati alla banca americana. Quarantamila cittadini che rischiano di veder bruciati oltre un miliardo di euro investiti”. Il Codacons ha deciso di presentare una denuncia penale e preparare una class action contro banche e società di rating, in favore dei risparmiatori coinvolti nel crac Lehman.
“La banca americana infatti” prosegue l’associazione “era da tempo considerata a rischio, nonostante il rating. Vogliamo capire allora se ci sono responsabilità da parte degli istituti di credito italiani, degli intermediari finanziari e delle stesse società di rating, che hanno piazzato titoli pericolosi per gli investitori privati”. Intanto, aggiunge il Codacons nella nota, “autori ed editori Siae stanno valutando iniziative legali contro i componenti del cda dell’ente che nel 2003 decisero di investire 40 milioni di euro nella Lehman Brothers, con il voto favorevole di un consigliere che aveva un cugino che lavorava come dirigente presso l’istituto di credito. Vicenda sulla quale attualmente indaga la Procura della Repubblica di Roma”.

di Daria Bianchi
Si riaccende la speranza per i 450 mila risparmiatori italiani rimasti vittime dei tango bond, i quali, sia pure tramite un complicato meccanismo di riconversione, potrebbero veder rientrare 1 miliardo e mezzo dei 4 miliardi originariamente investiti. Meglio di niente.
Il presidente dello stato sudamericano, Cristina Fernández de Kirchner, in carica dal 10 dicembre, ha promesso infatti di aumentare il valore dei titoli di stato crollati nel 2001. Se le aspettative degli analisti finanziari sudamericani venissero rispettate, la banca centrale potrebbe comprare i tango bond al 50 per cento del valore originario, a patto che il venditore si impegni a investire la quota rimborsata in Argentina, e precisamente nei settori a maggiore tasso di crescita, come il turismo o l’energia. Un passo avanti, o quantomeno una limitazione del danno, se si pensa che oggi gli obbligazionisti italiani (molti pensionati) hanno in mano titoli che non sanno a chi rivendere e che valgono appena il 20 per cento dell’investimento.
Cristina Fernández de Kirchner, che si sta mostrando molto più elastica del suo predecessore e marito Nestor Kirchner, vuole ricostruire il rapporto di fiducia con l’Italia, incrinatosi all’indomani del crac dopo decenni di relazioni economiche.
“L’Argentina sta crescendo a un tasso dell’8 per cento da ormai 5 anni e ha fame di capitali stranieri” spiega Hugo Alberto Pruzzo, avvocato del De Naro Papa e associati, uno studio legale con sedi a Milano e a Buenos Aires. “Un gruppo di banche e società finanziarie potrebbe acquistare i bond dai titolari italiani al 37 per cento del prezzo originario, per poi rivenderli alla banca centrale al 50 per cento. E tramutare quella liquidità in capitale investito, da utilizzarsi per costruire alberghi, centrali eoliche o idroelettriche”.
Questo sistema comporterebbe dei vantaggi sia per i risparmiatori, che incasserebbero quasi il doppio rispetto alle ultime valutazioni, sia per gli operatori finanziari. Si dice che la catena Four Seasons, facendo da apripista, abbia comprato un albergo a Buenos Aires proprio con l’ausilio di un meccanismo simile.

Cosa sarebbe successo se ai tempi del crack Parmalat fosse stata in vigore una norma sulle class action come quella che ha appena incassato l’ok del Senato? Gian Piero Biancolella, il legale di Calisto Tanzi, risponde secco: “Non molto. Anzi non credo che, così come è stata pensata la proposta di legge, avrebbe cambiato qualcosa. Di certo il risarcimento non sarebbe stato più breve”.
Biancolella sostiene così la posizione di Confindustria e di alcune associazioni dei consumatori che sono fermamente contrarie alla norma soprattutto per quanto riguarda la parte della tempistica. “Se da un lato - aggiunge Biancolella - l’azione collettiva facilita i consumatori perché possono agire insieme con un consistente risparmio di soldi, dall’altro costringe loro ad affidarsi comunque a un legale per avere il risarcimento”. E alla fine la class action “risulta inefficace e farraginosa”.
Per quanto riguarda gli oltre centomila risparmiatori beffati dal crack Parmalat per loro, spiega Biancolella, non è detta l’ultima parola. “Non è vero- conclude - che molti consumatori scoraggiati hanno rinunciato. Anzi la maggior parte di loro sta aspettando l’udienza del dibattimento per costituirsi”. Infine l’avvocato boccia l’ipotesi dell’introduzione del danno punitivo (”È contro ogni principio costituzionale”) e spiega la differenza fondamentale tra i risparmiatori italiani e quelli americani nel processo Parmalat. “Negli Usa, dove è stata intentata una class action, è stato chiesto il danno anche alla nuova Parmalat mentre da noi questo non è possibile. Il risarcimento può infatti derivare solo dagli attivi della vecchia Parmalat”.

Più o meno gli stessi dubbi sono stati sollevati da Carlo Rienzi, presidente del Codacons e convinto oppositore al disegno di legge sulle class action. Se per i risparmiatori danneggiati dalla Parmalat fosse in vigore questa legge, dice, “non ci sarebbe stata grande differenza. Sarebbero stati rappresentati dalle associazioni ma avrebbero comunque dovuto aspettare un’eternità per il risarcimento”. Mentre per Paolo Landi, presidente di Adiconsum, “la norma sarebbe stata utilissima e avrebbe convinto molti consumatori che invece hanno gettato la spugna”.