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Una pioggia di cifre negative. E l’Italia si scopre con “le stime alla gola”

Salvadanaio

Un bombardamento. Di stime e percentuali: tutte al ribasso. Stiamo parlando delle previsioni per l’economia italiana nel 2009. La Banca d’Italia ha rivisto le sue: meno 2,6%, rispetto al meno 2 calcolato a gennaio. Appena più ottimista la Confindustria: meno 2,5% a fine anno. Quanto al governo, il suo è un sorriso a denti stretti: nella nota di aggiornamento pubblicata a febbraio ha indicato un meno 2 per il 2009 ed un più o,3% per il 2010. Mentre il minsitro Tremonti proprio oggi certifica che il “2009 sarà più difficile dell’anno scorso, sottolineando che “guardando oltre tutte le congetture siamo e sappiamo di essere in terra incognita”.
Due giorni fa l’Istat aveva rivisto al ribasso il consuntivo 2008 (non siamo quindi parlando di stime): l’anno si è chiuso con un Pil a meno 1% ed un quarto trimestre in calo dell’1,8 rispetto al trimestre precedente. Ed è questo dato negativo con conseguente trascinamento sul 2009, sommato alla fase acuta della crisi, ad aver convinto gli economisti di via Nazionale a rivedere all’ingiù le previsioni per tutto l’anno.
Naturalmente l’Italia non è sola in questa sorta di gioco al massacro delle cifre. Nel weekend ha destato raccapriccio il dato del quarto trimestre degli Usa: Pil a meno 6,2%, rispetto ad una stima preliminare di meno 3,8. Il più brusco ribasso dell’economia americana registrato dal 1982. L’America era da poco uscita dal deficitario quadriennio di Jimmy Carter, alla Casa Bianca c’era da un anno Ronald Reagan ma il famoso edonismo reaganiano, l’ondata di benessere e di follie di Wall Street, era ancora di là da venire. La crisi, allora, durò ventisei mesi, dal luglio 1981 al settembre 1983: poi gli States ripresero a galoppare (e Reagan fu rieletto). Se corsi e ricorsi hanno un senso, c’è speranza pure per noi di uscirne anche stavolta.
Ma perché questa grandinata di cifre, tutte negative? “In una situazione fortemente condizionata da un contesto globale, fare previsioni è difficile per chiunque” afferma il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. “L’importante è mantenere sotto controllo la finanza pubblica”. Tradotto: ci andrà bene se il deficit non sfonderà di molto il 3% del Pil, e soprattutto se i titoli di Stato continueranno ad essere collocati presso i risparmiatori. Questa è infatti la vera scommessa del governo e del Tesoro.
Anche su questo fronte l’Italia è in numerosa compagnia. La Francia ha proprio oggi rivisto le stime sul proprio deficit a fine 2009: meno 5,6%, un record, fuori da ogni parametro di Bruxelles. Quanto agli Usa, il deficit federale salirà nel 2009 a 1.750 miliardi di dollari, il 12,3% del Pil: il tetto massimo ragiunto dalla fine della seconda guerra mondiale. I dati sul Pil e quelli sul deficit (e sul debito) sono come un cane che si morde la coda. Poiché il Pil fa da numeratore al deficit, più si riduce il primo più aumenta in proporzione il secondo. Per l’Italia, come abbiamo detto, ciò significa un rischio paese sul fronte dei titoli pubblici: finora gli investitori, nazionali e non, hanno continuato a comprarli, anche in mancanza di alternative. Ma domani? I fondi sovrani arabi, gonfi di liquidità e abbastanza al riparo dalla crisi, stanno a guardare, e questa potrebbe essere una via di salvezza. Basta del resto pensare che già oggi il 30% del debito americano è in mano a fondi cinesi.
Ma il calo del Pil riflette anche e soprattutto la crisi dell’economia reale, cioè aziende e posti di lavoro. Da questo punto di vista l’Isae, un altro istituto indipendente di grande prestigio, può indurre ad un timido ottimismo. Esattamente una settimana fa aveva anticipato Bankitalia, prevedendo un Pil 2009 a meno 2,6%. Ma ipotizzando una ripresa dello 0,4% nel 2010. Per quanto debole, il segno che il picco massimo della crisi lo stiamo vivendo esattamente in questi mesi.
Ma c’è da fidarsi? E perché questi continui ritocchi nelle previsioni? La realtà è che tutti gli istituti, comprese le banche centrali, sono abituati a ragionare su situazioni di normalità. Oscillazioni di decimi di punto, non di due o tre punti, o addirittura di dodici come negli Stati Uniti. Lo dimostra anche il numero di summit mondiali dedicati alla crisi: dieci negli ultimi sei mesi; e senza particolari risultati. Così come privi di grandi riscontri restano per ora i provvedimenti annunciati da Barack Obama per salvare banche, industria dell’auto e contemporaneamente per risanare il bilancio federale.
Tutto inutile, dunque? Siamo senza paracadute? “La realtà è che ci troviamo come all’inizio della seconda guerra mondiale, “scrutiamo l’orizzonte con i binocoli in mezzo alla nebbia” ha ammesso un paio di giorni fa Ben Bernanke, presidente della Fed, la banca centrale Usa. “Tuttavia poi fu inventato il radar”.
In attesa di munirci di qualcosa di simile, resta da consolarsi con le poche buone notizie di queste ore. In Europa la flessione degli acquisti è aumentata sì, ma un po’ meno del previsto: purtroppo per noi il secondo dato peggiore, dopo la Spagna, è proprio dell’Italia; mentre sembra reggere la Germania. E la Bce si accinge a tagliare di nuovo il tasso di sconto: dal 2 all’1,5%.

Pil 2008 giù dello 0,9%: il dato peggiore dal 1993

Un'operaia al lavoro

Si chiude in forte calo: secondo i dati diffusi dall’Istat, il 2008 chiude con il Pil giù dello 0,9%. Lo stesso calo registrato 15 anni fa, nel 1993. Un dato peggiore delle aspettative: i tecnici di via XX Settembre stimavano, infatti, un calo dello 0,6%. L’effetto di trascinamento per il 2009 è dell’1,8%: se non ci fossero variazioni nella crescita per tutto l’anno, i 12 mesi chiuderebbero con -1,8%. L’ultimo trimestre 2008 ha chiuso con un calo del Pil del 2,6% rispetto al 2007 e dell’1,8% rispetto al trimestre precedente. Si tratta dei cali maggiori dal 1980.
Il pil italiano si è attestato in valore assoluto nel 2008 a 1.272.852 milioni, in calo rispetto a 1.284.861 milioni del 2007. Il calo registrato nel 2008 è stato determinato da un calo del valore aggiunto sia dell’industria, sia dei servizi. In aumento solo il valore aggiunto dell’agricoltura. Lo comunica l’Istat che però non fornisce ancora il dato sui diversi settori perchè quelle odierne sono stime preliminari.
Gli effetti della crisi sull’economia reale “per lo più devono ancora arrivare”. Il direttore generale dell’Fmi, Dominique Strauss-Kahn, ha fatto sapere che “il 2009 sarà certamente un anno piuttosto cattivo per la crescita, e non solo per le economie avanzate, ma anche per quelle emergenti”. Il direttore generale del Fondo monetario internazione esorta inoltre i paesi sviluppati a mettere in opera i piani di rilancio che hanno annunciato. Poi mette in guardia rispetto al rischio protezionismo: “Il protezionismo - ha detto - può rientrare dalla porta posteriore, in particolare nel settore bancario”. Strauss-Kahn è scettico rispetto al fatto che il protezionismo possa tornare a manifestarsi, per esempio, attraverso l’imposizione di tasse doganali elevate sui prodotti importati. Ma nel settore finanziario “quando i governi forniscono risorse finanziarie o ricapitalizzano delle banche, potrebbero aggiungere una clausola dicendo che questo denaro deve restare in casa” o potrebbero essere introdotti dei vincoli affinchè “queste somme siano utilizzate per acquistare prodotti nazionali. Questo genere di protezionismo” avverte il numero uno dell’Fmi “potrebbe ripresentarsi”.
E per la prima anche volta il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi lascia da parte il suo tradizionale ottimismo e afferma: “Questa crisi ha dimensioni che non sono ancora del tutto definite e la guardiamo con preoccupazione”.

Il VIDEO servizio:

L’ottimismo di Berlusconi: “Questa crisi non è un dramma”

si prepara un Natale nerissimo

Se per Tremonti “non è il Medioevo”, per il premier un calo del pil nel 2009 del 2% “non è così drammatico” anche perché le stime indicano una ripresa per la fine dell’anno e un miglioramento per il 2010. Berlusconi, parlando all’inaugurazione al Pio Albergo Trivulzio di Milano di una sezione dedicata alla memoria della madre Rosa (per la quale ha fatto una donazione di 500mila euro), ha sottolineato che la “crisi riguarda tutto il mondo” ma proprio a fronte di questo scenario nero “la situazione italiana non è così drammatica come tutti pensano”.

Quel calo del 2% del pil che si paventa in Banca d’Italia, significherebbe “tornare indietro di due anni e noi allora non stavamo così male”. Il premier invita anche a considerare che “un momento di riflessione in un’epoca di consumismo non è affatto drammatica”. Piuttosto “la profondità della crisi dipende da noi, dai consumatori europei. Per questo l’unica paura che dobbiamo avere è di avere troppa paura”. Insomma l’appello è a non ridimensionare i consumi, a non cambiare lo stile di vita, per timore delle previsioni negative perché questo non farebbe altro che aggravare la situazione.

Poi ha risposto alle richieste dell’Unione europea di intervenire sulle pensioni. Berlusconi ha assicurato che il sistema pensionistico italiano non verrà cambiato (”non si può cambiarlo ogni due anni”) ma “certamente ci sono delle cose che dobbiamo fare, per esempio l’Europa ha ritenuto discriminante il fatto che le donne italiane vadano in pensione cinque anni prima degli uomini. L’Europa ci costringerà a rivedere questa situazione”.
Il premier ha però precisato che se la riforma pensionistica con l’innalzamento a 65 anni dell’età della pensione per le donne dovesse andare in porto, la scelta sarebbe volontaria. “L’età della pensione a 65 anni” ha spiegato “è da intendersi come un diritto delle lavoratrici che possono continuare a lavorare fino a 65 anni come gli uomini. Non ci sarà una imposizione”.

Poi in risposta a quanti, dal centrosinistra alla Confindustria, criticano il governo per aver fatto poco, Berlusconi ha ricordato che “la Ue apprezza i nostri interventi, quello che abbiamo fatto sia sul fronte del rigore e della prudenza, sia per il sostegno dell’economia e delle famiglie bisognose.

Le parole del premier hanno scatenato le repliche dell’opposizione. Per il leader del Pd Walter Veltroni “sta sminuendo la drammaticità della situazione e non capisce che, invece, si tratta di posti di lavoro, aziende che chiudono, il Paese vero che va in crisi”. A rincalzare le accuse anche il ministro dell’economia del governo ombra, Pier Luigi Bersani: “La lettura che punta a minimizzare la gravità della crisi economica è inaccettabile”.

Confcommercio, le stime del 2009: “Quasi due milioni di disoccupati”

Un lavoratore

Nel 2009 ci sarà un vero e proprio boom di disoccupati. È quanto emerge dalle stime di Confcommercio e Confindustria.
Secondo l’associazione degli industriali nell’anno in corso il livello di disoccupati arriverà all’8,4% mentre secondo Confcommercio quest’anno quelli che hanno perso il lavoro toccheranno il numero di 1,9 milioni, un picco massimo rispetto a poco più di 1,5 mln nella media del 2007. L’associazione prevede dunque per il 2009 e il 2010 un incremento inferiore all’8%. Se il dato dovesse però superare la soglia dell’8%, questo “implicherebbe una riduzione del reddito disponibile reale che impatterebbe sui consumi e questo potrebbe indurre a rivedere al ribasso le previsioni”.
Confcommercio stima per quest’anno un’ulteriore frenata dei consumi: dopo il calo registrato lo scorso anno (-0,7%), scenderanno ancora dello 0,7%. Leggero miglioramento invece nel 2010, quando la spesa delle famiglie resterà ferma allo 0%. Confcommercio ha reso noto che la stazionarietà dei consumi durerà per i primi due trimestri del 2010. Dal confronto dei primi dieci mesi del 2008 con lo stesso periodo del 2007, spiega il responsabile uffici studi Confcommercio Mariano Bella, “non c’è un settore che tiene e il 2008 sarà uno degli anni peggiori”.

Per il futuro molto dipenderà dal clima di fiducia: “Se continuerà la tendenza negativa - ha spiegato Bella - nel 2009 vedremo al ribasso le nostre previsioni e quindi potremmo avere una riduzione dei consumi”. In particolare, le famiglie italiane, nel 2009 e nel 2010, spenderanno di più per le vacanze e per il tempo libero, mentre saranno più restie ad investire nell’acquisto di un’auto nuova. E tale tendenza si è già evidenziata l’anno scorso durante il quale il mercato dell’auto europeo ha chiuso il 2008 in calo dell’8,4% rispetto al 2007. In questo contesto, Fiat Group Automobiles, si è posizionata al quinto posto nella classifica dei costruttori, migliorando la quota all’8,3% nell’anno. Buoni i risultati ottenuti in Francia e Germania. Il calo è generalizzato su tutti i principali mercati: oltre al -13,4 per cento dell’Italia, perdono volumi la Germania (-1,8 per cento), il Regno Unito (-11,3 per cento) e la Spagna (-28,1 per cento). Solo la Francia contiene le perdite, segnando lo 0,7 per cento in meno rispetto al 2007.

C’è infine da segnalare che sempre nel 2008 il tasso di inflazione è risultato pari al 3,3%, di 1,5 punti percentuali più elevato rispetto all’anno precedente. Lo ha evidenziato l’Istat spiegando che a dicembre, si è attestata sul 2,2% mentre a novembre è stato del 2,7%.


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rossi-spalla Viviana Da Busti
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