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Circa quattro italiani su cinque considerano la qualità dell’acqua un problema serio.
E la pensa allo stesso modo la stragrande maggioranza degli europei. Il nuovo sondaggio Eurobarometro pubblicato a Bruxelles fotografa la percezione dei cittadini dell’Ue nei confronti dell’oro blu, proprio all’indomani del nulla di fatto al World Water Forum di Istanbul che non ha trovato l’accordo sulla definizione di acqua come “diritto”, ma bensì un generico “bisogno fondamentale”.
Numeri alla mano, secondo Eurobarometro, in generale l’83% degli italiani considera la qualità dell’acqua un problema serio (per il 47% degli intervistati è un problema molto serio, per il 36% è un problema abbastanza serio). È della stessa opinione il 68% degli europei. I più preoccupati d’Europa sono però i greci (90%), i romeni, francesi e portoghesi (88%). C’è invece poca apprensione tra gli austriaci, dove la percentuale scende al 36% e tra gli olandesi (42%).
La quantità degli approvvigionamenti allarma invece il 97% dei ciprioti e il 73% degli italiani, contro una media Ue del 63%. Ma non solo. Secondo la maggioranza degli italiani (52%) la qualità dell’acqua è peggiorata negli ultimi 5 anni. Dello stesso parere il 37% degli europei, anche se a vedere nero sono soprattutto ciprioti (75%) e greci (71%).
Le minacce principali sono inquinamento e cambiamento climatico. Cosa fare per evitare che con il surriscaldamento globale l’acqua diventi il nuovo “petrolio”? Ciascun europeo cerca di fare la propria parte: l’84% degli intervistati ne ha ridotto il consumo, il 60% usa prodotti per la casa rispettosi dell’ambiente e il 78% dice “no” all’uso di pesticidi e fertilizzanti per il giardino.

Un crollo degli iscritti negli ultimi 10 anni. Una rappresentanza scarsissima fra i precari e i contrattisti a termine. Ma anche una considerazione positiva da parte della maggioranza degli occupati, visto che il sindacato svolge un ruolo utile per lo sviluppo dell’Italia secondo il 51,7 per cento degli intervistati.
È questa la fotografia dell’orientamento dei lavoratori verso le organizzazioni sindacali che emerge dalla ricerca condotta a dicembre dalla Fondazione Nord Est su un campione di 1.009 intervistati su scala nazionale. Il risultato più significativo?
Complessivamente gli iscritti al sindacato nel 2008 sono il 26,2 per cento del totale dei lavoratori, contro il 41,9 per cento registrato in un’analoga ricerca svolta dalla Fondazione Corazzin nel 1998 su un campione di 1.200 lavoratori. Di più: rispetto a 10 anni fa c’è un 11,6 per cento di persone che ora non è più iscritto, ma in passato lo era.
Sintetizza Daniele Marini, direttore scientifico della Fondazione Nord Est e docente all’Università di Padova: “Per la prima volta abbiamo dei dati che fotografano i cambiamenti avvenuti sul mercato del lavoro, visto che nel campione sono compresi gli atipici, gli irregolari, i senza contratto”. Proprio tra i meno garantiti gli iscritti al sindacato sono pochissimi: il 6,7 per cento del totale nel precariato globalmente inteso (compresi i cosiddetti collaboratori e i lavoratori in nero), poco di più tra quanti hanno un contratto a termine, dove la sindacalizzazione arriva al 13,8 per cento.
Decisamente più alti i livelli di adesione considerando i lavoratori stabili: fra quanti hanno un contratto a tempo indeterminato gli iscritti al sindacato sono il 32,1 per cento e nel settore pubblico arrivano al 43. E per quanto riguarda le fasce d’età? Largo agli anziani: oltre i 55 anni è iscritto il 51 per cento dei lavoratori, mentre tra i 25 e i 34 anni si scende al 13,9 per cento e sotto i 25 anni si crolla al 5,9 per cento d’iscrizioni.
“I sindacalizzati sono per lo più maschi, sopra i 50 anni e impiegati nella pubblica amministrazione” fa notare Marini. Nonostante la crisi di adesione, la maggioranza assoluta del campione (51,7 per cento) pensa che “se i sindacati non ci fossero, le cose in questo Paese andrebbero peggio”.
E il 57,5 per cento ritiene che il governo debba trovare l’accordo con imprenditori e sindacati per le riforme in tema di lavoro, previdenza e stato sociale. Come si spiegano questi risultati, apparentemente contraddittori? Spiega Marini: “Il sindacato non riesce a intercettare le nuove figure del mercato del lavoro, ma nell’immaginario collettivo degli occupati resta sostanzialmente inalterato il ruolo delle confederazioni nel nostro Paese”. Una contraddizione che fa il paio con il giudizio sull’azione del governo sui temi del lavoro: è ritenuta poco adeguata dal 51,4 per cento degli intervistati, per nulla adeguata dal 22,2 per cento.
I NUMERI
Alcuni risultati della ricerca condotta dalla Fondazione Nord Est: 26,2% gli iscritti al sindacato sui 1.009 intervistati. Dieci anni fa in un’analoga indagine gli iscritti erano risultati il 41,9%.
51,7% la quota di lavoratori secondo i quali i sindacati svolgono un ruolo positivo. 43,7% i lavoratori che valutano inutile l’azione di tutela del sindacato; erano al 26,3% nel 1998.

Italiani in fuga dai mutui. E a farli fuggire è la crisi.
Pagare la rata crea difficoltà serie all’ 84% degli italiani, tanto che per il 2009, un’ampia fetta del 64% esclude categoricamente di accendere nuovi mutui e solo l’8% si dichiara invece pronto a farlo. Ma già quest’anno la rinuncia a rate, prestiti e mutui è forte e ha riguardato il 50% degli intervistati. Lo rivela un sondaggio Confesercenti-Swg (qui il documento in Word), secondo il quale ogni mese in media esce dalle tasche delle famiglie 478 euro, ma per il 23% degli intervistati la spesa lievita tra 500 e 1.000 euro, mentre un altro 10% sborsa fra i 1.000 e i 2.000 euro.
Salato il tasso che emerge dal sondaggio: attorno al 7% quello medio, ma per un italiano su 4 sale fra l’8% e il 20%. Ma quante volte ricorrono gli italiani alle varie forme di prestito ? In media circa tre volte negli ultimi 3 anni, ma c’è anche un 7% che vi ha fatto ricorso più di 5 volte. Due le motivazioni principali: il 57% intendeva ridurre l’impatto del pagamento; un altro 41% non era in possesso dell’intera cifra.
La “regina” dei desideri per i quali si ricorre ai prestiti è la casa (ristrutturazioni o acquisto di prima o seconda casa). Subito dopo viene l’auto. A seguire si rateizzano più frequentemente le spese per elettrodomestici e mobili, computer e altri prodotti tecnologici. Ma c’è anche un 6% che si indebita per cerimonie e un 2% per regalare o regalarsi un gioiello.
Per far fronte al mutuo o al prestito, le famiglie riorganizzano i bilanci e per prima cosa tagliano le risorse per le vacanze (il 21%), quindi il tempo libero (20%). Ma è anche il guardaroba a rimetterci: notevole è infatti la rinuncia a comprare nuovi capi di abbigliamento o scarpe: lo fa il 17% degli intervistati. Infine, il 9% impugna le ‘forbicì e rifila tutte le voci del proprio bilancio.
Fino ad oggi i risparmiatori italiani intervistati ritengono di aver perso quasi il 17% in termini di rendimento dei propri investimenti fatti.
Ma la maggioranza delle “formiche” italiane ha suddiviso i suoi risparmi in conti correnti (22%), in fondi ( 17%), in Bot ed altri titoli di Stato (15%). Solo un 10% si è indirizzato verso le azioni, mentre un 2% ha riscoperto il materasso e tiene i soldi in casa.
Questo 2% è destinato a salire di un punto nei prossimi mesi che saranno dominati - stando alle risposte date al sondaggio - dalla preferenza dei risparmiatori verso i titoli di Stato. Poi vengono gli immobili e i conti correnti bancari. Solo un altro 2% si farà abbagliare dal colore dell’oro. Ma la prudenza degli investitori emerge anche da un’altra percentuale: quella di chi non modificherà i propri investimenti e che si aggira attorno all’11%.
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Il tenore di vita degli italiani continua a peggiorare. I due terzi delle famiglie dichiara uno stato di difficoltà, è aumentata la percentuale di coloro che hanno dovuto ricorrere all’indebitamento e netta è stata la frenata dei consumi. La conseguenza, secondo il sondaggio Acri - Ipsos (qui il documento in .pdf) per la Giornata mondiale del risparmio, è che diminuisce la capacità di accantonare parte del reddito anche se la propensione al risparmio resta alta. E infatti solo un italiano su tre riesce a risparmiare. Gli altri o consumano tutto quello che guadagnano o intaccano i vecchi risparmi (18%) o ricorrono ai prestiti (9%).
Presto per misurare la crisi
I dati del 2008, secondo l’Acri, non si discostano molto da quelli del 2007: il numero di quelli che riescono a risparmiare (34%, l’1% in piu’ rispetto all’anno scorso) e quello di coloro che hanno consumato tutto il reddito (38%, l’1% in meno rispetto a un anno fa) rimane grossomodo costante, come pure il numero di persone che consumano piu’ di quanto incassano (27%).
Chiediamo più prestiti ma li temiamo
Tra i cittadini che consumano più di quanto guadagnano c’è una riduzione di quelli che ricorrono ai risparmi accumulati (forse già usati in passato) e un incremento di chi ha dovuto ricorrere a prestiti (sono il 9%)). Dal 2001 sono triplicati gli italiani che sono ricorsi a prestiti, e dal 2004 sono più che raddoppiati. Nonostante questo, molti vivono il prestito con timore: per la maggior parte degli intervistati anche forme leggere di prestito, come il credito al consumo e le carte revolving, sono strumenti da “maneggiare con cura” perché potenzialmente pericolosi.
Insoddisfazione e pessimismo
La metà degli italiani (49%) non è soddisfatta della propria situazione economica e, più in
generale, vede nero sul futuro dell’economia. anche qui, poche novità rispetto all’anno scorso: “è come se gli italiani avessero già introiettata la percezione della crisi e le preoccupazioni degli ultimi giorni non stiano aggiungendo nuovi elementi di negatività”. La percentuale dei soddisfatti della propria situazione economica “rimane attestata al 51% -
aggiunge l’Acri - ma ciò non vuole dire che la crisi internazionale non abbia determinato effetti negativi”. Pensando al futuro, “rispetto alla propria situazione personale gli ottimisti (28%) prevalgono sui pessimisti (21%)”. C’è invece pessimismo sulla situazione economica dell’Italia (49% contro il
24% di ottimisti, ma nel 2007 la situazione era peggiore e il saldo negativo ammontava a 35 punti percentuali). Peraltro, spiega la ricerca, “la percezione dei problemi che sul fronte di questa crisi finanziaria stanno avendo gli altri paesi ha portato a un miglioramento dell’opinione riguardo alle regole e ai controlli presenti in Italia, anche se la maggioranza delle
persone rimane critica (il 56% contro il 69% del 2007)”.
Ci piacerebbe fare le formiche, ma…
Il 42% degli italiani non vive tranquillo senza risparmi, mentre il 45% vorrebbe risparmiare
ma senza eccessive rinunce. Solamente 1 italiano su 10 preferisce godersi la vita, piuttosto che mettere da parte risorse per il futuro. La preferenza per la liquidità rimane il tratto che
caratterizza gli Italiani: il 60% tiene o terrebbe i risparmi liquidi, mentre il 35% (un punto percentuale in più rispetto al 2007) li investe o li investirebbe. L’anno scorso i risparmiatori che manifestavano una preferenza per la liquidità erano il 64%: i 4 punti percentuali in meno di
quest’anno sono da assegnare - secondo l’Ipsos - a coloro che non sanno bene cosa fare in una situazione come l’attuale, con incertezze che hanno toccato anche i conti
correnti e con il rischio di inflazione (gli indecisi sono in totale il 5%).

NTV, Nuovo Trasporto Viaggiatori, il primo operatore privato italiano nel trasporto ferroviario di persone sulla rete ad Alta Velocità, apre da oggi sul suo sito internet un Blog dove si potranno postare commenti, suggerimenti e idee.
L’obiettivo è quello di lanciare un canale di comunicazione diretto e informale con i propri futuri viaggiatori su vari temi, che continuerà e si intensificherà nei prossimi mesi. Prima tappa di questo percorso è il lancio di un sondaggio per scegliere il nome del treno di NTV.
Da oggi fino al 2 novembre basterà infatti collegarsi al sito per indicare tre nomi, liberamente scelti in base a creatività e gusto personale. Tutti i nomi indicati saranno valutati da NTV e una selezione dei quattro più rappresentativi parteciperà alla seconda fase del sondaggio, che si svolgerà dal 10 al 16 novembre. In questa fase, i viaggiatori potranno votare il proprio nome preferito tra i quattro entrati nella ‘Top Four’.
Quello con il maggior numero di consensi diventerà ufficialmente il nome del treno che è già stato definito la Ferrari dei binari.

È la criminalità e non i rifiuti di Napoli, il maggior ostacolo allo sviluppo turistico del nostro Meridione. Almeno secondo un sondaggio di Confesercenti – Swg sul flusso turistico straniero in Italia. Solo due stranieri su dieci hanno trascorso nell’ultima estate le loro vacanze in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. Ancora pochi, per l’associazione di categoria, se si pensa al potenziale turistico che potrebbe arrivare in Italia. >La “munnezza” tornata sotto controllo per ora non fa più notizia: sporcizia e rifiuti, dopo le traversie passate da Napoli, preoccupa solo l’8% dei tedeschi, il 10% dei francesi, ed appena il 2% di britannici.
Mafia e camorra, invece, pesano sulle fortune del turismo meridionale: viene considerato un ostacolo per il 60% dei francesi e il 56% dei tedeschi mentre appaiono più indifferenti i britannici, solo il 28% lo valuta come motivo di dissuasione. Ma una buona notizia c’è: chi si avventura al Sud, secondo il sondaggio di Confesercenti, ne resta affascinato, circa il 90% degli intervistati, in linea con l’indice di gradimento nazionale del 95%. Dallo studio emerge che si spingono oltre la capitale solo il 29% dei turisti tedeschi, il 24% di quelli britannici, il 16% di quelli francesi. E per questi visitatori contano la bellezza delle spiagge e del patrimonio artistico delle città meridionali.In particolare i tedeschi preferiscono la Sicilia (41%), i britannici prediligono Napoli, le isole e la costiera ( il 36% contro il 28% che va in Sicilia), mentre i francesi si dividono equamente fra interesse per la Campania (28%) e per la Sicilia (27%). Più distaccate le altre mete, con tedeschi in maggioranza in Sardegna e Puglia (10%) rispetto a britannici (9% verso l’isola, 3% sulle spiagge pugliesi) e francesi (5% in Sardegna, 1% in Puglia). La città più amata da tutti, Napoli.
C’è quindi un bacino di circa il 70 - 80% di turisti stranieri che ancora manca all’appello, anche perché la pubblicizzazionde all’estero delle regioni meridionali è molto bassa se non addirittura assente. Ci si aggrappa ancora al buon passaparola tra i parenti e amici: il 23% dei tedeschi ha dichiarato di essere venuto in Italia su suggerimento di amici o familiari, così come il 21% dei sudditi di Sua Maestà e il 20% dei francesi.
E c’è la televisione, circa il 20% dei turisti stranieri si sono fatti un’idea dell’Italia guardando programmi o film. In ultimo, c’è internet: il nostro paese è risultato, infatti, tra i più cliccati in Europa, al quale accedono il 14% di tedeschi, il 15% di britannici, il 12% di francesi.
Per questo la Confesercenti ha lanciato “la proposta di una serie di campagne pubblicitarie per fare conoscere ed apprezzare il Sud all’estero. E’ indispensabile inoltre far partire un portale internet capace di attrarre le diverse fasce di turismo internazionale. Ma serve anche una nuova capacità progettuale di istituzioni, enti locali ed associazioni per realizzare una accoglienza del turismo straniero in grado di destagionalizzare gli arrivi e di prolungare quindi la stagione turistica di massa”. Le carte vincenti le sappiamo tutti: sole, arte e bellezze naturali. “Questo fascino richiama l’esigenza di destagionalizzare il turismo” dicono quelli di Confesercenti, “utilizzando le condizioni particolari della posizione climatica e la grande offerta sul piano culturale che non difettano certo alle regioni meridionali”.
E per avere più turisti, secondo la ricerca, il Sud dovrebbe essere promosso all’estero in modo migliore: circa l’11% di britannici, tedeschi e francesi dichiara di non avere informazioni utili a poterlo scegliere come meta di una vacanza. Considerevole anche la quota di chi dichiara di non essere interessato ad una visita: a quasi due europei su dieci una vacanza a Napoli o a Palermo non interessa affatto.
Gli italiani sono stakanovisti, non vogliono andare in pensione e, una volta raggiunta l’età per il ritiro, preferiscono continuare a lavorare piuttosto che stare a casa. Ma secondo il sociologo del lavoro Domenico De Masi, sociologo del lavoro, interpellato da Panorama.it, “Preferire il lavoro alla famiglia è una malattia. E stare dieci ore in ufficio non migliora la qualità del lavoro anzi a volte è peggio”.
L’immagine degli italiani sgobboni emerge questa volta da un sondaggio condotto da Kelly Services, azienda attiva nel campo delle risorse umane, su un campione di 115mila lavoratori in 33 Paesi, di cui 17 mila italiani. Secondo l’indagine, infatti, 5 italiani su 10 non hanno intenzione di andare in pensione prima dei 65 anni e, con il loro 50 per cento di stakanovisti, gli italiani sono i primi della classifica insieme agli Usa. Alla base della scelta, soprattutto motivi economici (solo l’11 per cento degli intervistati pensa che potra’ godere di un reddito da previdenza in grado di garantire una vecchiaia senza pensieri), ma anche la volonta’ di mantenersi attivi (per il 50 per cento degli intervistati). Per alcuni conta anche il senso di lealtà verso il proprio principale (18 per cento).
Analizzando i dati delle regioni italiane, i più preoccupati dal dopo pensione sono i valdostani, che nel 60 per cento dei casi credono di non disporre di sufficienti risparmi, seguiti dai sardi (56 per cento) e dai friulani (52 per cento). A dispetto dei luoghi comuni, inoltre, una larga maggioranza della popolazione attiva italiana è convinta che, una volta raggiunta l’età pensionabile, non smetterà completamente di lavorare. In molti dichiarano infatti la volontà di proseguire nella propria professione, ma con tipologie contrattuali diverse, come rapporti di lavoro part-time o in qualità di consulenti, e c’è anche chi pensa di reinventarsi un futuro lavorativo, magari come imprenditore.
“Il fatto di essere stakanovisti per motivi economici lo giustifico, ma lavorare perché non si è in grado di fare altro è una sorta di malattia: si sta in ufficio perché si odia la famiglia o magari si preferisce stare con il capo, sperando in un aumento che spesso non arriva”, ha spiegato a Panorama.it il professor De Masi. “In Italia è vero si lavora per più ore ed è colpa di una prassi che io definisco imbecille: rimanere in ufficio fino alle dieci di sera, una cosa che un manager americano o nordeuropeo non si sognerebbe mai di fare”.
Secondo il sociologo “l’impiegato italiano pensa che stare molte ore in ufficio, magari senza fare niente, sia meglio che starci meno ore, ma producendo più idee. È una prassi diffusa in tutti i paesi latini, come la Spagna e il Brasile, ma anche in paesi emergenti come la Cina, che hanno raggiunto lo sviluppo capitalistico più tardi”. Alla fine per De Masi lo stakanovismo è “controproducente anche per le imprese: distrugge la creatività dei dipendenti e fa aumentare i costi. Meglio avere impiegati che lavorano meno e meglio che sgobboni affaticati e annoiati”.