
Se si guardano i numeri il destino della Tiscali appare segnato. E, dato che i revisori dei conti della Ernst & Young solo a quelli guardano, si capisce perché non abbiano certificato il bilancio del 2008, mettendo in dubbio la capacità della società fondata 12 anni fa da Renato Soru di continuare a esistere. La Tiscali ha 600 milioni di debiti, il triplo dell‘ebitda (un indicatore simile al margine operativo lordo, che pure è cresciuto a 197 milioni); nel 2008 ha perso 242,7 milioni (65,3 nel 2007) di euro e in cassa ne ha appena 37. Anche se i ricavi sono aumentati a 983,6 milioni, il pareggio di bilancio che doveva essere raggiunto nel 2008 resta un sogno.
Però non ci sono solo i numeri, ci sono anche le convenienze, ed è grazie a queste se la società sarda, ex reginetta della new economy, quella che ha fatto conoscere agli italiani l’internet gratis, sta ancora in piedi. Da una parte le banche (Intesa Sanpaolo e Jp Morgan) non possono permettersi di veder sfumare i 500 milioni di prestiti che hanno elargito e hanno sospeso il pagamento delle rate fino alla fine di giugno. Dall’altra la Telecom non spinge per ottenere il pagamento dei debiti per l’affitto delle linee: non può permettersi di veder evaporare un concorrente che ha il 5,3 per cento del mercato dell’accesso alla rete in banda larga, altrimenti incorrerebbe probabilmente nelle reprimende dell’Antitrust, che mal sopporta la restrizione della concorrenza.
C’è dell’altro. I revisori hanno infatti posto l’accento sul fatto che presso i tribunali olandesi pende una causa contro la Tiscali intentata dagli ex azionisti di minoranza della World Online, ex big di internet acquistata anni fa. La Corte d’appello di Amsterdam aveva accertato alcune responsabilità della Tiscali ritenendo il prospetto usato per la quotazione in borsa incompleto, ma gli eventuali danni non sono stati quantificati.
Contro questa sentenza sono pendenti presso la corte suprema olandese un ricorso e un controricorso. I revisori affermano che gli amministratori hanno ritenuto che “non sussistano elementi sufficientemente definitivi per quantificare la passività potenziale” e che, quindi, non hanno effettuato accantonamenti. Il problema è che se la sentenza fosse nuovamente sfavorevole alla Tiscali, occorrerebbe definire i danni e reperire le risorse necessarie. Per tutti questi motivi è probabile che all’assemblea dei soci Tiscali, il 29 aprile, venga proposto un aumento di capitale a copertura delle perdite (che hanno intaccato il capitale).
Nel frattempo il gruppo cerca di vendere i suoi ex gioielli. Nel perimetro delle attività in vendita è entrata la piattaforma Iptv, ovvero la tv via internet che era stata lanciata a dicembre 2007 con grande enfasi. Il servizio, basato sulla piattaforma inglese Vnl, non è mai davvero decollato anche per il mancato accordo con la Sky ed è stato chiuso il primo gennaio 2009. In vendita sono la tecnologia e gli abbonati. Languono, invece, le trattative per la vendita delle attività britanniche. Se Soru riuscisse a cederle la Tiscali ridurrebbe il suo fatturato del 70 per cento. La logica, secondo gli analisti, vorrebbe che a essere vendute fossero le attività italiane, che valgono il 30 per cento dei ricavi, e che si trasferisse il baricentro del gruppo a Londra. Ma per un imprenditore che non ha mai voluto spostare la sede dalla Sardegna a Milano l’eventualità di spostarla a Londra appare quantomeno improbabile.

Tra un anno e mezzo il 70 per cento della popolazione italiana avrà la televisione in digitale terrestre. E’ la promessa di Paolo Romani, sottosegretario con delega alle Comunicazioni, durante la conferenza stampa di presentazione del calendario di digitalizzazione in Italia. “Abbiamo diviso il territorio in 16 aree tecniche da qui al 2012 in 8 diversi archi semestrali tutte le regioni transiteranno al digitale terrestre – dichiara Romani - Si comincia con la Sardegna il prossimo 31 ottobre, che diventerà la prima regione all digital italiana, per continuare con la Valle D’Aosta nel primo semestre del 2009″. Lo Stato, aggiunge Romani, finanzierà, come punto di partenza, circa il 10 per cento del capitale necessario alla realizzazione di una rete di nuova generazione (Ngn) per completare i collegamenti in fibra ottica, il cui costo secondo le stime più attendibili si aggira sui 10 miliardi di euro. E’ stato calcolato che, a regime, il completamento della Ngn comporterà un valore annuale di incremento del pil pari a 1,5-2 punti percentuali.
Lo “switch off”, ovvero il passaggio dall’analogico al digitale terrestre, ha già avuto un primo momento significativo a marzo con lo spegnimento del segnale per oltre l’80 per cento delle famiglie sarde. Dopo Sardegna e Valle d’Aosta, sarà il Piemonte a proseguire sulla strada della tv digitale terrestre. Ci sarà prima lo spegnimento del segnale analogico di Rai Due e Retequattro nelle province di Torino e Cuneo entro il 17 marzo 2009, in tutto il Piemonte entro il 17 marzo 2011; in seguito, Rai Due e Retequattro passeranno sul digitale terrestre entro il 17 novembre 2010, a condizione che il 65 per cento delle famiglie disponga del necessario decoder. Entro il 2009 il digitale diventerà realtà in pianura padana, nelle province di Alessandria, Vercelli e Novara, in Trentino Alto Adige, nella provincia di Bolzano, e a Roma e provincia. Nel 2010 il segnale digitale raggiungerà Piemonte orientale, Lombardia, Emilia Romagna, Veneto Friuli e Liguria; nel 2011 Marche, Abruzzo, Molise, Basilicata e Puglia; nel rush finale del 2012 impegnate Toscana, Umbria, Sicilia e Calabria. “Sono previsti incentivi da parte del ministero - aggiunge il sottosegretario - per l’acquisto del decoder dedicati alle famiglie che hanno un reddito annuo inferiore ai 15 mila euro e sono in regola con il pagamento del canone”. In tutto lo stanziamento per il passaggio alla tv digitale, sarà di 100 milioni annui dedicati anche alla campagna di comunicazione, in gran parte attraverso le tv locali, per la sensibilizzazione della popolazione.
I dati sul digitale terrestre sono confortanti. In Italia, in quasi un anno, la piattaforma ha raddoppiato lo share, dal 2,2 al 4,4 per cento, ed è salito a 5,6 milioni il numero di famiglie in possesso di un decoder. A marzo, sono stati venduti circa 264 mila ricevitori. In Sardegna il processo ha prodotto una quota di ascolto del 39,9 per cento, incrementando dell’82,2 per cento il dato 2007. Secondo uno studio dell’European media consulting association (Emca), la velocità di digitalizzazione è piuttosto differente nei mercati principali. L’86 per cento del totale della abitazioni britanniche guarda già la tv digitale mentre in Francia, Italia, Spagna e Germania tra il 40 e il 47 per cento del totale delle abitazioni televisive usa ricevitori digitali. La televisione terrestre gioca ancora un ruolo dominante in Spagna e Italia dove oltre il 75 per cento delle televisioni riceve le trasmissioni in modalità terrestre. Con una quota di mercato minore del 10 per cento, questa piattaforma è invece molto meno importante in Germania dove cavo e satellite hanno quasi rimpiazzato la tv.
Il satellite resta, però, tra tutte le infrastrutture televisive tradizionali, quella con il più alto livello di digitalizzazione. La trasmissione via satellite è digitale in Italia e nel Regno Unito, è largamente diffusa in Francia (80 per cento nel 2007) e Spagna (90 per cento nel 2007), mentre la Germania, con il 56 per cento, è piuttosto indietro. Per questo motivo, la Sardegna ospiterà Skylogic Mediterraneo, una nuova piattaforma per telecomunicazioni satellitari a banda larga realizzata da una società del gruppo Eutelsat, leader mondiale nel settore satellitare. La struttura, che sorgerà a Macchiareddu, zona industriale di Cagliari, in un’area di oltre 34 mila mq e che Panorama.it è andata a visionare in anteprima, offrirà nuove opportunità per il mercato delle telecomunicazioni e della televisione in tutto il bacino del Mediterraneo. Sarà in grado di fornire servizi di video broadcasting, gestione di piattaforme televisive e servizi di playout, cioè mixaggio di palinsesti televisivi e criptaggio del segnale. Il teleporto sarà anche dotato di grandi antenne per fornire collegamenti con l’Africa attraverso i nuovi satelliti della flotta Eutelsat in banda C e aprire alle telecomunicazioni marittime su navi anche lontane dalla terra ferma. Il costo dell’operazione si aggira intorno ai 350 milioni di euro, soldi reperiti tutti con investimenti privati, come tengono a precisare da Eutelsat. “Dopo l’esperienza del teleporto di Torino, che ci ha permesso, tra l’altro, di gestire il broadcasting delle Olimpiadi invernali del 2006, arriviamo a Cagliari con l’obiettivo di offrire nuovi servizi in banda larga e molteplici nuovi canali tv – sottolinea a Panorama.it Arduino Patacchini, amministratore delegato di Skylogic – In Italia la copertura di banda larga di prima generazione è pari al 94 per cento, per intenderci quella offerta da un tradizionale adsl, mentre in alcune parti del mondo si parla già di quarta generazione, con una velocità di trasmissione di quasi dieci volte maggiore. Skylogic Mediterraneo vuole contribuire a ridurre drasticamente il digital divide in Sardegna, soprattutto nelle zone di difficile copertura, e in futuro stiamo pensando di offrire servizi internet sui treni di questa regione”.

La Giunta regionale della Sardegna ha approvato la delibera che impartisce le direttive per rendere più semplice, rapida e sicura la liquidazione delle somme versate nelle casse regionali per le tasse sulle seconde case a uso turistico e per le plusvalenze derivanti dalla compravendita degli immobili nella fascia dei tre chilometri dal mare.
Dopo la bocciatura da parte della Corte costituzionale delle cosiddette “tasse sul lusso” la Regione dovrà restituire a circa 37 mila contribuenti quasi 30 milioni di euro.
Il provvedimento varato dall’esecutivo impartisce le direttive agli uffici della direzione generale dell’assessorato al Bilancio e Programmazione, alla Ragioneria regionale e all’Arase, l’Agenzia per le Entrate della Sardegna.
“L’obiettivo” spiega l’assessore competente Eliseo Secci “è quello di restituire i soldi ai contribuenti nel più breve tempo possibile e nella forma più semplice. Dobbiamo farlo per un fatto di onesta’ e di correttezza nel rapporto con i cittadini. E possiamo perché la legge di bilancio approvata il 5 marzo scorso” sottolinea l’esponente della Giunta “prevede il trasferimento delle somme derivanti dalle tasse cancellate dalla sentenza della Consulta nel capitolo ‘rimborso dei tributi indebitamente percepiti”.
Nel merito la delibera prevede l’invio agli interessati di un avviso con le modalità di rimborso dei crediti tributari in questione, divisi in quota capitale e quota interessi. La procedura stabilisce che il contribuente, per un periodo non superiore a cinque mesi, possa riscuotere presso lo sportello più vicino del Tesoriere regionale, Banca Unicredit, il rimborso delle tasse sottoscrivendo un’istanza che vale anche come quietanza. Trascorso questo tempo, gli eventuali creditori possono chiedere quanto loro dovuto mediante le ordinarie procedure di rimborso.
Per i crediti superiori ai 10.000 euro si applicano comunque le ordinarie procedure di rimborso, con apposite verifiche fiscali nei confronti dei creditori da eseguirsi presso Equitalia Spa.
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C’è un paradosso nello sviluppo dell’energia eolica in Italia, ed è questo: due tra le cinque regioni in cui più adatte sono le condizioni ambientali per l’installazione di nuove fattorie del vento, la Sardegna e la Sicilia, non vogliono più impianti sul proprio territorio. I motivi? Diversi. Come diverse sono state le contromisure per fronteggiare l’ “invasione” delle turbine. Partiamo dalla Sardegna, allora, dove la giunta guidata da Renato Soru, eletto a capo di una coalizione di centrosinistra, ha detto no a qualunque ulteriore sviluppo del settore. Le ragioni di questa scelta, ha spiegato più e più volte il governatore, sono semplici: da un lato c’è una questione estetica, dall’altro - invece - una sostanziale. Perché le turbine eoliche, per funzionare nel migliore dei modi, devono poter sfruttare un flusso d’aria che non trovi ostacoli fino a quando non “sbatte” contro le pale. Quale miglior posto, dunque, se non i crinali e le cime delle colline? Nessuno, appunto. Ma sistemati lì, questi piloni alti quasi ottanta metri e con pale del diametro di quaranta, sono brutti. Molto brutti. Troppo secondo Soru. Che, quando ha varato il piano paesaggistico regionale (quello, per intendersi, che bloccava la costruzione di nuovi edifici in un raggio di tre chilometri dalle coste), ha pensato anche alle pale eoliche: e ha pensato di dire basta. Così tutti i progetti approvati nel corso della precedente legislatura sono stati bloccati. E se questo è appunto il motivo estetico, ce n’è anche uno più consistente: il rapporto tra la potenza complessiva che sarebbe stata generata dagli impianti installati nell’Isola e il fabbisogno energetico regionale. Bene, secondo il presidente della giunta quegli impianti avrebbero generato un surplus di elettricità che sarebbe andato perso. Per questo i tecnici regionali hanno prima calcolato la potenza generata dalle pale eoliche già esistenti (346 MW) e successivamente hanno redatto un piano energetico regionale che fissa i tetti massimi di energia che potrà essere prodotta: per l’eolico questo tetto è stato fissato in un massimo di 550 MegaWatt. Duecento MegaWatt che, una volta realizzati, metteranno una pietra tombale sull’eolico nell’Isola.
Diametralmente opposto è invece il discorso in Sicilia: in un primo momento (era il dicembre 2005) era stato eliminato ogni tipo di paletto normativo che potesse impedire l’installazione di nuovi parchi. Ma alla fine, dopo che le popolazioni si sono viste calare dall’alto le fattorie del vento (letteralmente, visto che alcuni pezzi necessari agli impianti devono essere trasportati con gli elicotteri), e dopo che sull’assemblea regionale sono piovute le proteste e le critiche di amministratori locali e ambientalisti, la giunta guidata da Salvatore Cuffaro ha dovuto fare marcia indietro. Come è successo a Ragusa, ad esempio, dove il maxi parco eolico (complessivamente 88 generatori ognuno alto 120 metri) progettato dalla “Società Eolica per la Sicilia” e approvato dalla regione è stato osteggiato dai cittadini e dalla precedente amministrazione comunale. Il motivo è presto detto: i piloni bianchi sarebbero stati installati nel cuore di un triangolo densamente abitato e soprattutto esattamente nel mezzo dello skyline visibile dal cuore barocco di Ragusa, posto sotto tutela dall’Unesco. Dopo la levata di scudi contro l’impianto anche la Regione si è detta contraria all’installazione, ma fermare la macchina ormai avviata non è semplice. La Ses, che pure ha fatto una parziale concessione alle rimostranze eliminando 34 turbine su 88, ha già annunciato ricorso contro il blocco del parco e ha anche quantificato in 14 milioni di euro il danno provocato dal rallentamento e da un eventuale stop dei lavori. Il braccio di ferro, che va avanti da oltre tre anni, sembra ogni giorno più ingarbugliato, anche perché dopo lo stop è intervenuta la Sovrintendenza ai beni paesaggistici della provincia che ha vietato l’installazione delle pale nel nuovo sito individuato da Municipio e progettisti: la discarica comunale del centro Ibleo. Insomma, prima che la questione si chiuda definitivamente servirà ancora qualche tempo. Ma per una questione quasi al capolinea ce ne sono tante altre che sono appena all’inizio, e per le quali è difficile stabilire che sbocco avrà lo scontro tra residenti e società eoliche che è in atto in tanti altri comuni siciliani, una delle regioni in cui più è densa la concentrazione di impianti per la produzione di energia elettrica dal vento.
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Nella calda estate del 2006, la tassa sul lusso è stata per la Sardegna il tema di discussione più rovente. E ora, con l’arrivo anticipato dell’estate, giunge il sì definitivo della regione a una legge che fin’ora era solo stagionale e provvisioria.
L’ok è arrivato dal Consiglio regionale, che ha approvato le imposte su seconde case, aerei, barche. Una vittoria importante per il presidente della Regione Renato Soru (impegnato la scorsa stagione in una querelle aspra con Flavio Briatore, il re della Costa Smeralda), che era già riuscito a bloccare le nuove costruzioni nei due chilometri di terra dalla costa. La tassa sul lusso spetterà a chi non risiede in Sardegna, compresi anche gli emigrati originari dell’isola (in tutto, circa 300mila persone).
Da giugno a settembre, quindi, chi arriva in un porto sardo con una barca lunga più di 14 metri deve versare un’imposta annuale, nella misura di 1.000 euro fino a una lunghezza di 15,99 metri. Per le altre misure si va fino a un massimo di 15 mila euro per le navi di oltre 60 metri. Le imbarcazioni a vela hanno una riduzione del 50%; sono esentate quelle in arrivo per regate, manifestazioni e raduni.
Per gli aerei da turismo l’imposta è dovuta a ogni scalo: da 150 euro per velivoli abilitati al trasporto sino a 4 passeggeri a 1.000 euro oltre i 12 passeggeri. I soldi andranno versati ai gestori di aeroporti e porti secondo modalità (entro 24 ore dall’arrivo per le barche) fissate da convenzioni con l’Agenzia regionale delle entrate.
Facoltativa la tassa di soggiorno: saranno i Comuni a decidere se applicarla. Dal 2008 però la pagheranno, da giugno a settembre, i non residenti, sia in albergo, residence o bed & breakfast, sia in case private: 1-2 euro al giorno a persona.
Ma ci sarà anche la tassa sulle seconde case, che colpirà soprattutto gli edifici più vicini alla costa. In particolare, per gli immobili nel raggio di tre chilometri dal mare si pagherà dai 540 euro per le case fino a 60 metri quadrati, fino ai 16 euro al metro per quello oltre i 200 metri quadrati. Una tassa che viene aumentata del 20% per le case a meno di 300 metri dal mare.
Le imposte - che l’opposizione di centrodestra, i turisti più famosi, gli emigrati, gli albergatori hanno senza mezzi termini definito odiose e incostituzionali - andranno per il 75% a un fondo per lo sviluppo e per il 25% ai comuni nei quali si trova la proprietà tassata.