
Operai al lavoro in una fabbrica cinese (Credits: Marco Cerbo)
Non si contano gli articoli che descrivono la Cina come l’ancora di salvezza dell’economia mondiale, il modello da imitare per rilanciare lo sviluppo, con la sua crescita ferma all’8% nonostante la crisi finanziaria internazionale.
Quando si parla della Repubblica popolare come motore dell’economia mondiale si tende a dimenticare, o quanto meno a trascurare, che la Cina può rimanere competitiva e tagliare i costi di produzione perché Continua

Sedici pagine di testo, per le Considerazioni finali (qui il .pdf) del Governatore della Banca d’Italia, sono un record: di brevità. E questo la dice già lunga sul senso dell’appuntamento di quest’anno con Mario Draghi. Normalmente, poi, l’attesa per ciò che dice il numero uno di via Nazionale è concentrata sui cosiddetti motivi per il governo. Ma stavolta Draghi ha dovuto occuparsi principalmente di banche e di istituzioni finanziarie: sono loro le vere imputate per la crisi economica, e per la scarsa vigilanza e preveggenza su ciò che stava accadendo. E fatalmente il peso politico specifico della banca centrale, come per tutte le banche centrali del mondo, si è ridotto; la politica ha almeno temporaneamente ripres il proprio primato.
Comunque Draghi non ha mancato di recapitare le proprie terapie a Palazzo Chigi e dintorni. Partendo dalla considerazione che al termine della crisi l’Italia si ritrovera “non solo con più debito pubblico, ma anche con un capitale privato - fisico e umano - depauperato dal forte calo degli investimenti e dall’aumento della disoccupazione”, ha chiesto a Berlusconi e ai suoi ministri di impiegare il prossimo arco di legislatura per riforme che consentano di riequilibrare i conti e di rendere più competitiva l’economia.
Le riforme da fare
In particolare:
* riforma delle pensioni, innalzando l’età dell’andata a riposo anche per garantire redditi più adeguati;
* attuazione piena del federalismo fiscale per sostituire le attuali erogazioni dello Stato alle regioni, basate su parametri storici, con standard di equilibrio fra entrate ed uscite;
* riforma della Pubblica amministrazione;
* guerra all’economia sommersa, che Draghi ha stimato nel 15% del Pil, una valutazione in realtà più prudente rispetto a quella convenzionale del25% degli anni passati;
* completamento della riforma della scuola;
* avvio effettivo delle grandi opere attraverso una selezione mirata di quelle davvero prioritarie: 200 progetti, secondo Draghi, sono troppi.
Nel complesso una lezioncina accettabile per il governo. Anche perché il numero uno di Bankitalia ha apprezzato quanto fatto finora, dal sostegno al lavoro alla scuola, fino ai capitali messi a disposizione di banche e risparmiatori attraverso i cosiddetti Tremonti-bond.
Ed infatti Berlusconi ha subito definito la relazione “positiva e attenta all’ottimismo”. Quanto alle riforme: “Stiamo lavorando per questo, faremo presto ciò che è necessario”.
La platea degli economisti e dei politici (nessun esponente del governo partecipa per tradizione all’assemblea) si è egualmente divisa fra chi ha visto un Draghi bacchettatore e chi invece sostenitore dell’esecutivo. Né l’uno né l’altro. Semplicemente, un governatore con altri problemi da risolvere.
Draghi non poteva non partire dalla crisi finanziaria, “nata altrove”, cioè negli Usa, e in questo passaggio è apparso un po’ assolutorio verso quegli organismi internazionali - dal Fondo monetario alla Banca mondiale, dalle banche centrali ai vari forum di cui egli stesso fa parte - che dovevano vigilare e prevedere, e non l’hanno fatto. Ha dato la colpa alle banche e al mercato che “accecato, perdeva la propria capacità diagnostica”. Si è augurato un sistema finanziario “in cui si coniughino innovazione e solidità, profitto e sostegno alle famiglie e alle imprese, con più regole, più capitali, meno debito”.
Si tratta dei cossidetti “global legal standard”, le nuove regole di vigilanza che dovrebbero essere approvate dal prossimo G8 dell’Aquila.
Lo stato delle aziende
Il governatore è apparso più concreto quando ha riferito di un’inchiesta sullo stato delle industrie condotta sul territorio dal servizio studi di Bankitalia e dalle strutture locali. All’interno di una discesa del Pil di circa il 5% nel 2009, e con una disoccupazione tra l’8,5 ed il 10%, Dragi ha fornito queste cifre:
* cali di fatturato del 20% per moltre imprese; riduzione degli investimenti del 12% per il totale di industria e servizi, e del 20% per le manifatture;
* metà delle 65 mila imprese con almeno 20 addetti coinvolte in processi di ristrutturazione. In questa cifra, due situazioni opposte: “le aziende finanziariamente più solide attutiscono l’effetto della congiuntura conolidando il primato tecnologico e diversificando gli sbocchi di mercato. Non poche, stimiamo più di 5.000 con quasi un milione di addetti”. All’altro estremo, “imprese che si erano molto indebitate, per espandersi anche sui mercati esteri, ora alle prese con il prosciugarsi del credito; si tratta di almeno 6 mila aziende che impiegano anch’esse quasi un milione di lavoratori”.
* a risentire della crisi, secondo l’inchiesta di Bankitalia, “sono soprattutto le imprese sotto i 20 addetti, nella sola manifattura se ne contano quasi 500 mila. Per quelle che operano in qualità di sub-fornitrici di imprese maggiori è a volte a rischio la stessa sopravvivenza”.
* passaggio decisivo, ovviamente, i prossimi mesi.
Fare i banchieri quando va male
Poi il governatore è passato alle banche.
* “secondo la nostra indagine l’8 per cento delle imprese ha ricevuto un diniego alla richiesta di finanziamento; è il valore più elevato dalla metà degli anni Novanta; era meno del 3% un anno fa. Oltre il 10% delle imprese dichiara di aver ricevuto, da ottobre, richieste di rimborsi anticipati”.
* ma le banche come devono comportarsi? “Non si può chiedere chiedere loro di allentare la prudenza nell’erogare il credito, non è nell’interesse della nostra economia un sistema bancario che metta a rischio i bilanci e la fiducia di chi gli affida i propri risparmi. Quello che si può e si deve chiedere alle nostre banche è di affinare la capacità di riconoscere il merito di credito nelle presenti, eccezionali, circostanze”;
* più concretamente, Draghi ha chiesto alle banche di non applicare criteri automatici nell’erogazione di prestiti e fidi, ma di valutare caso per caso, soprattutto tornando al contatto diretto con i clienti, sul territorio.
* ma la sintesi del governatore è tutta in queste parole: “Occorre saper fare i banchieri anche quando va male”
Allarme-lavoro
Altrettanto preoccupanti i dati sull’occupazione.
“Si stima che 1,6 milioni di lavoratori dipendenti e parasubordinati non abbiano diritto ad alcun sostegno in caso di licenziamento. Tra i lavoratori a tempo pieno del settore privato oltre 800 mila, l’8% dei potenziali beneficiari, hanno diritto a un’indennità inferiore a 500 euro al mese”.
Draghi ha riconosciuto al governo di avere attuato meccanismi temporanei di sostengo al reddito. Ha chiesto però di approvare, tra le riforme, una revisione complessiva del sistema di welfare e degli ammortizzatori sociali. Cosa che è stata annunciata anche dal ministro Sacconi. E tuttavia proprio gli interventi pubblici per i disoccupati potrebbero portare il deficit di quest’anno al 4,5%, e nel 2010 al 5%.
L’importanza della fiducia
Un quadro tutto a tinte fosche? Draghi, che è certamente uomo pragmatico (era alla Gldman Sachs), non incline alla retorica, ha sottolineato l’importanza del fattore fiducia. Con un linguaggio quasi “berlusconiano” (come ha puntualmente sottolineato il premier). Ha infatti riassunto:”Occorre sanare la ferita che la crisi ha aperto nella fiducia collettiva: fiducia nei mercati, nei loro protagonisti, nel futuro di milioni di persone, nel contratto sociale che ci lega. Molto è stato fatto. Non è il lavoro di un giorno. Molto resta ancora da fare: per ricreare posti di lavoro, er restituire vigore alle imprese, per riparare i mercati finanziari, per meritare la fiducia dei cittadini”.
Ed ha concluso: “La fiducia non si ricostruisce con la falsa speranza, ma neanche senza speranza: uscire da questa crisi più forti, è possibile”.
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La crisi durerà a lungo e i governi devono attuare “rapidamente” le misure annunciate, anche se c’è il rischio di un peggioramento dei conti pubblici, specie per quei paesi con squilibri di bilancio. È il monito lanciato dalla Bce nel suo bollettino mensile. “Le significative misure annunciate dai governi per far fronte alle turbolenze finanziarie” spiega l’Eurotower “dovrebbero essere attuate rapidamente in modo da contribuire ad assicurare l’affidabilità del sistema finanziario e da evitare limitazioni nell’offerta di credito alle imprese e alle famiglie”. E laddove vi è margine di manovra, aggiunge l’istituto, “potrebbero essere quanto mai efficaci misure di bilancio aggiuntive se tempestive, mirate e temporanee”.
In particolare, per la Bce risulteranno particolarmente utili misure che siano contemporaneamente in grado di porre solide basi per la ripresa e per una maggiore crescita potenziale, migliorare la qualità delle finanze pubbliche e promuovere riforme strutturali.
La ripresa, secondo gli esperti dell’Eurosistema, arriverà solo nel 2010 e ci si attende per l’area euro un tasso di variazione del Pil negativo su base trimestrale fino a metà 2009. Nel 2008 la crescita di Eurolandia dovrebbe attestarsi tra lo 0,8% e l’1,2% mentre per l’anno prossimo è attesa una variazione compresa tra -1% e zero. Le stime sono state riviste al ribasso rispetto a quelle formulate a settembre. L’inflazione invece dovrebbe continuare a ridursi “nei prossimi mesi” ma potrebbe “tornare ad aumentare nella seconda metà dell’anno prossimo”. Il livello di incertezza riguardo alle prospettive economiche resta “eccezionalmente elevato” e i rischi per la crescita economica, spiega l’istituto, sono orientati verso il basso e sono connessi principalmente alla possibilità di un maggiore impatto sull’economia reale delle turbolenze nei mercati finanziari.
La Bce lancia anche l’allarme per i conti pubblici: “Le attuali prospettive per i conti pubblici” osserva “indicano un forte deterioramento dei saldi di bilancio nell’area dell’euro e vi è il rischio di un ulteriore peggioramento”. In base alle previsioni economiche autunnali della Commissione europea, infatti, il disavanzo medio delle amministrazioni pubbliche dell’area dell’euro in rapporto al Pil dovrebbe aumentare considerevolmente nel 2008 e nel 2009. È quindi “essenziale” che tutte le parti coinvolte rispettino l’impegno assunto di applicare appieno le disposizioni del Patto di stabilità e crescita “che fornisce la flessibilità necessaria”. La banca centrale europea vede nero anche sul fronte dei consumi: la spesa della famiglie “ha subito una netta moderazione nel 2008″ e ci si attende “un andamento contenuto” dei consumi privati nel prossimo futuro.
Il VIDEO servizio:
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Nei giorni scorsi la Cgil di Treviso ha chiesto di bloccare gli ingressi di immigrati per evitare che la crisi ricada sui lavoratori del Nord-Est. Maurizio Sacconi, ministro del Welfare, del lavoro e della sanità, è trevigiano e conosce bene la questione.
Come si evita una guerra tra poveri nel mondo del lavoro?
La prima mossa del governo è quella di allargare il prima possibile la platea di chi può accedere agli ammortizzatori sociali, in deroga alle regole vigenti. Inoltre prevediamo forme di integrazione del reddito, per cui investiremo importanti risorse.
Per esempio?
Ci sarà un’una tantum per le famiglie numerose e i pensionati. E interverremo sui mutui e su alcune tariffe essenziali come elettricità, gas e ferrovie.
Gli imprenditori che cosa possono fare?
Chiediamo loro di non ridurre immediatamente la forza lavoro, visto che servirà per quando inizierà la ripresa.
E gli ingressi degli extracomunitari?
Con il ministro dell’Interno Roberto Maroni abbiamo deciso di limitarli ad alte professionalità, personale di cura per la famiglia, come le badanti, e gli stagionali nei settori agricolo e turistico.

Sarà stagnazione almeno fino a metà 2009.
Questa la previsione del governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi: “Sulla base dell’evoluzione della domanda mondiale oggi prevista dai principali organismi internazionali, la stagnazione in atto proseguirà almeno fino a metà del prossimo anno”, afferma il numero uno di Via Nazionale, intervenendo (qui il documento in .pdf) alla ottantaquattresima giornata mondiale del risparmio.
Per Draghi, le politiche economiche nazionali devono reagire di fronte alla crisi finanziaria in atto per contrastare il rischio recessione. “Occorre innanzitutto evitare che la crisi si traduca in una severa contrazione dei flussi di credito all’economia reale; in secondo luogo, è necessario attivare efficaci politiche di sostegno che contrastino le tendenze recessive in atto” spiega, aggiungendo che “a questa esigenza potrà rispondere una politica di bilancio che faccia uso della flessibilità permessa dal Trattato e dal Patto di stabilità e crescita”.
Inoltre, l’ingresso dello Stato nel capitale delle banche è imposto dall’emergenza. Ma deve essere temporaneo e non intrusivo: “L’emergenza richiede che le autorità adottino politiche più interventiste che in passato, assumendo anche ove occorra temporanee responsabilità patrimoniali nelle istituzioni finanziarie” afferma il Governatore, aggiungendo che “l’opportunità dell’intervento pubblico, in presenza di una crisi sistemica, discende dalle caratteristiche fondamentali del sistema finanziario”. L’intervento dello Stato, però, “deve essere temporaneo e non intrusivo”.
Ma l’Italia può sopportare la crisi, conservando chances di ripresa, conclude Draghi: “L’economia italiana soffrirà come tutte le economie avanzate”, riconosce il numero uno di Via Nazionale. Tuttavia, rileva, “se si attesta sul suo baricentro - fatto di alto risparmio, basso debito privato, sistema produttivo vitale, sistema finanziario fondamentalmente solido ed efficiente - sopporterà la crisi con danni limitati e buoni presupposti di ripresa”.
Il VIDEO servizio:
Continua la contrazione dei consumi e sale il debito delle famiglie. È quanto emerge dal Bollettino economico della Banca d’Italia. Nell’intero primo semestre i consumi sono diminuiti dello 0,3 per cento, sia rispetto al semestre precedente, sia a quello corrispondente del 2007: la debolezza dei consumi “ha riflesso la modesta crescita del reddito disponibile reale delle famiglie” Su questo trend, ha inciso non poco il calo della fiducia. Dall’inizio del 2008, “le crescenti preoccupazioni sulla situazione economica” hanno reso “più prudenti le decisioni di spesa delle famiglie” e hanno fatto “crescere il tasso di risparmio”.
Se i consumi ristagnano, non va meglio per quanto riguarda l’indebitamento. Nel secondo trimestre il debito delle famiglie in rapporto al reddito disponibile si è contratto di 0,5 punti percentuali, al 48,9 per cento, livello uguale a quello di un anno prima. Allo stesso tempo gli oneri sostenuti dalle famiglie per il servizio del debito , ossia il pagamento degli interessi e restituzione del capitale, “sono ancora aumentati”: nei dodici mesi terminanti a giugno essi hanno raggiunto l’8,2 per cento del reddito disponibile . L’aumento è dovuto per oltre la metà ai maggiori rimborsi di capitale, per il resto ai tassi più alti.
Complice il calo della domanda, dal bollettino di Palazzo Koch, emerge che il rallentamento della dinamica dei prezzi, iniziata a settembre, dovrebbe proseguire nei prossimi mesi per portarsi a un livello poco sopra il 2% nella seconda metà del 2009. Una flessione dei prezzi che, secondo Via Nazionale, “prezzi dovrebbe proseguire nei prossimi trimestri”
Segnali negativi anche dalla produzione industriale in sensibile calo nel terzo trimestre. “Dopo la flessione di luglio e un rimbalzo positivo in agosto” secondo le stime di Bankitalia “la produzione nell’industria in senso stretto sarebbe nuovamente calata in settembre (dell’1 per cento circa) e di conseguenza anche nella media del terzo trimestre di quest’anno quando sarebbe diminuita di oltre mezzo punto percentuale rispetto al periodo precedente”.
Unica nota positiva, conclude il Bollettino di Bankitalia, riguarda le misure previste in entrambi i decreti anticrisi, approvati dal governo, che “non determineranno necessariamente un aggravio della spesa pubblica”.