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Ryanair

“Siamo nel mezzo di un massiccio programma di riduzione dei costi”. Parola di Michael O’Leary, patron della compagnia aerea Ryanair. E finché si tratta di congelare le retribuzioni milionarie dei 36 top manager a capo dell’azienda, ai passeggeri poco importa. Ma la dieta low cost di Ryanair non si ferma qui. Tra i tagli sono compresi “i servizi aeroportuali e il livello di personale impiegato”. Se vi viene in mente qualche piccola disavventura vissuta con i voli di questa compagnia siete sulla strada giusta. L’annuncio fatto da O’Leary arriva quando già sui vettori più economici d’Europa si è scatenata la bufera. E il caro petrolio c’entra fino ad un certo punto.
In questi giorni è uscito in libreria, edito da Egea, Ryanair. Il prezzo del low cost di Siobhàn Creaton, una giornalista irlandese corrispondente dell’Irish Times. Costo 19 euro. Ovvero sette euro in meno rispetto a quanto vi costerebbe portare un solo bagaglio (eccetto quello a mano). Creaton racconta la storia di chi ha saputo guadagnare con uno dei disastri più grandi della storia, l’11 settembre, a suon di biglietti a una sterlina. Ma è anche la storia della compagnia più low cost che ci sia. Così tanto low da essere accusata di non avere eguali nel maltrattamento di dipendenti e passeggeri. Più o meno un mese fa un medico sassarese è stato costretto ad abbandonare il velivolo perché non ascoltava le informazioni di sicurezza impartite dalla hostess prima del decollo. A febbraio, poi, la compagnia è stata costretta a pagare un indennizzo di 6.500 euro ad un musicista cieco e ai suoi quattro colleghi che il 31 dicembre 2006 erano stati fatti scendere da un volo dalla Sardegna a Londra perché erano stati scambiati per terroristi. Mentre a novembre una passeggera è restata a terra perché non voleva abbandonare il suo peluche a forma di coccodrillo. Che in effetti era lungo un metro.
Tra gli esempi citati da Creaton la mancanza di pasti o rinfreschi gratuiti, la scarsissima assistenza perfino ai portatori di handicap, l’utilizzo di aeroporti periferici (identificati con il nome di grandi città ma distanti anche un centinaio di chilometri). Per non parlare delle pubblicità spesso ai limiti dell’offensivo, nelle quali perfino il Papa è stato tirato in ballo. Addirittura anche la milionesima cliente, premiata con biglietti gratis a vita, ha fatto causa a Ryanair. E non è nulla in confronto alla lunga protesta dei dipendenti. Proprio su questo campo si combatte la partita più dura.
Da molto tempo oramai i sindacati di tutta Europa si sono uniti per combattere gli abusi da parte della compagnia nei confronti dei lavoratori. Creaton parla di forti pressioni anti-sindacali ma non è l’unico aspetto. “Ryanair non segue nessuna regola -spiega Claudio Genovesi, segretario nazionale di Fit-Cisl“. Non sono bastate le “reiterate sollecitazioni” né “una sentenza del tribunale di Velletri”. L’azienda, in sostanza, non ascolta i sindacati e sceglie autonomamente le regole per i propri dipendenti. Per esempio orari, spiega Genovesi, oltre i limiti consentiti dalla legge con “turni anche di 19 ore”. Dipendenti alle prime armi che vengono mandati via non appena si avvicina il momento della qualifica, impossibilità da parte dei sindacati di controllare la sicurezza nei luoghi di lavoro. Addirittura le telecamere di sorveglianza nei locali di sosta proibite per legge (e da poco oscurate) e l’assenza di servizi minimi in caso di sciopero.

L’Enac dovrebbe vigilare ma per ora, dice Genovesi, “i controlli sono troppo pochi”. E poi “c’è la concorrenza sleale”. Le compagnie aeree low cost godono di finanziamenti pubblici da parte delle camere di commercio, degli enti turistici e delle società aeroportuali. “Aiuti ingiustificati - conclude Genovesi - in presenza di queste problematiche. Se per esempio Alitalia paga 100, Ryanair la metà. A Roma poi sono ancora più avvantaggiati visto che Ciampino è più in centro di Fiumicino”. Per ora però ad un cambio di rotta la compagnia non ci pensa proprio. Semmai a dimezzare le spese. Dura la legge del low cost.
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Il cellulare squillerà anche tra i sedili degli aerei: la Commissione europea ha varato le nuove norme per utilizzare i telefonini gsm durante i voli in modo sicuro all’interno dell’Unione europea (qui il testo della decisione). Sarà possibile parlare da tremila metri di altezza, vietato invece nella fase di partenza e di atterraggio. I costi? “Se i consumatori riceveranno bollette astronomiche, il servizio non decollerà” ha detto il commissario Ue Viviane Reding, aggiungendo che saranno monitorati attentamente “i livelli e la trasparenza dei prezzi a carico dei consumatori”.
Per chiamare i telefonini non sfrutteranno direttamente le antenne di terra, ma le picocelle, dispositivi all’interno dell’abitacolo che riceveranno il segnale dal cellulare e lo invieranno ai satelliti. In questo modo si eviteranno due rischi: creare interferenze con le strumentazioni di bordo e con le stazioni radio base, a causa dell’elevata velocità dell’aereo. In caso di turbolenze, inoltre, il comandante potrà sempre decidere di bloccare momentaneamente le telefonate. All’inizio saranno disponibili soltanto servizi di seconda generazione (in alcuni casi limitati agli sms), in seguito le tecnologie 3G. Comunque, il commissario Ue Reding suggerisce di allestire “zone di tranquillità”, libere dai cellulari, per chi invece vuole viaggiare in assoluto silenzio.
Gli Stati membri avranno al massimo sei mesi di tempo per mettere in atto le nuove regole, ma “il servizio potrà essere proposto già da qui a qualche settimana” ha spiegato il portavoce Ue, Martin Selmayr. AirFrance-Klm ha già iniziato la sperimentazione per le chiamate “dal volo” e altre compagnie aeree vogliono seguire la stessa strada, come Ryanair, la portoghese Tap, Bmi British Midlands. Alcune, però, stanno valutando se consentire soltanto le comunicazioni attraverso sms, o con la suoneria in modalità silenziosa. Appena dieci giorni fa l’agenzia britannica per le telecomunicazioni, la Ofcom, era stata la prima a stabilire le regole per le telefonate gsm dagli aeroplani registrati in Gran Bretagna.
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di Antonella Bersani
Il boss della Ryanair vuole il sangue. “Noi diamo il benvenuto a una buona, lunga e sanguinosa recessione nel nostro paese” ha dichiarato Michael O’Leary, leader delle compagnie aeree a basso prezzo, al quotidiano inglese The Guardian. Lui il rallentamento economico lo vede così: l’opportunità che qualcuno dei suoi concorrenti salti e l’impossibilità da parte dei governi di imporre tasse “ecologiche”. Se la ride, insomma. E non è il solo.
A vedere vantaggi nella stagnazione sono molte categorie sociali. Per esempio i contadini. “C’è una grande fame di terra, i paesi emergenti fanno crescere la domanda di generi alimentari e i terreni sono sempre più richiesti anche per collocarvi impianti per la produzione di energie alternative” riassume il presidente della Adam Smith Society, l’economista Alberto De Nicola. Poiché si esaspera la polarizzazione dei consumi, vengono premiati i prodotti d’alta gamma, quelli a basso prezzo e le imprese leader di mercato.
Un esempio? “Il portafoglio ordini per la collezione primavera-estate 2008 è aumentato del 25 per cento” informano alla Geox, e De Nicola spiega perché. “Chi ha un prodotto consolidato e dispone di risorse finanziarie è meglio attrezzato per reggere la crisi”. Può infatti differenziare, investire in innovazione, approfittare delle occasioni sul mercato, produrre a prezzi competitivi. E diventare sempre più ricco. Così come spera in buoni affari chi vende prodotti che costano poco, meglio se pochissimo. Come la Easycar, autonoleggio low cost nato sulla scia del successo delle compagnie aeree a basso prezzo.
Alla stagnazione si adegua perfino la Microsoft, che insieme alla Amd ha creato un pc a bassissimo prezzo e ricaricabile che, dopo un anno di test in Brasile, arriverà anche in Europa. “Tutto il low cost è favorito dalla crisi, i voli Ryanair come le polizze, i conti correnti e il commercio online” dice Paolo Martinello, presidente dell’associazione Altroconsumo. Tra i beneficiati c’è, quindi, anche la McDonald’s che si è inventata i menù “Salvaeuro” e annuncia per il 2008 una trentina di nuove aperture dopo aver chiuso i conti del 2007 con un più 9,1 per cento.

L’effetto polarizzazione fa sì che né la Gucci né la H&M sentano sui bilanci un calo dei ricavi. La moda di alta gamma vale 150 miliardi nel mondo e si prevede che raddoppi entro i prossimi 5 anni. E quella più a basso prezzo, proposta da catene come Zara o H&M, macina profitti.
“In Germania gli stipendi sono stati fermi per 10-15 anni e nel frattempo la H&M ha aperto circa 200 punti vendita. A gennaio” spiegano dal quartier generale svedese della catena di abbigliamento “le nostre vendite sono cresciute del 17 per cento e nel 2008 inaugureremo nel mondo altri 190 punti vendita”. A vedere rosa nella crisi sono tutte le grandi strutture commerciali che vendono a prezzi contenuti. Orizzonte sereno all’Ikea, dove il cliente trasporta e monta i mobili. Come pure all’Auchan, dove hanno appena inaugurato il self discount: prodotti non confezionati di ogni tipo da acquistare a peso.
Ipermercati, hard discount e la catena svedese di arredamento sono i veri surfisti della crisi. “Nell’ultimo anno i dati Nielsen segnalano un più 9 per cento nei volumi di vendita degli hard discount” confermano alla Confcommercio. L’Auchan rilancia con una crescita mensile del 10- 15 per cento dei prodotti a marca privata, quelli più a buon mercato. Quanto all’Ikea, “per il decimo anno consecutivo abbiamo ridotto i prezzi del catalogo (in media -1,3 per cento)” dichiara l’amministratore delegato Roberto Monti. “Entro il prossimo anno contiamo di aprire cinque nuovi punti vendita in Italia”.
Poi ci sono i consumi che cambiano, soprattutto nelle famiglie che non arrivano alla fine del mese. Sulla tavola degli italiani meno spesso compare la fettina, sostituita dal più economico würstel, le cui vendite sono in forte crescita. La stagnazione ci impone dunque la dieta di Angela Merkel? Ai produttori di insaccati certo non dispiace. “I prezzi alla fonte sono rimasti costanti, i valori nutrizionali sono buoni e così la carne suina sta vivendo il suo momento di gloria” gongola Vittore Beretta, presidente dell’omonimo salumificio. Crescono prosciutti nostrani non marchiati, mortadelle ma anche prodotti affettati e confezionati.
Nel frattempo il pesce surgelato segna lo 0,8 di crescita rispetto al più costoso fresco. La crisi non solo favorisce solo le imprese e certi settori del commercio ma anche una parte di consumatori i quali, senza accorgersene, traggono un vantaggio indiretto. Per gli acquirenti di prime case e le giovani coppie è un momento di buoni affari. Chi ha tempo per cercare, un gruzzolo da parte e non deve vendere un immobile per comprarne un altro può approfittare di ribassi tra il 20 e il 30 per cento dei prezzi di parte delle case. La trattativa sarà più facile se si trova qualcuno costretto a vendere in fretta e ci si concentra sulle abitazioni non di nuova costruzione.
Buone notizie anche sul fronte dei mutui: i tassi sono scesi ai livelli precedenti la crisi dei subprime e l’esigenza di non alimentare la crisi probabilmente impedirà che salgano. Per l’estate, prevedendo difficoltà di molte famiglie a organizzare vacanze tradizionali, gestori di campeggi, produttori di tende, fornelli e attrezzi si fregano le mani. Ma la polarizzazione dei consumi è una legge che vale anche quando si parla di vacanze, tanto è vero che “gli hotel a cinque stelle non risentono della crisi, soffre la fascia intermedia e cresce il fatturato degli alberghi a due stelle, oltre che dei camping” conferma Bernabò Bocca, presidente della Federalberghi. Meritano una menzione anche i viaggi della speranza, quelli dei manager alla ricerca di nuove occasioni di incontro e di guadagno.

Le città del business battono, infatti, in presenze le città d’arte. E Milano, Roma e Bologna si godono il fruscio delle carte di credito. C’è una categoria particolare di persone che non solo potrebbe moltiplicare le occasioni di guadagno, ma addirittura elevare la propria notorietà grazie alla recessione. Sono gli economisti, mai tanto richiesti e ascoltati come nei tempi difficili. “Esiste poi un settore propriamente detto consulenza da crisi che fa affari d’oro” aggiunge De Nicola.
A gioire sono i consulenti che lavorano sui piani di rilancio aziendale, i legali e i fallimentaristi. “In periodi di ristrettezze economiche i pagamenti avvengono in ritardo, aumenta il contenzioso e crescono gli affari degli avvocati civilisti e degli esperti in diritto del lavoro”. E c’è addirittura chi sostiene che la stagnazione migliorerà il nostro stile di vita. È Pierangelo Da Crema, docente di economia e autore del libro La dittatura del pil (Marsilio). “Questa ossessione per la crescita non sempre è positiva. Meno produttività significa anche meno emissioni inquinanti, più salute e meno conflitti sociali. Il governo cinese se ne è accorto. E sta cercando di porre un freno al suo sviluppo incontrollato”. Mentre in Occidente si cerca di fare il contrario.
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Al quartier generale di Airone è tutto pronto per la proposta di acquisto per Alitalia assieme a Intesa SanPaolo che dovrebbe entrare nel capitale di Ap Holding con una quota di circa il 30%. Secondo indiscrezioni, all’istituto guidato da Corrado Passera potrebbero affiancarsi a breve altri istituti del calibro di Mps, Morgan Stanley e Nomura. L’imprenditore abruzzese, Carlo Toto, sarebbe stato nelle scorse settimane a un passo dal mollare la presa a causa del ritardo accumulato nei confronti di Air France-Klm e Lufthansa che hanno già fatto recapitare i piani industriali all’advisor di Alitalia, Citi. La certificazione dei giorni scorsi del revisore della compagnia di bandiera, Deloitte & Touche, che impone in capo all’acquirente l’obbligo immediato di ricapitalizzare Alitalia per una cifra che dovrebbe aggirarsi intorno a un miliardo, ha però rimescolato le carte.
Il vettore francese così come quello tedesco avrebbero proposto a Citi un semplice scambio azionario fino ad arrivare a una quota del 20-25% di Alitalia. Subito dopo l’acquisto le due compagnie avrebbero intenzione di lanciare un drastico piano di risanamento e solo dopo alcuni mesi, Alitalia verrebbe ricapitalizzata. L’operazione in tre tempi sarebbe stata suggerita dai rispettivi advisor per evitare ripercussioni troppo forti sui titoli Air France e Lufthansa a causa di un esborso così ingente necessario per ricapitalizzare il vettore guidato da Maurizio Prato che peraltro ha debito per oltre 1,3 miliardi.
Il maxi aumento non sembra invece spaventare Toto che gode dell’appoggio di Intesa Sanpaolo e di altri istituti bancari che già in occasione della gara indetta dal Tesoro a luglio erano pronti a schierarsi a fianco dell’imprenditore abruzzese. L’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, ha ribadito il suo appoggio all’operazione e ha assicurato che la banca “si sta impegnando da tempo in un progetto imprenditoriale di lunga portata”. E visto che Toto, tra le altre cose, prevede un forte rilancio di Malpensa sarebbero aumentare negli ultimi giorni le possibilità che possa acquistare Alitalia, sempre che Air France e Lufthansa non decidano di calare l’asso infischiandosene delle ripercussioni sulla Borse. Prato dovrebbero rendere noto il nome del partner con cui avviare la trattativa diretta intorno la venti novembre.
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L’Amministratore Delegato di Aeroflot Valery Okulov ha ammesso ufficialmente che Aeroflot è interessata a comprare la compagnia ceca. “Le condizioni di acquisto della Czech Airlines non sono ancora chiare, ma ci stiamo consultando”.
“Noi siamo interessati a comprare un vettore europeo e questo riguarda non solo la compagnia ceca” ha aggiunto Okulov. La su precisazione si potrebbe riferire alla Jat Airways, la compagnia di bandiera serba, ( Aeroflot ha già fatto una proposta di privatizzazione la scorsa primavera) ma anche ad Alitalia. “La nostra compagnia deciderà entro il 10 novembre se comprare il pacchetto Alitalia”, ha precisato numero uno di Aeroflot.
Gli analisti russi preferiscono la compagnia di bandiera ceca ( il 56.92 % è del Ministero delle Finanze di Praga). Costa meno (200-300 milioni di dollari) e ha perdite irrisorie (6.4 milioni di euro nel 2006).
Simili opinioni ha Citi, che ad Air France ha sconsigliato in un recente rapporto di comprare Alitalia se c’è Iberia. Non è convinta di scendere in pista neanche Lufthansa. Sembra che i tedeschi lottino solo per non dare ai concorrenti la possibilità di diventare il numero uno in Europa. Resta Carlo Toto, padre padrone di Air One. La sorte della compagnia di bandiera italiana dovrebbe essere decisa entro due settimane. Così ha detto Maurizio Prato. Formalmente ci sono 6 concorrenti in gara. Prima si decide, maggiori saranno le possibilità di salvare il salvabile.
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Perché comprare Alitalia visto che in vendita c’è anche Iberia? Una compagnia che, a differenza del vettore italiano, vola in cieli tranquilli e continua macinare utili? Domande che rimbombano da mesi nelle stanze dei bottoni di Air France-Klm soprattutto ora che a porsi il quesito non è un consulente qualsiasi ma addirittura Citi. Ebbene sì, proprio la società che fa capo a Citigroup, scelta appena qualche settimana fa come advisor della privatizzazione dal numero uno di Alitalia, Maurizio Prato.
Citi, senza porsi minimamente il problema di mantenere un profilo basso in tutta la vicenda, in un report ha messo sotto la lente la strategia di espansione di Air France-Klm. E dopo avere fatto due conti è arrivata alla conclusione che la migliore acquisizione per Parigi è Iberia.
Non fosse altro che l’operazione risponde esattamente all’obiettivo annunciato più volte da Jean-Cyril Spinetta di un Roce (Return on capital employed) dell’8,5%. E se il suggerimento arriva da chi ha avuto modo di mettere a nudo la reale situazione dei conti Alitalia, allora c’è da fidarsi. In effetti Spinetta continua a prendere tempo, tenendo il governo italiano con il fiato sospeso in attesa di capire se riuscirà a battere sul filo del rasoio la battaglia contro British Airways che pure punta sul vettore spagnolo per espandersi in Europa.
“I colloqui con Alitalia inizieranno probabilmente nelle prossime settimane”, ha detto il numero uno di Air France-Klm. Un allungamento dei tempi che servirebbe anche all’altro scopo. Quello di costringere il governo italiano ad accettare le condizioni poste da Parigi a suo tempo per prendere Alitalia e cioè acquisizione a costo zero e forte riduzione dell’organico attraverso l’utilizzo di ammortizzatori sociali.
Paletti che, al momento, Palazzo Chigi non intende accettare. Ma se tutti gli altri candidati dovessero fare dietro-front, quella francese tornerebbe a essere l’unica strada da percorrere per evitare il commissariamento di Alitalia.
SPECIALE ALITALIA
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“Mandiamo i bamboccioni fuori di casa” ha detto il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa scatenando le ire di tanti e la risposta piccata del direttore del’Istat, Luigi Biggeri: “Restano a casa perché nonhanno i soldi”
Comunque, dopo meno di una settimana, la boutade di TPS è lo slogan per promuovere i voli della Ryanair: “Via da casa! Finalmente ci libereremo dei bamboccioni”.
Volto della campagna? Chi meglio del ministro stesso, suo malgrado.