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Calcio e business: il pallone di domani nasce sui debiti di oggi

L'attacante argentino del Barcellona Lionel Messi

La più grande soddisfazione per un tifoso è la vittoria della propria squadra del cuore. Se poi si vince allo stadio Olimpico di Roma, al termine della partita più importante della stagione, la finale di Champions league, la soddisfazione per chi ha vinto, il Barcellona, è doppia. Anzi, tripla. Perchè nel momento in cui Carlos Pujol, capitano dei blaugrana, alzava al cielo la “Coppa dalle grandi orecchie”, c’era chi tra i dirigenti spagnoli si faceva due conti in tasca.

40 milioni di euro guadagnati per il Barcellona
Almeno 40 milioni di euro guadagnati, tra diritti televisivi e premi dell’Uefa per essere arrivati fino in fondo. Senza contare che un successo di tal genere di solito rivaluta il parco giocatori di almeno il venti per cento e fa impennare i diritti televisivi internazionali per acquisire future partite. In attesa di esporre la coppa nel museo del club, situato all’ingresso del proprio stadio Camp Nou e che nel 2008 ha avuto oltre un milione e mezzo di visitatori.

Il VIDEO con gli highlights della finale di Champion’s League

Il VIDEO con la premiazione e la consegna della coppa al capitano del Barcellona

Squadre ricche, nuovi sponsor (a Manchester sia su sponda United che su quello del City arriveranno soldi freschi per quasi 150 milioni di euro), ingaggi dei calciatori che anziché ridursi, sembrano subire un rialzo in questa campagna trasferimenti estiva. Ma è tutto oro quello che luccica? Non proprio come conferma un’inchiesta pubblicata da Panorama.

Le società sono fortemente indebitate e all’estero anche i ricchi piangono.
A differenza dell’Italia, hanno stadi di proprietà, centri commerciali e un ricco commercio di gadget, ma la crisi ha colpito valori immobiliari (soprattutto in Spagna) e sponsor. Il crollo delle borse ha dato il colpo di grazia ai capitali dei magnati russi, arabi e americani. In Italia molte società sono in affanno, ma nonostante tutto la nostra serie A si è confermata al secondo posto nella classifica dei ricavi fra i massimi campionati di calcio in Europa.

Calcio italiano secondo per ricchezza in Europa
Secondo le stime di StageUp Sport&Leisure Business, il campionato italiano ha raccolto 1.430 milioni euro, mille milioni in meno della Premier league inglese sempre saldamente in testa alla classifica con i suoi 2.430 milioni euro di ricavi. Al terzo posto si conferma la Bundesliga: il campionato tedesco toccherà i 1.420 milioni, precedendo la Liga spagnola a quota 1.350 e la Ligue 1 francese a 1.040. In attesa della stagione 2010/2011, che potrà portare a un incremento importante dei ricavi, la serie A si trova a contrastare l’assalto della Bundesliga.
Il campionato tedesco, capace di attirare la maggior quantità di risorse economiche dallo sponsor principale (oltre 6,9 milioni di euro di media per club) e il maggior numero di spettatori negli stadi fra i campionati di tutta Europa (quasi 40 mila in media nella stagione 2007/2008), avrà la possibilità di sorpassare la serie A.

Grandi sponsor nonostante la crisi
Un altro segnale di (relativa) stabilità per il calcio italiano è dato dal fatto che i ricavi da partnership di maglia del massimo campionato di calcio italiano, nell’attuale stagione, non hanno subito effetti negativi dovuti alla crisi economica. Secondo Stage Up, infatti, le 20 società della serie A hanno raccolto da sponsor di maglia e tecnici, poco più di 141 milioni di euro, l’1,6 per cento in più rispetto al 2007/2008.
Fra le ragioni più rilevanti si distingue la prolungata durata degli accordi: le sponsorizzazioni principali hanno una vita media oltre i due anni con picchi a tre, se non quattro anni, per i contratti più ricchi. Le sponsorizzazioni tecniche hanno una durata media di cinque anni con rapporti anche ultradecennali. La stagione 2008/2009, nonostante la crisi economica globale, ha portato diverse novità fra gli sponsor principali. Crescono in particolare gli investimenti di aziende estere provenienti dai settori “giochi e scommesse” ed “Automotive”. Del primo comparto fa parte Betshop, nuovo sponsor di maglia del Palermo. La società londinese di scommesse ha affiancato altre aziende del settore già presenti come Bwin, partner del Milan, ed Eurobet, partner del Genoa. Nonostante il calo generalizzato degli investimenti in comunicazione del settore auto, la serie A mantiene il proprio appeal con due nuovi ingressi per questo comparto: quelli della francese Renault Trucks per il Torino e della rumena Dacia per l’Udinese che hanno sostituito due aziende italiane, rispettivamente la compagnia di assicurazioni torinese Reale Mutua, attuale co-sponsor granata, ed il marchio di abbigliamento modenese Gaudì.

Domani stadi di terza generazione
“I diritti media e le sponsorizzazioni per loro natura hanno un comportamento anticiclico. Si tratta di scelte strategiche e di lungo periodo”, sostiene Giovanni Palazzi, ad di Stage Up. “Le fonti di ricavo più aggredibili sono quelle da stadio. Se la crisi finanziaria dovesse protrarsi nel lungo periodo, fra 3 e 5 anni, gli incassi da botteghino potrebbero soffrirne. Investimenti su stadi di terza generazione potrebbero essere utili al fine di aumentare la competitività verso altre forme di spettacolo e diversificare i ricavi”.
Nuovi stadi, ma anche la rimodulazione dei diritti televisivi che dal 2010 saranno venduti collettivamente e dai quali i club sperano di incassare almeno un miliardo di euro a stagione.
Una partita da sei miliardi di euro, come spiega Panorama Economy in una sua inchiesta. Il più grande accordo in termini di ammontare complessivo per un singolo contratto mai siglato nella storia del calcio italiano. Una boccata di ossigeno per i bilanci.
E per tornare a investire (e magari vincere) in Europa.

I debiti del calcio in Europa

Formula zero business: niente accordo con Mosley. La Ferrari ricorre in tribunale

ferraribox

“Un Gran premio a Roma senza la Ferrari sarebbe un disastro, anche dal punto di vista economico”. Le parole pronunciate da Gianni Alemanno, sindaco di Roma, durante la presentazione del progetto di fattibilità per una gara nella capitale dal 2012, rischiano di diventare realtà. Le parti in causa si erano date appuntamento all’aeroporto di Heatrow, a Londra, per cercare di trovare una mediazione in extremis. Ma tutto è rimasto congelato. Così, la Ferrari ha deciso di fare causa in Francia alla Federazione internazionale dell’automobile (Fia) per evitare che modifichi il regolamento per il prossimo campionato fissando un tetto al budget delle scuderie.

Il presidente della Fia Max Mosley ha detto che non ci saranno compromessi sulla nuova controversa regolamentazione. Il termine ultimo per presentare la domanda d’iscrizione al Mondiale del 2010 è stata fissata al 29 maggio: i team che volontariamente aderiranno al cap di 60 milioni di euro sul budget avranno come contropartita maggiore libertà tecnica. La Fota, l’associazione dei team di formula uno, ritiene questa proposta irricevibile e insiste perché si introduca una gestione più collegiale della F1 e del criterio di formazione del regolamento sportivo e tecnico.

Ecco allora la decisione della Ferrari per ribadire che esite un “diritto di veto contro la Federazione”, come sottolinea Stefano Domenicali, direttore della gestione sportiva di Maranello, interpellato da Panorama.it. Si comincia martedì prossimo, a Parigi, con la prima udienza. Nessuno, nè Domenicali, nè Luca Colajanni, capo ufficio stampa del Cavallino, preferiscono sbilanciarsi sull’esito del ricorso. C’è la consapevolezza, però, che un mondiale senza la Ferrari, in termini di visibilità e sponsor, non sarebbe la stessa cosa. Anche se c’è crisi, la Ferrari è capace ancora di attrarre sponsor e investimenti: prova nè è che già prima della nuova stagione marchi come Tata, il grupo indiano produttore di utilitarie, e il Banco di Santander abbiano voluto legarsi alla “Rossa”.

Tutti d’accordo gli altri team: questo regolamento, così com’è, non va bene. Toyota, Red Bull e Toro Rosso sono state le prime a schierarsi al fianco della Ferrari. Come Flavio Briatore e la sua Renault. “Tutti noi vogliamo avere un costo di gestione molto inferiore a quello attuale. Potrebbe essere inferiore ai 40 milioni, però deve arrivare in base a regolamenti e non in base a un esercizio finanziario. Non vorremmo trovare una situazione in cui i direttori finanziari possano determinare un campionato del mondo”. E ha aggiunto: “Dobbiamo arrivare anche a meno di quello che il presidente ha proposto, però gradualmente dal 2009 attuale al 2012″. Questo, ha continuato, “svaluterebbe completamente il marchio, svaluterebbe completamente chi ha investito per anni in Formula 1 e noi siamo disposti, se mancassero delle auto, ad avere una terza macchina. Noi della Renault diamo lavoro a 700-800 persone, per cui quando si parla di budget esagerati, bisogna considerare che il 60 è rappresentato dagli stipendi”.

Nonostante la crisi abbia costretto già una riduzione dei costi in Formula uno e si siano verificati l’abbandono prima della Super Aguri poi della Honda, (salvata da Ross Brawn e attuale leader del mondiale con le quattro vittorie di Jenson Button), i soldi restano al centro dei movimenti del Circus. Stage Up - Sport &Leisure Business stima che il valore dei diritti commerciali sia di 550 milioni di euro; di questi, il 50 per cento finisce nelle casse di Ecclestone, il rimanente viene diviso fra le scuderie. Inoltre una recente ricerca ha calcolato che i 17 Gran premi producono un fatturato medio di 229 milioni di dollari per evento quasi 10 volte le partite del football americano della National football league che generano 24 milioni di dollari per partita. Nessuno vuole cedere. La Ferrari, ancora a secco in pista, cerca una vittoria in tribunale. E la Formula Uno attende di conoscere il suo futuro.

Non solo banche, la crisi placca anche lo sport a Stelle e Strisce

Football americano

Sempre più giù le quotazioni delle squadre italiane alla borsa di Milano. E il vice presidente del Milan, Adriano Galliani, commenta: “Sono preoccupato per sponsorizzazioni e abbonamenti alla pay tv. Ma se il mondo si impoverisce le ricadute sono per tutti e il mondo del calcio non è più colpito di altri”.

Ma se l’Italia non ride, negli Stati Uniti, patria dello sport business, si piange. Tagli del personale nella Nba di basket, l’hockey sul ghiaccio insidiato dalla nuova e ricchissima lega russa, spettatori in calo negli stadi della Major league di baseball e gravi minacce sui ricavi, storicamente faraonici, che il football macina annualmente nella sua corsa verso il Super Bowl, in programma a gennaio 2009.
Dopo decenni di ascesa costante, l’oasi felice degli sport professionistici statunitensi inizia a risentire dei terremoti che fanno tremare le fondamenta dell’economia americana. Nell’anno che ha fatto registrare, per la prima volta, l’addio di una star dell’Nba per il basket europeo (Josh Childress passato dagli Atlanta Hawks all’Olympiakos Pireo con la complicità dello strapotere dell’euro sul dollaro), il commissioner del campionato americano, David Stern, ha fatto sapere che la lega intende tagliare 50 degli 800 impiegati sparsi sul territorio statunitense. Una fetta pari al sei per cento, a cui va aggiunta la chiusura della sede di Los Angeles. “Continuiamo ad ottenere i ricavi stabiliti, ma sappiamo che nei prossimi due anni i nostri obiettivi dovranno subire una enorme pressione, vista la situazione di flessione economica”, ha spiegato Stern dal quartier generale di New York.
La fame di sport sale e continuerà a farlo, ma gli appassionati sono sempre più costretti a un difficile equilibrismo tra il prezzo dei biglietti e quello dei parcheggi allo stadio, oppure tra il costo sempre maggiore della benzina e quello dell’offerta, sempre più variegata e frammentata, dello sport in televisione.
La cartina di tornasole è il baseball, che in questa stagione - iniziata nel pieno dell’euforia per il superamento dei 6 miliardi di dollari alla voce entrate nel 2007 - auspicava il record di spettatori negli stadi. Il commissioner della Mlb aveva predetto oltre 80 milioni di biglietti venduti, ma a metà di questa regular season 2008 il dato parziale era inferiore a quello registrato al giro di boa del campionato precedente. Nella National football league, che da cinque anni ritocca continuamente il record di tifosi negli stadi, il problema più spinoso è invece quello dei salari dei giocatori.
I proprietari delle 32 società hanno espresso timori per il monte ingaggi complessivo della lega, pari a 4 miliardi e mezzo di dollari, un totale che sfiora il 60 per cento degli incassi complessivi della Nfl, il marchio sportivo più ricco del pianeta. Non è tutto, perché le difficoltà del mercato dell’automobile secondo molti porteranno ad una drastica diminuzione delle sponsorizzazioni di marchi come Ford o Chevrolet. “Lo sport rappresenta uno svago, ma tutti avranno meno soldi in tasca” spiega Michael Spence, premio Nobel per l’economia nel 2001. “Al momento, sono tredici gli stadi e le arene che hanno come sponsor istituti finanziari e assicurazioni, ma non sembrano ancora avere problemi. Le conseguenze maggiori si avranno per i finanziamenti per i nuovi impianti e sarà interessante capire cosa succederà alle aziende fortemente legate allo sport, come ad esempio Nike e Adidas”.
“La crisi? Chissenefrega!” C’è chi, incurante della situazione mondiale non riesce ad essere pessimista. Facile quando ti chiami Mark Cuban, proprietario dei Dallas Mavericks (Nba) e hai fatto fortuna quando qualche anno fa sei riuscito a vendere “broadcast.com” a Yahoo per 5,9 miliardi di dollari. Cuban, celebre per le sue intemperanze a bordo campo che gli sono valse, solo nel 2007, multe per quasi mezzo milione di dollari (”bazzecole” come lui stesso le ha definite), adesso guarda al baseball e ha dichiarato di voler acquistare i Chicago Cubes.
Minori liquidità per le grandi aziende vuol dire spendere meno per il superfluo. Compresi i cosiddetti “luxury box”, i piccoli salotti, costruiti con tutti i confort del caso dalle società sportive professionistiche per permettere alle aziende di tenere riunioni di lavoro dentro arene e stadi. Per cifre che si aggirano intorno ai 10-15 mila dollari a partita. A Detroit, per esempio, dove la crisi dell’industria automobilistica accentua il momento difficile, i Tigers (baseball) e i Red Wings (hockey) hanno già registrato considerevoli cali nella domanda. Ma il New York Times assicura che nella “Grande Mela” la crisi non esiste. Anzi sono previsti, fino al 2010, 250 luxury box in più nei nuovi impianti che si stanno costruendo in città.

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La crisi globale fa paura anche al mondo dello sport

Il pallone? Si è rotto
“Il calcio italiano sta attraversando un momento difficile, ma nell’immediato stiamo assistendo ad un allarmismo eccessivo perché i contratti di sponsorizzazione stipulati sono quasi tutti pluriennali e non si può rescindere da un giorno all’altro, a meno che le società non dichiarino fallimento”. Lo sottolinea a Panorama.it, Giovanni Palazzi, presidente di Stage Up sport & leisure business, la prima società italiana di consulenza in business dello sport. Che aggiunge: “Chiaro che un rallentamento si avrà se gli effetti della crisi saranno a lunga scadenza, ma sono certo che il sistema di banche in Italia sia garantito, anche per il mondo dello sport”.
Che succederà dunque alle squadre italiane? Ieri la Roma ha dovuto affrontare una giornata molto pesante in borsa a seguito dei “rumors”, poi smentiti in un comunicato congiunto della società e di Italpetroli, secondo cui Unicredit avrebbe negato alla stessa società della famiglia Sensi che controlla il club giallorosso e che è esposta per 365 milioni con l’istituto bancario, una deroga al pagamento entro il 31 dicembre della prima tranche del debito, da 130 milioni di euro, prevista dal piano di rientro concordato la scorsa estate.

Secondo La Gazzetta dello Sport, il finanziere egiziano, di origine libica, Roger Tamraz, è l’uomo che intende comprare la Italpetroli. Interpellata da Panorama.it, la società giallorosa dice che la situazione è “sotto controllo e che non sono in corso trattative per la cessione della società”. Lo dice, di fatto, anche il comunicato stampa ufficiale. Ma sussurri raccontano una verità univoca: la trattativa va avanti spedita. Il magnate del petrolio, fondatore della Tamoil, ha già avuto due incontri per la Italpetroli, l’ultimo a metà della scorsa settimana con tutte le sorelle Sensi. In attesa di offerte ufficiali, l’unica cosa certa è che per arrivare a quota 130 milioni nei prossimi tre mesi potrebbe non essere sufficiente liberarsi di tutte le attività di Italpetroli. Sono già in vendita i terreni di Torrevecchia il cui valore si attesta intorno ai 100 milioni. Ma l’edificabilità di quegli spazi, condizionata alla costruzione della cittadella dello sport, potrebbe arrivare solo a fine anno. Fino ad allora i potenziali acquirenti temporeggeranno. Anzi, l’advisor Banca Finnat teme che in questa situazione i candidati all’acquisto, come il gruppo Caltagirone (creditore nei confronti della Roma in qualità di socio Mps che detiene la Antonveneta con cui la Roma è esposta per 50 milioni), rallentino i tempi per abbassare il prezzo.
Lo stato di salute della banca guidata da Alessandro Profumo viene però seguito con attenzione anche dal lato biancazzurro della Capitale. Colpa di 13,6 milioni di fidejussioni rilasciate per conto della Lazio Events di Claudio Lotito da Unicredit in favore della Figc per l’iscrizione al campionato della Lazio. In Borsa, il titolo della Lazio negli ultimi tre mesi è rimasto stabile intorno a 0,35 euro per azione, ma dal 29 settembre, quando era arrivata a 0,50, ha subito una forte caduta, ritornando a 0,37 euro.

Stessa sorte per il titolo della Juventus in forte calo da gennaio, quando era a 1,4 euro, mentre oggi ogni azione vale 0,7695 (in rialzo dopo una settimana di forti ribassi). La crisi potrebbe colpire anche la Fiorentina: le quotazioni della Tod’s, l’azienda di famiglia dei Della Valle, hanno perso quasi la metà del valore, scivolando dai 64 euro di inizio anno ai 32,09 di oggi pomeriggio. “La Borsa sconta in anticipo la previsione di minori utili, ma il patrimonio dei Della valle e solido e non credo avranno particolari ripercussioni”, spiega Palazzi. Tifosi tranquilli che Mutu e compagni resteranno in maglia viola? L’esperto non si sbilancia. Altro esempio, la Erg di Garrone, patron della Sampdoria. Anche in questo caso, malgrado i prezzi del petrolio restino alti, il titolo è sceso da 16,9 euro a 10,03 euro in un anno. I conti del primo semestre però vanno bene: 56 milioni di utile al 30 giugno, contro i 40 dei primi sei mesi dello scorso anno.
Il presidente del Torino, Urbano Cairo, qualche grattacapo in più ce l’ha. Il titolo della sua Cairo Communication ha perso il 50 per cento nell’ultimo anno, ma in questo caso si sono ristretti anche gli utili, scesi a 4,6 milioni dai 7,2 dello scorso anno.

E la serie B non sta meglio. Ieri l’assemblea di Lega calcio ha deliberato che i club di seconda serie riceveranno una “mutualità” di 65 milioni di euro dalla serie A, molto meno rispetto ai 90 milioni richiesti. “Questo costringerà molte società a rivedere i propri costi e per qualcuna di essa forse ci sarà difficoltà ad arrivare a Natale per pagare stipendi e spese di gestione”, dicono a Panorama.it fonti vicine ad alcuni presidenti di serie B. L’imprenditore marchigiano Roberto Benigni, ad esempio, ha dovuto fare i conti con un “credit crunch” (cioè calo significativo - o inasprimento improvviso delle condizioni - dell’offerta di credito). La finanziaria alla quale si era rivolto per avere un prestito e pagare gli stipendi dell’Ascoli Calcio, di cui è presidente, ha avuto problemi di liquidità con i crac bancari americani e così niente prestito e niente stipendi ai calciatori.
Ma la crisi finanziaria rischia di abbattersi anche sull’organizzazione delle olimpiadi londinesi, rallentando i lavori per la costruzione di stadi ed infrastrutture. Il Daily Telegraph teme che possano verificarsi gravi ritardi sulla scadenza di consegna (luglio 2012), oltre che un aumento incontrollato dei costi.
Finora l’organo pubblico responsabile per la costruzione degli impianti, è riuscito a limitare i contraccolpi economici, riorganizzando l’agenda dei lavori. Ma restano grossi interrogativi circa il finanziamento complessivo dei Giochi, un investimento da oltre 13 miliardi di euro che dovrà essere coperto dalla vendita dei diritti tv, sponsorizzazioni private e contributi statali. E anche la ricca Premier League inglese, sponsorizzata dalla Barclays, comincia a fare i conti con i problemi economici. Il presidente della Football Association, Lord Triesman, lancia un attacco frontale nei confronti dei magnati stranieri che hanno invaso la Premier negli ultimi anni accusandoli di contribuire alla crescita dei costi e delle esposizioni debitorie. “L’indebitamento della Premier League è sicuramente forte, ma ancora non drammatico. Le squadre investono e hanno in piedi molti contratti di sponsorizzazione, gestiscono gli impianti direttamente e la composizione dei ricavi è molto variegata” sostiene Palazzi. “In Italia la situazione potrebbe essere più difficile perché i ricavi sono meno diversificati, il business è meno ricco e le tv pagano meno”.
E in casa spagnola, come sono messe le talentuose squadre della Liga? Racing di Santander, Almeria, Betis, Deportivo La Coruna, Malaga e Maiorca (quest’ultima anche a rischio di amministrazione controllata) hanno le magliette senza sponsor, mentre il Valencia un mese fa ha denunciato pubblicamente il suo patrocinatore “Valencia Expirience”, perché non gli aveva pagato i 6 milioni di euro previsti nel contratto sottoscritto a maggio. Real Madrid, Siviglia e Espanyol hanno optato per firmare contratti con agenzie di scommesse, che non saranno certo gli sponsor più ortodossi per una squadra di calcio, ma almeno sono i più solventi. Al di là delle sponsorizzazioni, è stata la crisi immobiliare - che in Spagna ha anticipato di alcuni mesi la tempesta sui mercati finanziari internazionali - a produrre pesanti ripercussioni, visto che fino a poco tempo fa gli immobiliaristi erano i padroni di molte squadre della Liga.
Ora la domanda che più si sente fare negli stadi della Spagna è: quando arriveranno gli stranieri a prendersi i club? Ai vertici della Liga assicurano però che il “modello inglese” non è importabile. La ragione? “La vicinanza e l’identificazione con il club, che sono valori pretesi dalla gran parte dei presidenti delle società”. Non si immagina un presidente del Bilbao che non parli basco o uno del Barça che non sappia difendere la catalanità della frase: “mes que un club” (più di un club).

Euro 2008: la vittoria contro la Francia vale 3 milioni di euro

L'Italia festeggia

Austria e Svizzera producono cioccolata buona e di qualità, che da ieri sera ha un sapore ancora più dolce per la nostra nazionale di calcio, che ha tenuto incollati davanti ai teleschermi 23 milioni e 491 mila italiani per la vittoria contro la Francia, un dato molto vicino ai quasi 24 milioni che videro la finale dei mondiali nel 2006. Ma l’approdo ai quarti di finale ha anche reso più ricca la Federazione di un milione di euro. A tanto ammonta, infatti, il premio che l’ Uefa ha stabilito per ogni vittoria nella prima fase a gironi. La qualificazione ai quarti di finale porterà ulteriori 2 milioni di euro per ogni squadra. Conti alla mano, quindi, ieri sera Olanda e Italia hanno intascato in appena novanta minuti di gioco 3 milioni di euro, alla faccia di biscotti, pasticcini o cioccolatini.

È un Europeo molto ricco dal punto di vista di sponsorizzazioni e ricavi televisivi. Il massimo organismo calcistico continentale destinerà un totale di 184 milioni di euro alle 16 partecipanti al campionato europeo, 7,5 milioni per la sola partecipazione. La vincitrice di Euro 2008 riceverà 7,5 milioni come premio; l’altra finalista 4,5 milioni, un premio di consolazione più che accettabile. L’importo massimo che può essere vinto da una squadra è di 23 milioni di euro, nel caso in cui vinca tutti gli incontri. Nel 2004, la Grecia ne ha riscossi 17,7 milioni. La Federcalcio italiana ha stabilito che la vittoria all’Europeo vale 215 mila euro a testa (la Spagna ne mette in palio 214 mila, la Francia 210 mila), mentre il raggiungimento della finale vale 150 mila euro. Rispettivamente 120 mila e 80 mila euro per il passaggio in semifinale e nei quarti di finale.

Secondo Stage Up, società di consulenza attiva nello sport business, gli introiti di questa edizione saranno pari a 1,3 miliardi di euro e sono cresciuti dall’edizione del 1992, che produceva “appena” 41 milioni, passando per gli 852 milioni di euro in Portogallo quattro anni fa (con un balzo del 270 per cento sulla precedente edizione ospitata da Belgio e Olanda nel 2000). Il 60 per cento arriva dalla vendita dei diritti ai media e alle tv; il 21 per cento dalla cessione dei diritti commerciali (sponsor e merchandising); il 12 per cento dal programma di ospitalità garantito dalle autorità politiche e locali; il 7 per cento dalla vendita di 1.050.000 biglietti. I diritti tv sono stati venduti in 200 paesi del mondo e per la prima volta la negoziazione è avvenuta non più su base collettiva. L’agenzia Sportfive, che si è occupata della vendita, ha chiuso accordi separati con Rai, che ha pagato 115 milioni per tutte le piattaforme, Tf1 e M6 (Francia), Nos (Olanda), Cctv (Cina), Tbs (Giappone), Espn (Americhe), Al Jazeera (Medio Oriente e Africa settentrionale).
L’impatto economico generale sull’economia europea, invece, dovrebbe essere di 1,4 miliardi di euro. “Questo impatto sarà avvertito in molti paesi e ogni partita nei gironi genererà in media fino a 42 milioni di euro” sostiene Simon Chadwick, docente di sport business alla Coventry Business School e autore della ricerca MasterCard, uno degli sponsor della manifestazione. “Le partite più appetibili dagli sponsor sono quelle del gruppo C, che vede la contemporanea presenza di Italia e Francia”. Sempre secondo Stage Up, le entrate della Nazionale italiana in caso di vittoria potrebbero raggiungere 88,8 milioni di euro, inclusi 38,5 milioni da diritti tv, 27,3 milioni di euro dagli sponsor (incluse sponsorizzazioni future) e 23 milioni di euro dal premio Uefa. Confrontando le principali federazioni calcistiche presenti agli Europei, la Federazione italiana è terza per ricavi da sponsor dopo la francese Fff (in testa con 37,5 milioni di euro) e la tedesca Dfb (24,5 milioni). Un disastro, invece, per la Federcalcio inglese la mancata qualificazione agli Europei: si parla di mancati introiti per oltre 2 miliardi di euro.
Allestire l’evento è costato 600 milioni di euro: 234 per le spese vive legate all’organizzazione vera e propria; 30 milioni per la logistica; 50 per spese di produzione. La differenza fra ricavi e spese porta ad un utile di 700 milioni di euro che l’Uefa nel prossimo quadriennio distribuirà fra le 53 federazioni associate: 450 milioni verranno destinati ad attività di sviluppo (costruzione di stadi, centri di allenamento per i giovani, finanziamento dei vivai); 250 milioni aiuteranno il finanziamento dei tornei giovanili e femminili oltre alla formazione di arbitri e allenatori. Notevole anche l’impatto in Austria e Svizzera. Cinque milioni di turisti – tifosi, due miliardi di euro di introiti e un’incidenza positiva sul prodotto interno lordo svizzero dello 0,18 per cento e la creazione di 7 mila posti di lavoro: in gran parte dovuti al turismo. A Vienna sono anche più ottimisti: il torneo continentale dovrebbe garantire al Pil austriaco un +0,2 per cento aggiuntivo e un eredità di circa 11mila posti di lavoro stabili.
Se si guarda agli sponsor, Adidas, Puma e Nike sono i fornitori ufficiali delle 16 federazioni partecipanti. Accanto alla danese Carlsberg, Coca-Cola e McDonald’s, marchi storici del food and beverage, anche Hyundai, MasterCard e la giapponese Jvc si sono assicurati un posto tra i “top partners” per gli europei. Le sei compagnie hanno pagato 26 milioni di euro ciascuna per promuoversi globalmente attraverso gli Europei. L’Italia si affida commercialmente a Tim, Compass e Puma, con gli innesti post Germania 2006, nella categoria partner ufficiali, di Obiettivo Lavoro, Fiat, Pai, Generali, BigMat, Api-Ip, Samsung e Del Conca. Tutte le nazionali hanno ricavi dagli sponsor per 5-6 milioni di euro, a eccezione dell’Olanda, che viaggia intorno ai 10 milioni di euro, e del Portogallo vicino ai 12 milioni di euro.

Ma quanto vale Umbria Jazz

Keith Jarret all'Umbria Jazz Festival
Il New York Times un paio di anni fa lo ha definito il terzo festival Jazz più importante del mondo. Senza dubbio è la manifestazione più importante per Perugia visto che porta ogni anni 250mila visitatori pronti a spendere 18 milioni di euro nelle strutture ricettive cittadine. Si tratta di Umbria Jazz, un festival che quest’anno compie 34 anni e che a luglio porterà sui palcoscenici del capoluogo umbro mostri sacri del calibro di Keith Jarrett (10/07), Pat Metheny (13/07) e Sonny Rollins (14/07). I primi anni il festival assunse la veste di un evento simbolo della contestazione e il motto dei giovani visitatori che partecipavano a concerti (gratuiti) era “la musica è nostra e la vogliamo”.

Perugia, che ha un centro storico piuttosto minuto, si trasformò in un tappeto di sacchi a pelo e la situazione divenne talmente ingestibile da portare gli organizzatori a sospendere il festival per tre anni. A quel punto la Regione ha deciso di cedere la gestione dell’evento a un’associazione culturale, tra i finanziatori sono entrati gli sponsor privati, i concerti non sono stati più tutti gratuiti e i visitatori hanno cominciato a pagare il biglietto.
Siamo nel 1982. Nessuno avrebbe scommesso nella resurrezione di UJ, ma inaspettatamente gli italiani si sono scoperti amanti del jazz e senza batter ciglio hanno cominciato a pagare per entrare nei microteatri di pomeriggio e nei jazz club di notte.
Nel 2003 il secondo cambio di direzione: riportare i grandi concerti negli spazi aperti. Così arrivano nomi del calibro di Elton John, Carlos Santana e Eric Clapton con cachet che superano i 200 mila dollari, e le spese totali del festival raggiungono i 3,2 milioni di euro.

A questo punto è diventato necessario un ulteriore sforzo economico per raggiungere il pareggio: gli sponsor privati hanno contribuito con 1,2 milioni (quest’anno tra i maggiori: Birra Peroni, Nestlè, Unicredit e Fiat), ai quali si aggiungono gli 800 mila in arrivo dagli enti (Regione Umbria, Province di Perugia e Terni, Comune di Perugia,
Camera di commercio e Fondazione Cassa di risparmio di Perugia). Un altro milione e due arriva da incassi di biglietti e merchandising.

Effetto Juve: meno soldi dagli sponsor in Serie A

Alessandro Del Piero, capitano e bandiera della Juventus, esulta dopo un gol
Alla fine è successo: gli scandali (veri, presunti o solo sospettati) di Calciopoli e altri fatti tragici intorno al mondo del pallone hanno allontanato gli sponsor dalla Serie A.
Per dirlo in altri termini, quelli usati dall’indagine Il Futuro della Sponsorizzazione, realizzata dalle società di ricerca StageUp e Ipsos, la quota di investimenti sul massimo campionato italiano di calcio sul totale nello sport era del 29,3% all’inizio del 2006 e sarà del 25,6% alla fine dell’anno in corso. Non c’entra di certo il dibattito sullo scudetto dimezzato per l’assenza dei bianconeri: il massimo torneo ne esce però un po’ malconcio dal versante economico. Mentre la Juventus (dell’eterna bandiera Del Piero insieme alla nidiata di giovani talenti) in B ha fatto impennare il numero di inserzionisti che hanno scelto di puntare sulla cosiddetta serie cadetta per pubblicizzare i loro prodotti, le quote di mercato sono passate dal 4,4% al 9,2%: guarda caso il quattro per cento che ha abbandonato la Serie A.
Anche la Nazionale è cresciuta, grazie alla vittoria del mondiale nel luglio 2006: “All’interno del mercato sportivo” ha commentato infine Giovanni Palazzi, vicepresidente di StageUp “si segnala la decisa crescita degli investimenti sulla nazionale di calcio indicati dalla nostra ricerca in aumento del 5,8% per il 2007″.

Ad avvantaggiarsi del calo di appeal di Milan, Inter e Roma c’è anche la vela, anche perché questo è il mese in cui hanno preso il via le regate preliminari alla Coppa America di Valencia (dove la bandiera italiana svetta sulle imbarcazioni di +39 challenge, Luna Rossa e Mascalzone latino - Capitalia team). Nel 2006 gli investimenti per inserzioni sulle barche erano stati il 6,9% del totale, mentre quest’anno saranno quasi il doppio e arriveranno al 12%.
Secondo l’indagine, il mercato italiano delle sponsorizzazioni nel 2007 toccherà quota 1,768 miliardi di euro, con una crescita dell’1,9% rispetto al 2006. Le sponsorizzazioni sportive rappresenteranno circa i due terzi del totale e passeranno da 1,117 miliardi a 1,126 miliardi con un aumento dello 0,8%. Il settore che avrà il maggiore incremento in termini relativi sarà quello composto da cultura e spettacolo che raggiungerà quota 254 milioni di euro grazie ad un +4,1%.
Le sponsorizzazioni di utilità sociale vedranno una crescita importante del 3,7% fino a raggiungere i 388 milioni di euro.

Verso l’America’s Cup: guarda le GALLERY
Luna Rossa ha vinto il derby italiano d'alta classifica contro Mascalzone Latino-Capitalia Team in coppa America.  L'equipaggio di Francesco De Angelis, dopo una partenza sottotono, è riuscita a raggiungere e a superare i rivali, sfruttando anche un rimbalzo del vento.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]


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Giampiero Cantoni
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