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Quando lo accusano di voler collaborare con le aziende automobilistiche contro cui dovrebbe combattere, Bob King, dallo scorso giugno presidente del potente sindacato United auto workers (Uaw), risponde che il suo obiettivo è ben altro. Nei prossimi 4 anni, quanto dura il suo mandato, intende cambiare per sempre la faccia di un’organizzazione che per 75 anni si è occupata solo di migliorare le condizioni dei lavoratori di Chrysler, General Motors e Ford, salvo poi ritrovarsi ad accettare duri sacrifici per sopravvivere alla crisi. Continua
Via libera alla riforma dei contratti: Cisl, Uil e Confindustria hanno appena firmato l’intesa applicativa del nuovo modello. La Cgil non ha siglato l’accordo, nonostante la presenza al tavolo del segretario generale Guglielmo Epifani che ha consegnato una lettera a Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, per spiegare e ribadire le ragioni della contrarietà. Il sindacato non aveva condiviso neanche l’accordo quadro raggiunto il 22 gennaio scorso a Palazzo Chigi. L’Ugl, invece, firmerà subito dopo.
Da Viale dell’Astronomia arriva un richiamo al senso di responsabilità. “La Cgil non ha firmato” ha detto Emma Marcegaglia al termine dell’incontro in via Veneto “siamo dispiaciuti perché fino all’ultimo abbiamo cercato di fare il possibile per avere la Cgil al tavolo. Ribadisco ci dispiace, magari potrebbe ripensarci, speriamo”. Ma per la Marcegaglia “questo è un momento in cui devono prevalere logiche che ci uniscono, auspichiamo che nei contratti di categoria prevalga da parte di tutti senso di responsabilità”. La leader degli industriali ha sottolineato poi che la Cgil è sempre stata al tavolo e si dice convinta che “quello che è stato fatto è un buon accordo che va nella direzione europea”.
Ma non si fa attendere la risposta di Epifani: “L’accordo è un errore, divide lavoratori e sindacati in un momento di crisi in cui si dovrebbe rimanere uniti”. Secondo il leader della Cgil il nuovo sistema “riduce lo spazio della contrattazione, non la innova e non la amplia, e fa sì che il contratto nazionale non recuperi mai del tutto l’inflazione reale”. In prospettiva, ha concluso Epifani, questo accordo “mette i lavoratori in una situazione di difficoltà e debolezza”.

“Dopo il piano casa, il governo faccia il piano affitti”. Il sindacato degli inquilini Sunia lancia l’allarme per gli effetti della crisi sulla popolazione che vive in locazione. In uno studio condotto insieme alla Cgil si sostiene che “Nel triennio 2009-11 si prevede che altre 150.000 famiglie perderanno la propria abitazione subendo uno sfratto per morosità perché incapaci di far fronte al pagamento dell’affitto”.
Il mercato dell’affitto privato, secondo il sindacato, è caratterizzato da una “famiglia tipo” che è la più a rischio in un contesto economico come l’attuale: “il 20,5% dei nuclei sono unipersonali, il 67% delle famiglie in affitto percepisce un solo reddito e in queste il 39,6% è rappresentato da operai e il 29,2% da pensionati, più di un quinto dei capofamiglia ha oltre 65 anni e un quarto è costituito da donne”.
Mentre il mercato immobiliare segna un rallentamento netto dei prezzi dopo un decennio di boom, per gli affitti questa tendenza sta tardando a verificarsi. “A fronte di un reddito medio da lavoro dipendente sostanzialmente invariato, gli affitti sono aumentati del 16% nel corso del 2008” si legge nello studio. ”Per le famiglie dove spesso l’unica entrate è un reddito da lavoro dipendente o una pensione” continua il Sunia “l’affitto incide con percentuali insostenibili: tra il 40 e il 50% a Genova e Torino, tra il 50 e il 70% a Bologna e Firenze, oltre il 70% a Milano e Roma. In generale, le spese totali per l’abitazione gravano sul reddito mediamente tra il 50 e il 70%, con i casi eclatanti di Milano e Roma, dove l’incidenza oscilla tra l’82 e il 92%”.
Nello studio sono state prese in esame 1000 famiglie sfrattate nel 2008: “il 24% ha subito la perdita del posto di lavoro del primo percettore del reddito, il 22% è precario mentre per un altro 21% il percettore è in cassa integrazione”.
Per il segretario generale del sindacato inquilini Luigi Pallotta “il governo si indirizza sulla casa di proprietà che in Italia ha raggiunto livelli difficilmente superabili, mentre serve un piano per il rilancio del mercato dell’affitto a prezzi sostenibili”.
Il VIDEO servizio:

Un crollo degli iscritti negli ultimi 10 anni. Una rappresentanza scarsissima fra i precari e i contrattisti a termine. Ma anche una considerazione positiva da parte della maggioranza degli occupati, visto che il sindacato svolge un ruolo utile per lo sviluppo dell’Italia secondo il 51,7 per cento degli intervistati.
È questa la fotografia dell’orientamento dei lavoratori verso le organizzazioni sindacali che emerge dalla ricerca condotta a dicembre dalla Fondazione Nord Est su un campione di 1.009 intervistati su scala nazionale. Il risultato più significativo?
Complessivamente gli iscritti al sindacato nel 2008 sono il 26,2 per cento del totale dei lavoratori, contro il 41,9 per cento registrato in un’analoga ricerca svolta dalla Fondazione Corazzin nel 1998 su un campione di 1.200 lavoratori. Di più: rispetto a 10 anni fa c’è un 11,6 per cento di persone che ora non è più iscritto, ma in passato lo era.
Sintetizza Daniele Marini, direttore scientifico della Fondazione Nord Est e docente all’Università di Padova: “Per la prima volta abbiamo dei dati che fotografano i cambiamenti avvenuti sul mercato del lavoro, visto che nel campione sono compresi gli atipici, gli irregolari, i senza contratto”. Proprio tra i meno garantiti gli iscritti al sindacato sono pochissimi: il 6,7 per cento del totale nel precariato globalmente inteso (compresi i cosiddetti collaboratori e i lavoratori in nero), poco di più tra quanti hanno un contratto a termine, dove la sindacalizzazione arriva al 13,8 per cento.
Decisamente più alti i livelli di adesione considerando i lavoratori stabili: fra quanti hanno un contratto a tempo indeterminato gli iscritti al sindacato sono il 32,1 per cento e nel settore pubblico arrivano al 43. E per quanto riguarda le fasce d’età? Largo agli anziani: oltre i 55 anni è iscritto il 51 per cento dei lavoratori, mentre tra i 25 e i 34 anni si scende al 13,9 per cento e sotto i 25 anni si crolla al 5,9 per cento d’iscrizioni.
“I sindacalizzati sono per lo più maschi, sopra i 50 anni e impiegati nella pubblica amministrazione” fa notare Marini. Nonostante la crisi di adesione, la maggioranza assoluta del campione (51,7 per cento) pensa che “se i sindacati non ci fossero, le cose in questo Paese andrebbero peggio”.
E il 57,5 per cento ritiene che il governo debba trovare l’accordo con imprenditori e sindacati per le riforme in tema di lavoro, previdenza e stato sociale. Come si spiegano questi risultati, apparentemente contraddittori? Spiega Marini: “Il sindacato non riesce a intercettare le nuove figure del mercato del lavoro, ma nell’immaginario collettivo degli occupati resta sostanzialmente inalterato il ruolo delle confederazioni nel nostro Paese”. Una contraddizione che fa il paio con il giudizio sull’azione del governo sui temi del lavoro: è ritenuta poco adeguata dal 51,4 per cento degli intervistati, per nulla adeguata dal 22,2 per cento.
I NUMERI
Alcuni risultati della ricerca condotta dalla Fondazione Nord Est: 26,2% gli iscritti al sindacato sui 1.009 intervistati. Dieci anni fa in un’analoga indagine gli iscritti erano risultati il 41,9%.
51,7% la quota di lavoratori secondo i quali i sindacati svolgono un ruolo positivo. 43,7% i lavoratori che valutano inutile l’azione di tutela del sindacato; erano al 26,3% nel 1998.

Che ne direste di un finesettimana che inizia il giovedì sera e finisce il martedì mattina, ma rinunciando a 90 euro di stipendio al mese? Per Giovanni Cicchella è un affare. È uno degli 850 dipendenti della Irisbus (gruppo Fiat) dello stabilimento di Avellino che ha accettato la settimana cortissima: martedì, mercoledì e giovedì in fabbrica, da venerdì a lunedì a casa. I vantaggi? “Prima di tutto stare in cassa integrazione due giorni la settimana invece di cinque mi fa perdere 80-90 euro al mese invece di 160-170 e in più continuo a maturare tutte le indennità”.
Cicchella è uno di quei lavoratori italiani, e sono ormai migliaia, che hanno la fortuna di lavorare in aziende che, pur in difficoltà, hanno fiducia nel futuro. Normalmente durante una recessione parecchie fabbriche chiudono e i dipendenti vengono o licenziati, o messi in cassa integrazione a zero ore o in mobilità. Succede anche adesso, ma con una differenza: sindacati e imprenditori se le stanno inventando tutte pur di non chiudere e la soluzione che hanno trovato si può riassumere nello slogan “lavorare tutti meno per non licenziare nessuno”. Il risultato è che in Italia sono già centinaia le aziende che hanno deciso per la settimana corta di quattro giorni di lavoro o cortissima: tre giorni e in alcuni casi addirittura due. Solo lunedì e martedì al lavoro e poi tutti a casa.
Una modalità di risposta alla crisi che Gran Bretagna e Germania vogliono agevolare con leggi, così come dovrebbe succedere anche in Italia. Il senatore Francesco Casoli, fondatore della società Elica, ha presentato un disegno di legge, fatto proprio dal governo, che facilita il ricorso alla cassa integrazione anche per un solo giorno al mese e rende più semplice l’adozione della settimana corta. Che è l’unica risposta anti-recessione che trova tutti i partiti d’accordo. Anche Paolo Ferrero, leader di Rifondazione comunista, l’ha salutata con un sintetico: “Ben venga!”.
“Certamente è meglio così che stare a casa in cassa mesi interi” commenta Giovanni Cicchella della Irisbus, che si prepara a rientrare in fabbrica dopo un weekend durato quattro giorni. “Finalmente ho il tempo per fare sindacato, che è la mia passione, stare con gli amici, la famiglia e i figli. Insomma, le cose che davvero contano”. Gli effetti collaterali della crisi, dunque, per molti italiani possono essere meno traumatici. “La qualità della vita si è impennata” sostiene per esempio Pierluigi Floris, 50 anni, tre figli tirati su con il solo stipendio di turnista all’Alfa Acciai. Nell’azienda bresciana 740 su 850 dipendenti hanno ridotto drasticamente l’orario di lavoro: nove ore in meno a settimana, “e sono tutti contenti. Io finalmente ho tempo per stare in famiglia, se no se non segui i figli, poi si fanno grandi e non li riconosci più”.
Claudio Sandoni, 43 anni, dipendente dell’Mf Group in provincia di Bologna, parte per la montagna il giovedì sera: “Ne approfitto per dedicarmi all’arrampicata sportiva sull’Appennino o le Dolomiti, dormo di più e sto più tempo con la famiglia”. “È vero” conferma Maurizio Zipponi, leader della Fiom ed ex parlamentare eletto come indipendente nelle file di Rifondazione comunista, “la domanda latente di contratti di questo tipo è incredibile. E noi siamo assolutamente favorevoli”. “Sono la soluzione ideale” aggiunge Renata Polverini, segretario generale dell’Ugl, “perché così fabbriche e uffici restano aperti e le persone continuano a lavorare anche in periodi di crisi come questo”.
Ma non sempre è tutto facile. “Da noi succede che gli imprenditori siano favorevoli” puntualizza da Bologna Fabrizio Ungarelli, segretario confederale della Cisl, “però la Confindustria un po’ meno. Sostiene che accordi di questo tipo siano più rigidi della cassa integrazione. Il risultato è che nella nostra provincia, su 26 mila lavoratori che usufruiscono degli ammortizzatori sociali, solo 400, cioè l’1,5 per cento, hanno contratti di solidarietà”.
Già, quante sono le imprese con la settimana cortissima? Un calcolo appare impossibile perché spesso si tratta di aziende piccole che, non potendo accedere alla cassa integrazione, mandano i dipendenti in ferie o in permesso, oppure accedono al fondo nazionale per l’occupazione, una specie di surrogato della cassa. Fatto sta che, per dare un’idea, nella sola Brescia ad avere ridotto i giorni di lavoro sono quattro aziende: la Marzoli (280 dipendenti), la Fausti (32), la Inoxdep (24) e l’Alfa Acciai (850). “Contiamo che a breve altre sei imprese, anche molto importanti, decidano di fare altrettanto” anticipa Michela Spera, leader dei metalmeccanici Cgil bresciani.
Con modalità tutte da inventare. La fantasia in questo caso si spreca. All’Alfa Acciai 740 operai lavoreranno per due anni solo di notte e nei weekend (per risparmiare sulla bolletta dell’elettricità) per un totale di 31 ore la settimana invece di 40, ma pagate come se fossero 38. Alla Pramac, che produce mezzi per la movimentazione merci, e alla Itla (lamiere) di Siena si lavora quattro giorni e il venerdì si sta in cassa integrazione ricevendo sia i soldi dall’Inps sia un contributo salariale dall’azienda. Alla Piovan di Venezia l’accordo prevede che fino a 250 dipendenti lavorino anche solo due giorni a settimana per 13 mesi. Alle acciaierie della Lucchini, da ottobre, tutti i 700 impiegati e quadri delle sedi di Brescia, Piombino e Trieste stanno a casa il venerdì: chi le ha usa le ferie arretrate, se no va in cassa integrazione.
I 400 operai della Manifattura Val Brembana ormai da tre anni lavorano una settimana sì e una no. E Cesare Crescentini, titolare dell’azienda di abbigliamento intimo femminile Cotton Club di Fabriano, in provincia di Ancona, va oltre: ha fatto richiesta per poter accedere alla cassa integrazione e, se verrà accettata, da aprile 60 dei 90 dipendenti lavoreranno due ore al giorno dal lunedì al giovedì e il venerdì staranno a casa. “Manteniamo la fabbrica aperta, nessuno resta a casa e i concorrenti non ci soffiano i nostri operai specializzati” riassume.
Tutto bene, quindi? Bisogna considerare la perdita di salario. Facciamo due esempi. Un operaio con una busta paga netta mensile di 1.100 euro che lavori tre giorni la settimana con un contratto di solidarietà perde 64 euro la settimana invece dei 95 previsti se fosse messo in cassa integrazione cinque giorni su cinque. Un impiegato che ha una busta paga netta mensile di 1.600 euro che lavora tre giorni la settimana in base al contratto di solidarietà perde all’incirca 96 euro la settimana invece di 160. Con l’ulteriore vantaggio che nel primo caso il dipendente matura il 60 per cento della tredicesima e delle ferie riferite alle ore non lavorate.
“Da noi la settimana corta si sta facendo strada anche tra le maggiori industrie” riferisce Ivan Lo Bello, presidente della Confindustria siciliana, “ma già ora ci sono diversi casi tra le piccole e medie”. Secondo Pippo Di Natale, segretario confederale della Cgil dell’isola, sarebbero una ventina le imprese che hanno tagliato i giorni di lavoro per un totale di 400 persone, “ma saliranno di molto, soprattutto tra quelle che non possono accedere alla cassa integrazione: servizi, turismo, commercio”. Il motivo è semplice: il fondo nazionale per l’occupazione integra il 50 per cento della retribuzione persa dal lavoratore, ma questa somma viene divisa a metà tra il dipendente stesso e l’azienda. In realtà, quindi, anche l’imprenditore ha una convenienza. “Sì, paghiamo i padroni” s’infuria Di Natale.
Questo però è anche il meccanismo che permette ad Adalberto Pasina di stare a casa per il 50 per cento del monte ore annuo e venire pagato come se ne perdesse il 38 per cento. Pasina, 56 anni e due figlie grandi, è uno dei 14 dipendenti della Inoxdep, nella Val Trompia, che accederà alla riduzione d’orario. E non si può dire che gli dispiaccia: “A parte il fatto che corro, ho l’orto e faccio collezione di francobolli, spero che presto una delle mie due figlie mi faccia diventare nonno”. Enrico Morettini è single, lavora da 20 anni alla Best di Ancona e sta in fabbrica quattro ore al giorno, eppure “lo stipendio cala solo del 15-16 per cento” spiega. Sindrome da tempo libero che non si sa come impiegare? Non nel suo caso: “Ricomincio a studiare, leggere, faccio collezione di dischi in vinile e una volta suonavo la batteria. Avrò più tempo per fare tutte queste cose” dice con il tono di voce di uno appena sbarcato a Disneyland. Dove la settimana corta non è ancora arrivata. (Ha collaborato Cristina Bassi)
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Si svolgerà oggi alle 15 nei locali della mensa centrale di Alitalia, all’aeroporto di Fiumicino, l’assemblea di tutto il personale della compagnia organizzata da Anpac, Up, Avia, Anpav e Sdl e Cub Trasporti, le sigle sindacali che non hanno firmato l’accordo. Stando a quanto riferito da alcuni sindacalisti, nello scalo romano, all’assemblea si prevede già una forte partecipazione sia dei dipendenti di terra sia del personale di volo. Al centro del dibattito il Piano Fenice sottoscritto dai sindacati confederali e da Ugl, che a detta del ricostituito ”Fronte del No”, che si riferisce in particolare all’accordo su contratti e selezione del personale per la nascita della Nuova Alitalia, non rispetterebbe l’accordo siglato a settembre a palazzo Chigi.
“Penso che alla fine il buonsenso prevarrà. Non c’è alternativa se non quella che il commissario Fantozzi porti l’azienda al fallimento, la liquidi letteralmente”. Lo ha detto il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, intervistato da Maurizio Belpietro nel corso del programma Panorama del giorno di Canale 5. “Quindi questa intesa evita la distruzione dell’azienda e la perdita di tutti i posti di lavoro. Cosa accadrà dopo il fallimento che ognuno se lo può immaginare o sperare ma sarà sicuramente una soluzione molto peggio di quella attuale. Se il fallimento fosse stata la soluzione migliore l’avremmo fatta fallire subito” Il leader Uil si dice fiducioso sul futuro della compagnia. “Assolutamente. Penso che appena risolti tutti gli altri aspetti, che ovviamente non dipendono da noi, l’azienda sarà pronta a partire cioé a riassumere tutte le persone che abbiamo convenuto e, torno a ripetere, siccome non sono tutti, la selezione sarà fatta secondo alcuni criteri, ma le assunzioni non possono che essere individuali. Ognuno di noi è stato assunto per nome e cognome; non siamo mai stati assunti in blocco e questo da nessuna parte”.
Il leader Uil spiega poi il ruolo decisivo di Gianni Letta nella trattativa con Cai per Alitalia. “Noi siamo arrivati all’ultimo appuntamento utile dal punto di vista temporale perché la Cai facesse l’offerta e ovviamente abbiamo deciso di affidare al sottosegretario Letta la soluzione di tutti quei nodi che nei contratti non siamo riusciti a sciogliere.
Per cui ogni qualvolta ci sarà una diversa interpretazione tra noi e l’azienda su quale sia esattamente la soluzione da adottare, noi andremo da Letta e Letta ci dirà qual è la soluzione”.
L’indirizzo dello studio romano di Augusto Fantozzi, il commissario straordinario per l’Alitalia, segnala che il destino batte alla porta del sindacato. In quello stesso palazzo di via Sicilia negli anni Settanta c’era la sede della Federazione unitaria Cgil-Cisl-Uil, un appartamento al secondo piano dove si riunivano i segretari Luciano Lama, Bruno Storti e Raffaele Vanni, unico esempio da allora di una struttura comune fra le tre confederazioni. Quel palazzo rappresenta simbolicamente la lunga storia dei rapporti fra le tre confederazioni, dal massimo dell’unità alla divergenza più profonda.
Un contenzioso tra i sindacati. Al di là dell’esito della vicenda Alitalia, anche con la Cgil seduta al tavolo delle trattative, la vertenza sul salvataggio della compagnia è stata infatti solo l’occasione in cui è emersa l’esistenza di un contenzioso davvero serio tra Cgil, Cisl, Uil e adesso anche Ugl, a cominciare dal problema del collegamento diretto tra salario e produttività. Dice Susanna Camusso, segretario confederale che fa parte dell’ultima leva chiamata dal segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, al vertice della confederazione: “È in gioco la sostanza stessa del sindacato e cioè attraverso quali forme si debbano rappresentare i lavoratori”. Che cosa significa? Come si fanno i contratti, come si gestiscono trattative e conflitti, come si offrono servizi ai lavoratori e chi deve farlo, come si calcola la rappresentanza. Di fatto, sono i temi al centro del negoziato tra Confindustria e sindacati per la riforma dei contratti, come pure delle proposte del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, per rinnovare lo stato sociale. E alla fine, sia pure in senso lato, riguardano il rapporto tra sindacato e politica. Al di là dei singoli episodi, insomma, è la diversa impostazione di fondo che sta facendo salire la tensione tra i sindacati, con critiche e accuse reciproche.
La Cgil. Nel mondo visto dalla parte della Cgil la democrazia sindacale è sotto attacco. Dice Camusso: “Ecco la sostanza del modello confindustriale: tempi limitati per il confronto; sempre prendere o lasciare; niente conflitti. È di fronte a questo dato che stanno emergendo le differenze vere con la Cisl e la Uil, perché non basta dire cambiamo questo o quel passaggio”. Ed è sulla Cisl che la sindacalista va più a fondo, richiamando l’idea degli enti bilaterali, cara anche al ministro Sacconi: “Pensare che si possano rappresentare gli interessi dei lavoratori attraverso la formazione di enti bilaterali con gli imprenditori per dare servizi ai dipendenti, come appare dalle dichiarazioni di rappresentanti della Cisl, è un’idea che ha pure un valore, ma così cambia il tipo di democrazia sindacale, la gerarchia d’importanza tra la contrattazione in rappresentanza dei lavoratori e l’offerta di servizi”.
La Cisl e la Uil. Nel mondo visto dalla parte della Uil e soprattutto della Cisl, invece, la possibilità di affrontare le novità economiche e sociali è legata proprio al cambiamento del metodo. Dice Paolo Pirani, dirigente di punta della segreteria Uil: “Non è più tempo di restare alle denunce, alla mobilitazione. Bisogna riformare le relazioni sindacali. Ho l’impressione che la Cgil abbia difficoltà ad affrontare il cambiamento”. E accusa, con il pensiero rivolto anche alla manifestazione contro la politica economica del governo decisa dalla Cgil senza gli altri per sabato 27 settembre: “La Cgil non ha voluto fare l’accordo sulla riforma dei contratti all’epoca di Montezemolo, non l’ha voluta fare durante il governo Prodi. Adesso con grande ritardo ha definito con noi e la Cisl una piattaforma unitaria. Ma fa fatica a passare dalle proposte all’accordo. Prevale il movimentismo”. Nello scontro sull’Alitalia la Cisl ha usato toni perfino più aspri. Il segretario Raffaele Bonanni si è sfogato in pubblico. “Lo dico francamente” ha dichiarato al Messaggero “sono stufo di un sindacato che crea sempre difficoltà, lento nell’azione, incerto nelle proposte, immobilizzato quando si tratta di decidere”. A complicare le cose ci sono poi i reciproci sospetti di collegamenti politici. In Cgil ricordano quando Bonanni, durante il governo Prodi, chiamava alla battaglia per ottenere sgravi fiscali sui salari e, di fronte all’ipotesi Air France per l’Alitalia, tifava Carlo Toto, patron dell’AirOne, e Lufthansa. Oggi i sospetti sono rovesciati su Epifani e la Cgil. “Troppe divergenze si stanno accumulando” ha detto Bonanni nei giorni più caldi della vertenza Alitalia. “Più che rafforzare il sindacato c’è chi pensa a creare un movimento”. Accordi e scontri su singoli aspetti ce ne saranno ancora. Ma una cosa è certa: non vi sono le condizioni perché il contenzioso sui temi di fondo possa durare ancora a lungo.