Leggi tutte le notizie su:


Roberto-Mazzotta

Per la presidenza della Bpm lotta a colpi di video su Youtube

Ansa

In palio c’è la poltrona “che conta” della Bpm, la banca popolare cara ai milanesi e tra le più forti in Italia. Un posto a cui si arrivava, fino a pochi anni fa, grazie all’abilità nel tessere alleanze di palazzo. Che oggi pare non bastino più.

Anche la “casta dei banchieri”, spesso coi capelli grigi, sta cominciando a fare i conti con il web. Il 25 aprile, anniversario della Liberazione, è stata convocata l’assemblea dell’istituto dove si decidirà il prossimo cda. La Bpm, infatti, è stata fra le prime società in Italia a introdurre dei meccanismi per garantire la rappresentanza delle minoranze nei propri organi sociali, con l’introduzione del cosiddetto voto di lista. I candidati a presidente, quindi, devono conquistare i voti dei soci, proprio come fanno i politici durante le elezioni. Ha iniziato proprio il presidente in carica, il banchiere Roberto Mazzotta, 68 anni, milanese, che in un video di 4 minuti su YouTube ha lanciato un appello in vista dell’assemblea dell’istituto (da pochi giorni ha anche aperto un sito): “Ricorro a questo strumento libero di comunicazione per dialogare con voi e prepararci all’assemblea del prossimo 25 aprile, perché non desidero utilizzare strumenti della banca”. Poi, l’attacco ai sindacati. “Dovrete liberarvi da un’organizzazione del lavoro e da un dominio di chi usa il sindacato per fini di potere interno che condiziona le vostre carriere, facendo in modo che non siate promossi quando lo meritiate, ma quando siete iscritti al sindacato giusto e che le assunzioni siano un po’ taroccate”.
Rilancia la sfida Massimo Ponzellini, bolognese 58 anni, candidato dei soci dipendenti e dei sindacati, in un altro video trasmesso su youtube: “Il modello di questa banca è il vero patrimonio che dobbiamo promuovere. Certamente spetta al management rispondere in termini immediati e concreti ai problemi attuali. Bisogna assumere giovani che condividano questo modello e che siano le future risorse di questa banca: il sogno è che i giovani una volta formati portino avanti la nostra banca”.
E se due “big” sono ricorsi a youtube, Antonello Polita, consigliere della banca di Legnano e candidato della lista “Change”, ha puntato con una massiccia presenza su Facebook.

Liberalizzazioni anno primo. Cosa resta delle lenzuolate di Bersani?

Un distributore di benzina. Lo sciopero è stata la risposta dei benzinai alle misure esaminate oggi dal Consiglio dei ministri in materia di distribuzione carburanti nell'ambito del pacchetto liberalizzazioni.
L’Istituto Bruno Leoni ha raccolto a Milano uomini d’impresa ed esponenti politici, per parlare di che cosa (e quanto) sia cambiato il capitolo delle liberalizzazioni, a un anno dal decreto Bersani.
L’Ibl ha infatti creato l’indice delle liberalizzazioni, tema tanto caro a tutti i cittadini-consumatori (e alle loro tasche), con una metodologia di carattere quantitativo, mettendo cioè a paragone l’Italia non con un paese idealmente liberalizzato (che neanche esiste), ma con un paese europeo campione in materia (per esempio il Regno Unito, la Svezia o, solo nel trasporto aereo, l’Irlanda).
L’indice si propone di valutare un aspetto particolare della libertà economica, vale a dire “il livello della libertà di iniziativa in alcuni settori chiave dell’economia italiana”. E già da questa breve frase, contenuta nell’introduzione di Carlo Stagnaro, direttore Energia e ambiente dell’Ibl, si capisce cosa si debba intendere parlando di liberalizzazioni: l’assenza di vincoli e barriere a intraprendere, di ostacoli all’ingresso in un determinato mercato e alla sua concorrenza, intralci che nella quasi totalità dei casi sono prodotti dallo Stato. L’istituto torinese ha quindi applicato l’indice a otto settori in cui il decreto del ministro dello Sviluppo avrebbe dovuto liberalizzare il mercato: elettricità, gas, telecomunicazioni, trasporto ferroviario e aereo, poste, professioni intellettuali e lavoro. Il risultato?
L’Italia è un paese liberalizzato a metà: precisamente al 52%. Il motivo? Riforme iniziate ma non terminate, che hanno portato notevoli costi, e pochi benefici.
“Che il cammino parlamentare delle liberalizzazioni sia stato difficile è un dato di fatto”, dice Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, “ma c’è stata grande confusione anche fra tentativi di vera liberalizzazione e provvedimenti invece di sapore più populista”.
Spiega Carlo Stagnaro: “Nel caso dell’elettricità l’Italia ha fatto più della maggior parte degli Stati membri ed è andata oltre quello che la Commissione chiedeva di fare; nel caso dei trasporti aerei, siamo stati costretti a liberalizzare dalla presenza di direttive europee che regolamentano il settore”.
Cioè: non esiste una strada unica per le liberalizzazioni: a volte esse possono essere fatte grazie alle pressioni di Bruxelles, altre volte grazie al verificarsi di congiunture politiche favorevoli a livello nazionale. “L’importante è saper cogliere entrambe le opportunità per aumentare gli spazi di libertà all’interno di un paese” aggiunge Stagnaro.
Di fronte alla fotografia di Ibl, il presidente di Astrid Franco Bassanini (ex pluriministro nei governi di centro-sinistra), vede il “bicchiere mezzopieno”, contrariamente alla visione del presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, che si iscrive “parte di quell’Italia che sente il bicchiere troppo vuoto”.
Un’idea simile a quella del presidente della Banca Popolare di Milano Roberto Mazzotta, che ironicamente ha osservato: “Gli italiani sono favorevoli alle liberalizzazioni degli altri”.
E dunque le lenzuolate di Bersani sono servite o no? “Si può dire, senz’altro, che abbiano reso popolare la parola liberalizzazione”, conclude Carlo Stagnaro. “L’unico punto sul quale abbiamo potuto testare la loro efficacia è, però, la regolazione delle professioni. In Italia le professioni liberali sono libere al 46%, rispetto all’Inghilterra. Prima che Bersani ponesse mano alla libertà di pubblicità per i professionisti, e ne rilassasse i vincoli alla libertà di associazione, lo erano assai di meno”.
Già, liberalizzare cambia anche la struttura del mercato, determinando incentivi all’efficienza - sia a livello di imprese che di lavoratori: potendone raccogliere i frutti, gli occupati sono spinti a diventare più produttivi, mentre i “fannulloni” possono essere identificati e sanzionati. Non è per questo che le riforme si bloccano?


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
segui panorama su twitter

 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Meteo
  • Le uscite al cinema
  • Viaggio nell'antico Egitto
    Immobiliare.it
    Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

    Provincia
    Tipologia
  • R101
  • Promozione

  • Abbonati subito a Panorama!