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Le imprese avranno “soldi veri”. Presto, forse già domani o dopodomani, il governo varerà un fondo di garanzia da 1,3 miliardi per le piccole e medie imprese in grado di garantire, con la leva finanziaria che sono in grado di generare i confidi, 60-70 miliardi di crediti. Soddisfatta la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, al termine dell’incontro di quasi due ore con il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e una nutrita rappresentanza di ministri, da quello dell’Economia, Giulio Tremonti, al titolare dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, fino al ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. Un faccia a faccia invocato più volte dagli industriali nel corso della scorsa settimana, fino al grido di allarme sulla “vera emergenza” e sulla necessità di “soldi veri” lanciato nel week end a Palermo al convegno della Piccola Industria, il cui presidente Giuseppe Morandini era oggi seduto al tavolo di Palazzo Chigi. “Incontro positivo, costruttivo. Su alcuni punti abbiamo visto soldi veri, altri arriveranno. I lavori continueranno in modo spedito e veloce per arrivare a soluzioni concrete nei prossimi giorni”, ha detto la presidente riportando l’impegno del governo a sostenere le imprese. Accanto al fondo di garanzia, mirato a risolvere il problema numero uno, quello della liquidità, che potrebbe arrivare come emendamento al decreto sugli incentivi auto, l’esecutivo ha così assicurato che nei prossimi giorni sarà innalzata da 560.000 a un milione di euro la soglia di compensazione debiti-crediti con l’erario.
La Cassa depositi e prestiti metterà a disposizione 5 miliardi per finanziare la ricerca e “altri fondi per gli investimenti nelle infrastrutture”. Tutti stanziamenti, ha precisato Marcegaglia, finora inutilizzati e che saranno adesso “velocemente a disposizione delle pmi”. Infine Confindustria ha anche ottenuto “assicurazione sull’emendamento per una deroga temporanea al patto di stabilità interno, in modo che i Comuni virtuosi possano fare investimenti nelle piccole opere”, in quelle infrastrutture cioé immediatamente cantierabili, in grado di rilanciare il settore dell’edilizia. Restano invece in sospeso il nodo, fondamentale per la Confindustria, dei crediti della p.a. (calcolati dalle imprese in circa 60 miliardi di euro) e la proposta, più volte avanzata da Marcegaglia, di detassare gli utili reinvestiti dalle imprese. Su quest’ultimo punto “è in corso un approfondimento”, ha detto la presidente degli industriali, mentre dello sblocco dei crediti dell’amministrazione pubblica si potrebbe parlare al prossimo incontro sul credito che il ministro del Tesoro convocherà il 25 marzo, a seguito del primo Credit and Liquidity Day.
Il giorno dopo il no della Cai, davanti allo spettro del fallimento, i piloti tentano di riallacciare in qualche modo il dialogo che hanno spezzato. Fabio Berti, presidente dell’Anpac non ci sta a fare la parte del “signor no” e si mostra aperto a trattare ancora sul piano di risanamento di Alitalia all’indomani del ritiro dell’offerta d’acquisto della Cai. “Siamo aperti a trattare. Vogliamo trattare su tutto. Non è vero che non siamo disponibili ad alcun compromesso. Bisogna trattare” afferma ai microfoni di Radio anch’io “ma i piloti e gli assistenti di volo non ne hanno avuto la possibilità in quanto dalla trattativa era assente l’80% della rappresentanza dei piloti”.
Ma saltata la trattativa con Cai, per l’Alitalia è sempre più vicino il fallimento, anche se ci sarebbe ancora un filo di speranza, almeno fino a lunedi: nel fine settimana i voli saranno regolari, secondo quanto garantito dal commissario straordinario Augusto Fantozzi. Che, d’accordo con il Governo, si sarebbe dato altre 72 ore di tempo prima di toccare per davvero con mano il baratro.
L’intesa passerebbe dalla rassicurazione data ieri sera da Fantozzi a Gianni Letta: nel fine settimana Alitalia continuerà a volare. Certo, qualche volo sarà annullato, ma la benzina si troverà e i piloti assicureranno buona parte dei voli. Entro lunedì i sindacati dovrebbero acconsentire al piano Cai, sostanzialmente invariato, e Roberto Colanninno potrebbe rientrare in gioco. La strada che divide Alitalia dal baratro è ricca di insidie, ma dal governo si prova a far passare il messaggio: non c’è un piano B, o i sindacati accettano il piano Cai o c’è il fallimento.
La triste prospettiva è stata illustrata dal ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. Per il quale, le sigle sindacali che non hanno sottoscritto l’accordo, e in particolare la Cgil, determinando il ritiro dell’offerta del gruppo guidato da Roberto Colaninno, dovrebbero ripensare alla loro posizione: “In questo momento non vedo quale altra possibilità ci sia”. Ma anche il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, è intervenuto in Consiglio dei ministri sulla vicenda. E non ha nascosto le difficoltà della situazione, escludendo però l’ipotesi di nazionalizzare Alitalia. È quanto riferiscono fonti di governo.
Quel che è certo, in una situazione ricca di incognite, è che l’Enac ha avvertito che l’operatività non potrà essere garantita a lungo. “Noi applichiamo un regolamento comunitario del ‘92. Il primo requisito che deve avere una compagnia per conservare la licenza di volo è che dimostri di avere liquidità sufficiente per almeno tre mesi. Quando ci si trova di fronte ad una sistuazione di crisi acclarata, come è stato per la compagnia di bandiera, si può rilasciare una licenza provvisoria in presenza di un piano di ristrutturazione. Ed è quello che abbiamo fatto noi in presenza del progetto Cai”, ha affermato il presidente dell’Enac, Vito Riggio. Che ha convocato per lunedì 22 settembre alle 10 presso la direzione generale dell’Enac il commissario Fantozzi, per verificare, dopo che la compagnia di bandiera ha abbandonato le trattative, il permanere dei requisiti per il mantenimento delle licenze rilasciate dall’Ente a Alitalia, Alitalia Express e Volare. “Lunedì vedremo il commissario Fantozzi e” continua Riggio “capiremo se e quali altre ipotesi di ristrutturazione finanziaria sono oggi possibili”.
Se non ci saranno le condizioni, lo stop alla licenza sarà inevitabile ma Riggio sottolinea che ciò non vuol dire che già da lunedì gli aerei di Alitalia restino a terra “perché come prassi apriremo un’istrutturia formale per fare tutte le verifiche”. E sui tempi Riggio spiega ancora: “Se non ci fosse nulla di concreto sul tavolo, tempo una settimana o al massimo dieci giorni e gli aerei non potrebbero più alzarsi da terra. Ma ovviamente ci auguriamo che questo non accada”.
Intanto c’è preoccupazione sull’operatività della compagnia. La crisi e la conseguente incertezza stanno infatti inducendo molti passeggeri a optare per il treno. Per far fronte al boom di prenotazioni le Ferrovie hanno programmato per oggi due treni straordinari tra Roma e Milano. La forte richiesta di biglietti già dal pomeriggio di ieri ha infatti rapidamente saturato la disponibilità ordinaria di posti in treno tra le due città. I convogli straordinari partiranno alle 15.10 da Milano e alle 16.00 da Roma. Entrambi fermeranno a Bologna e a Firenze. I biglietti sono acquistabili soltanto nelle biglietterie di stazione o direttamente sottobordo al treno, sul marciapiede di partenza.
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La Compagnia Aerea Italiana, la cordata di 16 imprenditori guidata da Roberto Colaninno che ieri pomeriggio ha ritirato l’offerta per l’acquisizione di Alitalia, potrebbe decidere di riaprire la trattativa.
È la speranza emersa ieri sera al termine di una riunione ministeriale del governo che ieri si è dato ancora tre giorni di tempo per cercare di convincere in extremis la Cai a rientrare nella partita. La speranza si basa su un dato di realtà: la cordata di Colaninno, nonostante le molte perplessità sulla redditività dell’operazione di alcuni soci (tra cui Benetton), non si è ancora sciolta.
Secondo il ministro del Lavoro Sacconi non esistono altri concreti interessamenti, né da parte di Lufthansa né di Airfrance, il vettore della precedente trattativa per l’acquisizione della nostra ormai ex compagnia di bandiera. Delle perplessità giunte dalle compagnie estere ha parlato anche lo stesso commissario straordinario Fantozzi in una lettera al Corriere della Sera: a queste condizioni Air France, Lufthansa e British hanno declinato la richiesta di intervento.
Allora l’unica proposta seria - ha ribadito il ministro in un’intervista al Giornale Radio Rai - è ancora quella della Cai. Ma per farcela, ha detto, l’unica possibilità è che i sindacati che non hanno firmato ci ripensino.
I piloti dell’Anpac, certo. Ma soprattutto la Cgil di Epifani, che ieri ha convocato una conferenza stampa per ribattere alle accuse di irresponsabilità che gli sono piovute dal governo (e non solo). La colpa, secondo il più forte sindacato italiano, è tutta della Cai e dell’esecutivo. ”È stata la Cai a tirarsi indietro” perché ‘’si sono accorti che non riuscivano a risolvere il problema del personale di volo”. Inoltre, ”già da qualche giorno trapelava che all’interno della cordata c’erano contrasti”, ha dichiarato. “Lo scaricabarile sulle responsabilità, soprattutto se preventivo” ha aggiunto “non è degno di un paese civile”.
Una versione che non convince il governo, ovviamente. “Ci sono responsabilità della Cgil e dei piloti” ha detto Silvio Berlusconi. “E ci sono anche responsabilità politiche”. Ma non convince nemmeno la Cisl, l’Ugl, la Uil, i tre sindacati che si erano dichiarati disponibili a chiudere. Tra i più critici, il segretario della Cisl Raffaele Bonanni. “È stata la follia di pochi e di alcune sigle sindacali che hanno portato alla chiusura delle trattative, per responsabilità di pochi pagheranno in molti”, ha denunciato. Feroce anche le parole scelte dal leader della Uil Luigi Angeletti: “L’azienda era morta e qualche mio collega si accinge a fare il becchino”.
Sono dunque poche e strette le strade per risollevare la compagnia di bandiera. E il commissario Fantozzi lo sa: in cassa dovrebbero esserci, a seconda delle stime, dai 30 ai 50 milioni di euro. Considerato che la compagnia perde un paio di milioni di euro al giorno, equivarrebbero a due/tre settimane di autonomia, prima di dover portare i libri in tribunale e mettere in mobilità i dipendenti.
A meno che, appunto, non si riesca a far tornare al tavolo per un accordo in extremis Cai e sindacati. Ma se tale prospettiva non dovesse essere percorribile, il commissario straordinario potrebbe anche valutare di cedere le attività cargo e il patrimonio immobiliare. Per portare qualche soldo in cassa e trovare un partner estero interessato all’acquisto.
Altrimenti diventerà concreto quello che fino a ieri nessuno aveva seriamente messo in conto: il fallimento. Una sorte toccata anche ad altre compagnie di bandiera (Swiss Air e Sas, per esempio) che sono comunque riuscite a riemergere. Anche per Alitalia si prospetta un volo in picchiata “all’inferno” del Tribunale fallimentare? A oggi nessuno può dirlo, né escluderlo. Con buona pace, ovviamente, oltre che dei dipendenti (molti dei quali ieri hanno accolto con gioia la notizia del fallimento della trattativa), anche degli azionisti della attuale compagnia, siano essi il Tesoro italiano o i piccoli risparmiatori.
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