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Il Real Madrid di Cristiano Ronaldo è la squadra di calcio più ricca del pianeta - Epa
Tutto ciò che ruota intorno al Real Madrid di Florentino Perez è sempre esagerato, “galactico”, tanto in campo come fuori. Un club capace di spendere nello scorso mercato quasi 250 milioni (96 per il solo Cristiano Ronaldo), di indebitarsi parecchio con le banche ma anche di vincere la Champions league dei ricavi. Continua
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La più grande soddisfazione per un tifoso è la vittoria della propria squadra del cuore. Se poi si vince allo stadio Olimpico di Roma, al termine della partita più importante della stagione, la finale di Champions league, la soddisfazione per chi ha vinto, il Barcellona, è doppia. Anzi, tripla. Perchè nel momento in cui Carlos Pujol, capitano dei blaugrana, alzava al cielo la “Coppa dalle grandi orecchie”, c’era chi tra i dirigenti spagnoli si faceva due conti in tasca.
40 milioni di euro guadagnati per il Barcellona
Almeno 40 milioni di euro guadagnati, tra diritti televisivi e premi dell’Uefa per essere arrivati fino in fondo. Senza contare che un successo di tal genere di solito rivaluta il parco giocatori di almeno il venti per cento e fa impennare i diritti televisivi internazionali per acquisire future partite. In attesa di esporre la coppa nel museo del club, situato all’ingresso del proprio stadio Camp Nou e che nel 2008 ha avuto oltre un milione e mezzo di visitatori.
Il VIDEO con gli highlights della finale di Champion’s League
Il VIDEO con la premiazione e la consegna della coppa al capitano del Barcellona
Squadre ricche, nuovi sponsor (a Manchester sia su sponda United che su quello del City arriveranno soldi freschi per quasi 150 milioni di euro), ingaggi dei calciatori che anziché ridursi, sembrano subire un rialzo in questa campagna trasferimenti estiva. Ma è tutto oro quello che luccica? Non proprio come conferma un’inchiesta pubblicata da Panorama.
Le società sono fortemente indebitate e all’estero anche i ricchi piangono.
A differenza dell’Italia, hanno stadi di proprietà, centri commerciali e un ricco commercio di gadget, ma la crisi ha colpito valori immobiliari (soprattutto in Spagna) e sponsor. Il crollo delle borse ha dato il colpo di grazia ai capitali dei magnati russi, arabi e americani. In Italia molte società sono in affanno, ma nonostante tutto la nostra serie A si è confermata al secondo posto nella classifica dei ricavi fra i massimi campionati di calcio in Europa.
Calcio italiano secondo per ricchezza in Europa
Secondo le stime di StageUp Sport&Leisure Business, il campionato italiano ha raccolto 1.430 milioni euro, mille milioni in meno della Premier league inglese sempre saldamente in testa alla classifica con i suoi 2.430 milioni euro di ricavi. Al terzo posto si conferma la Bundesliga: il campionato tedesco toccherà i 1.420 milioni, precedendo la Liga spagnola a quota 1.350 e la Ligue 1 francese a 1.040. In attesa della stagione 2010/2011, che potrà portare a un incremento importante dei ricavi, la serie A si trova a contrastare l’assalto della Bundesliga.
Il campionato tedesco, capace di attirare la maggior quantità di risorse economiche dallo sponsor principale (oltre 6,9 milioni di euro di media per club) e il maggior numero di spettatori negli stadi fra i campionati di tutta Europa (quasi 40 mila in media nella stagione 2007/2008), avrà la possibilità di sorpassare la serie A.
Grandi sponsor nonostante la crisi
Un altro segnale di (relativa) stabilità per il calcio italiano è dato dal fatto che i ricavi da partnership di maglia del massimo campionato di calcio italiano, nell’attuale stagione, non hanno subito effetti negativi dovuti alla crisi economica. Secondo Stage Up, infatti, le 20 società della serie A hanno raccolto da sponsor di maglia e tecnici, poco più di 141 milioni di euro, l’1,6 per cento in più rispetto al 2007/2008.
Fra le ragioni più rilevanti si distingue la prolungata durata degli accordi: le sponsorizzazioni principali hanno una vita media oltre i due anni con picchi a tre, se non quattro anni, per i contratti più ricchi. Le sponsorizzazioni tecniche hanno una durata media di cinque anni con rapporti anche ultradecennali. La stagione 2008/2009, nonostante la crisi economica globale, ha portato diverse novità fra gli sponsor principali. Crescono in particolare gli investimenti di aziende estere provenienti dai settori “giochi e scommesse” ed “Automotive”. Del primo comparto fa parte Betshop, nuovo sponsor di maglia del Palermo. La società londinese di scommesse ha affiancato altre aziende del settore già presenti come Bwin, partner del Milan, ed Eurobet, partner del Genoa. Nonostante il calo generalizzato degli investimenti in comunicazione del settore auto, la serie A mantiene il proprio appeal con due nuovi ingressi per questo comparto: quelli della francese Renault Trucks per il Torino e della rumena Dacia per l’Udinese che hanno sostituito due aziende italiane, rispettivamente la compagnia di assicurazioni torinese Reale Mutua, attuale co-sponsor granata, ed il marchio di abbigliamento modenese Gaudì.
Domani stadi di terza generazione
“I diritti media e le sponsorizzazioni per loro natura hanno un comportamento anticiclico. Si tratta di scelte strategiche e di lungo periodo”, sostiene Giovanni Palazzi, ad di Stage Up. “Le fonti di ricavo più aggredibili sono quelle da stadio. Se la crisi finanziaria dovesse protrarsi nel lungo periodo, fra 3 e 5 anni, gli incassi da botteghino potrebbero soffrirne. Investimenti su stadi di terza generazione potrebbero essere utili al fine di aumentare la competitività verso altre forme di spettacolo e diversificare i ricavi”.
Nuovi stadi, ma anche la rimodulazione dei diritti televisivi che dal 2010 saranno venduti collettivamente e dai quali i club sperano di incassare almeno un miliardo di euro a stagione.
Una partita da sei miliardi di euro, come spiega Panorama Economy in una sua inchiesta. Il più grande accordo in termini di ammontare complessivo per un singolo contratto mai siglato nella storia del calcio italiano. Una boccata di ossigeno per i bilanci.
E per tornare a investire (e magari vincere) in Europa.

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Era un modello invidiato in tutto il mondo il Manchester United, con il suo inossidabile coach Alex Ferguson (23 anni ininterrotti sulla stessa panchina), i suoi campioni, il suo celebre stadio, l’Old Trafford, “Theatre of Dreams”.
E soprattutto i suoi soldi: Malcom Glazer, miliardario americano, proprietario; la Aig, prima compagnia assicuratrice del mondo, sponsor. Dopo il crollo delle borse che ha portato alla nazionalizzazione dell’Aig, il Man-U è soprattutto la squadra più indebitata d’Europa e quindi del mondo. Il marchio continua a vendersi da solo, il merchandising regge, ma a Glazer non bastano le prodezze di Wayne Rooney e Cristiano Ronaldo per farsi passare il mal di testa e la necessità di trovare nuovi capitali. In arrivo, pare, dal Giappone e dall’Arabia. Allo United fa compagnia il Chelsea dell’oligarca russo Roman Abramovich. Tra i due club la rivalità non è solo calcistica, è un testa a testa a chi ha più debiti, con le cifre continuamente in crescita. In questa classifica seguono, in Premier league, l’Arsenal, che aveva puntato tutto sul nuovo stadio, e il Liverpool.
Doppia crisi per le squadre inglesi
Le società inglesi sono vittime della doppia crisi di quanto in passato aveva fatto la loro forza: il crollo del mercato immobiliare ha dimezzato il valore degli stadi e dei complessi commerciali annessi; i bagni in borsa e il deprezzamento delle materie prime hanno ridimensionato i capitali, pur sempre cospicui, di magnati russi e americani, arabi e orientali. Per non parlare degli sponsor: come l’Aig, anche la Northern Rock (Newcastle) è stata nazionalizzata. E adesso il club è in vendita. Il risultato di questo anno orribile è un debito complessivo stimato inizialmente in 2 miliardi di euro ma salito a 3,5. A occuparsene è Westminster, il parlamento britannico: l’All party football group, composto da 150 rappresentanti bipartisan dei Comuni e dei Lord, ha deciso di mettere sotto stretto controllo la gestiodopne del pallone. Dove, tuttavia, i debiti sono quantomeno serviti a dotarsi di stadi e infrastrutture, un patrimonio solido, che dovrebbe rivalutarsi.
Lacrime in Liga: primo per debiti il Real
Stesse lacrime nella Liga spagnola, secondo campionato del mondo per blasone e calciatori famosi. José Maria Gay, docente di economia all’Università di Barcellona, ha condotto uno studio sui bilanci dei 20 club della serie maggiore: risultato, debiti per 3 miliardi, che salgono a 3,5 con la seconda divisione. Non solo, Liga e serie B devono al fisco 627 milioni di euro di arretrati.
Francisco Izco, presidente dell’Osasuna, squadra di bassa classifica della Liga, è tra i pochi ad ammettere che la colpa non è solo della crisi finanziaria: “Viaggiamo da anni sopra le nostre possibilità, non abbiamo reagito al calo degli incassi, dei diritti tv e delle sponsorizzazioni”. La classifica dei debiti è guidata dal Real Madrid, segue il Valencia.
Ma i “galacticos”, forti dell’azionariato popolare nonché delle protezioni dell’establishment, sono tra quelli che dovrebbero superare la burrasca, assieme al Barcellona, all’Athletic Bilbao e allo stesso Osasuna. Molto più a rischio il Valencia, che ha praticato una gestione allegra in fatto di ingaggi (compresi quelli dei calciatori italiani) e oggi deve ai dipendenti, giocatori in testa, 16 milioni di euro in stipendi.
Bundesliga tedesca esempio di virtù
In questo panorama la Bundesliga tedesca appare un esempio di virtù. I debiti sono di “appena” 660 milioni e, soprattutto, i club hanno rinunciato agli ingaggi miliardari.
E l’economia della Germania, benché oggi in crisi profonda, è meno affidata alla finanza e al mercato immobiliare di quelle inglese e spagnola. Ma ciò che ha sempre costituito un elemento di ordine nei bilanci del calcio tedesco è il numero ridotto di squadre professionistiche: la Bundesliga 1 e 2 (di fatto le nostre serie A e B) hanno 36 squadre; la Zweite Liga altre 18. Totale, 54 club professionistici. In Italia sono 20 in A, 22 in B, 36 nei due gironi di Lega Pro Prima divisione (la ex C1), 54 nei tre della seconda divisione (ex C2). In tutto, 132 squadre. Che, in base alla legge firmata nel 1996 da Walter Veltroni (allora ministro dei Beni culturali con delega allo sport), devono avere “fine di lucro” e possono quotarsi in borsa. In pratica, presentare bilanci in utile. Tutto giusto, sulla carta. Solo che il patrimonio è costituito non dalla proprietà degli stadi o dai diritti di merchandising, ma dal cartellino dei giocatori.
Mentre entrate e uscite vengono date da incassi, diritti tv, sponsorizzazioni e ingaggi. È per questo che da noi si parla di risultato di gestione e non di debiti. Effetti: stato patrimoniale incerto, valutazioni gonfiate delle squadre e navigazione a vista da un campionato all’altro. E una torta di diritti che entro il 2010 si ridurrà alla sola serie A.
I NUMERI IN ROSSO DEL PALLONE
3,5miliardi di euro è l’indebitamento nella Premier league (la massima
serie inglese) così come nella Liga, la serie A spagnola.
660milioni di euro, i debiti nella Bundesliga.
300milioni di euro, le perdite nella Serie A.
“Il calcio italiano sta attraversando un momento difficile, ma nell’immediato stiamo assistendo ad un allarmismo eccessivo perché i contratti di sponsorizzazione stipulati sono quasi tutti pluriennali e non si può rescindere da un giorno all’altro, a meno che le società non dichiarino fallimento”. Lo sottolinea a Panorama.it, Giovanni Palazzi, presidente di Stage Up sport & leisure business, la prima società italiana di consulenza in business dello sport. Che aggiunge: “Chiaro che un rallentamento si avrà se gli effetti della crisi saranno a lunga scadenza, ma sono certo che il sistema di banche in Italia sia garantito, anche per il mondo dello sport”.
Che succederà dunque alle squadre italiane? Ieri la Roma ha dovuto affrontare una giornata molto pesante in borsa a seguito dei “rumors”, poi smentiti in un comunicato congiunto della società e di Italpetroli, secondo cui Unicredit avrebbe negato alla stessa società della famiglia Sensi che controlla il club giallorosso e che è esposta per 365 milioni con l’istituto bancario, una deroga al pagamento entro il 31 dicembre della prima tranche del debito, da 130 milioni di euro, prevista dal piano di rientro concordato la scorsa estate.
Secondo La Gazzetta dello Sport, il finanziere egiziano, di origine libica, Roger Tamraz, è l’uomo che intende comprare la Italpetroli. Interpellata da Panorama.it, la società giallorosa dice che la situazione è “sotto controllo e che non sono in corso trattative per la cessione della società”. Lo dice, di fatto, anche il comunicato stampa ufficiale. Ma sussurri raccontano una verità univoca: la trattativa va avanti spedita. Il magnate del petrolio, fondatore della Tamoil, ha già avuto due incontri per la Italpetroli, l’ultimo a metà della scorsa settimana con tutte le sorelle Sensi. In attesa di offerte ufficiali, l’unica cosa certa è che per arrivare a quota 130 milioni nei prossimi tre mesi potrebbe non essere sufficiente liberarsi di tutte le attività di Italpetroli. Sono già in vendita i terreni di Torrevecchia il cui valore si attesta intorno ai 100 milioni. Ma l’edificabilità di quegli spazi, condizionata alla costruzione della cittadella dello sport, potrebbe arrivare solo a fine anno. Fino ad allora i potenziali acquirenti temporeggeranno. Anzi, l’advisor Banca Finnat teme che in questa situazione i candidati all’acquisto, come il gruppo Caltagirone (creditore nei confronti della Roma in qualità di socio Mps che detiene la Antonveneta con cui la Roma è esposta per 50 milioni), rallentino i tempi per abbassare il prezzo.
Lo stato di salute della banca guidata da Alessandro Profumo viene però seguito con attenzione anche dal lato biancazzurro della Capitale. Colpa di 13,6 milioni di fidejussioni rilasciate per conto della Lazio Events di Claudio Lotito da Unicredit in favore della Figc per l’iscrizione al campionato della Lazio. In Borsa, il titolo della Lazio negli ultimi tre mesi è rimasto stabile intorno a 0,35 euro per azione, ma dal 29 settembre, quando era arrivata a 0,50, ha subito una forte caduta, ritornando a 0,37 euro.
Stessa sorte per il titolo della Juventus in forte calo da gennaio, quando era a 1,4 euro, mentre oggi ogni azione vale 0,7695 (in rialzo dopo una settimana di forti ribassi). La crisi potrebbe colpire anche la Fiorentina: le quotazioni della Tod’s, l’azienda di famiglia dei Della Valle, hanno perso quasi la metà del valore, scivolando dai 64 euro di inizio anno ai 32,09 di oggi pomeriggio. “La Borsa sconta in anticipo la previsione di minori utili, ma il patrimonio dei Della valle e solido e non credo avranno particolari ripercussioni”, spiega Palazzi. Tifosi tranquilli che Mutu e compagni resteranno in maglia viola? L’esperto non si sbilancia. Altro esempio, la Erg di Garrone, patron della Sampdoria. Anche in questo caso, malgrado i prezzi del petrolio restino alti, il titolo è sceso da 16,9 euro a 10,03 euro in un anno. I conti del primo semestre però vanno bene: 56 milioni di utile al 30 giugno, contro i 40 dei primi sei mesi dello scorso anno.
Il presidente del Torino, Urbano Cairo, qualche grattacapo in più ce l’ha. Il titolo della sua Cairo Communication ha perso il 50 per cento nell’ultimo anno, ma in questo caso si sono ristretti anche gli utili, scesi a 4,6 milioni dai 7,2 dello scorso anno.
E la serie B non sta meglio. Ieri l’assemblea di Lega calcio ha deliberato che i club di seconda serie riceveranno una “mutualità” di 65 milioni di euro dalla serie A, molto meno rispetto ai 90 milioni richiesti. “Questo costringerà molte società a rivedere i propri costi e per qualcuna di essa forse ci sarà difficoltà ad arrivare a Natale per pagare stipendi e spese di gestione”, dicono a Panorama.it fonti vicine ad alcuni presidenti di serie B. L’imprenditore marchigiano Roberto Benigni, ad esempio, ha dovuto fare i conti con un “credit crunch” (cioè calo significativo - o inasprimento improvviso delle condizioni - dell’offerta di credito). La finanziaria alla quale si era rivolto per avere un prestito e pagare gli stipendi dell’Ascoli Calcio, di cui è presidente, ha avuto problemi di liquidità con i crac bancari americani e così niente prestito e niente stipendi ai calciatori.
Ma la crisi finanziaria rischia di abbattersi anche sull’organizzazione delle olimpiadi londinesi, rallentando i lavori per la costruzione di stadi ed infrastrutture. Il Daily Telegraph teme che possano verificarsi gravi ritardi sulla scadenza di consegna (luglio 2012), oltre che un aumento incontrollato dei costi.
Finora l’organo pubblico responsabile per la costruzione degli impianti, è riuscito a limitare i contraccolpi economici, riorganizzando l’agenda dei lavori. Ma restano grossi interrogativi circa il finanziamento complessivo dei Giochi, un investimento da oltre 13 miliardi di euro che dovrà essere coperto dalla vendita dei diritti tv, sponsorizzazioni private e contributi statali. E anche la ricca Premier League inglese, sponsorizzata dalla Barclays, comincia a fare i conti con i problemi economici. Il presidente della Football Association, Lord Triesman, lancia un attacco frontale nei confronti dei magnati stranieri che hanno invaso la Premier negli ultimi anni accusandoli di contribuire alla crescita dei costi e delle esposizioni debitorie. “L’indebitamento della Premier League è sicuramente forte, ma ancora non drammatico. Le squadre investono e hanno in piedi molti contratti di sponsorizzazione, gestiscono gli impianti direttamente e la composizione dei ricavi è molto variegata” sostiene Palazzi. “In Italia la situazione potrebbe essere più difficile perché i ricavi sono meno diversificati, il business è meno ricco e le tv pagano meno”.
E in casa spagnola, come sono messe le talentuose squadre della Liga? Racing di Santander, Almeria, Betis, Deportivo La Coruna, Malaga e Maiorca (quest’ultima anche a rischio di amministrazione controllata) hanno le magliette senza sponsor, mentre il Valencia un mese fa ha denunciato pubblicamente il suo patrocinatore “Valencia Expirience”, perché non gli aveva pagato i 6 milioni di euro previsti nel contratto sottoscritto a maggio. Real Madrid, Siviglia e Espanyol hanno optato per firmare contratti con agenzie di scommesse, che non saranno certo gli sponsor più ortodossi per una squadra di calcio, ma almeno sono i più solventi. Al di là delle sponsorizzazioni, è stata la crisi immobiliare - che in Spagna ha anticipato di alcuni mesi la tempesta sui mercati finanziari internazionali - a produrre pesanti ripercussioni, visto che fino a poco tempo fa gli immobiliaristi erano i padroni di molte squadre della Liga.
Ora la domanda che più si sente fare negli stadi della Spagna è: quando arriveranno gli stranieri a prendersi i club? Ai vertici della Liga assicurano però che il “modello inglese” non è importabile. La ragione? “La vicinanza e l’identificazione con il club, che sono valori pretesi dalla gran parte dei presidenti delle società”. Non si immagina un presidente del Bilbao che non parli basco o uno del Barça che non sappia difendere la catalanità della frase: “mes que un club” (più di un club).
Tira brutta aria sull’economia mondiale. In Italia si tira la cinghia e si risparmia.
L’ultima indagine Istat dice che nei primi mesi del 2008 è cresciuto il numero di persone alla ricerca di prima occupazione, probabilmente donne, quasi tutte del Sud, che cercano di dare una mano in famiglia per arrivare a fine mese.
Tempi di magra, dunque, per molti. Ma non per tutti. Josè Mourinho, allenatore dell’Inter, per esempio, arriva a guadagnare 9 milioni di euro netti a stagione. Anzi 11. Anzi no, addirittura 14. La sua battuta nei confronti di un giornalista al termine del derby non è passata inosservata, al punto che la società nerazzurra si è affrettata a smentire le cifre dichiarate. Che però non sono molto lontane dalla realtà. “Special one” guadagna infatti una cifra vicina ai 9 milioni all’anno ai quali vanno aggiunti i premi (solo in caso di vittoria in campionato o in Champions league) e i diritti di immagine. Se non si arriva a 14 milioni di euro poco ci manca. L’equivalente dello stipendio di un anno di oltre mille precari.
Soldi che si aggiungono a quelli che il presidente Moratti continua a dare all’ex allenatore, Roberto Mancini, esonerato a giugno con ulteriori quattro anni di contratto a 6 milioni di euro all’anno. Senza impiego, come i futuri cassa integrati dell’Alitalia.
Se lo stipendio di Mourinho vi sembra poco, ecco una classifica della Gazzetta dello Sport secondo la quale Zlatan Ibrahimovic, attaccante dell’Inter, è il calciatore più pagato della serie A con 11 milioni di euro, seguito dal milanista Kakà, costretto ad accontentarsi del secondo posto con “appena” 9 milioni. Nella classifica a squadre, calcolata in termini di investimenti lordi, in testa ci sono, manco a dirlo, Inter e Milan.
Per dare un’idea dell’eccezionalità dell’ingaggio, basta considerare che Ibrahimovic potrebbe pagare gli stipendi stagionali di tutta la Reggina. E se l’attaccante deciderà di investire soltanto il 6 per cento del suo contratto complessivo, riceverà interessi che potrebbero mantenere in vita la stessa Reggina per dieci stagioni. Ronaldinho percepisce invece 6,5 milioni netti a stagione, 2 in meno rispetto ai tempi del Barcellona. Ancora più sensibile il taglio che ha accettato Shevchenko, pur di ritornare al Milan: dagli 8 milioni di euro che gli versava il patron del Chelsea, Paperon Roman Abramovich, è passato a 4,5.
In casa Juventus il più pagato è il portiere Gigi Buffon, cui la Juventus assicura 5,5 milioni, la stessa cifra che risulta sulla busta paga del romanista Francesco Totti (Alex Del Piero si ferma a 5 milioni, ma i suoi diritti di immagine sono tra i più cari di tutta la serie A). Tra i calciatori che hanno cambiato maglia, quello che ha migliorato in modo più evidente la propria situazione è il neojuventino Amauri, passato da 1 a 3,5 milioni.
Tirando le somme, la Gazzetta calcola che il monte ingaggi complessivo della serie A 2008-09 ha raggiunto quota 768,4 milioni, oltre 100 in più rispetto alla scorsa stagione (666,5). Si tratta del tetto massimo degli ultimi cinque anni: alla faccia della crisi. Considerando anche le cifre dell’ultima campagna acquisti, in cui la serie A ha investito 507,88 milioni (contro i 368 dell’estate 2007), l’impressione che si ricava è che la fase degli investimenti oculati sia già alle spalle.
Nella graduatoria delle società, il Milan è rimasto in testa, investendo nel monte ingaggi la stessa cifra dello scorso anno: 120 milioni lordi, come l’Inter. Il club nerazzurro ha speso 10 milioni in più rispetto alla scorsa stagione, ma non ha esagerato con gli stipendi dei nuovi arrivati (il più ricco è l’ex romanista Mancini, a quota 3,5 milioni).
Alle spalle delle milanesi c’è la Juventus, il cui monte ingaggi si attesta sui 115 milioni. Il quarto posto è occupato dalla Roma, con 65 milioni (l’anno scorso era a 60). La Fiorentina, che ha effettuato cospicui investimenti, mantiene un monte ingaggi moderato: 37 milioni. I più pagati in casa viola sono Frey, Gilardino e Mutu, che incassano 2 milioni netti a testa. Importanti gli sforzi sostenuti dal Genoa, che ha alzato di 14 milioni il tetto degli stipendi, arrivando a 35, e del Napoli, passato a 29 (+ 9,4 milioni rispetto al 2007-08). L’oscar dell’austerità va alla Reggina, con un monte salari di 11,4 milioni. Contenute anche le spese per gli stipendi di Atalanta (12, 5 milioni), Chievo e Udinese (14). In tempi di magra, è già qualcosa.
Il VIDEO della conferenza stampa post derby di Mourinho

Il neo acquisto dell’Inter, Quaresma
Il dado è tratto. Alla fine di estenuanti trattative, voci, scambi, prestiti, compravendite il calciomercato chiude i battenti. E lo fa con il botto: l’acquisto da parte del Genoa dell’attaccante Diego Milito per la “modica” cifra di 15 milioni di euro per il cartellino (lo deteneva la squadra spagnola del Saragozza) e di 2,5 milioni a stagione, per cinque anni, per il calciatore. Alla faccia della crisi e degli italiani che devono far quadrare il proprio bilancio mensile. Un calcio mercato che, complessivamente, ha sfondato i 500 milioni di euro, ovvero 1000 miliardi delle vecchie lire. Per la precisione, 507 milioni e qualche spicciolo, grazie anche all’acquisto del club genovese e all’ultima follia di Massimo Moratti, che ha regalato ai propri sostenitori il centrocampista offensivo Quaresma per 24 milioni di euro.
I 10 gol più belli di Quaresma con la maglia del Porto
In quanto a volume di affari, siamo stati battuti sul filo di lana dagli inglesi, che hanno speso 557 milioni di euro. In Spagna si è speso 285 milioni (rispetto ai 541 della passata stagione), in Germania 150,95 milioni (l’anno passato 194,38). Segno che il nostro calcio è ricco e a una pioggia di denari si accompagnano calciatori importanti che hanno scelto il nostro campionato, come da tempo non accadeva. Unica, grande eccezione, il trasferimento di Robinho dal Real Madrid al Manchester City per oltre 40 milioni di euro (e un ingaggio da 6 milioni a stagione per il brasiliano!). Regalo del neo proprietario del secondo club di Manchester, lo sceicco Khalifa bin Z
ayed, presidente degli Emirati Arabi Uniti, attraverso la Abu Dhabi United Group for Development and Investment (Abug), già impegnata in importanti sponsorizzazioni di squadre ed atleti in varie discipline sportive e che recentemente ha firmato un accordo con il Milan per la realizzazione di un’accademia del calcio ad Abu Dhabi (leggi l’articolo di Panorama.it sui reali più ricchi del mondo).
Ora il responso al campo da gioco: saranno stati spesi bene tutti questi soldi? Troppe variabili condizionano la buona riuscita di una campagna acquisti. Per il momento, il saldo dei movimenti consegna un rosso di 180 milioni di euro, una cifra meno pesante rispetto a passate stagioni, e molte trattative si sono concretizzate nel mercato interno, quindi non c’è stato un passaggio di risorse verso altri campionati. Il boom italiano coincide con una parallela recessione degli altri campionati europei, notoriamente più ricchi e meglio pagati dalle televisioni. Nella hit parade dei trasferimenti, in testa troviamo la “solita” Inter, che ha un saldo passivo di 59,4 milioni di euro (non contando le rateizzazioni), seguono la Fiorentina con un rosso di quasi 43 milioni, il Genoa (-28 milioni), la Roma (-24,75), la Juventus e il Bologna (-21,6), il Napoli (-21,2). Il Milan ha un saldo negativo di appena 5 milioni, grazie ad una campagna cessioni molto ricca. Le squadre più virtuose, invece, sono il Palermo con un attivo di 21,5 milioni di euro, l’Udinese (+ 16,3) e la Reggina (+ 9,1). Anche il Chievo, la squadra del quartiere di Verona più parsimoniosa del campionato, ha finito con un saldo negativo, anche se di appena 300 mila euro. Gli acquisti più cari? Quaresima all’Inter per 24,5 milioni, Amauri alla Juventus per 22,8, Ronaldinho al Milan per 22,5, Gilardino alla Fiorentina per 15. L’affare migliore? Quello che, sul campo, renderà meglio di tutti, anche se potrebbe essere non necessariamente un grande big, ma un giovane costato poco.
Intanto, se i presidenti delle squadre italiane si fanno due conti in tasca, gli esperti del marketing della federazione europea, sempre alla ricerca di soluzioni nuove per incrementare il giro d’affari, stanno studiando un nuovo look per la Coppa Uefa. Dal 2009/2010 il primo turno sarà parte integrante della competizione (niente più Intertoto) mentre la successiva fase a gironi coinvolgerà 48 squadre divise in dodici gruppi da quattro. Si qualificheranno le prime due di ogni girone (24 squadre) e a loro, questa parte della formula non ha subito cambiamenti, si uniranno le terze classificate dei gironi della Champions league per dare vita ai sedicesimi a eliminazione diretta con partite di andata e ritorno, sino alla finale con partita unica. Ciò dovrebbe portare, dicono ai piani alti dell’Uefa, “a una maggiore presenza sul mercato e maggiori introiti. Ci impegneremo per migliorare ancora l’immagine della competizione nei prossimi anni”. Che la calcolatrice ricominci a lavorare, per la gioia delle casse dei club europei.
Controcampo e Domenica sportiva addio. Invenduti i diritti radiofonici e televisivi del calcio. L’assemblea generale straordinaria di Lega calcio ha respinto all’unanimità le offerte fatte sinora.”Ci dispiace molto che i campionati di serie A e B partano senza la possibilità di vederli per chi non ha la pay tv, ma ci siamo trovati davanti a offerte che non potevano essere accettate”, ha detto l’amministratore delegato del Milan, Adriano Galliani, all’uscita dall’assemblea generale straordinaria della Lega Calcio.
Il vicepresidente e ad rossonero ha presieduto l’assemblea su proposta del vicepresidente di Lega per la B, Gianfranco Andreoletti, in assenza del presidente Antonio Matarrese, del suo vice vicario Rosella Sensi (Roma) e del vice presidente per la A Massimo Cellino (Cagliari).
Andreoletti ha poi reso noto che non sono stati venduti neanche i diritti del campionato cadetto, ma i club, anziché venderli individualmente come era possibile, “hanno deciso di dare mandato all’advisor per trattarli a livello collettivo e cercare un accordo entro le ore 19 di mercoledì 27″, ha precisato Andreoletti, “Crediamo che si possa trovare un accordo più vantaggioso con una delle due emittenti interessate ai diritti per il satellitare, e per lo stesso motivo abbiamo rigettato anche l’offerta con l’emittente interessata per la piattaforma digitale”.
Vendere i diritti tv in chiaro degli highlights di serie A oppure ritirarli dal mercato in attesa di offerte più generose? Questo era il dilemma. Che non è stato sciolto dall’assemblea generale straordinaria della Lega Calcio, con i dirigenti del pallone chiamati a esprimersi sulle offerte di Rai e Mediaset già ritenute da molti insufficienti. Confermata quindi l’ipotesi del rifiuto alle cifre proposte dalle due emittenti. Linea condivisa dai presidenti di molte società, le grandi in testa, intenzionati a incassare molti più soldi dai pacchetti ancora da vendere, cioè dagli highlights di serie B e diritti radiofonici, oltre agli highlights di A. “Temo che domenica non si vedrà il chiaro, ma non sarebbe certamente colpa nostra se ciò avvenisse” aveva anticipato Galliani al suo arrivo in Lega Calcio prima di entrare all’assemblea generale. “È impossibile”, aveva spiegato, “che un prodotto venduto a 75 milioni di euro in esclusiva a Mediaset più, non in esclusiva, alle altre emittenti possa essere valutato 20,5 milioni di euro con uno sconto del 75%.
In attesa di colpi di scena, per ora le emittenti non sembrano affatto disposte ad alzare la posta. Anzi, la Rai è pronta a ritirare le proprie offerte e a uscire da qualsiasi trattativa futura. Viale Mazzini ha infatti già rilanciato, arrivando a una cifra complessiva di 30,6 milioni (600 mila per la Supercoppa), dei quali 23,5 milioni fra serie A e B (20,5 per la serie maggiore, 1 milione per quella cadetta e 2 milioni per i diritti radiofonici). Per quanto riguarda, in particolare, gli highlights di serie A, la Rai ha offerto 7 milioni per l’esclusiva nella fascia oraria 13:30-22:30, pacchetto in cui non c’è concorrenza; e 13,5 milioni per quella fino a mezzanotte, cifra a quanto pare più alta di quella offerta da Mediaset (10 milioni) e più ricca anche rispetto ai 10 milioni complessivi (5 dalla Rai e 5 da Mediaset, rispettivamente per la Domenica sportiva e Controcampo) che sarebbero stati incassati dalla Lega per quella fascia lo scorso anno.
Anche Mediaset non ha fatto alcuna controproposta: escluso un interesse sulla fascia pomeridiana, per ora non c’è stato alcun “secondo lancio” per consentire la messa in onda di Controcampo.
Ma alla Lega, che mirava a un incasso globale di 70 milioni di euro, i conti non tornano. Il rischio che gli highlights andassero tutto o in parte invenduti si è quindi, per ora, avverata. Per la prima volta una stagione di calcio inizierà senza le trasmissioni storiche.
Cosa farà la Lega? Ritenute insufficienti le offerte potrebbe decidere di non assegnare tutti o alcuni dei pacchetti e ripetere la procedura di assegnazione, mantenendo o modificando la composizione originaria dei pacchetti oppure di attuare una diversa forma di sfruttamento dei diritti.
Anche la trattativa per il campionato di B potrebbe fermarsi: conteso da Sky e Conto Tv, l’emittente satellitare che trasmette film per adulti e che si è già aggiudicata il terzo e quarto turno di Coppa Italia. Altrimenti, i club cadetti che da mesi denunciano la crisi economica della categoria, si consoleranno con i 7 milioni di euro promessi in ogni caso dall’advisor Infront, per questa e per la prossima stagione.
La Lega Calcio si è invece riservata l’assegnazione dei diritti per le partite della Serie B e della Coppa Italia, assegnazione che, secondo Conto Tv, “sarebbe dovuta avvenire contestualmente all’apertura delle buste”, come per la Supercoppa Tim o i diritti della Tim Cup, questi ultimi assegnati alla stessa emittente satellitare. Per questo l’emittente toscana ha fatto partire un esposto alle Authority per la Concorrenza e per le comunicazioni. Nell’esposto si denuncia anche come, a meno di 24 ore dalla scadenza fissata per le offerte, siano state modificate “le linee guida” delle stesse, modifiche che “hanno costretto” l’emittente a “rinunciare” a presentare un’offerta complessiva per la Serie B, suggerendole di “ripiegare” sulla sola Tim Cup di cui si è infatti aggiudicata i diritti del terzo e quarto turno per la stagione agonistica 2008/2009 e dei primi quattro turni per il 2009/2010. Secondo l’amministratore delegato, Marco Crispino, le società cadette, in caso di mancata assegnazione del pacchetto, “tornano proprietarie degli stessi eventi e, quindi, potranno commercializzare singolarmente le partite”.