
Il giacimento gestito da Total in Basilicata (Ansa)
Quanti sono i progetti (in fase di attuazione o ancora sulla carta) che forse cambieranno gli scenari mondiali dell’energia estrattiva? La banca d’affari americana Goldman Sachs ne ha raccolti 280, in mano alle maggiori multinazionali energetiche. Si tratta di 61 progetti in Nord America, 30 nel Sud America, 80 in Asia e Medio Oriente, 62 in Africa, 34 in Oceania. In Europa sono solo 15, tutti nel Mar del Nord, fatta eccezione per i giacimenti di petrolio e gas di Tempa Rossa in Basilicata (si stima 50.000 barili al giorno), gestito dalla francese Total (50%), dalla britannico - olandese Shell (25%) e dall’americana Exxon Mobil (25%). Continua
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Il petrolio torna a volare, e lo fa rapidamente. Meno di una settimana fa si festeggiava la discesa sotto i 90 dollari e oggi il greggio distrugge ogni certezza e vola, in una sola seduta, da 105 a 130 dollari. In termini assoluti è il maggior rialzo giornaliero da quando sono state aperte le contrattazioni al Nymex di New York nel 1983, mentre per ritrovare una crescita percentuale del 23% - pari a quella messa a segno oggi con il picco a quota 130 - bisogna scorrere indietro il calendario di 17 anni, per arrivare al 1991.
Dopo tre rialzi consecutivi, la performance odierna azzera due mesi di ribassi, gelando ogni euforia e riportando nuovi timori su crescita e inflazione su scala globale. Sceso sotto i 90 dollari martedì scorso, in scia all’annuncio del fallimento di Lehman Brothers ed ai timori sulle possibili ripercussioni negative sulla crescita mondiale, l’oro nero ha bruciato le tappe in una corsa senza precedenti, che si è arrestata solo pochi minuti prima della chiusura, avvenuta a 122,6 dollari al barile, in crescita del 17%.
Il vero traino della rimonta del petrolio è il maxi-piano da 700 miliardi di dollari annunciato dal governo statunitense per ridare ossigeno ad un mercato finanziario ormai disastrato dai fallimenti, la cui ultima vittime illustre è stata proprio Lehman Brothers. Un crack da 630 miliardi di dollari che ha convinto il Tesoro Usa della necessità di correre ai ripari e varare un piano per il riacquisto di titoli il cui valore è crollato a seguito della crisi dei mutui subprime.
L’eventuale successo del piano messo a punto dal segretario del Tesoro Usa, Henry Paulson, potrebbe ridare ossigeno all’economia e spingere nuovamente al rialzo la domanda di petrolio. E fra gli operatori di Wall Street “regna l’ottimismo sulla possibilità che il piano Usa possa realmente trainare l’economia”, spiegano un analista di Bnl, sottolineando come un’ulteriore spinta al rally del petrolio arrivi dalla ritrovata debolezza del dollaro, sceso a 1,4672 euro, contro gli 1,4466 del 19 settembre scorso. Anche in questo caso, sul bando degli imputati si trovano i 700 miliardi di dollari messi sul tavolo dal governo a stelle e strisce: questa somma, infatti, amplierebbe ulteriormente il deficit di bilancio degli Stati Uniti.
A complicare ulteriormente il quadro, le indiscrezioni pubblicate da Reuters, secondo le quali l’Arabia Saudita avrebbe ridotto del 5% le forniture alle maggiori società petrolifere internazionali ed alle raffinerie Usa. Intanto in Italia, sulla scia di quanto successo nei giorni scorsi, sono proseguiti oggi i ribassi dei carburanti, con Q8, Shell e Tamoil che hanno ridotto di un cent il prezzo della benzina.

La crisi diplomatica tra la Russia e Inghilterra è costata, la settimana scorsa, l’espulsione di 4 diplomatici (due per parte), in seguito al rifiuto di Mosca di concedere l’estradizione di Andrei Lugovoi, sospettato da Londra dell’avvelenamento di Alexander Litvinenko. Nemmeno le rassicurazioni del presidente Vladimir Putin, fiducioso che la Russia e la Gran Bretagna “supereranno la mini-crisi diplomatica”, ha calmato i timori che tali eventi possano avere ripercussioni sulla sfera economica, cominciando dal capitolo energetico.
Il Daily Express ha parlato nei giorni scorsi di un possibile contratto tra la Gazprom e la britannica National Health Service (il servizio sanitario nazionale inglese) per la fornitura di gas negli ospedali del Regno Unito. Un affare che monterebbe a circa 200 milioni di dollari l’anno e che, come sottolinea il giornale, “pur garantendo un risparmio di milioni alle strutture pubbliche inglesi, sarebbe tuttavia un’operazione a effetto per l’immagine di Gazprom, nel momento in cui sta tentando di accaparrarsi una grossa fetta del mercato dell’energia britannica”.
Ovviamente, tutto ciò ha scatenato le polemiche: molto forte quella sollevata dal deputato conservatore Mike Penning che ha chiesto di fermare ogni negoziazione con Gazprom.
Un bel rebus, insomma. Basti pensare che da giorni stanno montando i rumors a riguardo di un possibile acquisto di Centrica (che con i suoi 16 milioni di clienti è la maggiore utility britannica nel settore dell’energia domestica) da parte del monopolista russo. Voci alimentate anche da una dichiarazione di Alexander Medvedev: “Stiamo per concludere un deal che aumenterà l’attività di Gazprom in Gran Bretagna”, ha detto, pur senza fare nomi, il vice presidente di Gazprom.
E come se non bastasse, ci sono poi le mosse della British Petroleum che è pronta a offrire i suoi asset in tutto il mondo alla compagnia russa, in cambio delle riserve che detiene. In realtà la strategia di BP è dettata più dalla preoccupazione che da un disegno a lungo termine. E la preoccupazione, che attanaglia in realtà tutte le compagnie occidentali, riguarda la scarsità delle riserve petrolifere. Tanto che la chiacchierata possibile fusione tra BP e Shell, definita “the mother of all mergers” solo tre anni fa, adesso si potrebbe fare “per necessità”, cioè per mancanza di giacimenti da esplorare, come sottolinea l’Independent.
E chi, se non Gazprom, è in grado di offrire le possibilità di nuove aeree da esplorare? “Certo, si possono trovare riserve anche in Nigeria. Ma chiunque abbia lavorato sul Delta del Niger sa che le condizioni di vita e di lavoro, in Russia, sono migliori. Se non altro perché a Mosca non si rapiscono le persone”, ha detto provocatoriamente Konstantin Simonov, presidente del Centro di Congiuntura politica di Mosca.