Se c’è un popolo cui si può togliere tutto, ma non la pasta, sono gli italiani. Eppure il costo del piatto più amato rischia paradossalmente di far stringere la cinghia al belpaese: gli italiani spenderanno solo per l’acquisto di pane, pasta e derivati dei cereali 3,4 miliardi in più nel 2008, per un valore di circa 140 euro per famiglia.
E’ quanto stima il rapporto Ref per Ancc-Coop, citato dalla Coldiretti, che ritiene “scandaloso” che il dimezzamento del prezzo del grano dall’inizio dell’anno non abbia portato alcun beneficio ai consumatori di pane e pasta. Ovvero: se il grano scende, perchè la pasta continua a salire? Non solo: per l’associazione degli agricoltori questo calo dei prezzi ha anche provocato una situazione drammatica nelle campagne dove non si riescono più a coprire i costi della coltivazione.
In occasione del ‘World Pasta Day’ la Coldiretti lancia l’allarme sul rischio dell’abbandono della coltivazione a partire dalle prossime semine con gravi conseguenze per maccheroni, fusilli e spaghetti. “La situazione” per l’associazione degli agricoltori “è drammatica con il grano tenero che è sceso sotto i 16 euro per quintale e quello duro sotto i 22 euro per quintale. Nel frattempo però si continua a registrare secondo l’Istat a settembre un record di aumenti della pasta (+24,9 per cento) che ha raggiunto valori medi di 1,6 euro al chilo, secondo il servizio Sms consumatori del Ministero delle Politiche Agricole. “I consumi medi in Italia” continua la Coldiretti “sono sui 28 chili a persona, tre volte superiori a quelli di uno statunitense, di un greco o di un francese”. Dalla fine del mese di marzo, quando le quotazioni al Chicago Board of Trade avevano raggiunto i 12,5 dollari per bushel, il prezzo del grano - precisa la Coldiretti - ha iniziato a crollare per raggiungere il valore minino di 5,2 dollari per bushel ad ottobre, con un calo del 60 per cento in sei mesi.
“Così come i governi mondiali stanno prendendo provvedimenti per limitare gli effetti della crisi finanziaria allo stesso modo, ci si deve rendere conto delle necessità di intervenire poiché” sostiene il Presidente della Coldiretti Sergio Marini ” le forte oscillazioni dei prezzi dei prodotti alimentari legati a fenomeni speculativi rendono ancora più drammatico il problema della fame”.
Per Marini l’emergenza alimentare “non si risolve con i prezzi bassi all’origine per gli agricoltori, perché di questi non beneficiano i consumatori e non consentono di coprire i costi di produzione” ma con una “maggiore stabilità per chiudere le porte alla speculazione e consentire una adeguata programmazione della produzione e una più equa distribuzione del valore nella filiera”.
Sempre più inarrivabile il vecchio e “caro” piatto di spaghetti. Continuano a salire i prezzi della pasta che, nei primi sei mesi dell’anno, hanno messo a segno un rincaro del 30,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Un aumento enorme certificato dal Tesoro nell’ultimo documento sui prezzi, che mostra un dato ancora più allarmante di quello dell’Istat che a luglio ha evidenziato un incremento annuo intorno al 25%. Dal Dipartimento di Via XX Settembre arriva anche la conferma dell’allarme per tutti i generi di prima necessità: il costo del pane cresce del 13,2% e il latte registra un +11,8.
Quello della pasta è un rincaro da record, il secondo maggior aumento registrato nel primo semestre dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2007. Solo il gasolio, che ha segnato un +31,9%, è riuscito a batterlo. Il piatto di spaghetti è aumentato molto di più anche del prezzo della benzina (+24,5%). Nei primi sei mesi - secondo i dati del Tesoro che esaminano l’indice dei prezzi del paniere delle famiglie e impiegati - mostrano un inflazione al 3,8%. Con una spinta che arriva dai prezzi dei prodotti liberalizzati. Sul fronte di quelli “controllati”, il Tesoro fotografa infatti un aumento del 2,8% mentre per i “liberalizzati” la corsa dei prezzi, in media è stata dell’8,1%.
Volano anche i pedaggi autostradali che sono lievitati del +7,7% e l’istruzione secondaria (+7,5%). Sono aumentati, anche a causa del caro carburanti, tutti i trasporti che hanno marcato un +9,2% per quelli urbani e un +6,2% per i traghetti. Seguono i treni (+6,4%). In netta flessione, invece, i medicinali controllati (-8,6%). Scendono per la prima volta in dieci anni gli alberghi: -0,8% contro il +1,6% del 2007 ed il 2,5% dell’anno prima. E i “servizi di deposito incasso e pagamento” (-0,8). Sostanzialmente fermi invece lo zucchero (+0,5%) ed i medicinali a prezzo libero (+0,7%).
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Non ne nascerà un polverone come quello istituzional-canoro sull’inno nazionale, ma lo scontro sul piatto preferito dagli italiani è scoppiato. A dare il là, la denuncia è dell’Aduc: mangiare i due classici spaghetti al pomodoro al ristorante è ormai diventato “un lusso, come gustare un piatto di alta cucina”.
Insomma l’associazione diritti utenti e consumatori segnala un aumento del 3500% del costo del piatto al ristorante rispetto alla preparazione in casa.
Immediata la replica della Federazione italiana esercenti pubblici e turistici (Fiepet) che non si d’accordo: “La stima è esagerata, comunque al ristorante si paga anche il servizio di somministrazione”.
Per l’Aduc quello che viene praticato nei ristoranti italiani è un vero e proprio “salasso”, che peraltro avrebbe già avuto come conseguenza un crollo della clientela nei ristoranti romani (-30% solo nel giugno scorso). “Un piatto di pasta da 100 grammi - spiega l’associazione - costa mediamente 0,25 euro, contro i 9 euro in media del ristorante”.
Un aumento del 3500%, definito dall’associazione “eccessivo”, e non giustificato dalle spese sostenute dai ristoratori. L’Aduc chiede quindi agli esercenti di abbassare i prezzi, “visto che da 15 anni il reddito reale medio non è cresciuto, mentre i menu nei ristoranti sono lievitati smisuratamente e furbescamente dall’entrata in vigore dell’euro. I ristoratori - conclude - devono adeguare i prezzi alla mutata realtà economica del Paese”.
L’allarme dell’Aduc non è condiviso da Tullio Galli, direttore della Fiepet che rappresenta 50 mila pubblici esercizi. “La stima dell’associazione è esagerata - ha osservato - perché probabilmente sono stati presi a riferimento locali di centri turistici rinomati. Bisogna inoltre considerare che sui costi dei menu incide, e non poco, il servizio di somministrazione legato a coperto, personale, cuochi, camerieri, ed utenze”.