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di Marco De Martino
A Palm Beach, ground zero della truffa del secolo, dopo avere pronunciato il nome che una volta faceva sognare guadagni favolosi ora la gente sputa. A rendere rivoltante Bernard Madoff, che una volta da queste parti era noto come “il buono del tesoro ebraico”, è la spregiudicatezza con cui ha mandato in rovina alcune delle associazioni filantropiche più famose d’America, dalla Foundation for humanity del premio Nobel Elie Wiesel alla Wunderkinder foundation di Steven Spielberg. Ma secondo le ipotesi degli inquirenti c’era una ragione precisa per cui il finanziere newyorkese amava avere fondazioni benefiche tra i suoi clienti: la maggior parte di queste associazioni per statuto non utilizza più del 5 per cento del proprio patrimonio ogni anno. A differenza dei privati, le charity non avevano l’esigenza di ritirare i fondi amministrati dalla Madoff Investment Securities Llc, che così poteva usare quel denaro per far figurare fittizi guadagni da esibire ai nuovi clienti.
Con stratagemmi come questi il “vecchio Bernie” aveva trovato il modo di estendere nel tempo lo schema ideato da Charles Ponzi: all’inizio del Novecento l’italoamericano era riuscito a truffare i suoi investitori solo per otto mesi, Madoff almeno per 10 anni. Un periodo che gli investigatori federali stanno ripercorrendo documento per documento negli uffici della Madoff nel Lipstick building, sulla Lexington avenue a Manhattan.
Speciale attenzione è riservata ai rendiconti che ricevevano i clienti, stranamente prodotti con una antiquata stampante a impatto. Molte transazioni risultano gonfiate: titoli Citigroup comprati a 12 dollari quando quel giorno valevano tra i 9 e i 10 dollari, Google a 337 mentre nella realtà il prezzo oscillava tra i 310 e i 320 dollari. E poi quasi nessun segno negativo: Madoff preferiva assorbire le perdite piuttosto che rovinare i risultati di investimenti divenuti famosi perché mostravano guadagni costanti fra il 10 e il 18 per cento.
Più della logica che portava il finanziere a ingigantire le sue contrattazioni ora gli inquirenti cercano di capire chi facesse parte della banda Madoff, che secondo l’ultimo conteggio ha portato a 42 miliardi di perdite, la metà delle quali fuori dagli Stati Uniti. “Che agisse da solo, come ha dichiarato, è praticamente impossibile” spiega a Panorama l’ex investigatore federale Robert Mintz.
Alla ricerca di chi possa aver automatizzato la produzione di documenti falsificati gli inquirenti stanno esaminando con particolare attenzione la posizione di Peter Madoff, fratello di Bernard e suo numero due. Abile informatico, Peter dirigeva le operazioni di brokeraggio dal 19esimo piano del Lipstick building, due piani sopra agli uffici senza targa sulla porta del fratello Bernard.
In realtà la separazione dei poteri era simbolica: a fianco di Peter lavorava per esempio Alvin Sonny Delaire jr, uno dei tanti mediatori che si occupavano di procacciare fondi per Bernard. Dopo avere lavorato presso Madoff, Delaire si è spostato di pochi uffici sullo stesso piano alla Cohmad, società di cui Bernard Madoff detiene il 20 per cento. Formalmente un’agenzia di brokeraggio, la Cohmad aveva un ruolo centrale nel reclutamento di nuovi clienti. Tra i suoi dipendenti c’era Robert Jaffe, che agli amici si descrive come un filantropo, uno dei mediatori che giravano in Aston Martin per le ville di Palm Beach a trovare clienti.
Genero di Carl Shapiro, uno dei primi mentori di Madoff (che lo ha ripagato sottraendogli 545 milioni di dollari), ora Jaffe ha deciso di collaborare con la giustizia. Grazie a lui gli inquirenti sperano di capire quanto sapessero delle reali attività di Madoff le grandi istituzioni finanziarie e i personaggi che ruotavano attorno a una quindicina di “feeder fund”, fondi che gli fornivano finanziamenti. La classifica delle vittime del finanziere newyorkese è capeggiata da fondi come Fairfield Sentry del finanziere Walter Noel (7,5 miliardi persi), Tremont (3,3) o Ascot di Ezra Merkin, che era anche presidente della sinagoga sulla Quinta strada. Ci hanno rimesso soldi pure il colosso spagnolo Santander, 2,9 miliardi, e l’italiano Unicredit, 1 miliardo.
È pur vero che per almeno vent’anni i gestori di questi fondi hanno percepito commissioni milionarie da Madoff, il quale invece di pretendere una quota del 2 per cento sul capitale e del 20 per cento sugli utili, come altri hedge fund, si accontentava di guadagnare sulle transazioni di borsa attraverso la sua agenzia di brokeraggio. Accordo per lui svantaggioso e fuori dell’ordinario a Wall Street. “La verità è che tutti sapevano da anni che si trattava di una truffa, e chi lavorava con Bernard è perlomeno colpevole di avere ignorato le voci di corridoio” dice il gestore di un hedge fund che chiede di rimanere anonimo.
Nel 2001 apparve sulla stimata rivista finanziaria Barron’s un articolo che metteva in dubbio la buona fede di Madoff. E nel 2005 la Sec, ovvero la Consob americana, riceveva dal gestore di fondi Harry Markopolos un’informativa di 17 pagine intitolata: “L’hedge fund più grande del mondo è una frode”.
Ci sono stati nel corso degli anni otto controlli, di cui quattro indagini ufficiali, adesso la Sec cerca di capire cosa non ha funzionato.
Certo contava che Arthur Levitt, chairman della Sec per otto anni, si fidasse di Madoff al punto da farne uno dei suoi principali consulenti. Il finanziere si vantava in pubblico dei suoi legami nell’agenzia. La nipote Shana, che dirigeva l’ufficio “compliance” della Madoff, è stata sposata con uno degli ispettori della Sec. Gli inquirenti stanno indagando su questo legame e su come sia possibile che l’hedge fund più grande del mondo abbia operato per anni senza controlli.
Quando un fondo sovrano arabo chiese di mandare quattro contabili per le verifiche prima di un investimento, si sentirono dire che gli unici abilitati all’auditing della Madoff erano tre impiegati dell’agenzia Friehlin and Horowitz, società che prende il nome da Jerome Horowitz e da sua figlia Robin, entrambi ex dipendenti della Madoff. Negli ultimi dieci anni ha anche versato circa 900 mila dollari a senatori di Washington dove impiegava una società di lobbisti.
Tuttavia, anche la rete delle complicità non basta a spiegare come decine di miliardari, da Mort Zuckerman a Marc Rich, siano stati ammaliati da Madoff. Gli ebrei di New York mettono quelli come Madoff nella categoria dei “mensch”, parola yiddish che identifica gli animi buoni. Sono quelli di cui ti fidi ciecamente, come fece Norma Hill, 68 anni, quando vent’anni fa morì suo marito. “Ero disperata e andai da Bernie” racconta la Hill. “Lui mi mise la mano sulla spalla e mi disse: ‘Non preoccuparti, dei tuoi soldi mi prendo cura io’”. Inutile dire che ora di quei 2 milioni di dollari s’è persa ogni traccia.
- Domenica 18 Gennaio 2009
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