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A gennaio pensioni ridotte all’improvviso in molte città italiane: l’allarme si è diffuso rapidamente su internet. Tra i primi a pubblicare la notizia è stato il gruppo di scrittori Kai Zen. Il passaparola in rete ha alimentato preoccupazioni subito rimbalzate tra blog e siti d’informazione. Che cosa è successo? È una lunga storia burocratica degna di un romanzo di Leonardo Sciascia. Un articolo della finanziaria per il 2008 (varata dal precedente governo nel 2007) prevede che i pensionati dichiarino ogni anno le detrazioni d’imposta per i familiari a carico. In questo modo è possibile aggiornare le banche dati dell’Inpdap, l’Istituto nazionale di previdenza per i dipendenti pubblici, con le variazioni nel nucleo familiare. Per esempio, un figlio a carico al 50 per cento può permettere una detrazione di 600 euro l’anno: un vantaggio che non spetta più se, invece, il genitore vive ormai da solo. L’Inpdap ha inviato una comunicazione lo scorso febbraio con la richiesta di aggiornare la propria posizione. Un’altra è stata spedita a novembre. E su 700mila persone interessate hanno risposto 440mila. Questo mese, alla fine, è scattato il conguaglio. E per molti è stato una sorpresa. Perché?
A chi non ha inviato nessuna comunicazione sono state eliminate automaticamente le detrazioni. Inoltre, altri che avevano regolarizzato la propria posizione fiscale hanno comunque subìto una riduzione della pensione per errori nella gestione delle banche dati informatiche. Non si tratta di cifre irrisorie: la somma complessiva da restituire per una persona con moglie e due figli può arrivare a 1800 euro. Recuperati a rate, ma senza superare la soglia del minimo Inps.
In una parola, è dilagato il caos agli sportelli dell’Inpdap dove si sono riversati centinaia di pensionati infuriati. “Alcuni dirigenti hanno chiamato le forze dell’ordine per riportare la calma: la campagna di attacco contro i fannulloni ha determinato reazioni violente” dice Massimo Briguori dell’RdB-Cub Inpdap (rappresentanza sindacale del pubblico impiego Inpdap). E aggiunge: “Pensare che proprio a quei lavoratori che hanno preso sputi e botte è stata tolta una fetta rilevante del trattamento accessorio”.
E ora che succederà? “Noi siamo obbligati al conguaglio fiscale, altrimenti non possiamo emettere il Cud (certificazione unica dei redditi, ndr)” sottolinea Costanzo Gala, dirigente centrale della previdenza Inpdap. E chiarisce: “Forse si è trattato di cattiva comunicazione tra gli organi istituzionali”. Ma nel frattempo sono state prese misure per facilitare l’adeguamento. A marzo saranno sospese ulteriori trattenute: i pensionati potranno regolarizzare la loro posizione per il 2008 entro il 13 del prossimo mese. Oppure, eventualmente, nel successivo 730. “La norma” osserva Gala “è ancora vigente: ogni anno i pensionati dovranno inviare una dichiarazione”.
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Alla fine la bella addormentata delle banche italiane si è svegliata, riuscendo la dove aveva clamorosamente fallito l’Unipol, il colosso finanziario della Lega Coop. Il Monte dei Paschi di Siena, con l’acquisto della Banca Antonveneta, diviene il terzo istituto di credito italiano, ma soprattutto mette assieme due entità sane, radicate nelle aree più produttive del Paese. Non ci dovrebbe essere molto da risanare, puttosto da razionalizzare, anche perché il prezzo pagato agli spagnoli del Santander (9 miliardi di euro, cioè tra 8,5 e 9 milioni a sportello) è assai salata.
Letta in chiave politica sembra un’operazione di finanza rossa: diversa però dal tentativo di due anni fa condotto dall’Unipol di Giovanni Consorte. Quella scalata aveva una forte impronta dalemiana, testimoniata dagli strascichi giudiziari della faccenda. Questa, caso mai, può essere vagamente collocata nel giro veltroniano: con il segretario del Pd simpatizza il presidente del Mps, Giuseppe Mussari, e antidalemiani (nonché anti-Unipol) furono a suo tempo altri sponsor del Montepaschi, a cominciare da Franco Bassanini.
Ovviamente sarebbe riduttivo dare una rilevanza solo politica al takeover. L’Mps era rimasta da sola e doveva prima o poi fare la propria mossa, chiudendo di fatto quel risiko auspicato anche da Mario Draghi, governatore di Bankitalia. Ma non c’è dubbio che il Pd avrà nel nuovo gigante del credito un interlocutore attento, e viceversa. Così come Romano Prodi ha da sempre una sponda nell’Intesa-San Paolo di Giovanni Bazoli e Corrado Passera; così come, ancora, sono dichiarate le simpatie uliviste di Alessandro Profumo, numero uno dell’Unicredito.
Insomma, la sinistra non ha più “una banca”, ora può vantarne ben tre, e sono le principali d’Italia. Solo che, a differenza di Piero Fassino e di Massimo D’Alema, non lo dice e non se ne vanta (sopratutto al telefono).

Era da mesi che sembrava conclusa la stagione delle acquisizioni e delle fusioni. Invece, con un colpo a sorpresa Banca Monte Paschi di Siena mischia le carte in tavola e torna a riaccendere il risiko bancario Italiano. MPS ha annunciato infatti di aver raggiunto un accordo con il Banco Santander per l’acquisto del 100% di Banca Antonveneta per una cifra pari a 9 miliardi di euro in contanti, al netto delle partecipazione di Interbanca. Per chiudere la partita con gli spagnoli del Santander ai senesi (che sono banchieri dal 1472) sono bastate 24 ore.
Il nuovo istituto che nascerà dal matrimonio tra la banca senese e quella patavina (l’operazione dovrebbe essere chiusa entro il primo semestre del 2008) darà vita al terzo gruppo bancario italiano dopo Intesa Sanpaolo e Unicredit-Capitalia, ma in pole position per numero di sportelli (mille quelli di Antonveneta più 2mila di Mps) e dipendenti.
Al di là della cattiva reazione dei mercati, ci sono altri corollari a questa acquisizione. Il primo è che Antonveneta torna a essere italiana. Il secondo è il prezzo: 9 miliardi sono tanti. Ma se si pensa che due anni fa la banca è passata agli olandesi per quasi 8 miliardi, e se si calcola che dentro al suo “perimetro” c’era anche la banca d’affari Interbanca, valutata circa un miliardo, ed esclusa da questa operazione (resta al Santander) allora si conclude che Mps paga oggi 9 miliardi quello che due anni fa è stato stimato 7.
Il terzo elemento è sostanzialmente politico. Questa non è una fusione a freddo, come quella che sembra aver dato vita al partito nuovo tra Ds e Margherita, ma l’accasarsi dell’Istituto della città di Sant’Antonio, cioè a chiara matrice cattolica, nella cassaforte laica senese, da sempre vicina agli uomini della sinistra.
Perché quello di Siena è l’unico istituto la cui maggioranza (58%) non sta sul mercato ma è di una Fondazione. Controllata a sua volta dagli enti pubblici (Comune e Provincia su tutti). Enti governati dal dopoguerra da solide maggioranze Pci, poi Pds, poi Ds. E presto Pd.
Insomma, per dirla come titola il Manifesto, ora anche il Partito democratico ha una banca (cosa che non era riuscita a Fassino e D’Alema), frutto rivoluzione riformista, probabilmente favorita dalle decisioni più liberal provenienti da via Nazionale. L’asse virtuale, che in molti avevano individuato, tra il Governatore di Bankitalia, Mario Draghi, e il neo segretario del Partito Democratico ne esce appunto rinvigorito.
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Il problema aleggia sinistro e la soluzione a molti fa storcere il naso solo a pensarla.
Così, ancor prima che si realizzi, sono subito scattate le contromosse. Dallo scorso luglio Gabriele Galateri non è più presidente della Mediobanca. Gli hanno chiesto, un po’ per le spicce, di farsi da parte per lasciar posto a Cesare Geronzi. Come numero uno di piazzetta Cuccia, però, il manager torinese era anche presente nei consigli d’amministrazione delle due controllate più importanti: la Rcs Mediagroup e le Assicurazioni Generali, i gioielli della corona.
Della prima nessuno si occupa, forse perché al momento gli equilibri del Corriere (se mai si può usare simil termine a proposito di una compagine azionaria che più cangiante e variegata non si può) non sono in discussione.
Per le Generali, invece, apriti cielo: gli azionisti francesi della Mediobanca hanno infatti chiesto a gran voce che sia Geronzi a occupare il posto che Galateri si appresta a liberare. Il che fa nascere due problemi: uno di governance, l’altro più politico. Nell’unico sistema duale che sembra funzionare davvero, quello della Mediobanca, il banchiere capitolino presiede il consiglio di sorveglianza, che rappresenta gli azionisti. La gestione è affidata agli operativi Renato Pagliaro e Alberto Nagel. Domanda: può un presidente del consiglio di sorveglianza entrare nel board operativo di una sua partecipata?
La Banca d’Italia, alla sola idea che Geronzi potesse partecipare alle riunioni del comitato di gestione del suo istituto, insomma che potesse mettere becco nell’attività quotidiana, aveva già alzato disco rosso. Qualcuno dunque spera che il governatore Mario Draghi, di fronte all’ipotesi Generali, faccia risentire la sua moral suasion.
Ma sono anche alcuni azionisti del più importante gruppo finanziario del Paese che non sembrano gradire l’eventualità. La scorsa settimana, in ordine sparso, sono andati da Alessandro Profumo, l’indiscusso capo della nuova banca nata dalle nozze tra Unicredito e Capitalia, perché si adoperasse a scongiurarla. Il banchiere, ex McKinsey, non si è sbilanciato ma conoscendolo, e visti anche gli ottimi rapporti sin qui avuti con Geronzi, di sicuro non resterà alla finestra.
Di buoni argomenti ne ha molti, a partire dalla necessità, a fusione appena consumata, di non titillare ancora la suscettibilità di quanti hanno visto come fumo negli occhi l’insediarsi di Cesare nella poltrona che fu di Enrico Cuccia.
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Sette giorni per sciogliere i nodi più importanti (il prezzo, le poltrone, le alleanze, gli effetti dominanti sul controllo di Mediobanca e Generali), firmare e spedire gli inviti alle nozze dell’anno. La fusione tra Unicredito e Capitalia ha un termine-obiettivo, sabato 27 maggio: in pochi giorni i rispettivi leader Alessandro Profumo e Cesare Geronzi proveranno a chiudere la manovra bancaria destinata a rivoluzionare il panorama finanziario italiano e a scompaginare il quadro politico. Prima che la controffensiva, più o meno palese, mandi tutto all’aria: il consenso attorno all’operazione è talmente elevato, bipartisan e istituzionale da risultare sospetto.
L’agenda ipotizzata nei colloqui fra i due gruppi permetterebbe al governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, di presentarsi all’assemblea annuale del 31 maggio sbandierando l’unione che più d’ogni altra sembra rispondere alla sua esortazione a superare campanilismi e personalismi, per consolidare un sistema che è assai debole rispetto all’avanzata straniera, ma che invece si dimostra straordinariamente influente sulla politica economica di casa nostra.
Di qui il primo banco di prova: la nuova superbanca di che colore sarà? La chiave di interpretazione corrente la descrive come la risposta di Massimo D’Alema allo strapotere dell’Intesa Sanpaolo, il gruppo creato da Giovanni Bazoli e attraverso il quale il premier Romano Prodi ha finora monopolizzato le più importanti partite economiche. Del vicepremier e presidente dei Ds sono note amicizie e frequentazioni con Profumo e Geronzi. Quest’ultimo ha lavorato non poco per smontare (senza romperlo) l’abbraccio mediatico di Silvio Berlusconi, che due anni fa lo battezzò come l’unico banchiere non di sinistra e che ancora oggi è presente con la Fininvest nel patto di sindacato della banca romana.
Lo smarrimento diessino negli affari, accentuato con l’unione ulivista tra Intesa e Sanpaolo, celebrata a scapito dell’ultima roccaforte rossa rappresentata dal Monte dei Paschi, è fonte di depressione per i notabili del partito, estromessi dai giochi sul riassetto delle infrastrutture primarie del Paese: autostrade, telecomunicazioni, reti d’energia, aerei e aeroporti. Guai a perdere del tutto la presa sui centri nevralgici del potere: Mediobanca, Generali, Rcs MediaGroup (che controlla il Corriere della sera).
Così D’Alema negli ultimi mesi ha esplorato convergenze, facendo visita allo stesso Bazoli e intensificato i rapporti con gli uomini di punta del gruppo di francesi alleati di Geronzi nei santuari della finanza: Tarak Ben Ammar e Vincent Bolloré, amico del nuovo presidente Nicolas Sarkozy. Contatti che gli verranno buoni se Profumo troverà la via per riprendere il dossier Société Générale accantonato di fronte alle pretese transalpine di avere sede e presidenza esecutiva.
Tuttavia, la teoria del nuovo cappello dalemiano sul risiko, otto anni dopo il famoso incontro con Enrico Cuccia (in casa dell’imprenditore Alfio Marchini, anch’egli socio stabile della Capitalia), non convince Bruno Tabacci, deputato dell’Udc, profondo conoscitore degli intrecci con la finanza. “Macché contromossa, non ci credo. Profumo non è uno che fa politica, è un signore che fa operazioni di mercato: avrà fatto bene i suoi conti”.
Frase sibillina se si pensa al timore di investitori e analisti che sulle logiche industriali prevalgano quelle politiche per sistemare la Capitalia in mani amiche e ridisegnare gli equilibri di potere sulla Mediobanca e, a cascata, sulle Generali, che a loro volta sono azioniste e alleate del concorrente Intesa Sanpaolo. “No, le aziende non fanno più operazioni in funzione della politica” insiste Tabacci “semmai è la politica che si adegua per fare da mosca cocchiera. Certo, c’è il problema Mediobanca, ma non credo che verranno meno alla linea di autonomia dell’istituto, penso che faranno un passo indietro”.

Su questo aspetto si concentra la contraerea: Unicredito e Capitalia fondendosi arriveranno ad avere il 18 per cento di Mediobanca e quasi il 20 per cento di Generali e il 17 per cento del mercato bancario domestico. Dalla lettera del patto della banca d’affari è però esclusa la sommatoria delle due partecipazioni, fior di giuristi sono pronti a riaffermarlo: l’Unicredito-Capitalia peserà per il 9 per cento, l’altro 9 dovrà essere ceduto.
Già, ma a chi? La quota fa gola soprattutto all’Intesa Sanpaolo e la misura dell’interesse sta nella fretta e nella frequenza delle smentite. Gridare alla minaccia del monoblocco Uni-Capitalia che governerà incontrastato Mediobanca e Generali rafforza la possibilità che alla fine si proceda alla spartizione delle azioni in eccesso e amplifica la forza contrattuale di chi verrà chiamato in “soccorso” per ribilanciare le leve del potere.
Il punto è ben chiaro a Geronzi, che il Financial Times definì “power broker”: il mandato di advisor per la fusione affidato a Claudio Costamagna è la classica carambola al tavolo da biliardo. Con l’ex manager della Goldman Sachs Geronzi rassicura Prodi (di cui è uno dei più ascoltati collaboratori) e al tempo stesso rimarca le distanze da Bazoli (scottato dai tentennamenti del consulente sull’affare Mittel).
Non solo, Costamagna parla la lingua dei mercati, che piace tanto a Profumo, e ha la visione americana di Draghi, con cui ha diviso anni di esperienza nella potente banca d’affari a stelle e strisce. Rimane il versante francese, che (forse l’elemento più comico e drammatico insieme) difende a spada tratta l’”italianité” e ha immediatamente messo le mani avanti sull’indipendenza di Capitalia e Mediobanca. Un modo per alzare la contropartita: se l’alleato Santander conquisterà i possedimenti italiani dell’Abn Amro, Vincent Bolloré, azionista forte della Mediobanca, potrà far leva sul controllo dell’Antonveneta e sul 9 per cento di Capitalia.
Il più esperto tra i banchieri italiani conosce tattiche e strategie dei francesi. Saprà gestirla ancora? La palla è sui piedi dell’acquirente: Profumo i conti li ha fatti, se vuole crescere in Italia non resta che una strada, un’offerta pubblica d’acquisto sulla Capitalia. La prima volta ci provò il 20 marzo 1999, voleva la Comit (oggi inglobata in Intesa Sanpaolo), fu stoppato da Antonio Fazio che non era stato preavvertito. In Banca d’Italia adesso c’è Draghi, che non pretende nemmeno una telefonata: è già pronto col disco verde.
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L’estate allo sportello delle banche sarà rovente come mai prima. La siccità e i condizionatori d’aria non c’entrano: sta per scattare in Italia un massiccio spostamento di dipendenti delle aziende di credito, quasi 900 filiali in una ventina di province cambieranno proprietà.
Una sorta di tratta dei bancari, con risvolto particolare: nessuno si muoverà dal proprio posto di lavoro. Lo sportellista, il consulente finanziario e il direttore cambieranno casacca e, con effetto immediato, il correntista si troverà un nuovo logo sugli estratti conto, probabilmente anche nuove condizioni a proposito di tassi, libretti d’assegni, bonifici e prelievi.
A stravolgere la mappa del credito saranno la fusione Intesa Sanpaolo e, in piccola parte, le
nozze tra Bpu e Banca Lombarda
, da cui è nata la Ubi (Unione di banche italiane).
I numeri sono questi: l’Intesa Sanpaolo cederà al gruppo francese Crédit Agricole gli agglomerati con marchio Friuladria e Cariparma, più altre sue 202 sedi disseminate lungo la penisola, per un totale di 665 sportelli il cui elenco è stato stilato, soppesato e modificato più di una volta.
Non è tutto: l’Autorità antitrust ha imposto all’Intesa Sanpaolo di liberarsi di altri 197 sportelli. La lista mette in subbuglio gli impiegati nelle sedi che cambieranno insegna.
Si aggiungono, sempre per dettato del garante della concorrenza, gli sportelli che l’Ubi dovrà cedere: fa 11 e 22 nella provincia di Brescia e tra 6 e 12 nel Bergamasco.
Quasi 900 filiali che coinvolgono oltre 7 mila persone e centinaia di migliaia di clienti. Valori che restano entro il 3 per cento dell’aggregato di settore (32 mila sportelli e 340 mila addetti), ma sui quali pesano la difficile esperienza del passato (per esempio, la cessione di 59 sportelli dalla Capitalia alla Unipol nel 2002 mal digerita da impiegati e correntisti) e il momento delicato in cui si metterà mano alla trasformazione con il negoziato sul rinnovo del contratto di lavoro appena avviato.
Un assaggio dell’esodo si è avuto a inizio aprile con un primo lotto di 29 sportelli Friuladria passati sotto l’insegna francese, il grosso scatterà a luglio quando l’Agricole completerà la rete e l’Intesa Sanpaolo avrà forse definito gli accordi sulle 197 filiali che andranno all’asta. Torta che fa gola a istituti italiani ed esteri, tra cui Popolare di Vicenza, Cattolica Assicurazioni, Unipol, Montepaschi e Deutsche Bank.
“C’è il rischio di uno spezzatino dei bancari: se i 197 sportelli in eccesso verranno frammentati in più mani, non si avranno interlocutori con cui confrontarsi su carriere, piani di incentivazione e così via” commenta Mauro Bossola, segretario aggiunto della Fabi, sindacato che conta 95 mila iscritti. “È auspicabile” prosegue Bossola, ex Sanpaolo, “che si scelga la strada di uno, massimo due compratori”.
L’auspicio è legittimo secondo Giancarlo Durante, direttore centrale Abi (Associazione bancaria italiana) per l’area sindacale: “Comunque allo sportello si cambia nella misura in cui cambiano cultura aziendale e modelli di business e organizzativi. La professionalità no, quella deve rimanere”.
E i correntisti? “È naturale che si aspettino che i rapporti esistenti non cambino, se non a loro vantaggio” conviene Durante. In autunno si tireranno le somme.