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La più grande soddisfazione per un tifoso è la vittoria della propria squadra del cuore. Se poi si vince allo stadio Olimpico di Roma, al termine della partita più importante della stagione, la finale di Champions league, la soddisfazione per chi ha vinto, il Barcellona, è doppia. Anzi, tripla. Perchè nel momento in cui Carlos Pujol, capitano dei blaugrana, alzava al cielo la “Coppa dalle grandi orecchie”, c’era chi tra i dirigenti spagnoli si faceva due conti in tasca.
40 milioni di euro guadagnati per il Barcellona
Almeno 40 milioni di euro guadagnati, tra diritti televisivi e premi dell’Uefa per essere arrivati fino in fondo. Senza contare che un successo di tal genere di solito rivaluta il parco giocatori di almeno il venti per cento e fa impennare i diritti televisivi internazionali per acquisire future partite. In attesa di esporre la coppa nel museo del club, situato all’ingresso del proprio stadio Camp Nou e che nel 2008 ha avuto oltre un milione e mezzo di visitatori.
Il VIDEO con gli highlights della finale di Champion’s League
Il VIDEO con la premiazione e la consegna della coppa al capitano del Barcellona
Squadre ricche, nuovi sponsor (a Manchester sia su sponda United che su quello del City arriveranno soldi freschi per quasi 150 milioni di euro), ingaggi dei calciatori che anziché ridursi, sembrano subire un rialzo in questa campagna trasferimenti estiva. Ma è tutto oro quello che luccica? Non proprio come conferma un’inchiesta pubblicata da Panorama.
Le società sono fortemente indebitate e all’estero anche i ricchi piangono.
A differenza dell’Italia, hanno stadi di proprietà, centri commerciali e un ricco commercio di gadget, ma la crisi ha colpito valori immobiliari (soprattutto in Spagna) e sponsor. Il crollo delle borse ha dato il colpo di grazia ai capitali dei magnati russi, arabi e americani. In Italia molte società sono in affanno, ma nonostante tutto la nostra serie A si è confermata al secondo posto nella classifica dei ricavi fra i massimi campionati di calcio in Europa.
Calcio italiano secondo per ricchezza in Europa
Secondo le stime di StageUp Sport&Leisure Business, il campionato italiano ha raccolto 1.430 milioni euro, mille milioni in meno della Premier league inglese sempre saldamente in testa alla classifica con i suoi 2.430 milioni euro di ricavi. Al terzo posto si conferma la Bundesliga: il campionato tedesco toccherà i 1.420 milioni, precedendo la Liga spagnola a quota 1.350 e la Ligue 1 francese a 1.040. In attesa della stagione 2010/2011, che potrà portare a un incremento importante dei ricavi, la serie A si trova a contrastare l’assalto della Bundesliga.
Il campionato tedesco, capace di attirare la maggior quantità di risorse economiche dallo sponsor principale (oltre 6,9 milioni di euro di media per club) e il maggior numero di spettatori negli stadi fra i campionati di tutta Europa (quasi 40 mila in media nella stagione 2007/2008), avrà la possibilità di sorpassare la serie A.
Grandi sponsor nonostante la crisi
Un altro segnale di (relativa) stabilità per il calcio italiano è dato dal fatto che i ricavi da partnership di maglia del massimo campionato di calcio italiano, nell’attuale stagione, non hanno subito effetti negativi dovuti alla crisi economica. Secondo Stage Up, infatti, le 20 società della serie A hanno raccolto da sponsor di maglia e tecnici, poco più di 141 milioni di euro, l’1,6 per cento in più rispetto al 2007/2008.
Fra le ragioni più rilevanti si distingue la prolungata durata degli accordi: le sponsorizzazioni principali hanno una vita media oltre i due anni con picchi a tre, se non quattro anni, per i contratti più ricchi. Le sponsorizzazioni tecniche hanno una durata media di cinque anni con rapporti anche ultradecennali. La stagione 2008/2009, nonostante la crisi economica globale, ha portato diverse novità fra gli sponsor principali. Crescono in particolare gli investimenti di aziende estere provenienti dai settori “giochi e scommesse” ed “Automotive”. Del primo comparto fa parte Betshop, nuovo sponsor di maglia del Palermo. La società londinese di scommesse ha affiancato altre aziende del settore già presenti come Bwin, partner del Milan, ed Eurobet, partner del Genoa. Nonostante il calo generalizzato degli investimenti in comunicazione del settore auto, la serie A mantiene il proprio appeal con due nuovi ingressi per questo comparto: quelli della francese Renault Trucks per il Torino e della rumena Dacia per l’Udinese che hanno sostituito due aziende italiane, rispettivamente la compagnia di assicurazioni torinese Reale Mutua, attuale co-sponsor granata, ed il marchio di abbigliamento modenese Gaudì.
Domani stadi di terza generazione
“I diritti media e le sponsorizzazioni per loro natura hanno un comportamento anticiclico. Si tratta di scelte strategiche e di lungo periodo”, sostiene Giovanni Palazzi, ad di Stage Up. “Le fonti di ricavo più aggredibili sono quelle da stadio. Se la crisi finanziaria dovesse protrarsi nel lungo periodo, fra 3 e 5 anni, gli incassi da botteghino potrebbero soffrirne. Investimenti su stadi di terza generazione potrebbero essere utili al fine di aumentare la competitività verso altre forme di spettacolo e diversificare i ricavi”.
Nuovi stadi, ma anche la rimodulazione dei diritti televisivi che dal 2010 saranno venduti collettivamente e dai quali i club sperano di incassare almeno un miliardo di euro a stagione.
Una partita da sei miliardi di euro, come spiega Panorama Economy in una sua inchiesta. Il più grande accordo in termini di ammontare complessivo per un singolo contratto mai siglato nella storia del calcio italiano. Una boccata di ossigeno per i bilanci.
E per tornare a investire (e magari vincere) in Europa.

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Era un modello invidiato in tutto il mondo il Manchester United, con il suo inossidabile coach Alex Ferguson (23 anni ininterrotti sulla stessa panchina), i suoi campioni, il suo celebre stadio, l’Old Trafford, “Theatre of Dreams”.
E soprattutto i suoi soldi: Malcom Glazer, miliardario americano, proprietario; la Aig, prima compagnia assicuratrice del mondo, sponsor. Dopo il crollo delle borse che ha portato alla nazionalizzazione dell’Aig, il Man-U è soprattutto la squadra più indebitata d’Europa e quindi del mondo. Il marchio continua a vendersi da solo, il merchandising regge, ma a Glazer non bastano le prodezze di Wayne Rooney e Cristiano Ronaldo per farsi passare il mal di testa e la necessità di trovare nuovi capitali. In arrivo, pare, dal Giappone e dall’Arabia. Allo United fa compagnia il Chelsea dell’oligarca russo Roman Abramovich. Tra i due club la rivalità non è solo calcistica, è un testa a testa a chi ha più debiti, con le cifre continuamente in crescita. In questa classifica seguono, in Premier league, l’Arsenal, che aveva puntato tutto sul nuovo stadio, e il Liverpool.
Doppia crisi per le squadre inglesi
Le società inglesi sono vittime della doppia crisi di quanto in passato aveva fatto la loro forza: il crollo del mercato immobiliare ha dimezzato il valore degli stadi e dei complessi commerciali annessi; i bagni in borsa e il deprezzamento delle materie prime hanno ridimensionato i capitali, pur sempre cospicui, di magnati russi e americani, arabi e orientali. Per non parlare degli sponsor: come l’Aig, anche la Northern Rock (Newcastle) è stata nazionalizzata. E adesso il club è in vendita. Il risultato di questo anno orribile è un debito complessivo stimato inizialmente in 2 miliardi di euro ma salito a 3,5. A occuparsene è Westminster, il parlamento britannico: l’All party football group, composto da 150 rappresentanti bipartisan dei Comuni e dei Lord, ha deciso di mettere sotto stretto controllo la gestiodopne del pallone. Dove, tuttavia, i debiti sono quantomeno serviti a dotarsi di stadi e infrastrutture, un patrimonio solido, che dovrebbe rivalutarsi.
Lacrime in Liga: primo per debiti il Real
Stesse lacrime nella Liga spagnola, secondo campionato del mondo per blasone e calciatori famosi. José Maria Gay, docente di economia all’Università di Barcellona, ha condotto uno studio sui bilanci dei 20 club della serie maggiore: risultato, debiti per 3 miliardi, che salgono a 3,5 con la seconda divisione. Non solo, Liga e serie B devono al fisco 627 milioni di euro di arretrati.
Francisco Izco, presidente dell’Osasuna, squadra di bassa classifica della Liga, è tra i pochi ad ammettere che la colpa non è solo della crisi finanziaria: “Viaggiamo da anni sopra le nostre possibilità, non abbiamo reagito al calo degli incassi, dei diritti tv e delle sponsorizzazioni”. La classifica dei debiti è guidata dal Real Madrid, segue il Valencia.
Ma i “galacticos”, forti dell’azionariato popolare nonché delle protezioni dell’establishment, sono tra quelli che dovrebbero superare la burrasca, assieme al Barcellona, all’Athletic Bilbao e allo stesso Osasuna. Molto più a rischio il Valencia, che ha praticato una gestione allegra in fatto di ingaggi (compresi quelli dei calciatori italiani) e oggi deve ai dipendenti, giocatori in testa, 16 milioni di euro in stipendi.
Bundesliga tedesca esempio di virtù
In questo panorama la Bundesliga tedesca appare un esempio di virtù. I debiti sono di “appena” 660 milioni e, soprattutto, i club hanno rinunciato agli ingaggi miliardari.
E l’economia della Germania, benché oggi in crisi profonda, è meno affidata alla finanza e al mercato immobiliare di quelle inglese e spagnola. Ma ciò che ha sempre costituito un elemento di ordine nei bilanci del calcio tedesco è il numero ridotto di squadre professionistiche: la Bundesliga 1 e 2 (di fatto le nostre serie A e B) hanno 36 squadre; la Zweite Liga altre 18. Totale, 54 club professionistici. In Italia sono 20 in A, 22 in B, 36 nei due gironi di Lega Pro Prima divisione (la ex C1), 54 nei tre della seconda divisione (ex C2). In tutto, 132 squadre. Che, in base alla legge firmata nel 1996 da Walter Veltroni (allora ministro dei Beni culturali con delega allo sport), devono avere “fine di lucro” e possono quotarsi in borsa. In pratica, presentare bilanci in utile. Tutto giusto, sulla carta. Solo che il patrimonio è costituito non dalla proprietà degli stadi o dai diritti di merchandising, ma dal cartellino dei giocatori.
Mentre entrate e uscite vengono date da incassi, diritti tv, sponsorizzazioni e ingaggi. È per questo che da noi si parla di risultato di gestione e non di debiti. Effetti: stato patrimoniale incerto, valutazioni gonfiate delle squadre e navigazione a vista da un campionato all’altro. E una torta di diritti che entro il 2010 si ridurrà alla sola serie A.
I NUMERI IN ROSSO DEL PALLONE
3,5miliardi di euro è l’indebitamento nella Premier league (la massima
serie inglese) così come nella Liga, la serie A spagnola.
660milioni di euro, i debiti nella Bundesliga.
300milioni di euro, le perdite nella Serie A.

Crisi-capestro, quella attuale. Che “rende le piccole imprese più esposte agli usura”. Nel 2008 sono state 15.000 quelle costrette a chiudere i battenti perché “sovraindebitate e spesso strozzate”. E poiché i primi dati del 2009 confermano questa tendenza, è partito l’allarme. A lanciarlo il presidente di Confesercenti Marco Venturi che chiede alle banche diverse modalità nell’erogazione del credito.
Nella sua relazione ieri all’assemblea della confederazione, dove sono intervenuti anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il ministro dello Sviluppo Claudio Scajola, Venturi ha parlato di imprenditori impauriti dalla criminalità e di “fallimenti e protesti” che “segnalano l’urgenza di contrastare la fragilità finanziaria delle piccole aziende”. “Dobbiamo evitare di rispondere alle difficoltà dando loro l’ombrello quando splende il sole e togliendolo quando comincia a piovere”, è la stoccata riservata alle banche che devono assumere “un ruolo diverso, più funzionale alle strategie di sviluppo del paese”.
“I piccoli imprenditori hanno paura, stretti tra la violenza della criminalità comune e la morsa di quella organizzata che gestisce un volume di ‘affarì di oltre 130 miliardi di euro. Buona parte di questi - dice Venturi - arrivano dal taglieggiamento imposto alle imprese e dall’usura che cresce in modo esponenziale a causa della crisi economica e delle difficoltà degli imprenditori ad accedere ai finanziamenti bancari. Se l’unica chance che ci rimane è quella del ricorso all’usuraio allora è meglio chiudere prima”. “Solo sostenendo i consorzi fidi, con adeguati finanziamenti finalizzati ad aiutare le piccole e medie imprese, si potranno evitare inutili sofferenze, minacce e ricatti”, secondo il presidente dei commercianti.
Inoltre, le Pmi “devono essere liberate anche da quell’economia sommersa, favorita da migliaia di immigrati clandestini e di furboni nostrani pronti ad alimentare la concorrenza sleale contro chi rispetta regole costose e spesso incomprensibili. è ora di dire basta a ogni illegalità e a ogni spreco del denaro pubblico versato dai cittadini e dalle imprese. La grande svolta che serve è quella di cambiare radicalmente il Paese, affrancandolo dagli sprechi e dalla pletora insopportabile di istituzioni e di nomine d’ogni tipo”. La riforma federale, che non deve servire in nessun modo a moltiplicare poltrone o aumentare la pressione fiscale, avverte Venturi, “prevede il taglio di circa 50.000 consiglieri ed assessori di Comuni, Province e Circoscrizioni. Bene, se son rose fioriranno”.
Sul fronte della crisi economica il presidente di Confesercenti fa una richiesta precisa al governo: un bonus fiscale alle imprese che non riducono gli occupati e uno sgravio ulteriore per chi aumenta i dipendenti. Una soluzione adottata in Spagna che si dovrebbe attuare all’interno della manovra già annunciata dall’esecutivo. “E non ci si venga a dire” ha incalzato “che non ci sono risorse. Servono soldi? Allora via le Province e le comunità montane, insomma via le troppe poltrone”. “È ora di dire basta a ogni illegalità e a ogni spreco di denaro pubblico”, ha detto, e serve una “grande svolta” per “cambiare radicalmente il Paese, affrancandolo dagli sprechi e dalla pletora insopportabile di istituzioni e di nomine d’ogni tipo. “Gli italiani sono stufi e le istituzioni devono prenderne coscienza”.

Il primo passo per il rientro dei capitali nascosti nei paradisi fiscali e la loro riemersione in un conto corrente italiano sarà la presentazione in banca di una dichiarazione riservata sulle attività finanziarie da rimpatriare. Sarà una domandina scritta in cui bisognerà specificare, in cambio dell’impegno a non trasferire l’informazione alle autorità, che cosa si possiede e dove. Lo prevedono i testi sui quali stanno lavorando gli esperti del governo in vista del terzo scudo fiscale, procedura che intende fare rientrare in Italia ricchezze nascoste all’estero grazie al pagamento di un’aliquota a forfait per la regolarizzazione.
L’iniziativa non è solo italiana. Fa parte di un più vasto intervento in materia di paradisi fiscali, condiviso da quasi tutti i governi dei più importanti paesi occidentali. A cominciare dagli Stati Uniti di Barack Obama, dalla Germania del cancelliere Angela Merkel, dalla Francia di Nicolas Sarkozy e dalla Gran Bretagna del premier Gordon Brown, un paese che fino a ieri ha trattato con benevolenza la trasformazione di tante piccole ex colonie in eden del segreto bancario.
L’obiettivo è duplice: obbligare gli “stati a fiscalità vantaggiosa” ad adottare regole di trasparenza che non consentano agli stranieri di nascondere i propri averi agli occhi del fisco e della magistratura del paese di provenienza; fare rientrare capitali ingenti nelle rispettive economie, contribuendo così ad alleviare la crisi e a fornire nuove risorse ai governi.
Il ministro dell’Economia italiano, Giulio Tremonti, presidente di turno del G8 economico, sul tema della trasparenza ha avviato da mesi l’elaborazione di una tavola dei nuovi comandamenti, il cosiddetto global legal standard (vedere Panorama 7). Più in particolare, sullo scudo fiscale molti esperti sono al lavoro per preparare un provvedimento che sia in armonia con le scelte dei paesi partner. L’Italia non è costretta in via di principio ad attendere l’elaborazione di regole uguali per tutti, neppure in Europa. Però il governo non intende procedere senza il consenso e il coordinamento almeno informale con gli altri paesi. La prudenza è dettata dalla necessità di evitare ostacoli in sede internazionale e anche di coprirsi le spalle in vista di polemiche interne considerate già messe in conto.
Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei valori, ha già detto che la proposta di fare rientrare i capitali detenuti all’estero illegalmente per reinvestirli in Italia “può considerarsi un vero e proprio riciclaggio di denaro sporco”. Pier Luigi Bersani, tra i leader del Pd, ha usato un altro linguaggio ma non è stato meno duro nella sostanza, ricordando l’esperienza già fatta con i precedenti provvedimenti di scudo fiscale varati dai governi Berlusconi.
Ecco perché il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha chiarito che lo scudo fiscale sarà attivato solo in collegamento con quanto faranno gli altri paesi industrializzati su questo tema. E i tempi, proprio per questa ragione, saranno legati ai prossimi vertici del G8 e del G20, a cominciare dagli incontri sui temi economici fissati per la fine di maggio.
Al di là dei collegamenti internazionali, lo stato di avanzamento del lavoro svolto dagli esperti consente già adesso di stimare in circa 500 miliardi di euro l’ammontare dei capitali potenzialmente interessati e di delineare quali potrebbero essere i dieci punti chiave del terzo scudo fiscale italiano allo studio delle autorità, dopo quelli varati nel 2001 e nel 2003.
1. Lo scudo potrà essere attivato da persone fisiche, enti non commerciali e società semplici residenti in Italia.
2. Il periodo in cui si potrà aderire andrà, se ci saranno i tempi e gli accordi per farlo, dal 1° luglio al 31 dicembre di quest’anno.
3. Potrà essere chiesto il rimpatrio solo di attività finanziarie (depositi, azioni, obbligazioni, fondi…) possedute fuori dal territorio nazionale già al 31 dicembre 2007.
4. Coloro che vorranno usufruire di questa possibilità dovranno presentare in banca una dichiarazione riservata, indicando una per una le attività finanziarie che intendono fare rientrare. Inoltre dovranno attestare che quelle risorse le possedevano all’estero almeno al 31 dicembre del 2007. La domanda dovrà essere scritta su un modello che l’Agenzia delle entrate dovrebbe mettere a punto entro pochi giorni dall’entrata in vigore della legge.

Qui i risultati dei precedenti scudi fiscali nei principali paesi
5. Niente nomi: la banca dovrà rilasciare al cliente una copia della dichiarazione riservata. Ma allo Stato comunicherà soltanto l’entità della ricchezza rientrata e le somme versate a titolo di aliquota di regolarizzazione.
6. L’aliquota da versare allo Stato ancora non è stata fissata. Verrà decisa all’interno di una forchetta che va da un minimo del 5 per cento a un massimo del 10. Sarà un prelievo molto più pesante del 2,5 per cento degli scudi fiscali attuati in precedenza in Italia, anche perché la quota del passato verrebbe oggi considerata troppo bassa dai paesi partner europei.
7. Si potrà avere uno sconto sostanzioso, rispetto all’aliquota del prelievo di regolarizzazione, se chi fa rientrare i capitali in Italia prometterà, nella dichiarazione riservata, di investire tutto in depositi fruttiferi postali e in altri titoli pubblici indicati dal ministero dell’Economia. In sostanza, saranno emissioni destinate a finanziare investimenti. Se servirà, anche la ricostruzione dopo il devastante terremoto che ha colpito L’Aquila. Se per esempio l’aliquota normale fosse del 7 per cento, chi investe in questi titoli potrebbe pagare solo il 5 o anche il 4 per cento, e così via.
Ma attenzione: l’investimento dovrà essere fatto subito e durare almeno dieci anni. Se dunque i titoli non verranno sottoscritti con celerità o saranno venduti dopo poco tempo, la banca depositaria provvederà a trattenere direttamente anche la parte di aliquota relativa allo sconto goduto, girando i denari allo Stato.
8. Lo scudo proteggerà i cittadini che faranno rientrare i capitali in Italia da accertamenti tributari e contributivi ed estinguerà le sanzioni per non avere dichiarato le proprie disponibilità all’estero.
9. Lo scudo dovrebbe escludere, secondo buona parte dei testi finora elaborati, anche la punibilità di alcuni reati tributari, penali o previsti dalla legge fallimentare in relazione alle somme fatte rientrare in Italia.
10. Gli intermediari non dovranno comunicare allo Stato dati e notizie contenuti nelle dichiarazioni riservate se vi sarà un accertamento tributario e previdenziale. Le informazioni dovranno essere invece date tutte nei casi di accusa di riciclaggio o di reati connessi alla criminalità organizzata.
Infine, nel caso si ricorra allo scudo fiscale per fare tornare in Italia soldi provenienti da attività diverse da quelle per le quali il provvedimento dovrebbe sancire la non punibilità, ci potrà essere sanzione, secondo alcuni dei testi allo studio, con un’ammenda amministrativa pari al 100 per cento delle somme indicate nella dichiarazione riservata.

Qui la radiografia dei due precedenti provvedimenti in Italia, dove si sono registrati gli introiti più alti
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L’appuntamento è per il 31 maggio. Entro quella data, per la prima volta nella loro storia, le società che non sono una banca ma offrono credito al consumo, prestiti personali, dilazioni di pagamento, fideiussioni, cambi, money transfer e mille altri servizi per l’uso del denaro dovranno fornire alla Banca d’Italia parecchie informazioni: statistiche su ciò che fanno, conto economico, conto patrimoniale, e pure le attività che non figurano nel bilancio. È una rivoluzione per quelli che i tecnici chiamano in modo burocratico “intermediari finanziari non bancari identificati nell’articolo 106 del testo unico bancario”. E non solo per loro.
L’accensione dei riflettori riguarda tutto il vasto esercito di persone e società, oltre 170 mila operatori, che a vario titolo hanno lavorato fino a oggi con il denaro degli italiani per larga parte fuori dalle luci della ribalta. Il cambiamento è cominciato nel 2008, quando tutto questo mondo è passato sotto la vigilanza della Banca d’Italia. Negli uffici di via Nazionale, a Roma, è apparsa subito chiara la diversità fra i controlli previsti sull’attività delle banche e quelli, assai meno stringenti, che la legge imponeva su questo altro tipo di intermediari del denaro, fino ad allora seguiti dall’Uic, Ufficio italiano cambi. Così, in attesa di norme più adeguate, proposte e già in discussione in Parlamento, è stato avviato un lavoro di verifica sul campo. In pochi mesi sono state spedite migliaia di raccomandate. Sono state intensificate le verifiche nei casellari giudiziari sull’onorabilità delle persone. Sono partite le prime ispezioni. Si è intensificata la collaborazione con la Guardia di finanza. E sono scattate anche operazioni di pulizia, come la cancellazione di oltre 10 mila “agenti in attività finanziaria”.
I risultati consentono oggi di andare alla scoperta di questo mondo poco conosciuto ma così importante nella gestione dei nostri soldi. La punta ben visibile è composta da pochi intermediari non bancari di grandi dimensioni, sottoposti a una vigilanza simile a quella delle aziende di credito e con obblighi patrimoniali e di informazione molto rigorosi. Sono appena 180 imprese (i tecnici vi si riferiscono citando l’articolo 107 del Testo unico bancario, Tub): offrono leasing, factoring, credito al consumo. Sono società anche importanti, come le finanziarie legate alle aziende produttrici di automobili. E in questo gruppo stanno per essere compresi i cosiddetti consorzi fidi. Anche se l’attività è la stessa, molto più lasco è il regime al quale devono sottostare tutti gli altri operatori, che sono davvero numerosi. Alla fine del 2008, per esempio, erano 1.189 le aziende che, inquadrate nell’articolo 106 del Tub, offrivano leasing, factoring, credito al consumo, prestiti, money transfer e servizi di pagamento.
Nei primi mesi del 2009 già sono arrivate domande per farne nascere altre 170. Eppure, nessuna di queste ha l’obbligo di avere un patrimonio adeguato al giro di affari. Basta avere un capitale minimo (600 mila euro). Pure i poteri della Banca d’Italia sono limitati. Da qui, la decisione di avviare quantomeno una verifica. Il 5 gennaio la banca centrale ha disposto l’obbligo di inviare informazioni statistiche ogni semestre. Una per una queste imprese sono state interpellate per raccomandata. Le risposte dovranno arrivare entro il 31 maggio. La Banca d’Italia le userà per creare un database che consenta di comprendere meglio che cosa fanno queste imprese, e come lo fanno. Ancora più deciso è stato l’intervento su una quarantina di aziende che, nell’ambito di questo stesso gruppo, offrono garanzie su prestiti e fideiussioni per partecipare a gare e appalti. La crisi incombe, alcune di queste imprese potrebbero essere chiamate a onorare gli impegni. Così è stato previsto che la natura di un’attività del genere comporti l’obbligo di avere un capitale più robusto e quantomeno un’adeguata disponibilità di liquidi sempre pronti.
È stato anche avviato un monitoraggio specifico. Tra i diversi intermediari di denaro i due gruppi più numerosi riguardano tuttavia gli “agenti in attività finanziaria” e i mediatori creditizi. L’elenco degli agenti comprende 49.366 persone fisiche e 4.284 società. Che cosa fanno? Per metà sono sub money transfer, cioè raccolgono il denaro degli immigrati per conto di un’azienda più grande e lo trasferiscono all’estero, per esempio con la piattaforma Western Union. L’altra metà degli agenti, grazie alla delega ottenuta da un’impresa del settore, commercializza prodotti bancari: mutui, credito al consumo, prestiti e altro. Nel 2008 la Banca d’Italia ha inviato a questi soggetti circa 60 mila lettere per chiedere l’esistenza dei requisiti di iscrizione. In base alla legge, per essere agenti e maneggiare il denaro dei clienti basta una fotocopia certificata del diploma di scuola media superiore; una fotocopia della carta di identità; l’autocertificazione sui requisiti di onorabilità. E il mandato della società per la quale lavorano. A settembre, accertato a più riprese che molte risposte non erano arrivate, e condotte molte verifiche presso i casellari giudiziari, la Banca d’Italia ha promosso la cancellazione di oltre 10 mila agenti (una piccola parte ha poi fatto domanda di reiscrizione). Ma ci vorrà poco a recuperare. Ogni anno, tra mediatori e agenti, fanno domanda 30 mila nuovi addetti. Ancora più numerosi sono i “mediatori creditizi”: 98.614 persone fisiche e 9.029 società. La differenza rispetto agli agenti è semplice: fanno lo stesso lavoro però sono liberi professionisti. Offrono ai propri clienti i prodotti bancari delle finanziarie e delle banche. Hanno obblighi di trasparenza e di segnalazione ai fini delle norme contro il riciclaggio del denaro sporco. La Guardia di finanza svolge molte verifiche, ma i mediatori sono così numerosi che è difficile condurre un esame di massa. Su segnalazione della Gdf, dal 2008 ne è stato cancellato qualche centinaio. Basta riflettere sul numero di questi intermediari (da non confondere con i promotori finanziari sottoposti al controllo della Consob) per capire il motivo che ha spinto Banca d’Italia e ministero dell’Economia a ipotizzare un irrobustimento delle norme di iscrizione, di vigilanza, di prudenza. Le novità sono state inserite in un disegno di legge che recepisce alcune direttive europee. Su diversi temi è stato registrato un consenso unanime, per esempio sull’irrobustimento dei criteri di iscrizione o sull’istituzione di un organismo di categoria. Su altri due punti c’è invece una forte resistenza delle categorie interessate.
Il primo riguarda la previsione di rendere incompatibili l’attività di agente e quella di mediatore. Sostiene Maurizio Del Vecchio, presidente della Fimec, una delle associazioni del settore: “Se vuoi trattare diversi prodotti, devi ricoprire tutti e due i ruoli, perché le grandi imprese di credito al consumo vogliono agire solo tramite agenti, mentre se vuoi vendere mutui o altre attività puoi farlo solo se sei mediatore. E allora: o non si prevede l’incompatibilità o si permette che le due figure facciano tutto”. Il secondo punto di scontro riguarda l’obbligo di costituirsi in società per i mediatori. Dice ancora Del Vecchio: “Va bene solo se ci permettono di fare una semplice snc, che costa poco”. Che cosa accadrà? Intanto i riflettori sono stati accesi. Il resto dipende dall’iter della legge con le nuove regole.
La mappa degli intermediari non bancari aggiornata al 31 dicembre 2008. La maggioranza è costituita dai mediatori creditizi, quasi 100 mila, seguiti da agenti.

Niente code agli sportelli o moduli da compilare: per accedere al conto corrente online basta sedersi davanti al computer di casa. E lo fa un europeo su tre ogni mese, secondo l’stituto di ricerca comScore.
A richiamare il maggior numero di persone su internet è il francese Credit Agricole con 9 milioni di contatti, seguito da due istituti di credito conglesi: la Lloyd e la Royal Bank of Scotland, recentemente coinvolta nella bolla dei mutui subprime.
E l’Italia? Unicredit è la dodicesima banca nella classifica delle più visitate su internet e la prima fra le italiane. I meno convinti sono i russi: soltanto il 5 per cento si è affacciato agli sportelli virtuali. Ma è anche vero che all’ombra del Cremlino fiorisce l’attività di pirati informatici in grado di alleggerire i portafogli (non solo virtuali) dei correntisti.Alla vetrina del web guardano con interesse anche le banche musulmane del Golfo Persico, punto di riferimento per i fedeli islamici nel mondo: secondo stime recenti potrebbero contare entro il 2010 su assets fino a mille miliardi di dollari.
Un’espansione verso Occidente in questo momento potrebbe essere troppo costosa: l’alternativa di potenziare i servizi su internet, invece, permetterebbe di contenere i costi e di sviluppare punti di riferimento per le comunità di emigrati. All’orizzonte cresce il fenomeno del mobile banking, l’accesso al conto corrente da telefonino: nel 2006 gli utenti erano cento milioni nel mondo. Una tendenza che si diffonde soprattutto nei paesi emergenti in Africa e Asia con protagonisti ignoti al pubblico occidentale (G-Cash e Smart Money nelle Filippine, Wizzit in Sudafrica, M-Pesa in Kenya) che, però, riducono la carenza di sportelli nelle aree rurali con chioschi locali che funzionano come servizi di money transfer.

Lombardia e provincia autonoma di Bolzano: sono questi due territori i più ricchi d’Italia; mentre le regioni più povere si confermano la Campania, seguita da Sicilia e Calabria.
La classifica nasce prendendo i dati del rapporto realizzato da Eurostat, l’ufficio europeo di statistica, che ha reso noto i numeri del 2006 relativi al prodotto interno lordo per abitante espresso in standard di potere d’acquisto di 271 regioni Ue.
Non ci sono grandi novità rispetto a quelli resi noti lo scorso anno per il 2005, insomma. Né a livello italiano, né a livello europeo. Dove Londra, con un pil per abitante pari al 336% (considerando 100 la media Ue-27), continua a mantenere lo scettro di regione più ricca dell’Unione.
Da registrare la corsa delle capitali della “Nuova Europa”, capaci di raggiungere il reddito delle regioni più ricche dell’Unione europea. Anzi, alcune capitali dell’Est sono - già ora - persino più ricche di città italiane del calibro di Bolzano, che certo non sono note per un tenore di vita modesto: è la provincia più ricca d’Italia, secondo Bruxelles.
Secondo Eurostat, il Pil procapite (a parità di potere d’acquisto) di Praga e Bratislava è rispettivamente il 160,3% e il 147,9% della media Ue, rispetto al 136,7% dei bolzanini. Insomma, la rivoluzione è già cosa fatta. Colpa della stagnazione italiana e della vibrante crescita degli ultimi arrivati alla grande tavola europea.
Con Londra, in testa alla classifica ci sono poi il Lussemburgo (267%) e Bruxelles capitale (233%). Tra le 41 regioni europee che superano invece il 125%, oltre a Bolzano (135,5%) e alla Lombardia (135,1%) che pure perdono un 1% circa rispetto al 2005, c’é anche l’Emilia Romagna (126,6%). Resta fuori invece il Lazio che passa dal 127% del 2005 al 123,2% del 2006.
Il nord-est della Romania risulta essere la zona più povera di tutta l’Ue, con il 24% della media del reddito procapite comunitario, mentre Bucarest raggiunge il 74,8% e la Romania il 35,4%. Nella top 10 delle aree più indigenti dell’Unione figurano cinque regioni bulgare e altre quattro romene.In Italia la più povera, la Campania, è al 66,1%, seguita dalla Sicilia con il 66,9%, dalla Calabria al 67% e dalla Puglia al 67,4%.
In Italia il pil-procapite è indicato pari al 103,5% (era al 104,8 nel 2005), ma sale al 126% nel Nord-Ovest e a 123,4% nel Nord-Est; nel Centro si attesta al 115,4% e nel Sud e isole scende al 68,9%.
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