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Lavoro e italiani: meglio un buon rapporto coi colleghi che uno stipendio alto

Fotogramma da "Biancaneve e i sette nani" - Walt Disney Pictures, Lapresse

Fotogramma da "Biancaneve e i sette nani" - Walt Disney Pictures, Lapresse

Forse non ci voleva un’indagine per capirlo: un clima rilassato e una buona relazione con i colleghi sul lavoro sono più importanti, per i lavoratori, dello stipendio. O delle possibilità di carriera. Continua

Valore delle professioni: se l’addetto alle pulizie batte il banchiere

Un addetto alle pulizie - Ansa

Un addetto alle pulizie - Ansa

L’immagine internazionale dei banchieri non è certo nel suo miglior momento: crisi economica e salvataggi di Stato non hanno contribuito a renderli più popolari. E adesso anche la loro retribuzione è messa sotto accusa. Non da invasati No-Global ma da un gruppo di economisti: il think tank della “New economic foundation” inglese, 50 esperti di economia che hanno recentemente portato al G8 il tema del debito internazionale. Continua

Grandi aziende, giù occupazione e salari. Peggior dato dal 2001

Un'operaia al lavoro

A febbraio l’occupazione nelle grandi imprese ha registrato il peggior calo dal 2001 segnando un -1% al lordo della cassa integrazione mentre la cig segna un’impennata (+320%) portando il calo dei posti di lavoro al netto della cassa al -3,2%.
Così dicono i dati dell’Istat diffusi oggi secondo i quali è l’industria a registrare il calo più consistente con un calo dell’8% tendenziale al netto della cig e un calo del 2% al lordo della cassa. Anche per i servizi si registra una variazione tendenziale negativa (-0,7% al netto della cig e -0,5% al lordo) segnando il quinto risultato mensile negativo dopo anni di variazioni positive. Nei primi due mesi del 2009 il dell’occupazione nelle grandi imprese rispetto allo stesso periodo del 2008 è stato dell’1,8% al lordo della cig e del 7,4% al netto della cassa.
I dati si riferiscono alle imprese con più di 500 addetti (aziende che coprono il 20,4% del totale dei dipendenti).
Rispetto a gennaio il calo dei posti di lavoro è stato dello 0,6% al netto della cig e dello 0,2% al lordo della cassa. Alle notizie negative sul fronte dell’occupazione in Italia si sono aggiunte quelle diffuse oggi sull’Europa a 16 da Eurostat. A marzo, secondo l’Istituto, la disoccupazione in Eurolandia si è attestata all’8,9% contro l’8,7% di febbraio con 419.000 senza lavoro in più. Nell’Ue-27 si è registrato un tasso di disoccupazione all’8,3% rispetto all’8,1% del mese precedente con 626.000 disoccupati in più.
Finché non si esce dal tunnel della crisi economica, ha commentato il numero uno della Cisl, Raffaele Bonanni, i dati sul lavoro “saranno sempre negativi. Ne sono la logica conseguenza”. “I dati dell’Istat” sottolinea il segretario confederale della Cgil Fulvio Fammoni “confermano i gravissimi effetti della crisi sull’occupazione. Di fronte a questi ennesimi dati negativi non è consentito dire come fa il governo che tutto il possibile è stato già fatto, che il peggio è passato. Non serve nascondere la gravità della crisi e occorre fare molto di più”. “I dati Istat sull’occupazione non sorprendono, sottolinea il segretario generale dell’Ugl, Renata Polverini, la crisi c’è e si sente. I lavoratori stanno pagando un prezzo altissimo e ciò impone, come chiediamo da tempo, misure a tutela dell’occupazione”.

Lavoro, “Donne discriminate”. E Brunetta le vuole in pensione a 65 anni

Renato Brunetta

Abituato a non girare intorno alle questioni e a portare avanti battaglie anche impopolari, Renato Brunetta la butta lì in modo chiaro: Le donne “sono discriminate due volte”, quindi, facendole lavorare più a lungo il problema si riduce.

Vuol dire, il ministro della Funzione Pubblica, che dovranno in futuro andare in pensione a 65 anni. Cominciando da quelle impiegate nella pubblica amministrazione. Per le quali ha annunciato oggi la creazione di un gruppo studio per valutare “costi e benefici dell’invecchiamento attivo di donne e uomini, che dovranno andare in pensione tutti alla stessa età”.
Detto in altre parole, secondo il ministro “occorre innalzare l’età pensionabile delle donne che attualmente dall’andare in pensione prima non hanno vantaggi ma svantaggi, perché hanno progressioni di carriere e livelli di pensione più bassi”. “Le donne”, ha proseguito, “sono due volte discriminate. Sono discriminate nella carriera per l’interruzione legata alla fase riproduttiva. Sono discriminate nelle pensioni più basse legate all’aver smesso di lavorare prima”.
Parlando più in generale del sistema previdenziale, Brunetta ha sostenuto che innalzando ulteriormente l’età pensionabile “si recupera quel 10% in più dello spaventosamente basso tasso di occupazione italiano” e questo “significa 2-3 milioni di posti di lavoro in più, il che vuole dire incrementare il gettito fiscale e il Pil del Paese”. L’invecchiamento attivo, ha detto ancora, “è un bene pubblico e come tale occorre farne rilevare la convenienza e sostenerlo con gli opportuni incentivi, anche fiscali, e disincentivare le uscite precoci dal lavoro”, in particolare per la fascia di età compresa tra i 55 e i 65 anni. “Basta con l’ottica paternalistica che vede le donne da privilegiare nell’anzianità necessaria per raggiungere l’età pensionabile in quanto penalizzate durante la maternità. Coerenza vuole che se l’invecchiamento attivo è considerato un bene pubblico, allora si affronti seriamente questo tema”. Brunetta ha annunciato che, in quanto “datore di lavoro di 3,5 milioni di persone”, lui farà la sua parte. “Perseguirò” ha concluso “l’equiparazione tra maschi e femmine, verso l’alto, nell’età di pensionamento. Questa potrebbe essere l’occasione per estendere poi la logica a tutto il sistema”.
Il ministro ha citato quindi anche il recente intervento della Corte di giustizia (qui il testo del novembre scorso) che “ci chiede di non fare discriminazioni tra uomini e donne e di innalzare l’età pensionabile delle donne, che oggi invece di avere un vantaggio ne hanno uno svantaggio, perché hanno progressioni di carriera e livelli di pensione più bassi, in quanto costrette ad andare in pensione prima”.

Nel mondo sindacale neanche il richiamo alla sentenza europea è bastato: le reazioni non si sono fatte attendere e non sono state tutte positive. Se Luigi Angeletti, segretario della Uil, non chiude del tutto la porta (”Non sono d’accordo sulla necessità: sono favorevole a fondare l’innalzamento sulla volontarietà, con incentivi”), risponde invece con un no secco e deciso la Cgil: “Il governo non ci provi nemmeno a mettere mano all’età pensionabile” ha avvertito il segretario confederale della Cgil-Fp, Carlo Podda. “Le donne vanno in pensione con il massimo dell’età e con il nostro sistema si va sulla base dei contributi. Dire che la misura serve per risolvere la sperequazione è una provocazione intollerabile”. Per la Cisl, invece, quello della parità dell’età pensionabile “è un problema malposto, non si può affrontare in questo modo, partendo dalla coda”, sostiene il segretario confederale Giorgio Santini: “Il problema della parità è serio sia in Italia che in Europa” ha aggiunto “ma noi pensiamo che vada affrontato in maniera radicalmente diversa, innanzitutto affrontando il problema di un tasso di occupazione bassissimo per le donne: se al governo sta a cuore il tema della parità metta mano a misure che incrementino l’occupazione femminile”.

A gelare il piano Brunetta anche l’Ugl di Renata Polverini: “Una riforma delle pensioni in questa fase economica e sociale non avrebbe alcuna ragione di essere. Aumentare l’età pensionabile non sarebbe di nessun aiuto alle donne in assenza di un sistema di welfare degno di questo nome in termini di servizi per la cura dei figli, degli anziani o di persone disabili e di politiche di sostegno alla famiglia, in primo luogo da un punto di vista fiscale”.

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Discutine sul FORUM: “A proposito delle donne in pensione a 65 anni… E gli onorevoli?”

Berlusconi: “Giù le tasse sulle tredicesime?” Ipotesi, ma ci sono pochi fondi

Silvio Berlusconi

Più soldi netti in busta paga a fine anno. È questo il sogno del premier e del governo come “regalo di Natale” agli italiani vessati dalla crisi economica internazionale. “Detassare la tredicesima? Ci sono diverse ipotesi, i fondi sono pochi”. Spiega Silvio Berlusconi arrivando alla sede della Confcommercio. Le misure allo studio dei tecnici dell’esecutivo sono diverse. “Stiamo lavorando” spiega il premier, “venerdì avremo questo incontro con il mondo del lavoro. Abbiamo in mente diverse cose che pensiamo possano essere messe in pratica”. Di fronte all’attuale tempesta finanziaria sono allo studio varie ipotesi sulla possibilità di detassare le tredicesime, ma tutto dipende dai fondi a disposizione.
Il premier ha poi affrontato il tema della crisi finanziaria. Il governo è pronto a sostenere, ove richiesto, il sistema bancario italiano. Ma solo se richiesto. “Io sono ottimista. Le Borse sono ripartite e il sistema delle banche è solido. Tuttavia - ha aggiunto - se le banche lo richiedono il governo è a disposizione per intervenire senza però che questo intervento significhi in alcun modo come qualcosa di imposto o di imperativo. Senza che significhi in alcun modo che ci sia alcuna conseguenza per i dirigenti e gli amministratori delegati”.
Il Cavaliere ha quindi ribadito che “il governo è pronto ad assistere le banche alle regole di mercato senza condizioni punitive né per il management né per gli azionisti”. Ad ogni modo, insiste Berlusconi, “il sistema bancario è solido”. “Sempre con la massima libertà da parte delle banche, se gli istituti ritengono di voler aumentare la loro disponibilità liquida e di patrimonio, lo Stato è pronto a intervenire. Lo Stato” ha aggiunto “può sottoscrivere delle obbligazioni, azioni di risparmio o obbligazioni convertibili, che sarà possibile convertire su richiesta delle banche”.

Lavoro mon amour: metà degli italiani non vuole andare in pensione

Gli uffici di una grande azienda

Gli italiani sono stakanovisti, non vogliono andare in pensione e, una volta raggiunta l’età per il ritiro, preferiscono continuare a lavorare piuttosto che stare a casa. Ma secondo il sociologo del lavoro Domenico De Masi, sociologo del lavoro, interpellato da Panorama.it, “Preferire il lavoro alla famiglia è una malattia. E stare dieci ore in ufficio non migliora la qualità del lavoro anzi a volte è peggio”.
L’immagine degli italiani sgobboni emerge questa volta da un sondaggio condotto da Kelly Services, azienda attiva nel campo delle risorse umane, su un campione di 115mila lavoratori in 33 Paesi, di cui 17 mila italiani. Secondo l’indagine, infatti, 5 italiani su 10 non hanno intenzione di andare in pensione prima dei 65 anni e, con il loro 50 per cento di stakanovisti, gli italiani sono i primi della classifica insieme agli Usa. Alla base della scelta, soprattutto motivi economici (solo l’11 per cento degli intervistati pensa che potra’ godere di un reddito da previdenza in grado di garantire una vecchiaia senza pensieri), ma anche la volonta’ di mantenersi attivi (per il 50 per cento degli intervistati). Per alcuni conta anche il senso di lealtà verso il proprio principale (18 per cento).
Analizzando i dati delle regioni italiane, i più preoccupati dal dopo pensione sono i valdostani, che nel 60 per cento dei casi credono di non disporre di sufficienti risparmi, seguiti dai sardi (56 per cento) e dai friulani (52 per cento). A dispetto dei luoghi comuni, inoltre, una larga maggioranza della popolazione attiva italiana è convinta che, una volta raggiunta l’età pensionabile, non smetterà completamente di lavorare. In molti dichiarano infatti la volontà di proseguire nella propria professione, ma con tipologie contrattuali diverse, come rapporti di lavoro part-time o in qualità di consulenti, e c’è anche chi pensa di reinventarsi un futuro lavorativo, magari come imprenditore.
“Il fatto di essere stakanovisti per motivi economici lo giustifico, ma lavorare perché non si è in grado di fare altro è una sorta di malattia: si sta in ufficio perché si odia la famiglia o magari si preferisce stare con il capo, sperando in un aumento che spesso non arriva”, ha spiegato a Panorama.it il professor De Masi. “In Italia è vero si lavora per più ore ed è colpa di una prassi che io definisco imbecille: rimanere in ufficio fino alle dieci di sera, una cosa che un manager americano o nordeuropeo non si sognerebbe mai di fare”.
Secondo il sociologo “l’impiegato italiano pensa che stare molte ore in ufficio, magari senza fare niente, sia meglio che starci meno ore, ma producendo più idee. È una prassi diffusa in tutti i paesi latini, come la Spagna e il Brasile, ma anche in paesi emergenti come la Cina, che hanno raggiunto lo sviluppo capitalistico più tardi”. Alla fine per De Masi lo stakanovismo è “controproducente anche per le imprese: distrugge la creatività dei dipendenti e fa aumentare i costi. Meglio avere impiegati che lavorano meno e meglio che sgobboni affaticati e annoiati”.

La crisi globale fa paura anche al mondo dello sport

Il pallone? Si è rotto
“Il calcio italiano sta attraversando un momento difficile, ma nell’immediato stiamo assistendo ad un allarmismo eccessivo perché i contratti di sponsorizzazione stipulati sono quasi tutti pluriennali e non si può rescindere da un giorno all’altro, a meno che le società non dichiarino fallimento”. Lo sottolinea a Panorama.it, Giovanni Palazzi, presidente di Stage Up sport & leisure business, la prima società italiana di consulenza in business dello sport. Che aggiunge: “Chiaro che un rallentamento si avrà se gli effetti della crisi saranno a lunga scadenza, ma sono certo che il sistema di banche in Italia sia garantito, anche per il mondo dello sport”.
Che succederà dunque alle squadre italiane? Ieri la Roma ha dovuto affrontare una giornata molto pesante in borsa a seguito dei “rumors”, poi smentiti in un comunicato congiunto della società e di Italpetroli, secondo cui Unicredit avrebbe negato alla stessa società della famiglia Sensi che controlla il club giallorosso e che è esposta per 365 milioni con l’istituto bancario, una deroga al pagamento entro il 31 dicembre della prima tranche del debito, da 130 milioni di euro, prevista dal piano di rientro concordato la scorsa estate.

Secondo La Gazzetta dello Sport, il finanziere egiziano, di origine libica, Roger Tamraz, è l’uomo che intende comprare la Italpetroli. Interpellata da Panorama.it, la società giallorosa dice che la situazione è “sotto controllo e che non sono in corso trattative per la cessione della società”. Lo dice, di fatto, anche il comunicato stampa ufficiale. Ma sussurri raccontano una verità univoca: la trattativa va avanti spedita. Il magnate del petrolio, fondatore della Tamoil, ha già avuto due incontri per la Italpetroli, l’ultimo a metà della scorsa settimana con tutte le sorelle Sensi. In attesa di offerte ufficiali, l’unica cosa certa è che per arrivare a quota 130 milioni nei prossimi tre mesi potrebbe non essere sufficiente liberarsi di tutte le attività di Italpetroli. Sono già in vendita i terreni di Torrevecchia il cui valore si attesta intorno ai 100 milioni. Ma l’edificabilità di quegli spazi, condizionata alla costruzione della cittadella dello sport, potrebbe arrivare solo a fine anno. Fino ad allora i potenziali acquirenti temporeggeranno. Anzi, l’advisor Banca Finnat teme che in questa situazione i candidati all’acquisto, come il gruppo Caltagirone (creditore nei confronti della Roma in qualità di socio Mps che detiene la Antonveneta con cui la Roma è esposta per 50 milioni), rallentino i tempi per abbassare il prezzo.
Lo stato di salute della banca guidata da Alessandro Profumo viene però seguito con attenzione anche dal lato biancazzurro della Capitale. Colpa di 13,6 milioni di fidejussioni rilasciate per conto della Lazio Events di Claudio Lotito da Unicredit in favore della Figc per l’iscrizione al campionato della Lazio. In Borsa, il titolo della Lazio negli ultimi tre mesi è rimasto stabile intorno a 0,35 euro per azione, ma dal 29 settembre, quando era arrivata a 0,50, ha subito una forte caduta, ritornando a 0,37 euro.

Stessa sorte per il titolo della Juventus in forte calo da gennaio, quando era a 1,4 euro, mentre oggi ogni azione vale 0,7695 (in rialzo dopo una settimana di forti ribassi). La crisi potrebbe colpire anche la Fiorentina: le quotazioni della Tod’s, l’azienda di famiglia dei Della Valle, hanno perso quasi la metà del valore, scivolando dai 64 euro di inizio anno ai 32,09 di oggi pomeriggio. “La Borsa sconta in anticipo la previsione di minori utili, ma il patrimonio dei Della valle e solido e non credo avranno particolari ripercussioni”, spiega Palazzi. Tifosi tranquilli che Mutu e compagni resteranno in maglia viola? L’esperto non si sbilancia. Altro esempio, la Erg di Garrone, patron della Sampdoria. Anche in questo caso, malgrado i prezzi del petrolio restino alti, il titolo è sceso da 16,9 euro a 10,03 euro in un anno. I conti del primo semestre però vanno bene: 56 milioni di utile al 30 giugno, contro i 40 dei primi sei mesi dello scorso anno.
Il presidente del Torino, Urbano Cairo, qualche grattacapo in più ce l’ha. Il titolo della sua Cairo Communication ha perso il 50 per cento nell’ultimo anno, ma in questo caso si sono ristretti anche gli utili, scesi a 4,6 milioni dai 7,2 dello scorso anno.

E la serie B non sta meglio. Ieri l’assemblea di Lega calcio ha deliberato che i club di seconda serie riceveranno una “mutualità” di 65 milioni di euro dalla serie A, molto meno rispetto ai 90 milioni richiesti. “Questo costringerà molte società a rivedere i propri costi e per qualcuna di essa forse ci sarà difficoltà ad arrivare a Natale per pagare stipendi e spese di gestione”, dicono a Panorama.it fonti vicine ad alcuni presidenti di serie B. L’imprenditore marchigiano Roberto Benigni, ad esempio, ha dovuto fare i conti con un “credit crunch” (cioè calo significativo - o inasprimento improvviso delle condizioni - dell’offerta di credito). La finanziaria alla quale si era rivolto per avere un prestito e pagare gli stipendi dell’Ascoli Calcio, di cui è presidente, ha avuto problemi di liquidità con i crac bancari americani e così niente prestito e niente stipendi ai calciatori.
Ma la crisi finanziaria rischia di abbattersi anche sull’organizzazione delle olimpiadi londinesi, rallentando i lavori per la costruzione di stadi ed infrastrutture. Il Daily Telegraph teme che possano verificarsi gravi ritardi sulla scadenza di consegna (luglio 2012), oltre che un aumento incontrollato dei costi.
Finora l’organo pubblico responsabile per la costruzione degli impianti, è riuscito a limitare i contraccolpi economici, riorganizzando l’agenda dei lavori. Ma restano grossi interrogativi circa il finanziamento complessivo dei Giochi, un investimento da oltre 13 miliardi di euro che dovrà essere coperto dalla vendita dei diritti tv, sponsorizzazioni private e contributi statali. E anche la ricca Premier League inglese, sponsorizzata dalla Barclays, comincia a fare i conti con i problemi economici. Il presidente della Football Association, Lord Triesman, lancia un attacco frontale nei confronti dei magnati stranieri che hanno invaso la Premier negli ultimi anni accusandoli di contribuire alla crescita dei costi e delle esposizioni debitorie. “L’indebitamento della Premier League è sicuramente forte, ma ancora non drammatico. Le squadre investono e hanno in piedi molti contratti di sponsorizzazione, gestiscono gli impianti direttamente e la composizione dei ricavi è molto variegata” sostiene Palazzi. “In Italia la situazione potrebbe essere più difficile perché i ricavi sono meno diversificati, il business è meno ricco e le tv pagano meno”.
E in casa spagnola, come sono messe le talentuose squadre della Liga? Racing di Santander, Almeria, Betis, Deportivo La Coruna, Malaga e Maiorca (quest’ultima anche a rischio di amministrazione controllata) hanno le magliette senza sponsor, mentre il Valencia un mese fa ha denunciato pubblicamente il suo patrocinatore “Valencia Expirience”, perché non gli aveva pagato i 6 milioni di euro previsti nel contratto sottoscritto a maggio. Real Madrid, Siviglia e Espanyol hanno optato per firmare contratti con agenzie di scommesse, che non saranno certo gli sponsor più ortodossi per una squadra di calcio, ma almeno sono i più solventi. Al di là delle sponsorizzazioni, è stata la crisi immobiliare - che in Spagna ha anticipato di alcuni mesi la tempesta sui mercati finanziari internazionali - a produrre pesanti ripercussioni, visto che fino a poco tempo fa gli immobiliaristi erano i padroni di molte squadre della Liga.
Ora la domanda che più si sente fare negli stadi della Spagna è: quando arriveranno gli stranieri a prendersi i club? Ai vertici della Liga assicurano però che il “modello inglese” non è importabile. La ragione? “La vicinanza e l’identificazione con il club, che sono valori pretesi dalla gran parte dei presidenti delle società”. Non si immagina un presidente del Bilbao che non parli basco o uno del Barça che non sappia difendere la catalanità della frase: “mes que un club” (più di un club).


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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