Leggi tutte le notizie su:
stime

Una brutta fotografia dell’Italia. A scattarla l’Istat: nel primo trimestre dell’anno il Pil fa segnare il dato peggiore dal 1980, ossia dall’inizio delle serie storiche. Secondo la stima preliminare, il Prodotto interno lordo ha registrato una flessione del 5,9% rispetto allo stesso periodo del 2008 e del 2,4% rispetto all’ultimo trimestre.
Intanto, però, il calo già acquisito per quest’anno, ossia se l’andamento del Pil rimarrà invariato nei prossimi trimestri, è pari al 4,6%. Numeri peggiori sia delle stime degli analisti che delle ultime stime del governo, inserite nella Relazione Unificata sull’Economia e Finanza (Ruef) che indicano per la fine dell’anno un calo complessivo del 4,2%.
Secondo i tecnici di dell’istituto di statistica questa ulteriore contrazione dell’economia, la quarta consecutiva, “è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto dell’agricoltura, dell’industria e dei servizi”. Inoltre ha inciso il fatto che si è avuta una giornata lavorativa in meno rispetto sia al trimestre precedente sia al primo trimestre del 2008.
Il -5,9% segue il -2,1% del quarto trimestre del 2008, il -0,8% del terzo e il -0,6% del secondo. Una situazione analoga si era verificata tra il ‘92 e il ‘93, con sei cali di seguito anche se di minore entità.
Il confronto congiunturale con gli altri Paesi mostra che il Pil nel primo trimestre è diminuito dell’1,9% nel Regno Unito e dell’1,6% negli Stati Uniti, contro il -2,4% italiano. In termini tendenziali, il Prodotto è calato del 4,1% nel Regno Unito e del 2,6% negli Stati Uniti, contro il 5,9% dell’Italia. Ma anche i dati tedeschi fanno paura. Il Pil della Germania nel primo trimestre 2009 ha registrato una contrazione del 3,8% rispetto al quarto trimestre 2008, che aveva segnato una flessione del 2,2%. Lo riferisce l’agenzia Bloomberg, citando l’ufficio federale di statistica di Wiesbaden. Si tratta del calo peggiore da quasi quarant’anni, da quando cioè, nel 1970 sono iniziate le prime rilevazioni statistiche. È inoltre la prima volta che si registrano quattro contrazioni consecutive del Pil. Il dato del primo trimestre è anche peggiore rispetto alle previsioni degli analisti e il calo annuo è del 6,9%.
Commentando in conferenza stampa i dati Pil, il presidente del Consiglio Berlusconi ha detto “La crisi esiste, i dati diffusi oggi erano quelli che sapevamo. Siamo nella peggiore crisi mai capitata ma tutti i contatti con le aziende ci dicono che c’è un miglioramento della situazione”. Comunque Berlusconi insiste con “l’ottimismo”, perchè “il fattore massimo di questa crisi è il fattore psicologico”.
Ma dure critiche all’operato del governo arrivano dall’opposizione: “Abbiamo un governo che fa demagogia e confusione di fronte ad una situazione drammatica del Paese”, dice Massimo D’Alema. “I dati di oggi dicono che siamo al crollo, tra l’altro il crollo dell’economia italiana è nettamente superiore alla media europea, e abbiamo il presidente del consiglio che si trastulla”, è l’affondo dell’ex vice premier. “Berlusconi ci racconta che in Italia non c’è la crisi. C’è veramente motivo di serissima preoccupazione per la gravità dei problemi che il governo è totalmente incapace di affrontare ed è in preda a un delirio di autoglorificazione. Gli italiani attendono delle risposte non l’autoelogio di Berlusconi; c’è chi pensa che per affrontare le malattie bastino le barzellette e naturalmente spesso in questo modo l’ammalato peggiora”.
Commenta i dati sul Pil anche l’Ufficio Studi Confcommercio: “Il punto più acuto della crisi profonda e strutturale in atto è stato raggiunto”. Confcommercio sottolinea che “rimane l’incognita di quanto durerà ancora la crisi e in che modo il mondo delle imprese e delle famiglie uscirà dal tunnel”.

La crisi si farà ancora sentire. Il Pil italiano calerà del 4,4% quest’anno per poi tornare a crescere dello 0,1% nel 2010. La stima è contenuta nelle previsioni economiche di primavera messe a punto dalla commissione europea, secondo cui dopo “un’altra forte contrazione nel primo trimestre del 2009″ l’attività economica “continuerà a declinare per la maggior parte dell’anno, sebbene muovendosi gradualmente verso una stabilizzazione” che arriverà infine nel 2010.
Le cause della contrazione sono note: in seguito al “significativo impulso negativo” proveniente dal 2008, “nel 2009 il pil italiano è previsto registrare la più forte caduta annuale da parecchi decenni”. Sottolineando però come alcuni indicatori lascino intravedere “una certa stabilizzazione dell’attività economica nei prossimi mesi”. “Le previsioni per la prima metà del 2009 sono fortemente sfavorevoli. Gli indicatori di breve termine” spiega Bruxelles “indicano una protratta contrazione dell’attività economica. In particolare, la produzione industriale si è bruscamente contratta nei primi due mesi dell’anno ed è attesa una nuova caduta in marzo”.
“Comunque” prosegue la Commissione Ue “alcuni indicatori lasciano intravedere una certa stabilizzazione nei prossimi mesi. La fiducia dei consumatori è migliorata in aprile e gli incentivi per l’acquisto di automobili più efficienti dal punto di vista energetico stanno avendo un impatto positivo. Anche la fiducia delle imprese è in ripresa in aprile dopo il crollo di marzo”. Nonostante ciò “nel primo trimestre 2009 è attesa una forte contrazione del Pil, che continuerà a ridursi attraverso gran parte dell’anno, prima di muoversi verso una graduale stabilizzazione”.
Il debito pubblico italiano farà registrare nei prossimi due anni una nuova impennata, balzando dal 105,8% del 2008 al 113,0% nel 2009 e al 116,1% nel 2010. Secondo le nuove previsioni della Commissione Ue presentate oggi, dopo la flessione degli ultimi anni il rapporto debito-pil è destinato a tornare ai livelli della fine degli anni Novanta. “Il debito” spiega quindi Bruxelles “potrebbe aumentare ulteriormente di circa un punto in percentuale del Pil, in base alla portata del ricorso che le banche faranno al piano di ricapitalizzazione”.
Nel 2009 in Italia l’inflazione si attesterà allo 0,8%, per poi risalire all’1,8% nel 2010. Per il nostro Paese la stima Ue vede un tasso di disoccupazione che quest’anno salirà all’8,8% e il prossimo al 9,4%.
La situazione è non buona solo per l’Italia. La Commissione Ue rivede drasticamente al ribasso le previsioni di crescita per tutto il Vecchio Continente. Nel 2009 il Pil di Eurolandia crollerà al -4%, e resterà sotto lo zero anche nel 2010 (-0,1%). Stesse stime per l’Ue a 27. Nella zona euro il dato più pesante per il 2009 è quello dell’Irlanda (-9,0%), seguita da Germania (-5,4%), Finlandia (-4,7%), Italia (-4,4%). La Spagna, secondo Bruxelles, farà registrare un -3,2%, la Francia un -3,0%. “L’economia europea è nel mezzo della sua più profonda ed estesa recessione del dopoguerra”, commenta il commissario Ue agli affari economici e monetari, Joaquin Almunia, per il quale però “le ambiziose misure prese dai governi e dalle banche centrali” porteranno a una stabilizzazione dell’attività economica e a una “ripresa il prossimo anno”.
Nel 2009, saranno 13 i paesi membri dell’Eurozona che sforeranno il tetto del 3% del rapporto deficit/Pil. Lo prevede la Commissione europea. I 13 paesi sono: Belgio, Germania, Grecia, Spagna, Francia, Irlanda, Italia, Malta, Paesi Bassi, Austria, Portogallo, Slovenia e Slovacchia. In particolare, per quanto riguarda l’Irlanda, la Commissione europea afferma che il paese sta facendo registrare un forte deterioramento dei conti pubblici, riflesso del forte impatto che la crisi globale sta avendo sulle finanze dei paesi membri. Tuttavia il commissario cerca di non drammatizzare: “Non siamo più in caduta libera, le misure ambiziose adottate dai governi e dalle banche centrali in queste circostanze eccezionali forniranno un supporto alla caduta dell’attività economica e renderanno possibile la ripresa l’anno prossimo”. Per questa ragione “si deve procedere rapidamente a far emergere gli asset tossici sui bilanci delle banche e alla ricapitalizzazione degli istituti di credito in modo appropriato”.
Il VIDEO servizio:
- Tags: Banche, cittadini, credit-crunch, crisi, debito, finanza, Fmi, fondo-monetario-internazionale, Pil, risparmio, stime, strategie, svalutazioni
-

Nuovamente in rialzo il costo della crisi finanziaria. E la stima viene dal Fondo Monetario Internazionale: le svalutazioni, entro il 2010, afferma nel Global Financial Stability Report: “potrebbero raggiungere i 4.000 miliardi di dollari, di cui due terzi facenti capo alle banche”. A tanto cioè arriverà a costare la crisi finanziaria global alle sole economie avanzate.
Il collasso del settore creditizio (credit crunch) sarà “profondo e di lunga durata”, la crisi si è estesa a famiglie e imprese e anche se a livello mondiale sono state lanciate contromisure “che non hanno precedenti”, l’istituzione avverte che “la stabilizzazione del sistema finanziario richiederà ulteriori azioni politiche”. Con questo rapporto ogni anno l’Fmi passa in rassegna la situazione e tutte le criticità del sistema finanziario globale.
L’aspetto più atteso era proprio quello sulle svalutazioni, oggetto di anticipazioni di stampa che ora trovato riscontro nei dati effettivamente pubblicati. Sono contenuti nel primo capitolo e l’ammontare totale delle svalutazioni stimate sale a quasi 4.100 miliardi di dollari; se la maggior parte di queste svalutazioni ricadono su titoli originati negli Stati Uniti, l’epicentro della crisi, ora l’Fmi stima che ben 1.193 miliardi riguardino titoli Europei.
Per dare un’idea della velocità e dell’ampiezza con cui si sono aggravate queste stime, basta guardare alla componente sugli asset statunitensi. Oggi l’Fmi stima svalutazioni per 2.712 miliardi di dollari su un ammontare totale di titoli da 26.554 miliardi. Solo lo scorso gennaio, in un aggiornamento delle sue previsioni, indicava invece svalutazioni per 2.200 miliardi, e nell’ottobre precedente 1.400 miliardi.
“In base alle nostre stime” scrivono i tecnici dell’Fmi “a riflesso delle perduranti pressioni nei mercati del credito le istituzioni finanziarie globali e altri detentori (di questi titoli) potrebbero fronteggiare svalutazioni più ampie”.
Le svalutazioni previste per l’Europa riguardano un ammontare totale di titoli indicato a 23.807 miliardi di dollari, mentre altri 131 miliardi di svalutazioni sono su titoli originati in Giappone il cui ammontare totale è di 6.569 miliardi. E sono proprio i nuovi dati su Europa e Giappone a far salire drammaticamente la previsione totale, perché in precedenza l’Fmi non indicava svalutazioni su titoli originati da queste due aree economiche. L’ammontare totale dei titoli oggetto di revisioni peggiorative è pari a 57.719 miliardi di dollari e la cifra esatta delle svalutazioni previste è di 4.054 miliardi.
A causa della crisi finanziaria, il debito pubblico italiano salirà nel 2010 al 121% con un incremento di 15 punti percentuali dal 106% del 2008. Il Fondo Monetario Internazionale precisa che i costi per la stabilizzazione finanziaria sono risultati pari allo 0,9% del pil. I dati sul debito sono tratti dal World Economic Outlook dell’aprile 2008, mentre le stime sui costi provengono dal dipartimento degli Affari fiscali del Fmi. Il deterioramento dei conti pubblici non è comunque un fenomeno limitato: in Germania il debito 2010 si attesterà all’87% con un aumento di 19 punti percentuali. In Giappone l’incremento sarà di 30 punti percentuali al 227%, mentre negli Usa il balzo sarà di 27 punti al 98%. In Francia, l’aumento sarà di 13 punti percentuali all’80%.
Tre le “priorità” identificate dal Fondo: assicurare che il sistema bancario abbia accesso alla liquidità necessaria, identificare e risolvere la questione degli asset tossici, ricapitalizzare le banche indebolite ma ancora vitali e decidere rapidamente cosa fare di quelle ormai allo stremo. Con l’avvertenza che, “data la natura globale della crisi”, gli effetti delle politiche nazionali potranno avere pieno successo “soltanto se realizzate in modo coordinato tra tutti i Paesi coinvolti”.
Soprattutto nel Vecchio Continente. L’Europa dell’Est, già duramente colpita dalla crisi, rischia infatti di contagiare tutta la “vecchia” Europa: le forti interconnessioni finanziarie esistenti fra le due aree aumentano il pericolo di un “un ciclo vizioso avverso» all’interno di tutta l’Europa spiega ancora l’Fmi, secondo il quale “i collegamenti” fra Est e Ovest “creano un ciclo di azioni e reazioni che potrebbero esacerbare la crisi”. La maggior parte delle economie emergenti europee, conclude l’Fmi, sono infatti dipendenti dalle banche del Vecchio Continente occidentale che, di fatto, possiedono molti degli istituti di credito dell’Europa dell’Est.
- Tags: Cina, clima, crewcita, crisi, disoccupazione, India, numeri, onu, Pil, produzione, riscaldamento, stime
-
(Credits: kevindooley by Flickr)
A dispetto di un commercio bilaterale che continua a crescere e frequentissimi incontri al vertice in cui si parla di amicizia e coesistenza pacifica, Cina e India non vanno d’accordo su nulla. Competono in Asia, in Africa e in America Latina per il controllo di risorse energetiche, materie prime e rotte marittime; restano fedelissime ai propri interessi nazionali e, sul piano internazionale, vanno in cerca di alleanze trasversali in grado di aiutarle a controbilanciare quello che percepiscono come un vicino scomodo.
Nella lotta al riscaldamento globale, complice la necessità di salvaguardare un interesse comune, quello di rilanciare, soprattutto in tempi di crisi, la crescita nazionale, i due colossi orientali hanno deciso di allearsi. I delegati di Pechino e Nuova Delhi si sono infatti trovati d’accordo nel comunicare alla Segreteria Generale delle Nazioni Unite di non essere disposti ad approvare nessuna intesa ambientalista che possa comportare un rallentamento della loro crescita economica, in conseguenza del quale potrebbero ritrovarsi entrambi sulla strada della povertà anzichè su quella del progresso.
In realtà, a bloccare lo sviluppo dei due paesi ci sta già pensando la crisi. Stando alle stime della Banca Mondiale, in Cina la crescita è crollata in pochi mesi dal +10/11 per cento al +6,5 per cento, in India dall’ +8/9 per cento al +4. Valori positivi, ma insufficienti sia per continuare la lotta alla povertà estrema sia per mantenere la stabilità sociale.
Tuttavia, per evitare di dipingersi come paesi irresponsabili, i delegati di Pechino e Nuova Delhi hanno specificato che i loro governi sono da tempo impegnati nella lotta al riscaldamento globale. Allo stesso tempo, però, per tutelare il benessere delle rispettive popolazioni, si trovano costretti a porre un limire alle possibili ingerenze della comunità internazionale sulle politiche verdi nazionali.
Alla ricerca di un’intesa che vada bene a tutti, Yvo de Boer, segretario esecutivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, ha lanciato l’ipotesi della crescita verde. Ma bisognerà vedere se, entro il vertice di Copenhagen di fine anno in cui la comunità internazionale verrà chiamata a prendere una decisione sul protocollo post-Kyoto, riuscirà a trovare una strategia efficace per concretizzarla.

Disoccupazione in aumento all’8,5% nella zona euro nel mese di febbraio 2009 rispetto all’8,3% di gennaio 2009: lo comunica Eurostat, riferendo che a febbraio 2008 il tasso dei senza lavoro era al 7,2%. Stessa dinamica anche nella Ue-27, dove il tasso didisoccupazione a febbraio 2009 è stato del 7,9% rispetto al7,7% di gennaio.
Nel febbraio 2008 il tasso era al 6,8%. Eurostat stima che 19,156 milioni di uomini e donne della Ue,di cui 13,486 nella zona dell’euro, erano senza un lavoro a febbraio 2009. Rispetto a gennaio, il numero deidisoccupati è aumentato di 478.000 nella Ue-27 e di 319.000nella zona della moneta unica. Rispetto a febbraio 2008, ladisoccupazione è salita di 3,019 milioni nell’Unione europea edi 2,125 milioni nella zona dell’euro.
Il tasso più alto didisoccupazione si è registrato in Spagna (15,5%), Lettonia(14,4%) e Lituania (13,7%), mentre il più basso in Olanda (2,7%). Per l’Italia non è disponibile il dato di febbraio 2009, ma la disoccupazione nell’ultimo trimestre del 2008 era al 6,9%. Rispetto ad un anno fa, sette Stati membri hanno registrato una diminuzione della disoccupazione e 19 un aumento.
La Bulgaria è il Paese che ha visto il calo più elevato (da 6,2% a 5,5%), assieme a Slovacchia (da 10,2% a 9,8%), mentre in forte aumento i senza lavoro in Lituania (da 4,4% a 13,7%), Lettonia (da 6,1% a 14,4%) e Spagna (da 9,3% a 15,5%). Tra febbraio 2008 e febbraio 2009 nella zona euro la disoccupazione maschile è passata dal 6,5% al 8,1%, mentre quella femminile è salita dall’8,2% all’8,9%. Nell’Ue a 27 invece, gli uomini senza lavoro sono passati da 6,2% a 7,8%, e le donne da 7,4% a 8%.
- Tags: centro, crisi, dati-Ue, discoccupazione, femmine, Istat, lavoro, maschi, Nord, Pil, stime, Sud
-

Dopo nove anni di “ininterrotta diminuzione”, che proseguiva dal 1999, il numero dei senza lavoro torna a crescere. Il tasso di disoccupazione nel quarto trimestre del 2008 sale al 7,1% contro il 6,6% dello stesso periodo 2007. Il dato è stato fornito dall’Istat (qui il documento in .pdf) che segnala anche come il numero delle persone in cerca di occupazione registri il quarto aumento tendenziale consecutivo, portandosi a 1.775.000 unità.
Nel 2008 il tasso di disoccupazione risulta così pari al 6,7% contro il 6,1% del 2007: si tratta del primo incremento dal 1999. Nella media dell’anno, le persone in cerca di occupazione aumentano del 12,3%, pari a 186.000 unità. Tra ottobre e dicembre 2008 la crescita del numero delle persone in cerca di occupazione interessa nella quasi totalità la componente maschile (15,1%, pari a 118.000 unità) e in misura del tutto ridotta quella femminile (0,2%, pari a 2.000 unità). L’allargamento dell’area della disoccupazione riguarda gli uomini ex-occupati non solo, come nel precedente trimestre, nelle regioni settentrionali (+64.000 unità) e centrali (+21.000 unità) ma anche in quelle meridionali (+32.000). Per quanto riguarda il tasso di disoccupazione, nel quarto trimestre, aumenta rispetto a un anno prima di 0,8 punti percentuali per gli uomini mentre scende di 0,1 punti percentuali per le donne, posizionandosi rispettivamente al 6 e all’8,6%.
Nel Nord l’innalzamento dell’indicatore (dal 3,8 al 4,3%) riguarda sia gli uomini sia le donne; nel Centro il tasso di disoccupazione si porta al 6,3% dal 6,1 di un anno prima, a sintesi di una crescita per la componente maschile e di una stabilità per quella femminile. Nel Mezzogiorno il rapporto tra le persone in cerca di occupazione e le forze di lavoro risulta pari al 12,3%, cinque decimi di punto in più rispetto al quarto trimestre 2007. La crescita riguarda esclusivamente gli uomini. Per gli stranieri il tasso si attesta all’8,8% (6,8% per gli uomini e 11,5% per le donne). Il numero di inattivi in età compresa tra i 15 e i 64 anni scende nel Nord (-0,3%, pari a -14.000 unità) e in misura più evidente nel Centro (-1,5%, pari a -38.000 unità), dove interessa entrambe le componenti di genere. Nel Mezzogiorno il numero degli inattivi aumenta nuovamente (2,3%, pari a 149.000 unità).
Nel quarto trimestre del 2008 il numero di occupati si è attestato a 23.349.000 unità, lo 0,1% in più rispetto allo stesso periodo del 2007 (pari a 24.000 unità), ai minimi da 13 anni. L’Istat precisa che il dato segnala «una sostanziale interruzione della crescita su base annua». Il risultato, spiega l’Istat, è sintesi di una dinamica ancora positiva nel Nord e nel Centro, dove risulta determinante il contributo fornito dai lavoratori stranieri, e fortemente negativa nel Mezzogiorno con una discesa tendenziale dell’1,9%, pari a -126.000 unità. In termini destagionalizzati e in confronto al terzo trimestre 2008, l’occupazione nell’insieme del territorio nazionale registra una flessione pari allo 0,2%. Il tasso di occupazione della popolazione tra 15 e 64 anni è sceso di tre decimi di punto rispetto al quarto trimestre 2007, portandosi al 58,5%. Il numero delle persone in cerca di occupazione registra il quarto aumento tendenziale consecutivo, spiega l’Istat, portandosi a 1.775.000 unità (+120.000 unità, pari al +7,3% rispetto al quarto trimestre 2007).
Raddoppia poi il numero di cassintegrati nell’industria nel quarto trimestre 2008. Gli occupati che dichiarano di non avere lavorato, nella settimana di riferimento dell’indagine, o di avere svolto un numero di ore inferiore alla norma perchè in Cassa integrazione guadagni, segnala l’Istat, sono passati da 53 mila del corrispondente trimestre 2007 a 115.000.
Il VIDEO servizio:

Sono stime, ma sono nere. Quelle dell’Ires-Cgil: “Al momento attuale valuta che la flessione del pil nel 2009 sarà superiore al 3%” e il tasso di disoccupazione si attesterà “al 10,1% nel 2010 e al 9% nel 2009″. Non solo. Per il triennio 2008-2010, secondo l’istituto di ricerca della Cgil la caduta del prodotto interno lordo potrebbe arrivare complessivamente al -4 per cento.
La flessione del pil per il triennio 2008-2010 potrebbe “verosimilmente” accentuarsi fino ad arrivare a cedere il 4%, prevede l’Ires, secondo cui le dinamiche in corso nell’economia reale portano a previsioni relativamente peggiorative sia rispetto al quadro macroeconomico che alle conseguenze sul piano occupazionale. Le previsioni per il 2009, secondo l’Ires-Cgil, indicano un pil al -2,9%. La ripresa potrebbe cominciare dalla seconda metà del 2010, che comunque dovrebbe chiudere con un segno meno (tra -0,1% e -0,3%). Questo, però, dipenderà dalle misure anticrisi che il Governo metterà in campo, ha sottolineato la Cgil.
Nel triennio 2008-2010 ci sarà oltre un milione di disoccupati in più per effetto della crisi economica, dice sempre il centro studi Cgil, secondo cui il tasso di disoccupazione si assesterà nel 2010 al 10,1%. I disoccupati, secondo le stime della Cgil, passeranno da 1.506.000 a 2.547.000. In alternativa, la Cgil ha ipotizzato uno scenario più conservativo secondo cui il tasso di disoccupazione nel 2010 potrebbe attestarsi al 9,1% rispetto al 6,1% del 2007 (7,4% nel 2008 e 9% nel 2009).