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stipendi

Credits: LaPresse
Buste paga italiane un po’ più pesanti nel 2009, grazie al blocco dell’inflazione. Ma sempre più leggere di quelle della maggioranza dei paesi industrializzati riuniti nell’Ocse. Continua

I manager delle società quotate in borsa dovranno rendere noti i loro compensi - Epa
Tocca a loro. Manager e dirigenti delle società quotate in borsa in Italia dovranno rendere noti i loro compensi. Spesso, ma non sempre, a sei cifre grazie anche a stock options, bonus e buonuscite milionarie. Come già accade per i loro colleghi delle società a partecipazione pubblica. Continua

Quasi due milioni di impieghi in meno. Nel primo trimestre del 2009 nell’Ue sono stati persi 1.916.000 posti di lavoro, di cui 1.220.000 nella zona euro.
Lo comunica l’Eurostat (qui il documento in .pdf). In termini percentuali, l’occupazione ha subito un calo dello 0,8% sia nell’area euro che nell’Ue-27, il doppio rispetto all’ultimo trimestre del 2008. Calo dello 0,8% anche in Italia, mentre, tra i principali Paesi di Eurolandia, si registra un -6,4% in Spagna, un -0,7% in Francia e un +0,1% in Germania. Secondo quanto rileva l’Eurostat, sia nella zona euro che nell’Ue a 27 l’occupazione è calata dell’1,2% rispetto ai primi tre mesi dello scorso anno. Il crollo più significativo si è registrato in Lettonia, dove l’occupazione è precipitata dell’8,2%, e in Estonia, scesa del 7,2%. L’Eurostat stima che nel primo trimestre del 2009, nell’Ue a 27, erano 223.8 milioni gli uomini e le donne con un lavoro, di cui 146.2 milioni nell’area euro.
Buste paga congelate
Le retribuzioni di fatto sono cresciute nel primo trimestre 2009 dello 0,1% sul trimestre precedente e dello 0,6% sul primo trimestre 2008. Lo comunica l’Istat spiegando, che è il dato più basso dal 2000, anno di inizio della ricostruzione delle nuove serie storiche. L’Istat ricorda che l’indicatore sulle retribuzioni di fatto si riferisce a unità di lavoro equivalenti a tempo pieno al netto della Cassa integrazione. Nel primo trimestre il tasso di inflazione era stato pari all’1,5%. L’Istat sottolinea che nel primo trimestre 2009 gli oneri sociali per unità di lavoro equivalenti a tempo pieno sono cresciuti dello 0,3% rispetto allo stesso trimestre del 2008, ma sono diminuiti dell’0,1% rispetto al trimestre precedente. Il costo del lavoro per Ula è cresciuto dello 0,1% rispetto all’ultimo trimestre del 2008 mentre è aumentato dello 0,6% rispetto al primo trimestre 2008. Le retribuzioni sono cresciute dell’1,2 tendenziale nell’industria mentre nei servizi sono aumentate appena dello 0,1%. Il dato dell’industria risente nel complesso del buon andamento delle retribuzioni nelle costruzioni (+2,8% nel primo trimestre 2009 sullo stesso periodo del 2008), mentre nei servizi hanno subito un calo le retribuzioni di fatto nel settore finanziario e assicurativo con un -8,5% dovuto al confronto con il livello particolarmente elevato del primo trimestre 2008 (periodo nel quale sono stati erogati arretrati e una tantum per il rinnovo del contratto).
Debito
Il debito pubblico italiano tocca un nuovo record. Ad aprile sale in valore assoluto a 1.750,4 miliardi. È quanto emerge dai dati riportati nel supplemento finanza pubblica al bollettino statistico della Banca d’Italia.

di Raffaella Galvani
Pagati poco? Soprattutto, pagati male. Cioè tutti uguale, con poca o nessuna attenzione ai diversi livelli di professionalità o al costo della vita che cambia nelle varie aree del Paese. Basti pensare che 10 milioni di lavoratori dipendenti del settore privato su 15 sono ammassati in un pantano che li blocca fra i 21 mila e i 23 mila euro lordi annui. E che un operaio di reparto di un’azienda del Nord-Ovest nel 2008 ha portato a casa 1.175 euro netti mensili, appena 66 euro in più di quello del Centro e poco più di un centinaio rispetto al collega del Sud.
È quanto emerge da un’inchiesta che Panorama ha svolto con la Od&m, società di consulenza direzionale leader nelle indagini retributive che, sulla base di una banca dati di 859.036 profili retributivi di dipendenti privati raccolti tra il 2004 e il 2008 (in Italia sono complessivamente circa 15 milioni, su un totale di oltre 23 milioni di occupati), ha fatto i conti in tasca a circa 600 figure tra dirigenti, quadri, impiegati e operai, suddivisi per aree geografiche. Fotografando il livello, e l’andamento rispetto a due anni fa, delle buste paga che realmente vengono consegnate agli italiani, al netto di tasse, imposte e contributi.
Il tema dei bassi stipendi in Italia è stato rilanciato in questi giorni dall’Ocse, che ha messo a confronto, uniformandole a parità di potere d’acquisto, le retribuzioni dei 30 paesi membri. E, con 21.374 dollari netti all’anno (pari a circa 1.200 euro al mese), ha piazzato il dipendente italiano single senza figli al ventitreesimo posto, davanti solo a portoghesi, cechi, turchi, polacchi, slovacchi, ungheresi e messicani. Ben sotto la media Ocse (25.739) e anche sotto la media Ue (24.552).
Conferma Mario Vavassori, docente al Mip-Politecnico di Milano e amministratore delegato della Od&m consulting: “In Italia siamo pagati poco e stiamo diventando tutti sempre più poveri. Basti pensare che nel 2008, con aumenti retributivi che hanno oscillato dallo 0,7 per cento degli operai e l’1,3 di impiegati e quadri al 2,1 dei dirigenti, nessuno ha tenuto dietro all’inflazione media, misurata dall’Istat con l’indice dei prezzi al consumo al 3,3 per cento, per non parlare dell’inflazione dei beni ad alta frequenza di consumo (come alimentari, benzina) che è stata del 4,9 per cento”.
Se le aziende, come confermano alla Od&m, non brillano per generosità con i loro dipendenti, il fisco e l’imposizione previdenziale danno la mazzata. Sotto la scure di tasse, imposte locali e contributi il dipendente medio privato, rispetto a uno stipendio lordo di 26.956 euro, nel 2008 si è visto amputare la busta paga del 28,9 per cento, con punte del 45,7 per una retribuzione dirigenziale di 103.424 euro.
Ma secondo Vavassori c’è una lettura dei dati ancora più preoccupante. “Il vero problema dell’Italia” sostiene deciso “non è tanto il basso livello delle retribuzioni, quanto l’appiattimento”.
Lo confermano i dati dello studio svolto dalla Od&m con l’Unioncamere sulle retribuzioni del 2007: solo 5 milioni di dipendenti su 15 superano la media dei 26.500 euro di stipendio medio lordo ed emerge una uniformità retributiva fra operai e impiegati, così come tra le figure operaie qualificate e quelle semispecializzate.
“È come se il lavoro avesse un valore univoco e le aziende avessero rinunciato a identificare e a premiare la professionalità” stigmatizza Vavassori “mentre il sindacato per troppi anni si è preoccupato solo di avere in mano il controllo della distribuzione quantitativa del reddito”.
Anche sul piano territoriale l’appiattimento sta creando problemi, in particolare là dove il costo della vita negli ultimi anni si è impennato (vedere Milano e il Nord in generale, ma anche le grandi città del Centro), al punto da rendere ardua la sussistenza con buste paga ritenute solo fino a ieri sufficienti. E infatti c’è chi intende rilanciare il tema delle gabbie salariali.
Gli esempi non mancano. Nel 2008, come risulta dalle tabelle di queste pagine, un responsabile acquisti nel Nord-Ovest, dove la vita è più cara, ha guadagnato 2.482 euro netti per 13 mensilità; il suo omologo al Centro ne ha presi 2.443, appena 39 euro in meno. Solo al Sud e nelle Isole si è avuta una differenza un poco più significativa, con 2.352 euro netti mensili e uno stacco di 130.
Se questo è il quadro, dove è meglio orientarsi? Fermo restando che non è così facile cambiare luogo di residenza o lavoro, dalle ricerche della Od&m emergono comunque delle indicazioni utili. La prima? A incidere in maniera significativa sono spesso le dimensioni aziendali. In altre parole, più è grande l’azienda, più si guadagna.
“Le dimensioni dell’impresa” si legge nel Decimo rapporto sulle retribuzioni della Od&m 2009 “determinano una significativa variabilità degli importi assoluti, che presentano valori costantemente in crescita all’aumentare dell’ampiezza delle imprese e scarti particolarmente elevati”.
In soldoni, un dirigente in una piccola impresa nel 2008 ha guadagnato 93.782 euro lordi annui, ovvero il 9,3 per cento in meno rispetto ai 103.424 euro incassati in media dal dirigente italiano, mentre il manager di una grande impresa ha preso 108.985, cioè il 5,4 per cento in più. E analoghi scarti riguardano la busta paga dell’operaio, che da un piccolo imprenditore prende 20.763 euro, il 4 per cento meno della media di categoria (21.626), mentre dalla grande industria incassa l’11,3 per cento in più (24.068).
Scarto meno forte invece per i quadri: dalla piccola alla grande impresa rispetto alla media ballano 6,7 punti percentuali in busta paga.
Da notare, dicono alla Od&m, che nel 2008 le retribuzioni nella grande azienda sono cresciute più che nelle altre dimensioni d’azienda per impiegati, quadri e operai, mentre i dirigenti hanno ottenuto una retribuzione inferiore a quella del 2007. Motivo? “La categoria ha pagato il peso maggiore dei sistemi retributivi più sofisticati legati ai risultati che le imprese hanno introdotto per i loro manager e stanno via via allargando ai quadri” dice Vavassori. “È probabile che il 2009 porterà quindi a questa categoria delusioni ancora maggiori visto l’andamento dell’economia, però è indubbio che è la via corretta da perseguire”.
Ma non è solo la dimensione a cui si deve guardare se si cerca di mettere al riparo la propria busta paga. Il settore è altrettanto importante, anche se non sempre tutti i lavoratori sono trattati con la stessa generosità.
L’industria conviene soprattutto agli impiegati (nel 2008 li ha pagati 27.474 euro lordi annui, il 7 per cento in più rispetto alla media di 25.679) e agli operai (più 5,4); in generale è quella che tra il 2007 e il 2008 ha mostrato i tassi di crescita degni di nota per tutte le categorie. “Si va dal più 4 per cento dei dirigenti al più 3,4 degli operai fino al più 2,1 dei quadri e al più 1,5 degli impiegati. E se sembra poco, va segnalato che commercio e servizi in media più spesso hanno registrato variazioni tra lo 0 e l’1 per cento” puntualizza Vavassori.
Banche e assicurazioni, nonostante le difficoltà, continuano invece a pagare bene soprattutto i dirigenti (5 per cento più della media), che invece sono sottopagati (meno 1 per cento sulla media di categoria) dal commercio.
La sorpresa? Le società di servizi del terziario avanzato, che appaiono avare con tutte le categorie, in particolare quelle più alte. Si va infatti, rispetto alle medie di categoria, da meno 7,5 per cento dei dirigenti a meno 6,2 dei quadri, fino a meno 2,1 degli impiegati. Sembra un autogol per un settore che dovrebbe attirare proprio i talenti di fascia alta, ma la spiegazione esiste. “In queste imprese sta prendendo sempre più importanza la parte non monetaria della retribuzione, dal corso prestigioso di formazione all’assicurazione sanitaria” spiega Vavassori. E vista l’aria che tira sembra una scelta da non sottovalutare.
Guarda i GRAFICI: ecco dove si guadaga di più
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Dopo le contestazioni a Gianni Rinaldini, segretario della Fiom, da parte dei Cobas avvenute a Torino sabato scorso a conclusione di una manifestazione dei metalmeccanici degli stabilimenti Fiat, è la questione sociale che occupa il centro del dibattito politico. La preoccupazione è che gli effetti della crisi economica e la sofferenza degli strati sociali più deboli possano ricreare le condizioni di un aspro conflitto.
Che la situazione del potere d’acquisto dei salari debba allarmare viene confermato dai dati diffusi sulle retribuzioni dei paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). Con un salario annuo netto di 21.374 dollari, l’Italia si colloca al posto numero ventitre nella classifica dei trenta paesi appartenenti all’organizzazione che ha sede a Parigi.
Le buste paga sono più pesanti non solo in Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania, Francia, ma perfino in Grecia e Spagna, afferma il Rapporto Ocse aggiornato al 2008 e appena dato alle stampe.
La classifica riguarda il salario netto annuale di un lavoratore senza carichi di famiglia calcolato in dollari e a parità di potere d’acquisto. Gli italiani guadagnano mediamente il 17% in meno della media Ocse. Secondo questi dati, a pesare negativamente sulle buste paga italiane è il cosiddetto cuneo fiscale, che calcola la differenza tra quanto paga il datore di lavoro e quanto effettivamente finisce in tasca al lavoratore.
Il peso di tasse e contributi, per un lavoratore dal salario medio e senza carichi di famiglia è del 46,5%. In questa classifica l’Italia risulta al sesto posto, dietro Ungheria, Belgio, Germania, Francia e Austria. Più leggero è il drenaggio di imposte e versamenti contributivi se si esamina il caso di un lavoratore, sempre con un salario medio ma sposato e con due figli a carico. In questo caso, il cuneo fiscale si riduce al 36% e l’Italia figura all’undicesimo posto della classifica Ocse.
La conclusione del Rapporto è che un lavoratore italiano guadagna mediamente in un anno il 44% in meno di un britannico, il 32% in meno di un irlandese, il 28% in meno di un tedesco e il 18% in meno di un francese.
Un’idea per uscire da questa situazione la propone il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, intervistato dalla Repubblica e dal Messaggero: occorre legare le retribuzioni agli utili delle aziende. “Noi pensiamo” afferma il ministro “che la partecipazione al rischio di impresa non possa avere solo un profilo negativo, come è stata finora. Si devono trovare forme di partecipazione che consentano ai lavoratori di riflettere nel proprio salario la parte positiva del rischio dell’impresa. E devono essere parti importanti del retribuzione”.
Per il segretario generale dell’Ugl, Renata Polverini “i dati non sorprendono e serve una riforma fiscale”. Sulla stessa linea d’onda l’associazione dei consumatori Codacons: “Sui salari degli italiani pesa il caro-vita e per questo è necessaria “una detassazione degli stipendi”.
Per il capogruppo Pd della commissione lavoro Cesare Damiano “i dati Ocse testimoniano che le retribuzioni nette dei lavoratori italiani sono ben al disotto della media dei 30 paesi più industrializzati. Questo dimostra quanto sarebbe necessario un intervento del governo, con risorse fresche e aggiuntive per potenziare il potere d’acquisto delle retribuzione e delle pensioni”.
Se Paolo Ferrero del Prc parla di “dati scioccanti”, Daniele Capezzone del Pdl rileva: “Il governo Berlusconi sta facendo i conti con una fase delicata a livello internazionale, e, ciononostante, non ha messo le mani nelle tasche degli italiani”.
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Pubblica amministrazione, pubblici stipendi. Il ministro della funzione Pubblica Renato Brunetta ha salito un altro gradino della sua “operazione trasparenza”: gli stipendi e i compensi dei manager che lavorano per conto degli enti pubblici sono stati messi on-line per essere consultabili. L’elenco “dei consorzi e delle società a totale o parziale partecipazione da parte delle Amministrazioni pubbliche, così come previsto dall’articolo 1, commi dal 587 al 591, della legge Finanziaria 2007″ si legge nella nota del ministero.
La banca dati consultabile tramite il sito www.innovazionepa.it oppure direttamente sul sito www.consoc.it contiene le informazioni riguardanti la misura della partecipazione, la durata dell’impegno, l’onere complessivo a qualsiasi titolo gravante per l’anno 2008 sul bilancio dell’amministrazione, il numero dei rappresentanti dell’amministrazione negli organi di governo, il trattamento economico previsto per i consiglieri di amministrazione e i legali rappresentanti. Complessivamente si tratta di 2.291 consorzi e 4.461 società partecipati dalle Pubbliche amministrazioni con 23.410 rappresentanti negli organi di governo.
Nel 2007 i consorzi erano 2.064, le società partecipate 3.960 e i rappresentanti negli organi di governo 19.569. Un lungo elenco, 714 pagine, che riguarda gli stipendi di oltre 23mila manager e amministratori. Ora sotto l’occhio dei cittadini che vorranno controllarli.

di Raffaella Galvani
Un tesoretto di 1,8 milioni di euro all’anno: è quanto si sono messi in tasca, in media, nel 2007 i numeri uno delle prime 100 società italiane quotate in borsa, secondo una recente ricerca della Watson Wyatt. Cifra considerevole, per alcuni eccessiva, visti i risultati aziendali, comunque in costante crescita. Tanto che oggi l’amministratore delegato di una grande azienda multinazionale in Italia incassa 150 volte lo stipendio di un neolaureato, quando solo 10 anni fa il rapporto era di 1 a 23. Di più: una bella fetta di questi superstipendi è pagata con incentivi basati su meccanismi che in un caso su tre non vengono dichiarati. Neppure agli azionisti delle società.
La manna però sta per finire: la “casta” dei megamanager è finita sulla gogna e in tutto il mondo ci si chiede se non sia giunta l’ora di cambiare le regole del gioco. Tutto è partito dagli Stati Uniti, dove la crescita del sistema economico si è basata negli ultimi decenni sul sistema del “pay for performance”. In parole semplici, il manager viene pagato poco con cifre fisse e moltissimo in base ai risultati: e in coerenza con tale impostazione il fisco penalizza gli stipendi fissi oltre il milione di dollari, rendendoli non deducibili per le aziende, e favorisce gli incentivi variabili (dai bonus monetari alle stock option).
Questo meccanismo, soprattutto nel settore bancario, secondo alcuni ha prodotto serie distorsioni nella vita delle imprese: sono stati privilegiati i risultati a breve, meno la solidità patrimoniale, gli investimenti e la crescita nel tempo. Ha però arricchito enormemente i manager: il numero uno di una grande azienda americana guadagna 350-400 volte lo stipendio di un neoassunto, contro le 95 volte della fine degli anni 90. E i dirigenti, per far salire le azioni in borsa e incassare i bonus, si sono lanciati in operazioni sempre più rischiose.
Questo sistema è stato messo a nudo dalla crisi finanziaria iniziata con il crac della Lehman Brothers. Basti pensare che la banca d’affari che ha bruciato i risparmi di migliaia di investitori e distrutto migliaia di posti di lavoro riconosceva al suo amministratore delegato Richard Fuld un compenso annuo di 90 milioni di dollari e per liberarsene gli ha pagato altri 24 milioni (sistema del “paracadute d’oro”. Superliquidazione che nel caso di Stanley O’Neal, ceo della Merrill Lynch, banca d’affari salvata con i soldi dei contribuenti americani, è stata di ben 161 milioni.
E in Europa? Qui non si sono visti gli eccessi americani, ma non si è sfuggiti al contagio, tanto che il commissario per il Mercato interno Charlie McCreevy ha annunciato che la Ue intende affrontare il problema degli stipendi d’oro dei manager in relazione agli “incentivi perversi”. Sottolineando che anche prima della crisi i loro stipendi “non erano in linea con gli interessi a lungo termine degli azionisti e con quelli prudenziali”. Le cifre parlano chiaro: solo alla Royal bank of Scotland, nazionalizzata dal governo britannico per evitare il fallimento, nel 2008, a fronte di perdite per 35,2 miliardi di euro, sono stati pagati bonus per 1,32 miliardi.
Una situazione che non poteva non suscitare la reazione dei politici, chiamati ad affrontare un’indignazione crescente dell’opinione pubblica e, in ogni caso, a iniettare soldi dei contribuenti per rattoppare i buchi lasciati da manager non all’altezza dei loro stipendi. Così in America il presidente Barack Obama ha definito “una vergogna” i compensi stellari e i bonus degli alti dirigenti delle società di Wall Street e ha imposto un tetto di 500 mila dollari ai manager delle banche salvate dal governo. In Germania il cancelliere Angela Merkel valuta l’ipotesi di un limite di 500 mila euro ai compensi e il blocco di bonus e stock option nelle banche in fallimento. In Gran Bretagna il governo punta a eliminare i bonus di fine anno, permettendo solo modesti pagamenti per tutti gli impiegati con una retribuzione annua di circa 20 mila sterline. In Francia Nicolas Sarkozy chiede ufficialmente ai banchieri soccorsi dallo stato di rinunciare ai bonus, mentre alcune società hanno adottato un codice di condotta che impedisce il pagamento di paracadute d’oro ai dirigenti che lasciano aziende in crisi.
In Italia i confronti tra i compensi medi dei top manager delle prime 100 aziende quotate in borsa mostrano che non si sono verificati gli eccessi di altri paesi, soprattutto anglosassoni. Anche se non sono mancati casi clamorosi: dai 9,4 milioni presi da Alessandro Profumo dell’Unicredit ai 6,1 di Carlo Puri Negri (Pirelli e Pirelli Re), dai 5,7 milioni di Giampiero Auletta Armenise (Ubi banca) ai 5,6 di Antoine Bernheim (Generali).
Però la crisi, con le aziende che minacciano di lasciare a casa o mettere in cassa integrazione centinaia o migliaia di dipendenti, sta rendendo urgente la questione anche qui. Il governo, per bocca del ministro del Tesoro Giulio Tremonti, ha già sottolineato che gli istituti di credito che emetteranno i Tremonti-bond (obbligazioni create per iniettare liquidità al sistema del credito) dovranno impegnarsi a “moderare” le retribuzioni.
Ma, sia pure con grande riserbo, a muoversi sono le stesse aziende. Lo indica una ricerca riservata che Sandro Catani e Martina Graziotti della WatsonWyatt hanno svolto (attraverso questionari inviati via internet nel novembre 2008) su un campione di 31 grandi imprese, come Benetton, Enel, Eni, Ferrero, Fiat, Generali, Mediaset, Mediobanca, Unicredit. Risultato? Il 60 per cento prevede di cambiare la politica di compensi dei numeri uno. E i primi effetti si vedranno già in occasione delle prossime assemblee. Se Alessandro Profumo quest’anno non incasserà alcun bonus, contro i quasi 5 milioni dello scorso anno, con la prossima tornata dei conti 2008 i casi Profumo saranno parecchi.
“Le aziende saranno molto più severe che in passato, sia perché i risultati sono stati inferiori agli obiettivi richiesti per accedere ai premi, sia perché l’opinione pubblica, gli investitori e il sistema politico non accetterebbero discrezionalità nell’erogare bonus a gruppi di management che hanno fallito” dice Catani.
Come si pensa di cambiare il sistema? Il 76 per cento delle società interpellate non utilizzerà le stock option (diritti di opzione su azioni) nei nuovi piani di remunerazione dei top manager e il 73 per cento non distribuirà neppure pacchetti di vere azioni assegnate al raggiungimento di obiettivi (performance share), mentre ben il 69 per cento punterà su piani monetari. Insomma, quattrini al posto di titoli. Con la scomparsa, o il ridimensionamento, dei casi alla Sergio Marchionne, che nel 2004 si è visto assegnare dalla Fiat un ricco pacchetto di opzioni (circa 10,6 milioni a 6,5 euro per azione), la cui esercitabilità dovrebbe venire prolungata al 2016 dall’assemblea di marzo.
E la scelta di bonus pagati cash? In un momento in cui il Paese richiede trasparenza sugli stipendi dei top manager, oltre che moderazione, questa mossa consente agli amministratori e al management di mantenere segrete le cifre e le regole, visto che solo tutto ciò che ha a che fare con le azioni deve, secondo la normativa Consob, essere sottoposto all’assemblea degli azionisti. I piani monetari no. Il secondo punto controverso è che remunerare cash i manager, invece che con azioni, significa allentare ancor più il loro interesse di lungo termine alle sorti dell’azienda, in particolare in un momento in cui gli azionisti e i dipendenti soffrono.
Ma c’è pure una novità positiva. “Si sta pensando di corrispondere subito solo una parte del bonus annuale in contanti, mentre una metà o più sarebbe congelata in attesa di conferme dell’andamento dell’impresa” spiega Catani. Un fatto rilevante, se si considera che in alcuni settori, come il farmaceutico, il bancario o l’assicurativo, e in genere là dove si parla di ricerca o di rischi, i veri conti vanno fatti su più esercizi.
Ci sono invece punti decisivi sui quali le aziende non sembrano voler cambiare rotta: i parametri in base ai quali vengono riconosciuti i tanto discussi premi. Il 55 per cento del campione infatti dice che non interverrà sulle “metriche di performance” utilizzate per il bonus annuale e l’80 per cento in quelle dei piani di lungo termine.

E quali sono queste metriche? Un approfondimento curato dalla Watson Wyatt sulle politiche adottate fra il 2004 e il 2007 dalle prime 100 aziende quotate in Italia rivela particolari sconcertanti. Il 32 per cento delle società non indica in base a quale parametro corrisponda gli incentivi di lungo termine. E in generale prevalgono gli indicatori di tipo finanziario, con forte propensione per l’utile a breve (32 per cento). “Mancano parametri importanti come la soddisfazione di clienti e creditori, la sostenibilità, e sono presenti in misura modesta quelli legati all’interesse dei soci” riferiscono dalla Watson Wyatt.
Nessuna intenzione, nel l’80 per cento dei casi, di rendere più severe le condizioni di performance per l’incentivazione di lungo periodo. Solo un’azienda su cinque alzerà l’asticella che i numeri uno dovranno superare o cambierà i valori di premio correlati, anche se il 56 per cento pensa di allargare il numero dei destinatari. Come? Puntando sul livello gerarchico nel 14 per cento dei casi, ma, soprattutto, per coprire i ruoli chiave (64 per cento) e le persone con competenze strategiche (21).
Insomma, c’è la speranza che frenando, sia pure in maniera non drastica, la corsa dei compensi degli amministratori delegati e allargando un poco la platea dei destinatari di premi la famosa forbice si riduca? Gli esperti cominciano a crederci, contando sulle pressioni degli esclusi dalla festa, dai dipendenti agli azionisti. “Si inizia a parlare di say on pay, il principio secondo cui gli investitori hanno il diritto di esprimere le loro opinioni sulla remunerazione dei top executive” dice Catani. In Svizzera, sulla spinta dell’Ethos fund, una fondazione sul governo delle imprese, il Credit Suisse, l’Ubs e la Nestlé hanno consentito agli azionisti un voto (non vincolante) all’assemblea annuale sul sistema di pagamento dei manager.
In Italia “un’azione che si sta sviluppando, sia pure lentamente rispetto ai tempi della crisi, è rendere più forti e davvero autonomi i comitati per la remunerazione manageriale” conclude Catani. Ma è più facile a dirsi che a farsi.