Archivio per il tag “Russia”
- Tags: automobili, crisi-economica, disoccupazione, Fiat, Lada, Leningrado, rottamazione, Russia, San Pietroburgo, Stalingrado, Stavropol, Togliatti, togliattigrad, Vladimir-Putin
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Non tutti sanno che mentre Stalingrado è tornata ad essere Volgograd nel 1961 e Leningrado ha ripreso il vecchio nome di San Pietroburgo nel 1991, un’altra grande città russa ha mantenuto il nome del leader comunista cui era stata dedicata: si tratta di Stavropol, ribattezzata Togliattigrad nel 1964 in onore dell’allora segretario del PCI. Continua

Il presidente del Messico Felipe Calderòn su una Cinquecento - Epa
Fuori dai confini italiani, Sergio Marchionne gioca la sua partita per Fiat-Chrysler. Mentre il governo, secondo le indiscrezioni di Repubblica, è pronto a varare un piano di incentivi molto ridotti rispetto al 2009 per sostenere l’industria automobilistica, la casa torinese esplora nuovi mercati in America e in Europa. Continua

Credits: LaPresse
Lo stesso Presidente Dmitri Medvedev lo ha ammesso: il 2009 è stato l’anno più duro per l’economia russa dopo il tracollo del 1998. I dati ufficializzati oggi, del resto, non lasciano spazio a dubbi, visto che il Prodotto interno lordo è calato del 7,9%. A questo si aggiunge una situazione macroeconomica dissestata. Il deficit del bilancio pubblico ha quasi raggiunto il 7% del Pil, il tasso di inflazione è oltre il 9%, la disoccupazione attorno all’8%.
La situazione ha iniziato a deteriorarsi circa un anno e mezzo fa, Continua

Intagliatori di legno a Mogadiscio (Credits: La Presse)
La Somalia è il Paese più corrotto del mondo. Lo ha sancito il consueto rapporto di Transparency International, l’organizzazione non governativa tedesca che ogni anno pubblica un’indagine basata sulla percezione che gli operatori economici hanno del livello di corruzione del sistema in cui operano. Continua
- Tags: Eni, gasdotto, Gazprom, Germania, Italia, north-stream, Russia, schroeder-gerhard, Silvio-Berlusconi, South-Stream, Vladimir-Putin
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(foto Impulsiv/Lapresse)
Partita aperta in Europa nel risiko dei gasdotti. A vincerla, con molta probabilità, oltre alla Russia sarà anche la Germania. I
paesi Ue nei prossimi anni avranno bisogno di
maggiori importazioni di gas, di cui sono sprovvisti (le risorse interne sono irrisorie).
Secondo le ultime stime del colosso russo Gazprom, circa il 12% in più nel 2020 rispetto al fabbisogno attuale. I paesi fornitori si chiamano Russia, Algeria, Libia, Norvegia e Azerbaijan.
Continua
Appena i tecnici europei saranno arrivati agli impianti, la Russia riprenderà le forniture di gas verso l’Europa: è l’annuncio del primo ministro russo Vladimir Putin. Mosca, però, taglierà nuovamente le forniture se l’Ucraina dovesse “cominciare a rubare” il metano. La commissione che dovrà monitorare il transito di gas includerà rappresentanti di Ucraina, Russia, Unione europea, compagnie di importazioni europee, organizzazioni di monitoraggio ed esperti norvegesi.
“Non appena inizierà il meccanismo di controllo - ha spiegato il premier - manderemo il gas nel sistema. Se invece vedremo che viene rubato di nuovo, taglieremo di nuovo le forniture”. “La nostra azione” ha precisato il premier russo “è per migliorare la situazione in Ucraina e per rendere la sua economia più trasparente”. Putin, inoltre, si augura che la presidenza di turno dell’Unione europea, attualmente detenuta dalla Repubblica Ceca, promuova i progetti riguardanti i gasdotti North Stream e South Stream.

Puntuale, come da qualche inverno a questa parte, si riaffaccia da est la guerra del gas.
Protagoniste, le solite: Kiev e Mosca. L’Ucraina ha minacciato di confiscare tutto il gas russo in transito per il suo territorio verso i mercati europei se non verrà raggiunto un accordo sul nuovo contratto per le forniture di gas. Lo riferiscono fonti a Kiev e il portavoce del gigante russo Gazprom, Serghei Kuprianov, che ha definito la mossa “un ricatto”. La minaccia rischia di scatenare una nuova e più pesante ‘guerra del gas’ fra i due Paesi, anche perché una confisca non avrebbe basi legali.
In una lettera il cui contenuto è stato confermato da Kuprianov ai giornalisti, l’ente responsabile del gas in Ucraina, Naftogaz Ukraini, afferma che, “se non verrà raggiunto un accordo sul nuovo contratto, l’Ucraina chiuderà i suoi gasdotti al metano russo. Qualunque volume di metano entri nei nostri tubi, verrà confiscato come proveniente da un’indefinito fornitoré”. Nella stessa lettera l’Ucraina afferma che sarà “costretta ad avvertire della situazione i Paesi dell’Ue”.
Kuprianov ha definito il documento una rozza violazione dei passati accordi e di quelli in discussione sul gas in transito, “un ricatto non solo alla Russia, ma anche all’Europa comunitaria”. Kuprianov si è detto sorpreso della mossa ucraina, alla luce delle dichiarazioni di ieri sulle garanzie per il gas in transito verso l’Europa. Kiev non è mai stata esplicita in passato, anche quando ha effettuato prelievi abusivi sul gas europeo, sulla sua intenzione di usare i suoi tubi come arma di pressione per evitare bruschi rialzi dei prezzi del suo metano, finora ottenuto al costo ‘politico’ di 179,5 dollari, la metà circa del prezzo praticato in Europa occidentale.
Non si è fatta aspettare la risposta del colosso energetico russo Gazprom. Che ha annunciato che chiuderà domani i flussi di metano destinati all’Ucraina, dato che non è stato raggiunto nessun accordo sul rinnovo dei vecchi contratti né saldato totalmente il debito di Kiev verso Mosca. Il numero due di Gazprom Aleksandr Medvedev, ha precisato che la chiusura potrà avvenire, in caso di mancato accordo dell’ultimo minuto, alle 10 del mattino, ora di Mosca, le 8 italiane.

meeting straordinario di Oran (Algeria): “Quello che vogliamo e che questi tre paesi diventino membri dell’Opec”.
Ed è stato proprio Khelil di recente a chiedere più volte ai tre paesi produttori che non fanno parte ancora dell’Opec di diventare membri del cartello o almeno a partecipare dall’esterno alle decisioni dei 14 paesi, ossia condividere le scelte sui tagli alla produzione che porterebbero a un rialzo del prezzo del greggio, sceso nelle scorse settimane sotto i 46 dollari.
Già il prezzo del petrolio, un target che ancora non riesce a tenere unita tutta l’Opec. I falchi, Iran (sciita) e Venezuela in testa, sembrano puntare a una quota di 100 dollari al barile, risvegliando in Occidente i fantasmi della scorsa estate quando il petrolio ha toccato quota 147 dollari. Le colombe, i paesi moderati e sunniti del Golfo Persico (Qatar, Emirati Arabi Uniti e Kuwait) guidati dall’Arabia Saudita, seguono invece le anticipazioni del re di Riad, Abdallah, che nelle scorse settimane aveva parlato di un prezzo equo di 75 dollari. E il taglio alla produzione? Anche qui falchi e paesi moderati proseguono il braccio di ferro che dura ormai da fine ottobre. L’Iran nelle ultime settimane ha ripetuto più volte che è necessario una riduzione tra 1,5 e 2 milioni di barili al giorno.
Per quanto riguarda l’allargamento dell’Opec ai paesi non membri, la Russia si era sempre rifiutata di aderire per evitare di piegarsi al sistema delle quote, visto che starne fuori consentirebbe di beneficiare dei tagli alla produzione altrui senza ridurre la propria capacità. Ma il crollo del prezzo del greggio a novembre si è rivelato fatale a questa strategia e potrebbe far sì che la Russia decida di riconsiderare la propria posizione. “Dobbiamo difendere i nostri interessi”, ha detto il presidente Dimitri Medvedev. “Si tratta delle nostre fonti di reddito che si basano su petrolio e gas: queste misure di protezione possono combinare una riduzione dei volumi di produzione, una partecipazione alle organizzazioni esistenti dei produttori, così come una partecipazione a nuove organizzazioni”.
di Gianni Pintus
Crisi permettendo, è la Russia la «terra promessa» del made in Italy. Nel paese di Vladimir Putin le cifre parlano chiaro. In meno di dieci anni abbiamo scalato la hit parade degli scambi commerciali come in nessun’altra parte del mondo. In questi giorni l’Italia ha superato la Cina diventando il secondo partner economico dopo la Germania. E a portata di mano, ha detto Silvio Berlusconi durante la sua ultima visita a Mosca, c’è la possibilità di diventare primi.
La tendenza è positiva e può proseguire anche nella difficile congiuntura internazionale, che non risparmia la Russia, alle prese con un rallentamento economico preoccupante. Nel primo semestre del 2008 l’interscambio è aumentato del 17 per cento. L’export l’anno scorso ha toccato i 9,6 miliardi di euro con un incremento di oltre il 25 per cento diventando così il più cospicuo verso un paese extra Ue.
Qual è il segreto del successo italiano in Russia e, soprattutto, come si può immaginare di veder crescere i rapporti fino a insidiare il primato della potente macchina economica tedesca, che adesso ci sorpassa di oltre 10 miliardi di euro? Per capire i segreti di quella che può diventare una relazione speciale bisogna tornare indietro di qualche anno, ai primi mesi del 2000, quando il neopremier Vladimir Putin con sulle spalle il pesante fardello del default finanziario russo scelse Milano come meta del suo primo viaggio economico all’estero. A convincerlo dell’importanza di far tappa in Lombardia per incontrare la business-community fu il presidente della Camera di commercio italo-russa Rosario Alessandrello, che si è guadagnato il ruolo di nocchiero dell’interscambio fra le due nazioni. Da allora è stato un crescendo che si è invigorito con l’amicizia tra Berlusconi e Putin, l’amore russo per il made in Italy, la sintonia culturale fra i due popoli.
La comparsa sulla scena del presidente Dimitri Medvedev non ha certo scalfito la qualità e la quantità dei rapporti: il numero uno del Cremlino arriva sabato 6 dicembre in Puglia, per la cerimonia di cessione alla Federazione russa della chiesa ortodossa di Bari. In Russia l’Italia è riuscita in un’impresa che in altri paesi è fallita: fare sistema, cioè accompagnare alla capacità di esportare delle piccole e medie aziende la conquista di grandi lavori nelle infrastrutture, nell’alta tecnologia, in joint-venture.
Il successo dell’Italia è grande grazie ai criteri che accompagnano la modernizzazione russa: sembrano ritagliati sull’esempio dei distretti industriali di casa nostra e questo rappresenta un aiuto per il made in Italy. Vanno fortissimo i macchinari, molto bene l’arredamento, dove dominiamo il mercato, la tecnologia e l’abbigliamento. L’ottimismo regna e il record tocca alle imprese toscane, che in Russia vendono anzitutto arredamento e moda e contano di chiudere il 2008 con l’export in crescita del 53 per cento.
In forte ritardo invece il settore auto. I grandi accordi dell’epoca della Fiat a Togliattigrad sono archiviati da un pezzo, mentre i gruppi tedeschi si sono imposti. La Russia, per fare un esempio, è il secondo mercato dopo quello interno per l’Audi. Per l’auto le speranze italiane sono riposte nel nuovo contratto che la Fiat ha firmato con la Soller (ex Severstal-auto) per la produzione del modello Linea e di motori diesel. In Russia l’amministratore delegato Sergio Marchionne non ha intenzione di alzare bandiera bianca. Nel frattempo il presidente della Fiat Luca Cordero di Montezemolo è entrato nel consiglio di amministrazione della Norilsk, gigantesca holding industriale.
Quanto all’alimentare, la buona cucina italiana e i suoi prodotti, forti in mezzo mondo, in Russia ancora faticano. «Non perché non ne sia apprezzata la qualità» spiega Adolfo Urso, sottosegretario al Commercio estero, «ma solo a causa degli eccessivi dazi che scoraggiano il consumatore russo». Urso ha pronta la ricetta per superare l’impasse: far entrare la Russia nella Wto (l’organizzazione mondiale del commercio), ingresso che l’Italia sponsorizza proprio per abbassare le tasse sulle importazioni.
Come accrescere ancora il livello dell’interscambio con balzi capaci di spingerci a ridosso del made in Germany? Secondo Urso è possibile far lievitare in misura ancora considerevole le esportazioni di macchinari, di tecnologia e di arredamento. Nell’edilizia abitativa il mercato potenziale è enorme grazie all’imporsi anche in Russia di standard internazionali e al rapido deterioramento (anche per la manutenzione pessima o nulla) di quanto è stato costruito ai tempi del regime socialista. Stessa situazione per le infrastrutture: l’Italia è riuscita a conquistare importanti lavori nell’ammodernamento della rete ferroviaria, dove pure la concorrenza internazionale, in questo caso quella francese, è forte.
Molto promettenti sembrano anche gli accordi in campo aeronautico. C’è una robusta collaborazione della Finmeccanica con la Sukhoi per la costruzione di un jet per collegamenti regionali e per la produzione di componenti e la commercializzazione di elicotteri, tramite l’Agusta-Westland.
Oltre agli aspetti industriali c’è qualcosa di più profondo che giustifica l’ottimismo per i rapporti con la Russia. In parte è legato a ragioni politiche. Mosca ha bisogno dell’export tedesco ma al tempo stesso teme di esserne «colonizzata», come è accaduto ad altre repubbliche dell’ex impero sovietico. I russi vogliono pure limitare il peso economico cinese nella sterminata parte asiatica del paese.
Tutto ciò ha favorito e, probabilmente, continuerà ad aiutare il made in Italy. La prova del nove sulle possibilità di diventare primo partner economico della Federazione russa si terrà in primavera. «Il prossimo aprile» annuncia Urso «una delegazione economica italiana, della quale faranno parte 500 imprenditori guidati dal presidente della Confindustria Emma Marcegaglia, si recherà a Mosca per potenziare i rapporti industriali e commerciali». Sarà l’occasione per dare un’accelerata all’interscambio e tentare di avvicinarsi ai tedeschi. Sempre che la crisi non ci metta lo zampino. l
I falchi dell’Opec giocano la carta della Russia. Continua il braccio di ferro in seno all’Opec (l’Organizzazione dei paesi produttori) sull’imminente taglio della produzione del petrolio. Niente di deciso al meeting di El Cairo di sabato scorso: la decisione è stata rinviata a metà dicembre, quando si svolgerà la prossima riunione dell’Opec in Algeria. Un incontro che si annuncia particolarmente caldo e che vedrà la partecipazione straordinaria di Viktor Khristenko, ministro del petrolio della Russia - paese che non fa parte dell’Opec - ma che esporta circa 5 milioni di barili al giorno. Una presenza fortemente voluta da Iran e Venezuela, i falchi dell’Opec, che insistono per una maggiore cooperazione tra i paesi membri dell’organizzazione e i paesi non Opec (Russia, ma anche Norvegia e Messico).
La mossa congiunta di Teheran e Caracas punta a trovare una sponda tra i paesi membri del cartello, che producono il 40% del petrolio mondiale, e quelli che non ne fanno parte, per trovare una strategia comune contro il calo dei prezzi del greggio. E non a caso domenica Teheran è tornata di nuovo alla carica: a un giorno dalla riunione dell’Opec - che ha deciso di lasciare invariata la produzione, nonostante il prezzo del greggio stia calando – il ministro del petrolio,Gholam Nozari, ha fatto sapere che il mercato globale “È sovrafornito con due milioni di barili al giorno”.
La soluzione iraniana? Un colpo di mannaia sulla produzione dell’1 - 1,5 milioni di barili al giorno.
Dall’altra parte le colombe - Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Qatar – prima di acconsentire a nuovo taglio, hanno preteso di veder rispettati gli attuali “tetti” di produzione dagli altri paesi.
L’Opec ha già tagliato due volte di seguito la produzione per un totale di 2 milioni di barili al giorno, portando l’output a 27,3 milioni di barili al giorno. Il segretario generale dell’organizzazione, Abdalla El-Badri, per ora non si sbilancia e parla di una riduzione di “grossa quantità” al prossimo vertice in calendario. Attualmente il prezzo del petrolio oscilla tra i 50 e i 57 dollari al barile, in calo del 63% rispetto al livello record di 147 dollari del luglio scorso. L’Arabia Saudita, il maggior paese produttore, per bocca del re Abdallah ha già fatto sapere che considera “equo” un prezzo di 75 dollari al barile e il segretario dell’Opec sostiene che non ci saranno aumenti significativi del prezzo fino a metà del 2009.
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