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Un milione di social card: funzioneranno così

Spesa al mercato

Come funzionerà la social card per i cittadini meno abbienti che il ministero dell’Economia sta studiando? Sarà una carta acquisti con onere a carico dello Stato, l’onere sarà finanziato attraverso il gettito della cosiddetta Robin Hood tax a carico di petrolieri e banche. Il funzionamento della carta è stato illustrato dal ministero alle associazioni della distribuzione commerciale in un documento di 20 pagine. La carta avrà un valore di 400-550 euro all’anno e potrà essere distribuita a circa 1 milione di italiani, con priorità per gli anziani e le famiglie con bambini piccoli. La carta sarà prepagata e ricaricata direttamente dallo Stato, anonima e con incentivo all’utilizzo. Ogni due mesi le carte verranno verificate e dunque ricaricate o disattivate dalla pubblica amministrazione. Gli esercizi commerciali stipuleranno convenzioni con i ministeri e assicureranno uno sconto sugli acquisti effettuati con la carta.

Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti sta mettendo a punto una campagna istituzionale e ha preso spunto da programmi varati all’estero. Lo storico Food stamp program negli Stati Uniti aiuta quasi trenta milioni di americani con circa 100 dollari al mese per membro della famiglia. Il supporto all’infanzia della Georgia (Usa) finanzia i nuclei familiari utilizzando un fondo di 77 milioni di dollari per il 2008. Ma programmi di assistenza simili sono sviluppati da tempo anche in altre nazioni europee: il progetto del governo britannico per l’erogazione di aiuti alle famiglie a basso reddito, la carta prepagata olandese e la distribuzione di sussidi sociali in Polonia.

Aziende globali: se anche la Cina non conviene più

 Un' operaia cinese

Per costi salariali giudicati troppo alti, la multinazionale tedesca Adidas, numero due mondiale nella produzione di articoli sportivi, ha deciso di delocalizzare una parte della sue attività produttive dalla Cina verso altri paesi asiatici considerati più competitivi. Attratte da un mercato capace di proporre una manodopera locale con tariffe imbattibili, le imprese occidentali avevano fatto della Cina una terra di conquista per eccellenza. Purtroppo, nemmeno Pechino può sfuggire alle logiche spietate della globalizzazione contemporanea. In un’intervista rilasciata al settimanale Wirtschaftswoche, il presidente di Adidas, Herbert Hainer, ha giustificato la scelta del gruppo industriale tedesco “con i salari troppo alti fissati dal governo” cinese. La scelta di Hainer trova conferma in uno studio recente dell’Ufficio nazionale delle statistiche, secondo il quale i costi salariali nelle città cinesi sono aumentati in media di 18 punti percentuali nel primo semestre 2008. Il fatto che la crescita dei salari stia colpendo maggiormente il settore privato (+19,2%) che quello pubblico (+17%) ha probabilmente convinto Adidas di prendere in seria considerazione i paesi vicini del Sudest asiatico.

Dopo aver aperto una prima fabbrica in India, Haider ha annunciato che “il Laos, la Cambogia e il Vietnam” potrebbero accogliere nuovi centri produttivi. Il presidente di Adidas si è addirittura pronunciato sul rimpatrio di una parte della produzione “nei paesi dell’ex Unione societiva e in Europa dell’Est”. Se nei mercati asiatici, Adidas è attratta da manodopere ultra-low cost, nel caso europeo il marchio tedesco sembra essersi convinto che un riavvicinamento geografico delle attività produttive potrebbero compensare le perdite subite nel settore dei trasporti per via del caro-petrolio. Per Pechino la sostanza non cambia : a pochi giorni dall’inaugurazione delle sue Olimpiadi, la Cina rischia di lasciarsi sfuggire uno dei marchi più prestigiosi del pianeta sport. In termini di immagine, non è una bella notizia…

Care ferie: costano troppo e metà degli italiani le farà

Un Fiat 500 carica di bagagli

Per un italiano su due la vacanza resterà un miraggio. Anche a causa dei rincari-record di gasolio e benzina, trasporti aerei, marittimi, ferroviari, stabilimenti balneari e camping, registrati dall’inizio dell’estate. E gli aumenti dei prezzi si riflettono anche a tavola, con notevoli riduzioni per i consumi di pane (-5,5%) e pasta (-2,5%): nel primo trimestre dell’anno, in particolare, le quantità di prodotti alimentari acquistate dalle famiglie, secondo Ismea Ac Nielsen, sono diminuite dello 0,4%.
Lo afferma la Coldiretti in riferimento ai dati Istat relativi all’inflazione che nel mese di giugno ha raggiunto il massimo dal 1996. “Gli effetti del caro-petrolio sui bilanci familiari - precisa la Confederazione - hanno determinato una maggiore attenzione alle spese essenziali, che sono difficilmente comprimibili, come quelle alimentari a scapito degli altri beni e servizi, come hanno dimostra il bilancio altamente negativo denunciato da Federalberghi per la stagione turistica in corso e lo scarso successo dei saldi nel settore dell’abbigliamento”. Coldiretti osserva che nella difficile congiuntura economica “sta cambiando la priorità delle spese dei cittadini, che se potessero disporre di 100 euro in più nel 20 per cento dei casi li destinerebbero al cibo, nel 17% all’acquisto di vestiti, nel 14,5 per cento per cene, nel 13,5 per libri, dischi e riviste secondo una indagine Axis per la Fipe”.
E anche a tavola l’aumento dei costi di trasporto dovuto ai record fatti segnare dalla benzina - sottolinea Coldiretti - “fa lievitare il consumo di prodotti locali e di stagione che due italiani su tre dichiarano di acquistare con regolarità, secondo lo studio Coldiretti - Swg ‘L’opinione degli italiani sull’alimentazioné, dal quale emerge che con il risparmio gli italiani riscoprono il legame con il proprio territorio e si rifugiano negli alimenti prodotti nella zona in cui vivono. Una esigenza dettata dal fatto - conclude la confederazione - che i costi del trasporto incidono per quasi un terzo del prezzo di vendita dei prodotti che nel nostro Paese viaggiano per l’86% su strada”.

Pane e pasta: i prezzi s’impennano e la spesa si fa pesante

L'inflazione, comunica l'Istat, a settembre è aumentata leggermente rispetto al mese precedente, passando da +1,6% a +1,7%. Ma il prezzo dei prodotti alimentari registrano forti rincari, primo fra tutti il pane che in un anno è aumentato del 7,5%.
La stangata sui prezzi degli alimentari ha spinto l’inflazione all’1,7% dall’1,6% di agosto. Mentre su base mensile il carovita è rimasto invariato. L’Istat conferma i dati preliminari di settembre nel giorno in cui l’Antitrust annuncia l’apertura di un fascicolo sui panificatori di Roma e provincia per accertare l’esistenza di un cartello “che potrebbe aver causato aumenti indifferenziati”.
Secondo le stime dei consumatori, il prezzo medio del pane è schizzato da 2,08 a 2,49 euro al chilo. Ma intanto esplode anche il caro-scuola. Con aumenti record per le rette di iscrizione alla primaria (+4,6%), alla secondaria (+4,9%) e all’università (+4%). E rincari pesanti in cartoleria: quaderni, penne, matite, astucci (+3,8%). Stessa sorte per i libri di testo (+2,1%).
Sotto la spinta di pane (+7,5%) e pasta (+4,5%) tutto il comparto degli alimentari ha preso a correre (+2,9% rispetto al +2,4% di agosto). A questo proposito la Coldiretti avverte che ai rincari ha fatto seguito un calo-record dei consumi (rispettivamente -7,4% e -4,5%).
Sotto pressione anche i prezzi di carne (+2,8%), latte (+3,2%) e frutta (+5,6%). Seguiti da una raffica di rincari: (riso (+3,4%), pollo (+6%), uova (+3,8%) e caffé (+3,2%). Risultato: la spesa tipo per una famiglia di quattro persone schizza di 24 euro al mese. E le associazioni dei consumatori rilanciano l’allarme. “È urgente che si concluda positivamente il tavolo di confronto con il governo poiché le ricadute di tali aumenti per ogni famiglia potrebbero essere, se non bloccati, di circa 400 euro in più all’anno”, denunciano Adoc, Adusbef, Federconsumatori e Codacons.
Ma il ministro delle Politiche Agricole Paolo De Castro minimizza. “Nonostante l’incremento eccezionale dei prezzi agricoli internazionali di questi mesi, l’indice generale dei prezzi è rimasto invariato. Per ora è stato quindi scongiurato il temuto caro spesa per gli italiani”. Ma Per quanto riguarda l’energia, l’Istat registra un aumento della benzina (+0,8%) ed un calo del gasolio (-0,5%) rispetto a settembre del 2006.
E per le tariffe si preannuncia un autunno particolarmente caldo: l’impennata del prezzo del petrolio, che l’altro ieri ha raggiunto il picco di 85,19 dollari al barile a New York, minaccia nuovi rincari. Se la tendenza si confermerà fino a dicembre, nel prossimo aggiornamento trimestrale (gennaio-marzo 2008) si registrà un aumento del costo del metano del 2,6% a 69,55 centesimi.

Il VIDEO servizio:

Fortunati e furbi: così l’italiano vede i ricchi


di Raffaella Galvani
Sono 1,8 milioni gli italiani che si dichiarano ricchissimi: non solo con un buon reddito e la casa, ma con “tantissimi soldi e tante proprietà”, per un valore complessivo da 500 mila euro in su. Lo indica un sondaggio condotto fra il 6 e il 7 settembre 2007 tramite 1.002 interviste telefoniche dalla Astra Ricerche su un campione rappresentativo di 48,7 milioni di persone (metodo Cati). Un outing sorprendente, visto che al fisco (dichiarazioni dei redditi 2005) risulta che solo 55 mila contribuenti in Italia, su un totale di 40,5 milioni, abbiano un reddito annuo superiore a 200 mila euro.
“Che quasi 2 milioni di persone si siano autodichiarate davvero ricche è eclatante, ma lo è ancora di più il fatto che i ricchi vengano sentiti come persone molto negative, anche se poi gli aspiranti Paperoni dichiarati sono 7,1 milioni, e coloro che mostrano un forte interesse per la ricchezza arrivano a 12,1 milioni” commenta Enrico Finzi, sociologo e presidente della Astra. Dati comunque molto inferiori, in proporzione, a quelli riscontrabili nella società americana, dove la spinta all’arricchimento è forte e vissuta positivamente.
Come, secondo gli italiani, i ricchi hanno fatto i soldi
In Italia, invece, “i ricchi hanno una pessima immagine”. Che sia a causa della cultura cattolica lontana dalla tradizione calvinista, o piuttosto conseguenza delle gesta di personaggi come i furbetti del quartierino modello Fiorani, gli italiani non pensano che sia possibile arricchirsi partendo da zero e contando sulle proprie capacità, ma soprattutto conservando le mani pulite. Interpellati su come i ricchi sono diventati tali, gli intervistati mettono ai primi posti la fortuna, ottimi consulenti e l’evasione fiscale, mentre piazzano al settimo il duro lavoro (53,2 per cento) e al dodicesimo e ultimo (33,7 per cento) il modello del self-made man partito da zero.
Insomma, i ricchi in Italia forse non piangono ma certo non piacciono. “Uno dei segni di crisi di questo Paese è la caduta di immagine della classe dirigente” sostiene Finzi. E poco importa che nella classifica del quindicinale economico Forbes, che di recente ha pubblicato l’elenco degli uomini più ricchi del pianeta (in testa Bill Gates della Microsoft), tra gli italiani ci siano imprenditori come Silvio Berlusconi, Leonardo Del Vecchio (Luxottica) e Michele Ferrero. “L’opinione pubblica conosce i casi negativi che finiscono in cronaca e spesso ignora le persone che hanno costruito le loro fortune con anni di lavoro e non attraverso speculazioni” precisa Finzi. Di certo solo il 26 per cento apprezza chi ha alti redditi e grandi patrimoni (soprattutto immobiliari), che per il 76 per cento collega a privilegio, immoralità, evasione e criminalità.
Quali, secondo gli italiani, i vantaggi dell'essere ricco
Insomma, dalla ricerca, commissionata dalla Alfio Badolla training company, emerge secondo i ricercatori della Astra un paese condizionato nel suo approccio alla ricchezza da una visione moralistica e preoccupato per il futuro in chiave di sicurezza più che di sviluppo. Basti pensare che circa il 75 per cento degli italiani, se diventasse davvero ricco (tabella), utilizzerebbe i soldi per avere una vecchiaia serena o realizzare sogni nel cassetto (72 per cento circa), mentre solo il 44 avvierebbe una nuova attività.
Né è da sottovalutare la sfiducia che si coglie nelle risposte sulle conseguenze negative del diventare ricchi. Al primo posto, con un 54,3 per cento, gli italiani indicano il timore di essere derubati o imbrogliati: un fatto che dovrebbe far riflettere le istituzioni finanziarie, e che non è certo estraneo alle vicissitudini di migliaia di piccoli risparmiatori che hanno visto i loro soldi bruciarsi sull’affaire dei bond argentini piuttosto che dei crac Cirio e Parmalat.
Quali, secondo gli italiani, gli svantaggi dell'essere ricco
I ricchi restano una minoranza concentrata in particolare tra i 45-55enni, mentre l’80 per cento degli italiani, in particolare i salariati, i pensionati e coloro che hanno la licenza media o elementare o nessun titolo di studio, con la ricchezza dichiara di non aver nulla a che fare. La sorpresa? Sostengono di non aver alcuna voglia di arricchirsi molto, stimolo avvertito solo da un italiano su sette, con punte tra gli under 35 single, i diplomati, il ceto medio impiegatizio e autonomo.
È a loro forse che pensa di trasmettere il suo credo Alfio Bardolla, 35 anni, originario di Chiavenna ma americano di formazione. Bardolla, che ha scritto anche un libro pubblicato dalla Sperling & Kupfer, I soldi fanno la felicità, con la sua scuola propone dei corsi per raggiungere il “wellness finanziario”. Cioè la possibilità di mantenere il proprio tenore di vita prescindendo dallo stipendio.
“Gli italiani” sostiene Bardolla “mancano di competenze tecniche ma soprattutto di attitudine mentale: passano la vita puntando sul lavoro e mettono i loro risparmi nella casa, mentre dovrebbero dedicare parte del loro tempo alla gestione attiva e creativa dei loro risparmi”. Basterà per arricchirsi? I dubbi restano. Ma Bardolla si dice pronto a rimborsare chi non ce la fa.

Alla ricerca degli enti inutili. Mezzo secolo per liquidarli, 110 sono ancora lì

Un quartiere di Roma
Sarebbero dovuti scomparire quaranta anni fa e invece all’appello se ne contano ancora 110. Come l’erba cattiva che non muore mai, anche i cosiddetti enti inutili riescono a sopravvivere di governo in governo e, tra un vuoto normativo e una sovrapposizione di leggi, continuano a pesare sulle casse pubbliche. Ben attenti a non dare nell’occhio: non compaiono sui giornali, si nascondono tra le pagine del bilancio dello Stato, impossibili da scovare. Di loro nessuna traccia in rete: non hanno un sito, ma solo richiami nelle delibere o nei decreti di comuni, regioni e province.
È il caso della Gescal, l’istituto gestione delle case per lavoratori, che negli anni ‘60 hanno affollato interi rioni di città e paesi. La ricerca su Internet porta direttamente al sito dell’Ance, l’associazione costruttori, ma qui si perdono le tracce. Potrebbe sembrare che Gescal sia stato assorbito dall’Ance, ma per la Corte dei Conti l’istituto esiste e figura proprio tra quei 110 “immortali” che alla fine del 2006 erano ancora operativi mentre le procedure di liquidazione si sarebbero dovute chiedere da tempo. La Gescal è in buona compagnia.
La lista dei sopravvissuti comprende, tra gli altri, l’Enaoli nato nel 1941 come ente di assistenza per gli orfani. Una missione di tutto rispetto ma per la legge sarebbe dovuto scomparire nel 1977 visto che l’assistenza in questo settore si svolge oggi attraverso altre forme.
Stesso discorso per l’Onmi, l’organizzazione voluta e fondata dal Fascio nel 1926 per la protezione della maternità e dell’infanzia come continuazione dell’istituto di igiene fondato da Ettore Levi, e per l’Inam, la cui attività di assicurazione contro le malattie, è stata assorbita dall’Inps. E come dimenticarsi l’Enalc, l’ente di diritto pubblico di addestramento dei lavoratori del commercio, che ha smesso da tempo di formare parrucchieri, dattilografi e venditori di articoli tecnici ma continua a pesare sul Ministero del Lavoro.
La situazione è tornata nel mirino della Corte dei Conti, secondo cui le cause di questa situazione sono da ricercare nelle incertezze normative, con un susseguirsi di leggi che hanno continuamente modificato le modalità di individuazione e gestione degli enti da liquidare, con deleghe non esercitate (l’ultima è scaduta il 30 giugno scorso e riguardava la razionalizzazione della pubblica amministrazione e l’individuazione di enti e strutture pubbliche da porre in liquidazione), e nella mancanza di semplificazioni procedurali. Infatti c’è da dire che una “liquidazione” si può chiudere solo dopo che è stata risolta anche la più piccola questione o vertenza: posizioni previdenziali, questioni di inquadramento del personale o vicende immobiliari.
A fine anno era ancora in piedi un contenzioso di circa 20 mila pratiche di ogni genere. E con i tempi della giustizia italiana, c’è da scommettere che sentiremo parlare ancora per molto di questi enti.

Il VIDEO servizio:

Italiani più poveri? Si bevono tutto all’happy hour

Italiani affascinati dalla moda dell'Happy Hour
Gli italiani saranno pure più poveri, almeno secondo l’Istat, ma quando si tratta di andare al ristorante non badano a spese.
Il circuito dei consumi fuori casa ha conosciuto un’inattesa ripresa e lo scorso anno ha messo a segno un incremento del 6,1% del fatturato.
Secondo quanto emerge da un’analisi del Consorzio Distributori Alimentari che rappresenta il 10% del mercato italiano, i comparti merceologici che hanno ottenuto i risultati più incoraggianti sono stati quelli degli energy drink, con un +25,2%, degli aperitivi alcolici (+ 23,7%), sostenuti dalla dilagante moda degli “happy hour”, e dei vini doc (+ 13,82%).


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rossi-spalla Viviana Da Busti
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