- Tags: Alberto-Bombassei, Confindustria, Emma-Marcegaglia, Fededermeccanica, forza-italia, intervista-canaglia, Luca-di-Monetemolo, massimo-calearo-ciman, Pdl, sciopero-fiscale, tasse
-

Massimo Calearo Ciman è nato il 23 novembre 1955 a Vicenza. Laureato in economia e commercio, è presidente nazionale della Federmeccanica, dell’Associazione industriali della provincia di Vicenza e del Gruppo Calearo. Fra gli altri incarichi, è consigliere d’amministrazione dell’Unicredit Banca d’impresa di Verona (dal luglio 2004) e presidente del Comitato locale Unicredit di Vicenza. Ancora, è presidente della Sifi (Società italiana finanziaria immobiliare) dal febbraio 2007 e consigliere di amministrazione del gruppo Athesis di Verona, società editrice del Giornale di Vicenza, L’Arena e Brescia Oggi. È inoltre presidente della casa editrice Neri Pozza (dal 1º febbraio 2005). Dal gennaio 2007 è componente del Comitato tecnico confederale di relazioni industriali e affari sociali della Confindustria.
Calearo, con questo suo avallo allo sciopero fiscale i suoi colleghi della Confindustria dicono che stavolta l’ha fatta fuori dal vaso.
Non ho avallato niente. La mia era una battuta, volevo dire che in tema di tasse la misura è colma. Poi c’è chi l’ha cavalcata per creare fratture all’interno di Confindustria o per altri fini.
Alberto Bombassei l’ha bacchettata. Ma anche il suo presidente e amico Luca di Montezemolo non sembrava entusiasta.
Può darsi che la cavalchi Bombassei, e la sua mi è sembrata un’uscita poco felice. A Montezemolo ho solo detto che mi interessava far capire al centro il malessere della periferia. Quando lei vede che una città cattolica e conservatrice come Verona fa sindaco l’ultraleghista Flavio Tosi col 60 per cento dei voti, possibile che nessuno rifletta?
Però siccome non è la prima volta che lei provoca polemiche, qualcuno dice che lo fa perché si sta preparando a far politica.
Io sono un uomo libero, ma non del quotidiano omonimo che non mi piace. Perciò dico quello che penso.
Lo sciopero no, ma anche sul federalismo fiscale ci sarebbe da dire, con queste regioni tassaiole e spendaccione.
Verissimo. Infatti le prime che dovrebbero cominciare a tagliare sono le regioni e le province. Non si tratta di trasferire la spesa dal centro alla periferia, ma di ridurla.
Trova appealing il nascente Partito delle libertà?
Silvio Berlusconi ha una marcia in più e fantasia da vendere. Avrà capito che Forza Italia non è più un partito della gente, ma un’azienda trasformata in partito. E non va bene. La diffidenza e il sarcasmo dei Cicchitto e degli altri dirigenti sull’iniziativa della “sciura Brambilla” dimostrano che anche in Forza Italia c’è la casta.
E in “the other place”, il Partito democratico, qualcosa le piace?
Premesso che non conosco Walter Veltroni, vedo una persona onesta e capace come Enrico Letta e una Rosy Bindi che speriamo non riproduca a livello nazionale i disastri che ha fatto in Veneto quando militava nei Popolari.
Non si parla più della discesa in campo di Montezemolo. Come mai?
Glielo chieda. Io penso che quando uno fa discorsi condivisibili e viene accusato di invasione di campo da parte di una classe politica gelosa delle proprie prerogative ci resta male. Succede anche a me con Giancarlo Galan.
L’azzurro Galan, governatore del Veneto, le dà del tecnocrate “mafioso”. Il giornale Libero del dittatore perché ha prolungato il suo mandato alla guida degli industriali vicentini. Perché la attacca la destra e non la sinistra?
Ce l’ho con gli appalti e le amicizie di cui si nutre la politica in regione. Con me quel sistema non funziona. Così Galan per difendersi mi attacca.
Dicono che in Confindustria ce l’abbiano con lei perché assieme a Montezemolo sponsorizza all’inverosimile Emma Marcegaglia.
Stupidaggini, il confronto è aperto. C’è pluralismo di idee, e spero che sul futuro presidente ci si confronterà lealmente, senza mettere in piazza le beghe interne.
Però la provocazione di fare le primarie lanciata da Bombassei non era male.
Ma si tratta del presidente degli industriali, di chi deve rappresentare la categoria, ovvero un leader con i fiocchi. Questa delle primarie mi sembra una boutade di finta democrazia.

Lo sciopero fiscale minacciato da Umberto Bossi poteva essere anche una provocazione di ferragosto, certo che, puntuale come la campanella d’inizio dell’anno scolastico, ha riportato il tema delle tasse al centro dell’agenda politica d’autunno. Con il Governo che annuncia (ma l’aveva già fatto varie volte) l’aliquota unica al 20 per cento sulle rendite finanziarie (guarda il video servizio in fondo), il partito trasversale per l’abolizione dell’Ici che riaffiora tra una dichiarazione e l’altra mentre Padoa-Schioppa invoca il risanamento, Letta che vuole affinare gli studi di settore riavvicinando i lavoratori autonomi, Pier Ferdinando Casini che dal Corriere della Sera lancia “l’abbattimento choc del carico” grazie a una aliquota massima del 45 per cento che non deve mai essere oltrepassata tra tasse, imposte e gabelle varie che ciascun contribuente si trova complessivamente a pagare.
Perché una cosa è chiara: l’italiano che paga le tasse è convinto (nella maggior parte dei casi a ragione) di pagare troppo e di non avere abbastanza in cambio: si è stimato che il contribuente lavori 7 mesi l’anno per il fisco e i rimanenti 5 per se stesso. Chi non paga (e stavolta il calcolo è che l’evasione nel nostro paese è tra il 15 e il 17 per cento del Prodotto interno lordo), si giustifica proprio accusando un fisco troppo esoso. Lo Stato, a cui i conti non quadrano mai, continua a puntare sulle entrate essendo incapace di ridurre la spesa, alimentando il divario nella contribuzione tra Nord e Sud. Come uscire dal circolo vizioso?
“Bisogna usare il bastone e la carota” sostiene Giacomo Vaciago: “Bisogna mandare in galera chi non paga le tasse e abbassare le aliquote a chi le paga. Non si capisce perché chi ruba mille euro va in galera e chi evade un milione di euro no. D’altra parte bisogna far pagare meno a chi dimostra di aver già versato tanto. Non è un modo per abbassare le tasse ai ricchi, ma solo di abbassarle agli onesti”. E praticamente come si può fare? “Con 85 mila euro di imposte l’anno io risulto appartenere tra lo 0.4 per cento degli italiani più ricchi” esemplifica Vaciago “ma questo fa ridere perché io non sono tra quelli che possono permettersi la villa al mare o la Porsche. Dunque lo stato dovrebbe dirmi: ‘Quest’anno hai pagato più di quanto tu non abbia pagato in media nei tre anni precedenti, quindi ti premio e il prossimo anno ritorni alla tua media precedente’. Se avessimo un sistema efficiente, si baserebbe sul tenore di vita e sui consumi, non sugli studi di settore che sono torture sulla produzione”.
“Il governo sta facendo tutto il possibile, anche sul piano della comunicazione, per scontentare gli italiani” sostiene l’esperto di diritto e pratica tributaria Victor Ukmar: “Quella di armonizzare al 20 per cento le aliquote aumentando le imposte sulle rendite di titoli e azioni e riducendo quelle sui depositi bancari è una misura che ho sempre ritenuto giusta. Ma dal punto di vista del marketing politico ritirarla fuori adesso che c’è la crisi dei mercati non è un’idea geniale”.
Per Renato Mannheimer, “è anche un problema culturale: negli Stati Uniti se evadi le tasse non ti invita più a cena nessuno. Qui diventi l’ospite di riguardo a cui chiedere come si fa”. La soluzione più efficace sarebbe mettere le due categorie, contribuenti onesti ed evasori, in conflitto di interessi (”fatti dare la fattura dal dentista così la detrai dalle tasse” esemplifica Mannheimer). Conferma Vaciago: “Da noi c’è una assurda collusione tra chi evade e chi paga le tasse, ovvero gli onesti che gli evasori danneggiano costringendo lo Stato a imporre tasse più alte. C’è collusione perché di fronte al dentista, all’avvocato, all’artigiano che non emette la fattura, il contribuente accetta di farsi risarcire del danno che gli fa l’evasore con uno sconto immediato sulla prestazione”.
Ma gli italiani che invece si sentono tartassati sarebbero disposti a fare lo sciopero fiscale proposto da Bossi? “Se si facesse un sondaggio adesso chiedendo agli italiani se aderirebbero, prevarrebbero certamente i no” sostiene il direttore dell’Ispo “perché gli italiani evadono dicendo di non evadere. Chi non ha usato i buoni pasto per fare la spesa al supermercato? Ciascuno evade nel suo piccolo, come e dove può” sostiene Mannheimer. Fa eco Vaciago: “Lo sciopero fiscale è una stupidaggine perché di fatto è già in corso da anni”.
Il problema, ribadisce Ukmar, è che “gli italiani non hanno mai visto applicata l’equazione imposte uguale spesa sociale: così si mettono d’accordo evasori e contribuenti. Bisogna affrontare con serietà il problema della sperequazione fiscale e migliorare l’amministrazione del sistema che non è neanche capace di riscuotere quanto gli è dovuto”.
Per uscire dal circolo vizioso, ci sono misure in grado di riavvicinare gli italiani e il Fisco? “Qualunque misura, non annunciata, ma presa e fatta entrare in vigore, sarebbe bene accolta” sostiene Mannheimer che aggiunge: “Quella di Casini ha il grande pregio della semplicità anche se è di difficile attuazione perché in Italia nessuno sa esattamente a quanto ammonti la pressione fiscale. Certamente” secondo il sociologo che da anni monitora gli umori degli italiani “la semplificazione è il provvedimento che sarebbe più apprezzato”. Conferma Ukmar: “Tasse complesse e complicate da pagare aumentano la cattiva predisposzione del contribuente. Senza contare che in Italia, pagare secondo le regole ha un costo molto elevato: fatta 100 l’imposta da versare, il cittadino spende 15 per le procedure di compliance, ovvero per compiere il proprio dovere”.
Il video servizio sull’ipotesi del Governo di un’aliquota unica al 20 per cento sulle rendite finanziarie:
LEGGI ANCHE: Quanto è negativo il bilancio del contribuente