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“Cinesi alla ricerca di un lavoro, il ritorno”. Fosse un film potrebbe aver questo titolo l’odissea dei tanti giovani cinesi, diplomati e laureati, che si erano spostati all’estero per studiare, (meta preferita gli Stati Uniti), dandosi da fare per cercare un impiego lontano da casa, e che oggi, complice la crisi economica, dopo aver spedito invano dozzine di curriculum vitae decidono di tornare in Cina, nella speranza di trovarvi un mercato del lavoro quanto meno più ricettivo.
E non si tratta solo di “nostalgia”: il governo di Pechino, che da sempre definisce gli studenti espatriati come tartarughe di mare, il cui viaggio nell’Oceano dovrebbe essere sempre finalizzato al ritorno in patria, sostiene di avere molto bisogno, anche in questo momento di crescita rallentata, di professionalità qualificate e allo stesso tempo affidabili che solo i cinesi d’oltremare possono garantire. La classe dirigente si aspetta dagli esperti formati in Occidente un aiuto per definire la nuova strategia politica ed economica del Paese.
Banche, multinazionali, università e istituti finanziari puntano talmente tanto sui cinesi espatriati da aver partecipato in pochi mesi a diverse fiere del lavoro organizzate a Londra, Chicago e New York per selezionare i migliori.
Tuttavia, il tasso di disoccupazione dei laureati nel Paese è in rapidissimo aumento, tanto da aver indotto il governo a chiedere a molti dei sei milioni di studenti che entreranno nel mercato del lavoro quest’anno di tornare nelle campagne per mettersi al servizio dello sviluppo del Paese come insegnanti o come consulenti delle unità locali del Partito. Per lasciare spazio, solo nel 2008, al rientro di 50.000 studenti espatriati.
Scelta illogica?
“In realtà non è così”, sottolinea con convinzione un ricercatore della prestigiosa Accademia di Scienze Sociali di Pechino che preferisce non rivelare la sua identità. “In Cina esistono tantissime, forse troppe, univeristà. Solo a Pechino ce ne sono quasi cento, e naturalmente non possono essere tutte di primissimo livello. Il governo ha bisogno delle professionalità dei laureati, nelle città e nelle campagne”. A sentire il partito, nella Repubblica popolare c’è sempre spazio per tutti. Ma gli ex studenti di Londra e New York, ovviamente, sono destinati solo alle metropoli.
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Prima Praga e Stoccolma, poi Bruxelles e Berlino.
In Europa dilagano le proteste contro il piano presentato due giorni fa dal presidente francese Nicolas Sarkozy per salvare l’industria automobilistica d’Oltralpe. A preoccupare i partner europei della Francia sono i rischi di protezionismo che cela il piano salva-auto di Sarkò. Dopo settimane di trattive a oltranza, l’Eliseo ha annunciato il 9 febbraio scorso un piano quinquennale che prevede 7,8 miliardi di euro di prestiti a tassi preferenziali ai costruttori francesi (tre miliardi a testa per Peugeot e Renault) in cambio di un impegno sottoscritto dai dirigenti del settore a non chiudere nessuno dei siti di produzione presenti in Francia, a “fare tutto il possibile per evitare i licenziamenti”, a investire nelle auto ecologiche e, infine, a non delocalizzare la produzione all’estero di automobili vendute in Francia. Quest’ultimo punto ha suscito le ira della Repubblica ceca, paese in cui Peugeot produce la sua 107. “Non possiamo permettere nessun tipo di protezionismo” ha ribadito il ministro delle Finanze ceco, Miroslav Kalousek, dopo la riunione Ecofin tenutasi ieri a Bruxelles, “e questo vale per qualsiasi tipo di settore”.
Contro la convinzione di Sarkozy di volersi opporre al fatto “che si fabbrichino al di fuori della Francia delle auto che poi si vendono in Francia” si è espressa la Commissione europea. Se il piano prevede “una misura supplementare come l’obbligo di mantenere un’unità di produzione in Francia”, ha dichiarato un portavoce della Commissione Ue, Jonathan Todd, “allora gli aiuti diventano illegali”. Di conseguenza, “la Commissione non autorizzerà aiuti che tenderanno a minare il mercato unico” ha sottolineato Todd, a detta del quale “il mercato unico è fonte di prosperità e di impieghi in Europa. Se ci sono misure che rimettono in causa il mercato unico, il rischio è quello di vedere la recessione peggiorare e trasformarsi in una depressione come non se ne vede dagli anni ‘30″. Parole durissime quindi che rispecchiano la volontà di Bruxelles di voler “guardare nei dettagli” le misure iscritte nel piano salva-auto di Sarkozy, senza precisare la data in cui Commissione si pronuncerà sulla compatibilità o meno del “patto automobile” siglato tra l’Eliseo e il settore auto francese con le regole communitarie. Già la scorsa settimana la commissaria europea alla Concorrenza, Neelie Kroes, aveva messo in guardia il segretario di Stato francese all’industria, Luc Chatel, da ogni tentazione protezionista. “L’obbligo di investire soltanto in Francia non è compatibile” con le regole europee. Il monito di Bruxelles ha trovato eco a Berlino, dove fonti governative tedesche hanno fatto sapere che “nessuna misura in contraddizione con le regole europee dovrebbe essere approvata”. Per Sarkozy si annunciano tempi duri. La Repubblica ceca, che detiene la presidenza di turno Ue, non nasconde più il suo desiderio di voler trasformare il summit straordinario dell’Unione Europea sulla crisi economica mondiale previsto a fine febbraio in un Summit “per dire chiaramente no” alle misure protezionistiche. Un altro siluro al piano di Sarkozy è poi arrivato dalla Svezia. La casa automobilistica svedese Volvo ha rispedito al mittente la proposta di un prestito di 500 milioni di euro alla sua filiale Renault Trucks (acquistata da Volvo Group nel 2001). “Non siamo in misura di riempire le condizioni imposte da questi prestiti” ha dichiarato da Stoccoloma un portavoce del gruppo. Il rifiuto di Volvo non è altro che una conferma dei sentimenti molto mitigati espressi due giorni fa dal ministro delle Finanze svedese, Anders Borg, convinto che il piano francese era quantomeno “problematico”.
Più sfumata la posizione dell’Italia, con il governo Berlusconi disposto a salvare il settore attraverso un pacchetto di misure anti-crisi approvato la settimana scorsa dal Consiglio dei ministri. Secondo il ministro delle Finanze, Giulio Tremonti, il fatto “di legare gli aiuti a dei protocolli sull’impiego e la preservazione delle strutture industriali mi pare ragionevole”. Sensibile all’ondata di protesta esplosa nelle principali capitali europee, Tremonti ha poi sottolineato che se questo legame “viene fatto in maniera aggressiva e violenta, allora non è compatibile con gli interessi dell’Europa”.
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La montagna era incantata. Tutti i governanti, i banchieri, gli imprenditori e i guru, che s’inerpicavano fino ai 1.560 metri di Davos, sembravano possedere la bacchetta magica con cui governare il mondo. È stato così per 38 anni. Il 39° no.
La definizione di “montagna incantata”, attribuita nel 1924 da Thomas Mann alle cime di Davos, rimane attuale nel 2009. Ma nessuno fra quanti parteciperanno, dal 28 gennaio al 1° febbraio, al World economic forum (Wef) è più in grado di fare magie nei nuovi scenari geopolitici che si sono aperti, l’estate scorsa, quando è esplosa la devastante crisi finanziaria ed economica.
Lo stato del mondo non è buono e tutti sperano anzitutto nella nuova amministrazione americana di Barack Obama per risolvere gli annosi conflitti mediorientali e sedare i nuovi confronti politico-militari. Lo stato dell’economia è ancora peggiore. I paesi avanzati sono in recessione. Quelli in via di sviluppo sono stati costretti a rallentare la corsa e alcuni a frenare bruscamente, con le prime sommosse popolari in Russia, Cina e Grecia. Il pendolo oscilla da un eccesso all’altro: dalla sacralità del mercato senza regole al ritorno dello stato padrone. Toccherebbe ai leader politici e imprenditoriali rallentare l’oscillazione e invece non accade per la confusione che regna sovrana. A tutti i livelli.
Sintomatico un sondaggio della società di consulenza americana Booz & Co., che sarà presentato a Davos. “A dicembre” spiega a Panorama Fernando Napolitano, direttore della sede italiana, “abbiamo consultato 832 manager in tutte le aree del mondo. Il 40 per cento ha abbandonato la tradizionale fiducia. Ma l’aspetto più preoccupante è che un terzo degli intervistati si dice scettico sui piani di business che presumibilmente hanno loro stessi scritto”.
L’imperativo dettato dal fondatore del Wef di Davos, Klaus Schwab, è “rimodellare il mondo post-crisi”. Proveranno a farlo i 2.500 partecipanti, fra cui 40 capi di stato e di governo: dal premier cinese Wen Jiabao al cancelliere tedesco Angela Merkel. A loro Schwab darà così il benvenuto: “Se è vero che nessun leader può scansare le impellenti sfide quotidiane, ancora più decisiva è l’azione nel lungo periodo che avrà conseguenze per le generazioni future”.
I rischi globali, denunciati nel rapporto prevertice, sono in aumento. Quelli fiscali, si legge nel documento di 35 pagine, “sono raddoppiati, se non triplicati”. I massicci piani di salvataggio approvati dai vari governi potrebbero minacciare alcuni paesi, come Usa, Gran Bretagna, Francia, Italia, Spagna e Australia, che hanno già robusti deficit. Ancor più grave è il pericolo di un “atterraggio brusco” della Cina, principale creditore dell’America, la cui crescita potrebbe rallentare sotto il 6 per cento. Né si prevede che le borse possano recuperare presto il 50 per cento del valore perso in media nel 2008. C’è poi un gap fra buone intenzioni e realtà quotidiana. Da una parte i governanti proclamano la loro fedeltà ai principi dello stato di diritto e del libero mercato contro le sirene del protezionismo; dall’altra nei singoli paesi vengono di continuo innalzate barriere sotto la pressione dell’opinione pubblica.
Infine permane il pericolo del cambiamento del clima, che va a colpire soprattutto le zone più povere del pianeta a causa della mancanza di infrastrutture e la debolezza delle istituzioni. Gli analisti del Wef invitano a trovare “soluzioni di lungo periodo, di tipo olistico e interdisciplinare”. Formula generica, che deve fare i conti con l’incertezza e la complessità del momento.
Mario Moretti Polegato, presidente del gruppo Geox, uno dei pochi italiani a Davos, tenterà di rispondere alla sfida presentando un “Manifesto postcrisi per l’impresa”: “L’impresa deve tornare ai fondamentali. Occorre offrire prodotti e servizi innovativi ai clienti-consumatori in una logica di mercato globale”. Meno finanza, più produzione, meno bonus fantasmagorici ai manager e più sobrietà.
Resta da definire il difficile equilibrio fra capitalismo di mercato e stato. Soprattutto va ridisegnata l’architettura del governo del mondo. La formula del G8 è anacronistica. Quella del G20 (il 90 per cento del pil globale) contiene molte incognite. La presidenza italiana del prossimo vertice, in luglio alla Maddalena, proverà a sperimentare il G14, alleanza fra le otto economie più avanzate più Cina, India, Brasile, Messico, Sud Africa e, quasi per certo, Egitto.
È il riconoscimento definitivo dello spostamento dell’asse del potere. A Davos si faranno le prime prove d’autore per riscoprire la magia della montagna incantata di Thomas Mann.
- pbuo
- Mercoledì 28 Gennaio 2009

Su 100 euro di entrate tributarie ben 77,7 vanno all’amministrazione centrale e solo 22,3 agli Enti locali. Questo almeno è quanto afferma l’associazione artigiani Cgia di Mestre, presentando i dati dell’ultima ricerca condotta dal proprio ufficio studi. “In termini reali” rileva Giuseppe Bortolussi, direttore della Cgia mestrina “a fronte di 459,8 miliardi di euro di entrate tributarie totali registrate nel 2007, 357,1 vanno all’erario e ’solo’ 102,7 miliardi alle amministrazioni locali. Ciò vuol dire che l’autonomia fiscale dei nostri territori, rispetto ai principali competitori, è ridotta al minimo”.
L’elaborazione ha messo a confronto le entrate statali e quelle locali di Italia, Francia, Spagna e Germania. Se con spagnoli e tedeschi non c’è confronto, merita un chiarimento - secondo i ricercatori - la situazione della Francia. I transalpini presentano una specificità non riscontrabile negli altri Paesi per quanto concerne il sistema pensionistico. Mentre in tutti gli altri stati presi in esame la previdenza è sostenuta attraverso il versamento contributivo fatto dagli occupati, in Francia è la fiscalità generale a finanziare il sistema.
“La cosa che ci preoccupa di più” prosegue Bortolussi “è che dalla lettura di questi dati emerge una corrispondenza lineare tra il livello di centralismo e la pressione tributaria. Ovvero, la quantità di imposte, tasse e tributi che i contribuenti versano in percentuale del Pil è direttamente proporzionale al grado di centralismo fiscale”.
Infatti, a fronte di un centralismo fiscale che è pari in Italia al 77,7% c’è una pressione tributaria del 29,9%. La più alta tra i paesi messi a confronto. La Germania, invece, che presenta un gettito fiscale nazionale del 49,4%, ha una pressione tributaria solo del 24%. Idem la Spagna: a fronte di una percentuale di entrate centrali pari al 55,6% registra una pressione tributaria del 25,1%. Solo la Francia è un po’ in controtendenza rispetto ai tre Paesi analizzati. Pur avendo un’autonomia impositiva degli enti locali più contenuta di quella italiana presenta, però, una pressione tributaria del 27%. Ben più alta di quella tedesca e spagnola ma più contenuta di quasi 3 punti rispetto a quella italiana.
I cugini transalpini, pur avendo uno stato centralista, hanno però una pubblica amministrazione più virtuosa, più efficiente e meno costosa, ad esempio, della nostra. “A fronte del risultato emerso da questa elaborazione” conclude Bortolussi “è necessario approvare in tempi brevissimi la legge sul federalismo fiscale. Solo trattenendo sempre più sul territorio le risorse erogate dai contribuenti e avvicinando i centri di spesa ai cittadini, si può rispondere meglio alle esigenze di questi ultimi rendendo gli amministratori locali più responsabili e più virtuosi. Tutto ciò con l’obbiettivo di abbassare il carico fiscale generale e conseguentemente migliorare i nostri conti pubblici”.
“Spendete, spendete, spendete”: lo chiede il partito comunista cinese all’intero Paese. Il nuovo strumento di propaganda su cui sta puntando Pechino per uscire dalla crisi è infatti il consumo patriottico. “Compra un appartamento (possibilmente in contanti) ed avrai aiutato il Paese”; “cittadini e istituzioni devono spendere quello che hanno guadagnato in un anno in consumi”; “non servono le guerre per dimostrare la propria fedeltà al Paese, anche la crisi economica può servire a consolidare l’amore per la Patria: bisogna spendere di più, per aiutare la Cina a uscire dall’impasse“.Frasi di questo tipo si rincorrono sulla maggior parte dei quotidiani cinesi. La classe dirigente si rende conto che di fronte al calo drastico delle esportazioni, l’unica opportunità che ha la Cina per continuare a mantenere un tasso di crescita del prodotto interno lordo superiore all’8% (il valore necessario, a detta degli esperti, per mantenere la piena occupazione) è quello di stimolare i consumi interni. Infarcire la spesa individuale di patriottismo è sicuramente un’ottima strategia in Cina, ma nonostante l’appello venga dalla massima autorità del Paese, non è detto che ottenga l’effetto sperato.
In pochi mesi, la Repubblica Popolare ha visto il tasso di disoccupazione crescere vertiginosamente. Le statistiche ufficiali parlano di un +4,2%, ma quelle che includono anche i lavoratori non regolari stimano una disoccupazione dell’8%. D’altronde, da fine ottobre ad oggi hanno chiuso 670mila fabbriche, e con esse si sono volatilizzati 6,7 milioni di posti di lavoro. Tutti gli anni, in occasione del capodanno cinese, gli operai tornano a casa per festeggiare questa speciale ricorrenza con i familiari. In base al calendario lunare del 2009, il capodanno cade nell’ultima settimana di gennaio, ma ben dieci milioni di lavoratori sono stati rispediti a casa in netto anticipo poichè le fabbriche, rimaste senza ordini, non hanno avuto più bisogno nemmeno della manodopera, e a chi è rimasto le aziende hanno offerto un salario dimezzato.
Come faranno i milioni di disoccupati cinesi a rispondere all’appello patriottico lanciato da Pechino? Per non parlare dei contadini, la cui differenza salariale con gli operai urbani, stimata sui mille euro, continua ad aumentare. Rischiano forse di essere accusati di mancata fedeltà alla bandiera? Probabilmente no, visto che il governo ha pensato di sostenere la vendita di elettrodomestici nelle campagne per mezzo di sussidi. Secondo Pechino, la diffusione di lavatrici, frigoriferi e televisioni nelle zone rurali ne migliorerebbe anche la qualità della vita. Ma i più scettici si chiedono non tanto se i contadini potranno mai acquistarli, ma se la fornitura elettrica delle campagne sarà sufficiente a farli funzionare tutti.
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“Abbiamo preparato una simulazione rozza, ma significativa. Ci porta a dire che se tutte le regioni avessero nella sanità i costi standard delle due amministrazioni più efficienti, Lombardia e Veneto, risparmieremmo 4,5 miliardi di euro l’anno. Sono risorse che resterebbero nel settore sanitario, ma potrebbero essere spese per lo sviluppo dei servizi, la ricerca, gli investimenti in tecnologia”. Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro, della salute e delle politiche sociali, pensa che la riforma del federalismo sia un’opportunità per rinnovare la sanità. E in questa intervista con Panorama spiega quale potrebbe essere la strada, difficile e in alcuni casi anche dolorosa, per rendere il servizio più efficiente su tutto il territorio. Più efficiente e sostenibile. “Dobbiamo mantenere stabile il rapporto tra spesa sanitaria e prodotto interno lordo” dice Sacconi. “Non possiamo tollerare una tendenza che ci porterebbe a raddoppiarlo nel 2050 e che già oggi comporta, a causa della sfiducia nel servizio pubblico, una spesa privata, cioè soldi delle famiglie, pari al 2 per cento del pil”.
Il servizio sanitario italiano è combinato così male?
Siamo considerati dall’Ocse il secondo sistema del mondo. Ma è una media. Il servizio sanitario italiano è spaccato a metà tra un’area che è probabilmente la migliore al mondo e un’area di forte inefficienza, probabilmente una delle peggiori nei paesi industrializzati. È un sistema iniquo: chi vive nelle aree svantaggiate paga i servizi più volte, perché prende il treno della speranza verso le aree più efficienti e spesso paga ai privati prestazioni che il servizio pubblico fornisce ma delle quali non ci si fida.
In che modo il federalismo potrebbe cambiare questa situazione?
Si passerà dal federalismo irresponsabile della riforma sanitaria di 30 anni fa al più responsabile federalismo fiscale, che nella sanità è stato anticipato dai patti tra Stato e regioni del 2001 e del 2006. In base a questi piani, le regioni con un forte disavanzo avrebbero dovuto colmare il deficit sanitario godendo di un fondo aggiuntivo. Ma avrebbero ottenuto le risorse in più solo se fossero diventate virtuose. Così un doppio deterrente ha anticipato il federalismo fiscale: l’aumento della pressione fiscale fino a una certa soglia; superata la soglia, il commissariamento.
Come funzionerebbe in futuro?
Superata una certa soglia di disavanzo il commissariamento dovrebbe riguardare tutto. I libri non verrebbero portati in tribunale ma al giudizio del popolo, al voto, e gli amministratori falliti diventerebbero ineleggibili.
E in particolare per la sanità?
Nel patto della salute 2010-2012 dovremmo individuare un costo standard per abitante per tutte le regioni. Ed è bene che sia un dato reale, calcolato prendendo spunto dalle regioni migliori.
Lei parla di Lombardia e Veneto. Anche Emilia-Romagna e Toscana hanno un servizio efficiente. Le simulazioni riguardano anche loro.
Sono buoni modelli per la qualità, ma più onerosi. Lo stessa simulazione indicativa, fatta con esse, porta a una riduzione dei risparmi. Credo invece che il costo standard debba essere tarato sull’area migliore. Certo, il sistema definitivo per individuare il punto di riferimento dovrà essere più sofisticato. Potrebbe essere basato sulla composizione della popolazione: nella spesa sanitaria la quota di anziani fa la differenza.
Faccia un’ipotesi concreta.
Penso che il prossimo patto sulla salute tra Stato e regioni possa essere basato su due tipi di risorse: una quota calcolata in base al numero degli abitanti di ciascuna regione e al costo standad per abitante delle regioni migliori; e un finanziamento aggiuntivo ma decrescente che in un tempo determinato sostenga le amministrazioni nel passaggio dalla spesa storica al costo standard solo se sono virtuose.
A parte i risparmi, nei servizi che cosa accadrà?
Non stiamo parlando di tagli, ma di cambiamento. Oggi nell’area più inefficiente c’è un modello obsoleto, con una rete dei servizi dominata dagli ospedali generalisti. Molti di questi sono marginali (cioè con meno di 120 posti letto, ndr). Nel modello ottimale oltre metà della spesa è destinata invece a servizi sociosanitari e assistenziali di tipo territoriale, che garantiscono la presa in carico della persona dal momento del concepimento e che la accompagnano sempre, grazie alle tecnologie informatiche. È un cambiamento che riguarda tutti, dalla famiglia al medico di base, dagli ospedali sempre più specializzati alle strutture per la lunga assistenza, alle farmacie, al volontariato. È il progetto del libro verde. Di fatto, è un’operazione di riconversione del Centro-Sud inefficiente. Ma con le regioni più efficienti che restano sulla buona strada.
Non sarà semplice, anche dal punto di vista politico.
Nel Veneto abbiamo cominciato a chiudere gli ospedali marginali negli anni Settanta. E furono battaglie. Oggi vi è più consapevolezza, però sarà difficile lo stesso. Sarebbe bene che non ci fosse un gioco delle parti, a seconda che si sia maggioranza od opposizione, per opporsi alla chiusura degli ospedali marginali. Si può evitare se c’è condivisione Stato-regioni e quindi implicitamente una tendenziale politica bipartisan. Non a caso vogliamo rivalutare l’Agenzia dei servizi sociosanitari, la cui gestione è condivisa tra Stato e regioni. Sono percorsi faticosi. Basti pensare al lavoro dell’assessore regionale in Sicilia o nel Lazio alla chiusura dell’ospedale San Giacomo. Però sono anche gestibili. Nel pubblico non viene licenziato nessuno.
Cambierà il modo di lavorare di migliaia di persone.
Tutti saranno attori del cambiamento. Per esempio, dobbiamo rifare un patto di lungo periodo con i medici di famiglia, rivalutandone le funzioni e individuando con loro i modi per garantire un servizio 24 ore al giorno. Il modello ospedalecentrico li ha emarginati. Nel nuovo modello diventano centrali anche grazie alla tecnologia, con la ricetta elettronica trasmessa alla farmacia e il fascicolo elettronico individuale che segue ovunque le persone.

Gli aiuti di Stato sono ora “un imperativo categorico”. Quello che prima veniva considerato un “peccato” è ora l’unica ricetta per salvare l’economia reale. Parola di Silvio Berlusconi. Il premier sceglie la capitale delle Istituzioni europee, da sempre vigili sull’intervento pubblico degli Stati membri, per sottolineare come il tabù ormai sia stato infranto.
Una scelta, spiegherà qualche minuto dopo il ministro dell’Economia Giulio Tremtonti, dettata dalle contingenze: “Con la crisi il mondo è cambiato”. Se l’emergenza finanziaria “è ormai sotto controllo” dopo gli interventi degli Stati Uniti e dell’Europa, “l’andamento negativo dei mercati ora riflette la paura per i dati dell’economia reale”.
A fornire l’esempio del nuovo corso intrapreso dall’economia è lo stesso Tremonti, ricordando il 2001, quando volevano cacciare l’Italia “dal tempio del dio mercato” per aver chiesto la diminuzione del costo delle assicurazioni per gli aerei. L’invito rivolto dal governo italiano ora è all’Europa, affinché faccia quadrato contro la crisi. “Non esiste una via nazionale” per risolvere il problema, taglia corto Tremonti. A fornire però qualche rassicurazione ci pensa direttamente il Cavaliere che annuncia lo stanziamento di fondi della Banca europea degli investimenti a favore delle infrastrutture degli Stati membri: “Una cifra pari a 30-40 miliardi di euro, di cui il 15-20% per l’Italia”.
Il premier mette poi sul tavolo l’ipotesi che gli aiuti di Stato possano estendersi anche al settore automobilistico. Sull’esempio dell’America, osserva Berlusconi “Non c’è da scandalizzarsi - dice nel corso di una conferenza stampa al termine del Consiglio - se le nostre imprese verranno aiutate, ove necessario, anche se non so ancora come”.
A difendere l’italianità delle aziende contro le opa ostili ci penserà poi una modifica della normativa vigente. Una iniziativa annunciata ieri, e ribadita anche oggi. “C’è il nostro impegno a modificare questa normativa”, dice il titolare di Via XX Settembre, precisando però che l’intervento avverrà “all’interno di uno schema europeo”. L’Italia, osservano il premier e Tremonti, è però al momento l’unico Paese Ue ad impegnarsi. Al contrario, nel resto d’Europa “la materia è solo oggetto di seminari”.
Oltre alle questioni internazionali però, il premier coglie l’occasione per ricordare gli obiettivi raggiunti fino ad ora dal governo. Approfittando della presenza di Tremonti, Berlusconi si concentra sul pacchetto di misure economiche messe in campo dall’esecutivo. Una serie di provvedimenti a cui dovrà aggiungersi, “bilancio permettendo”, anche il quoziente familiare.
Nell’elenco delle misure già adottate, il Cavaliere ricorda l’abolizione dell’Ici sulla prima casa, l’abolizione dei ticket. La parola passa poi a Tremonti che completa l’elenco: modifica delle politiche bancarie, una finanziaria “di stabilita”‘, ma soprattutto “l’introduzione della social card a dicembre”. La misura, annuncia il ministro dell’Economia “sarà retroattiva per i due mesi precedenti all’entrata in vigore”. Tra gli sgravi previsti ci sarà la possibilità di usufruire della tariffa sociale dell’Enel.
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