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di Marco Fortis
Molti i luoghi comuni sulla conquista dell’Italia da parte dei grandi gruppi stranieri e sull’incapacità dell’industria nazionale – fatta di imprese troppo piccole – di internazionalizzarsi e di aggredire i nuovi mercati emergenti andrebbero riletti alla luce dei nuovi dati Istat sulla presenza delle nostre aziende all’estero e di quella dei gruppi esteri in Italia. Continua

(Credits: AP Photo/Altaf Qadri)
Abbiamo già scritto che, in India, le aree urbane non sono in grado di accogliere “l’esodo infinito dei disperati” che, senza lavoro ne’ aspettative per il futuro, si sposta di città in città nella speranza di poter trovare, prima o poi, un luogo che possa offrire l’opportunità di vivere in maniera decente. Eppure, dopo tanti tentativi è possibile che questo esercito di indiani si ritrovi a tornare nei villaggi di origine dove, nel frattempo, dei giovani pieni di energia stanno cercando di cambiare il destino di enormi aree attualmente poco produttive. Un tentativo che, se avrà successo, potrà stravolgere il destino economico del subcontinente. Continua
Il prodotto interno lordo nel 2008 è calato dell’1% rispetto all’anno precedente. Lo comunica l’Istat che ha rivisto la stima preliminare del -0,9%.L’ultima stima ufficiale del governo, quella contenuta nell’aggiornamento del Programma di stabilità, attestava una diminuzione del Pil nel 2008 dello 0,6%.
Il calo del prodotto interno lordo registrato nel 2008 è il dato peggiore mai registrato dal 1975, quando la diminuzione del prodotto interno lordo era stata del 2,1%, conferma l’Istat, aggiungendo che ad un dato simile a quello del 2008 si era arrivati nel 1993 quando il Pil era diminuito dello 0,9%
Nel 2008 il valore del Pil ai prezzi di mercato è stato pari a 1.572.243 milioni di euro correnti, con un aumento dell’1,8% rispetto al 2007. Il Pil nel 2008, espresso ai prezzi dell’anno precedente, è diminuito dell’1%.
L’Istat ha anche rivisto il dato sulla crescita del 2007: si tratta di una revisione al rialzo, dall’1,5% della stima fatta lo scorso anno, all’1,6%.
Analizzando i dati relativi alla formazione del prodotto interno lordo nel 2008, gli investimenti fissi lordi hanno mostrato una contrazione del 3%, risultato di una flessione di quelli in macchinari ed attrezzature (-5,3%), in costruzioni (-1,8%), in mezzi di trasporto (-2,1%) e di una stabilità dei beni immateriali.
Le esportazioni di beni e servizi hanno registrato una diminuzione del 3,7%.
Dal punto di vista della formazione del prodotto il valore aggiunto dell’industria in senso stretto è diminuito del 3,2%, quello delle costruzioni dell’1,2% e quello dei servizi dello 0,2%. “Solo il valore aggiunto del settore dell’agricoltura, silvicoltura e pesca - fa notare l’istituto di statistica - ha fatto registrare una crescita del 2,4%”.
Un contributo negativo alla variazione del Pil è venuto dalla domanda nazionale al netto della variazione delle scorte (-1 punto percentuale), mentre la domanda estera netta ha dato un apporto positivo di 0,3 punti percentuali.
Il dato negativo del Pil italiano non è in linea con l’andamento della crescita registrato nel 2008 negli altri grandi Paesi europei, che indicano per il Pil un aumento dell’1,3% in Germania, dell’1,1% negli Stati Uniti, dello 0,7% nel Regno Unito e in Francia; e una diminuzione dello 0,7% in Giappone.
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Crollo dei consumi a marzo con una flessione dell’1,7%. Stando alla Confcommercio si tratta del dato peggiore degli ultimi tre anni e conferma il “permanere di una crisi profonda e strutturale della domanda interna”. Nel primo trimestre dell’anno, il calo è stato invece dello 0,7% (+0,3% nello stesso periodo del 2007). La stima dell’indicatore dei consumi di Confcommercio (Icc) segnala a marzo la maggiore riduzione in termini di quantità acquistate degli ultimi tre anni: il -1,7% rispetto allo stesso mese del 2007 rappresenta, infatti, la flessione più consistente dall’inizio del 2005, “confermando il permanere di una crisi profonda e strutturale della domanda interna”. Nel primo trimestre 2008, inoltre, la riduzione è stata dello 0,7% (+0,3% nello stesso periodo del 2007). “La decelerazione della domanda per consumi da parte delle famiglie, accentuatasi nei periodi più recenti” sottolinea Confcommercio “continua a condizionare le dinamiche produttive interne: ad aprile, secondo le prime stime di Confindustria, la produzione industriale, dopo il rimbalzo registrato a marzo, è tornata a registrare una riduzione in termini congiunturali (-1%)”.
La domanda di beni e servizi ricreativi continua a registrare in termini quantitativi un’evoluzione negativa, con una flessione a marzo del 3,8% rispetto all’analogo mese dello scorso anno, proseguendo nella tendenza che ha caratterizzato l’ultimo biennio. A questa tendenza sembrano fare eccezione solo la domanda per spettacoli e per l’acquisto di cd e audiovisivi. La stima per marzo della domanda per i servizi di ristorazione e di alloggio, inoltre, mostra una contenuta ripresa dei consumi delle famiglie (1,3% in termini tendenziali), evoluzione che riflette in larga parte gli effetti della Pasqua. Particolarmente consistente è stata la riduzione segnata dalla domanda per beni e servizi per la mobilità (-14,8% rispetto all’analogo mese del 2007), “conseguenza di una elevata contrazione degli acquisti per autoveicoli e motocicli a cui si è associata una flessione dei consumi di carburanti”. La domanda per beni e servizi per le comunicazioni si è confermata invece, anche a marzo, “la componente più dinamica della spesa reale delle famiglie, con una variazione dei volumi acquistati del +9,8%”. In linea con i mesi precedenti, la domanda per i beni e servizi per la cura della persona ha evidenziato poi un ulteriore aumento delle quantità vendute (3,3% nel mese), “determinato esclusivamente dalla domanda per prodotti farmaceutici e terapeutici”. La domanda di articoli di abbigliamento e calzature ha segnato a marzo, rispetto allo stesso mese dell’anno scorso, una contenuta crescita (0,3%), “evoluzione che non è peraltro in grado di attenuare le difficoltà in cui versa il settore”. Relativamente ai consumi di beni e servizi per la casa, invece, la domanda da parte delle famiglie è stata caratterizzata da un calo delle quantità acquistate dello 0,7% rispetto allo stesso mese del 2007.
Per rilanciare i consumi serve subito una riduzione delle tasse e della spesa pubblica. Il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, invita a “non sottovalutare” la crisi strutturale dal momento che indica “sia nella misura sia nella durata un vero e proprio allarme crescita”. Allarme confermato anche da un “clima di fiducia di imprese e famiglie che negli ultimi mesi è decisamente peggiorato”. La ricetta per far ripartire l’economia - prosegue Sangalli - è in un cassetto da troppo tempo “ed è ora di ritirarla fuori perché è sempre più urgente provvedere con coraggio e determinazione alle riforme necessarie per rilanciare crescita e produttività”. Tre rimangono le priorità indicate dal numero uno della Confcommercio: riduzione della spesa pubblica di 1 punto di pil all’anno per i prossimi 5 anni; sostegno della domanda interna attraverso l’alleggerimento della pressione fiscale sui redditi da lavoro, con l’obiettivo di ridurre di almeno 5 punti l’aliquota media Irpef; completamento delle liberalizzazioni (servizi energetici, telefonici, bancari e assicurativi).
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Donne regine delle cooperative. Sorpasso compiuto: il 50,56% degli occupati nelle coop, infatti, appartiene al gentil sesso.
Lo rende noto Confcooperative in occasione dell’assemblea nazionale, notando come donne e giovani siano avanzati prepotentemente negli ultimi quattro anni nello scenario occupazionale e manageriale del sistema cooperativo.
Dalla foto scattata al sistema coop è emerso che le donne rappresentano oggi il 40% della base sociale rispetto al 29,5% del 2003. Sono oltre il 62% nella cooperazione sociale e il 42% nelle cooperative di lavoro e servizi. E anche i vertici si tingono sempre più di rosa. Le donne impegnate nel management rappresentano il 22,5% del management (rispetto al 16% di quattro anni fa) e in media hanno 45 anni (la media si è abbassata di tre anni nell’ultimo quadriennio).
Nel complesso il sistema Confcooperative non mostra segni di debolezza, al contrario ha registrato nell’ultimo quadriennio un aumento degli occupati del 22,9%, totalizzando 480.253 unità contro le 390.804 del 2003. Il maggior numero di occupati (183.962) si registra nell’ambito del lavoro e servizi, seguito dal settore sociale (165.273) e agro-alimentare (65.355).
Il Nord si conferma motore economico del sistema Confcooperative e rappresenta il 70% dell’occupazione (era il 68% quattro anni fa), il 79% del fatturato aggregato (il 76% nel 2003), il 73% della capitalizzazione (il 69% nel 2003), l’81% della patrimonializzazione (il 78% nel 2003). Il Mezzogiorno - nota ancora Confcooperative - è fanalino di coda, mentre il Centro cala in media dell’1% rispetto a quattro anni fa.
Per quanto riguarda i giovani, la composizione della base sociale sotto ai 31 anni è pari al 21% rispetto al 12% del 2003 e quattro amministratori su dieci sono under 40.
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Archiviato il dossier Iberia, anche British Airways sarebbe di nuovo in pista per Alitalia, spalla a spalla con Tpg che ha già avuto modo di guardare da vicino i conti della compagnia di bandiera. Al momento non ci sono conferme ufficiali.
Da quel poco che trapela si intuisce tuttavia che anche l’interesse della compagnia di sua Maestà non sarebbe in grado di riportare il sereno intorno alla vendita di Alitalia su cui il mercato ha definitivamente perso la speranza che possa chiudersi entro l’anno. Non a caso i titoli della compagnia di bandiera sono andati a picco a Piazza Affari. La scadenza per la scelta del compratore con cui avviare la trattativa diretta per la vendita di Alitalia è stata di nuovo rinviata a metà dicembre ma lo slittamento è solo un modo per prendere tempo rispetto a una situazione che è chiara da tempo sia al presidente di Alitalia, Maurizio Prato, che all’advisor Citi.
E cioè che nessuna delle grandi compagnie con cui finora sono stati avviati contatti è pronta a mettere mano al portafoglio pur di avere il controllo di Alitalia. Le azioni di quest’ultima sarebbero state valutate zero e, come se non bastasse, al governo sarebbe stato chiesto di farsi carico dell’allontanamento da Alitalia di circa 5.000 dipendenti in esubero attraverso ammortizzatori sociali.
Sarebbero arrivati a questa conclusione sia i consulenti di Air France-Klm che quelli di Lufthansa che, peraltro, avrebbero chiesto in continuazione ulteriore tempo proprio per valutare il dossier Iberia su cui British Airways studiava un’opa a circa 3 euro per azione. La rinuncia del vettore inglese al dossier spagnolo spiana la strada alla Caja de Madrid che punta dritto al 23,5 di Iberia, una partecipazione che mette la compagnia al riparo da scalate ostili, e al contempo potrebbe rimettere l’acceleratore alla vendita di Alitalia. Sempre che il governo accetti i diktat di Air France e Lufthansa. Richieste da cui non dovrebbe discostarsi la compagnia inglese visto che starebbe valutando i conti di Alitalia insieme a Tpg, il fondo di private equity Usa che ha studiato il dossier Alitalia a lungo prima di farsi da parte senza però rinunciare definitivamente a tornare in pista.
Sullo sfondo resta l’offerta di Air One appoggiata da Banca Intesa, ma molto probabilmente il governo ha capito che la proposta d’acquisto può fare ben poco per il rilancio di Alitalia. Aeroflot invece si è definitivamente ritirata dalla corsa.
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Al quartier generale di Airone è tutto pronto per la proposta di acquisto per Alitalia assieme a Intesa SanPaolo che dovrebbe entrare nel capitale di Ap Holding con una quota di circa il 30%. Secondo indiscrezioni, all’istituto guidato da Corrado Passera potrebbero affiancarsi a breve altri istituti del calibro di Mps, Morgan Stanley e Nomura. L’imprenditore abruzzese, Carlo Toto, sarebbe stato nelle scorse settimane a un passo dal mollare la presa a causa del ritardo accumulato nei confronti di Air France-Klm e Lufthansa che hanno già fatto recapitare i piani industriali all’advisor di Alitalia, Citi. La certificazione dei giorni scorsi del revisore della compagnia di bandiera, Deloitte & Touche, che impone in capo all’acquirente l’obbligo immediato di ricapitalizzare Alitalia per una cifra che dovrebbe aggirarsi intorno a un miliardo, ha però rimescolato le carte.
Il vettore francese così come quello tedesco avrebbero proposto a Citi un semplice scambio azionario fino ad arrivare a una quota del 20-25% di Alitalia. Subito dopo l’acquisto le due compagnie avrebbero intenzione di lanciare un drastico piano di risanamento e solo dopo alcuni mesi, Alitalia verrebbe ricapitalizzata. L’operazione in tre tempi sarebbe stata suggerita dai rispettivi advisor per evitare ripercussioni troppo forti sui titoli Air France e Lufthansa a causa di un esborso così ingente necessario per ricapitalizzare il vettore guidato da Maurizio Prato che peraltro ha debito per oltre 1,3 miliardi.
Il maxi aumento non sembra invece spaventare Toto che gode dell’appoggio di Intesa Sanpaolo e di altri istituti bancari che già in occasione della gara indetta dal Tesoro a luglio erano pronti a schierarsi a fianco dell’imprenditore abruzzese. L’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, ha ribadito il suo appoggio all’operazione e ha assicurato che la banca “si sta impegnando da tempo in un progetto imprenditoriale di lunga portata”. E visto che Toto, tra le altre cose, prevede un forte rilancio di Malpensa sarebbero aumentare negli ultimi giorni le possibilità che possa acquistare Alitalia, sempre che Air France e Lufthansa non decidano di calare l’asso infischiandosene delle ripercussioni sulla Borse. Prato dovrebbero rendere noto il nome del partner con cui avviare la trattativa diretta intorno la venti novembre.
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