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Allarme Cgil: salari fermi dal 1993 e tasse in crescita

Una busta paga

Buste paga che non lievitano. Salari netti fermi. Dal 1993.
È quanto evidenzia il nuovo rapporto dell’Ires-Cgil, secondo cui il fisco in 15 anni ha beneficiato di guadagni di produttività calcolati in 6.738 euro per ciascun lavoratore, in termini di potere d’acquisto, tra la mancata restituzione del fiscal drag (aumento delle tasse in relazione ala crescita dell’inflazione) e l’aumento della pressione fiscale. In totale allo Stato sono arrivati 112 miliardi di euro dal ‘93 al 2008.
Secondo la Cgil, se fosse stato applicato l’accordo separato sugli aspetti contrattuali del 22 gennaio scorso, dal 1993 al 2008, in aggiunta alla perdita fiscale i lavoratori avrebbero perso altri 6.587 euro di potere d’acquisto. La proposta del sindacato guidato da Guglielmo Epifani rivolta al governo è che vengano erogati 100 euro medi di aumento mensile in busta paga, aumentando le detrazioni fiscali per lavoratori dipendenti, pensionati e collaboratori. Ciò, dice la Cgil, dovrà avvenire da gennaio 2010 e dunque dovrà essere previsto nella prossima manovra economica. Sempre secondo i dati diffusi dall’istituto di ricerca della Cgil, dal 1995 al 2006 i profitti netti delle maggiori imprese industriali sono cresciuti di circa il 75% a fronte di un aumento delle retribuzioni di solo il 5%. E ancora: in base alle dichiarazioni dei redditi presso i Caf Cgil, si ha che circa 13,6 milioni di lavoratori guadagnano meno di 1.300 euro netti al mese. Circa 6,9 milioni meno di mille, di cui oltre il 60% sono donne. Oltre 7,5 milioni dei pensionati prende meno di mille euro netti mensili.
Il reddito disponibile famigliare fra il 2000-2008 registra così una perdita di circa 1.599 euro nelle famiglie di operai e 1.681 euro nelle famiglie con “capo famiglia” impiegato a fronte di un guadagno di 9.143 euro per professionisti e imprenditori. Riguardo alla cassa integrazione, un lavoratore a “zero ore” per un mese vede il suo stipendio abbassarsi dai 1.320 euro netti in busta paga ad appena 762 euro; una lavoratrice in Cig, sempre a zero ore, con uno stipendio mensile di 1.100 euro netti passerà a 634 euro netti. Dall’analisi dei dati Istat - sempre secondo la Cgil - emerge come le retribuzioni di fatto dal 2002 al 2008 abbiamo accumulato una perdita del potere di acquisto pari a 2.467 euro, di cui circa 1.182 di mancata restituzione del drenaggio fiscale.

La Cassazione: “Saltuario non è sempre precario”

Precari in piazza

Linea dura della Cassazione sul precariato. Con la sentenza 21031 la Suprema Corte ha stabilito in sostanza che non sempre le prestazioni saltuarie possono essere considerate lavoro precario: il mettere a disposizione del datore di lavoro le proprie energie lavorative e sottostare alle disposizioni dei superiori, può significare essere inseriti nell’organizzazione aziendale, così da determinare un rapporto di lavoro subordinato e non autonomo. Secondo i supremi giudici, infatti, l’elemento caratterizzante un lavoro subordinato è la “la disponibilità del prestatore nei confronti del datore di lavoro con assoggettamento alle direttive da questo impartite circa le modalità di esecuzione dell’attività lavorativa”. Quindi anche se saltuarie, prestazioni specifiche possono far rientrare i lavoratori nel quadro organico dell’azienda come dipendenti e non come “lavoratori autonomi”.
Il caso riguarda degli impiegati “a prestazione” di un’azienda di trasporti di Genova che avevano chiesto il riconoscimento anche dei contributi come lavoratori subordinati. La Corte d’Appello aveva riconosciuto la natura subordinata dei rapporti di lavoro evidenziando che anche se le prestazioni erano “saltuarie e senza vincolo di restare a disposizione del datore di lavoro tra l’una e l’altra” i lavoratori erano però sottoposti a disposizioni precise, ovvero “presentarsi ad un’ora stabilita, scaricare merci, obbligo di osservare le mansioni stabilite dal responsabile del magazzino, utilizzo dei mezzi aziendali per effettuare il lavoro”.
Anche la Suprema corte (sezione lavoro, sentenza n.21031) ha condiviso le conclusioni dei giudici d’appello: la subordinazione va intesa “quale disponibilità del prestatore nei confronti del datore di lavoro con assoggettamento alle direttive da questo impartite circa le modalità di esecuzione dell’attività lavorativa”, mentre altri elementi, “come l’osservanza di un orario, l’assenza di rischio economico, la forma di retribuzione e la stessa collaborazione - rileva la Cassazione - possono avere valore indicativo ma mai determinante” cosicché “l’esistenza del suddetto vincolo va concretamente apprezzata dal giudice di merito con riguardo alla specificità dell’incarico conferito al lavoratore e al modo della sua attuazione”.

Aziende globali: se anche la Cina non conviene più

 Un' operaia cinese

Per costi salariali giudicati troppo alti, la multinazionale tedesca Adidas, numero due mondiale nella produzione di articoli sportivi, ha deciso di delocalizzare una parte della sue attività produttive dalla Cina verso altri paesi asiatici considerati più competitivi. Attratte da un mercato capace di proporre una manodopera locale con tariffe imbattibili, le imprese occidentali avevano fatto della Cina una terra di conquista per eccellenza. Purtroppo, nemmeno Pechino può sfuggire alle logiche spietate della globalizzazione contemporanea. In un’intervista rilasciata al settimanale Wirtschaftswoche, il presidente di Adidas, Herbert Hainer, ha giustificato la scelta del gruppo industriale tedesco “con i salari troppo alti fissati dal governo” cinese. La scelta di Hainer trova conferma in uno studio recente dell’Ufficio nazionale delle statistiche, secondo il quale i costi salariali nelle città cinesi sono aumentati in media di 18 punti percentuali nel primo semestre 2008. Il fatto che la crescita dei salari stia colpendo maggiormente il settore privato (+19,2%) che quello pubblico (+17%) ha probabilmente convinto Adidas di prendere in seria considerazione i paesi vicini del Sudest asiatico.

Dopo aver aperto una prima fabbrica in India, Haider ha annunciato che “il Laos, la Cambogia e il Vietnam” potrebbero accogliere nuovi centri produttivi. Il presidente di Adidas si è addirittura pronunciato sul rimpatrio di una parte della produzione “nei paesi dell’ex Unione societiva e in Europa dell’Est”. Se nei mercati asiatici, Adidas è attratta da manodopere ultra-low cost, nel caso europeo il marchio tedesco sembra essersi convinto che un riavvicinamento geografico delle attività produttive potrebbero compensare le perdite subite nel settore dei trasporti per via del caro-petrolio. Per Pechino la sostanza non cambia : a pochi giorni dall’inaugurazione delle sue Olimpiadi, la Cina rischia di lasciarsi sfuggire uno dei marchi più prestigiosi del pianeta sport. In termini di immagine, non è una bella notizia…

Crescita, inflazione, consumi: l’Italia rallenta. Draghi: “Salari fermi a 15 anni fa”

Spesa in aumento. Allarme dei consumatori

L’Italia è più lenta dell’Europa nella crescita del prodotto interno lordo: secondo l’Eurostat nel primo trimestre del 2008 il pil nei quindici Paesi della zona dell’euro è cresciuto del 2,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, ma in Italia l’incremento è stato dello 0,3%, uguale a quello della Francia (il rapporto in pdf). In ripresa, invece, i dati rispetto al trimestre precedente: negli ultimi mesi del 2007 il pil italiano aveva registrato una diminuzione dello 0,4, ma il 2008 si è aperto con un aumento dello 0,5%, inferiore comunque alla media europea che si è attestata allo 0,7%.

Allarme inflazione. Il presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, osserva che “l’inflazione nella zona euro è giunta a un livello preoccupante, attorno al 4%, a metà 2008. E i rischi sulla stabilità dei prezzi a medio termine sono al rialzo a medio termine”. Per Trichet i tassi al 4,25% dovrebbero mantenere i prezzi stabili “nel medio periodo”, anche se la Bce “continuerà a vigilare” sull’evoluzione dell’inflazione, perché ancora per molto tempo si resterà lontani da quel 2% che fino a qualche mese fa era ancora il valore massimo di riferimento.

Frenata dei consumi. “Occorre evitare di ripetere gli errori di politica economica commessi in risposta ai due choc petroliferi del decennio Settanta”: così il governatore di Bankitalia, Mario Draghi, interviene all’assemblea dell’Abi, ricordando come 30 anni fa “in alcuni paesi la politica monetaria inizialmente espansiva destabilizzò le aspettative di inflazione; dovette essere seguita da una forte restrizione; ne conseguirono, anche a causa di diffuse indicizzazioni un’inflazione persistentemente alta, enormi oscillazioni nei tassi di interesse reali, gravi ripercussioni sull’attività economica”. Nel sua relazione il numero uno di Palazzo Koch osserva che l’aumento dei prezzi ha portato in un anno ad una riduzione del 3% del reddito disponibile e frenerà del 2% i consumi entro l’anno: i salari sono infatti tornati ai livelli di 15 anni fa, ma i costi del lavoro per le imprese italiane sono invece cresciuti del 30%. Inoltre, nel primo trimestre 2008 gli utili delle prime cinque big bancarie italiane si sono ridotti di un terzo rispetto allo stesso periodo 2007: “L’incertezza del quadro macroeconomico e finanziario” osserva Draghi “richiede che le banche adottino una prudente politica di accantonamenti a fronte di perdite future”.

Lavoro, nel 2007 disoccupazione al 6,1%: è il minimo dal 1993

Operai alla catena di montaggio della Ducati
L’occupazione è cresciuta dell’1% medio nel 2007 contro l’1,9% del 2006, 234 mila unità in più, la crescita dell’occupazione straniera è stata di 154 mila unità. Il tasso di disoccupazione è sceso al 6,1%, il minimo dall’inizio della serie storica nel 1993.
Anche il tasso di occupazione è salito a livelli record, toccando il 58,7%, il più alto dal 1993. Lo comunica l’Istat registrando che la riduzione ha riguardato soprattutto il Mezzogiorno dove ha interessato sia gli uomini, sia, in misura più ampia le donne. Per gli stranieri il tasso si è attestato all’8,3%. In crescita anche il tasso di inattività pari al 37,5%, due decimi di punto in più rispetto a un anno prima.
Dopo un biennio in discesa, segnala l’Istat, il tasso di disoccupazione giovanile è in aumento: dal 22,6% del quarto trimestre 2006, all’attuale 23,2%. Rispetto al terzo trimestre 2007, al netto dei fattori stagionali, il tasso di disoccupazione è rimasto invariato. Tornando al numero degli occupati la dinamica rispetto al precedente trimestre 2007 ha potuto ancora una volta giovarsi del contributo fornito dai lavoratori stranieri immigrati (+201 mila unità), impiegati a tempo pieno o parziale.

Il VIDEO servizio:

Ocse: stipendi italiani tartassati dalle tasse. Si guadagna di più in Grecia

Gli uffici di una grande azienda
Il 45,9% dello stipendio non finisce nelle tasche degli italiani ma in quelle del fisco e degli enti di previdenza tramite il cosiddetto cuneo fiscale, cioè la differenza tra quanto pagato dal datore di lavoro e quanto incassato effettivamente dal lavoratore. A fare i conti è l’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) nell’annuale rapporto sul prelievo fiscale sui salari, aggiornato al 2007.
In Italia, considerando il caso di un lavoratore single senza figli che guadagna esattamente il 100% della media nazionale, il cuneo fiscale si attesta al 45,9% (al sesto posto tra i paesi Ocse), in crescita dello 0,3% rispetto al 2006. La percentuale è più bassa invece nel caso del lavoratore unico percettore di reddito con a carico coniuge e due figli: il cuneo fiscale in questo caso è al 33,8% (ma era al 33,3% nel 2006) per gli stipendi italiani, superiore comunque alla media Ocse (27,3%), dell’Europa a 15 (31,9%) e della Ue a 19 (31,8%).
Tra il 2000 e il 2006 il peso della tassazione sui salari in Italia è leggermente diminuito (-0,9%) e il maggiore calo si è registrato nelle fasce di reddito più basse.
Gli italiani portano a casa a fine mese un salario che è tra i più bassi tra i Paesi Ocse. Con uno stipendio medio netto annuale di 19.861 dollari, l’Italia si colloca al 23/0 posto dietro a Paesi come Spagna e Grecia.
La classifica Ocse riguarda il salario netto di un lavoratore senza carichi di famiglia ed è calcolato a parità di potere d’acquisto. Lo stipendio italiano è ben al di sotto della media Ocse (24.660 dollari anno) e della Ue a 15 (26.434).

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L’extragettito c’è, ma sparirà a maggio


di Daniele Martini

Come in un gigantesco gioco di prestigio fiscale, l’extragettito prima c’è e un attimo dopo non c’è più. C’è nel senso che effettivamente nel corso del 2007 i contribuenti hanno fatto piovere nelle casse dello Stato un mare di quattrini: prima 9 miliardi di euro in più rispetto a quelli previsti a marzo dal viceministro uscente delle Finanze, Vincenzo Visco, poi altri 6 miliardi a fine dicembre rispetto a quelli preventivati tre mesi prima. Basta distrarsi un momento, però, e l’extragettito subito scompare e la manna si trasforma in micragna.
Come in una porta girevole, buona parte dei 6 miliardi incamerati a fine anno sono destinati a uscire dalle casse statali con la stessa velocità con cui sono entrati. E non solo per effetto della spesa delle amministrazioni pubbliche che, seguendo passo passo gli exploit fiscali, è cresciuta in questi ultimi tempi a rotta di collo arrivando a superare il 50 per cento del pil (prodotto interno lordo). Ma anche perché, e qui sta la sorpresa, buona parte degli incassi recenti sono come una meteora, destinati a sparire subito perché collegati all’andamento assai anomalo dell’autoliquidazione di novembre, un fenomeno difficilmente replicabile in futuro.
La circostanza è spiegata con chiarezza dai tecnici del dipartimento delle politiche fiscali dell’Economia in un appunto riservato preparato per il ministro Tommaso Padoa-Schioppa di cui Panorama è entrato in possesso. Dall’analisi del gettito 2007 risulta che almeno 4 dei 6 miliardi incassati in più tra settembre e dicembre sono frutto non di lotta all’evasione o di precise scelte di politica fiscale, ma soltanto di una specie di enorme partita di giro, il risultato abbastanza fortuito del buon andamento dell’autoliquidazione per quanto riguarda l’imposta sulla produzione pagata dalle imprese (Irap) e le imposte dirette (Irpef). Un bel risultato con il veleno nella coda, insomma.
Quei soldi sono stati effettivamente incassati dallo Stato, ma nel giro di pochi mesi quasi sicuramente torneranno in un modo o nell’altro nelle tasche dei cittadini e nelle casse delle imprese. Dei 4 miliardi di euro di entrate impreviste incamerate dall’erario con l’autoliquidazione, 2,5 provengono dall’Irap e gli altri sono dovuti a minori compensazioni delle imposte dirette.
Il maggior incasso dovuto all’Irap è stato quasi per intero causato dalla scelta delle imprese di non avvalersi subito dei benefici collegati allo sconto d’imposta garantito dalla riduzione del cuneo fiscale e contributivo voluto dal centrosinistra. Dal momento che le stesse imprese quasi sicuramente chiederanno l’applicazione del bonus al momento del saldo a giugno 2008, a quel punto l’extragettito incassato dal fisco a novembre si trasformerà in minor gettito perché i soldi invece di fluire ancora nelle casse dello Stato resteranno in quelle delle aziende.
Idem la faccenda delle minori compensazioni delle imposte dirette. Chi paga le tasse con il modello Unico può chiedere all’amministrazione fiscale una compensazione tra il debito dovuto e il credito d’imposta maturato attraverso il cosiddetto modello F24 facendo la somma algebrica tra le imposte da pagare e le somme da riscuotere. Invece di avvalersi di questa facoltà, a novembre molti cittadini hanno preferito pagare subito il dovuto rimandando ad altra data la riscossione del credito accumulato con l’erario. Grazie a questo comportamento lo Stato ha incassato 1,5 miliardi di euro in più, ma anche in questo caso si tratta di un’entrata ballerina: con il prossimo giro di valzer fiscale quei soldi probabilmente torneranno nelle tasche dei contribuenti.
Secondo gli esperti del ministero dell’Economia, insomma, le straordinarie performance enfatizzate per mesi, a conti fatti si rifletteranno sul gettito 2008 per appena 1 miliardo di euro, al massimo 1,5 miliardi. Nel frattempo, però, la brusca frenata dell’economia prosciugherà le entrate per un importo sostanzialmente analogo, almeno 1 miliardo, per cui il saldo tra maggiori entrate e minori incassi fiscali sarà prossimo allo zero.
Anzi, c’è il rischio che possa risultare addirittura negativo perché la previsione dei tecnici ministeriali sulla riduzione del gettito si basa su un presupposto macroeconomico tutto sommato ottimistico, con una crescita dell’1 per cento del pil. L’Unione Europea, invece, proprio alcuni giorni fa per bocca del commissario Joaquín Almunia ha drasticamente rivisto al ribasso le previsioni per l’economia italiana, stimando un aumento del pil di appena lo 0,7 per cento, l’incremento più basso a livello continentale, mentre la Confindustria pronostica addirittura una crescita zero.
Il documento del dipartimento delle politiche fiscali segna un punto fermo nella saga del cosiddetto tesoretto e fa capire perché sia di fatto imploso il progetto di utilizzare il fantomatico extragettito per abbassare subito le tasse sui redditi medi e bassi carezzato a lungo dal governo precedente e poi all’inizio della campagna elettorale dai sindacati e dal leader del Pd, Walter Veltroni.

Un’idea difficile da realizzare per mancanza di soldi, anche se ragionevole, perché ormai è chiaro che, anche alla luce degli ultimi dati sul rincaro dei beni di più largo consumo, dagli alimentari alla benzina (più 4,8 per cento), la caduta del potere d’acquisto e la conseguente contrazione dei consumi non sono un’invenzione.
Con l’appunto dei tecnici ministeriali sulla scrivania che dimostrava quanto i bollettini di vittoria fiscale fossero da prendere con le molle, Padoa-Schioppa ha fatto capire in più di un’occasione di considerare il tesoretto poco più che una chimera sfidando le pressioni della sua maggioranza e le esigenze della campagna elettorale. Forse ormai stufo di tutto il can can che si stava montando sul nulla, una volta ha addirittura ammesso che l’extragettito non c’era, salvo poi correggere il tiro, prendendo tempo e rinviando la valutazione definitiva alla trimestrale di cassa di marzo.
Perfino sulla tenuta delle entrate future ormai è legittimo avanzare qualche dubbio, per almeno altri due motivi. Il primo è che la lotta all’evasione è stata più annunciata che conseguita con un gettito aggiuntivo calcolato anche dai tecnici ministeriali di 2 miliardi al massimo 3 all’anno e non 10. Il secondo motivo è la frenata della crescita economica che provocherà dal 2009 un minor gettito di pari importo: 3 miliardi.


richard-branson
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rossi-spalla Viviana Da Busti
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