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Gli italiani sono stakanovisti, non vogliono andare in pensione e, una volta raggiunta l’età per il ritiro, preferiscono continuare a lavorare piuttosto che stare a casa. Ma secondo il sociologo del lavoro Domenico De Masi, sociologo del lavoro, interpellato da Panorama.it, “Preferire il lavoro alla famiglia è una malattia. E stare dieci ore in ufficio non migliora la qualità del lavoro anzi a volte è peggio”.
L’immagine degli italiani sgobboni emerge questa volta da un sondaggio condotto da Kelly Services, azienda attiva nel campo delle risorse umane, su un campione di 115mila lavoratori in 33 Paesi, di cui 17 mila italiani. Secondo l’indagine, infatti, 5 italiani su 10 non hanno intenzione di andare in pensione prima dei 65 anni e, con il loro 50 per cento di stakanovisti, gli italiani sono i primi della classifica insieme agli Usa. Alla base della scelta, soprattutto motivi economici (solo l’11 per cento degli intervistati pensa che potra’ godere di un reddito da previdenza in grado di garantire una vecchiaia senza pensieri), ma anche la volonta’ di mantenersi attivi (per il 50 per cento degli intervistati). Per alcuni conta anche il senso di lealtà verso il proprio principale (18 per cento).
Analizzando i dati delle regioni italiane, i più preoccupati dal dopo pensione sono i valdostani, che nel 60 per cento dei casi credono di non disporre di sufficienti risparmi, seguiti dai sardi (56 per cento) e dai friulani (52 per cento). A dispetto dei luoghi comuni, inoltre, una larga maggioranza della popolazione attiva italiana è convinta che, una volta raggiunta l’età pensionabile, non smetterà completamente di lavorare. In molti dichiarano infatti la volontà di proseguire nella propria professione, ma con tipologie contrattuali diverse, come rapporti di lavoro part-time o in qualità di consulenti, e c’è anche chi pensa di reinventarsi un futuro lavorativo, magari come imprenditore.
“Il fatto di essere stakanovisti per motivi economici lo giustifico, ma lavorare perché non si è in grado di fare altro è una sorta di malattia: si sta in ufficio perché si odia la famiglia o magari si preferisce stare con il capo, sperando in un aumento che spesso non arriva”, ha spiegato a Panorama.it il professor De Masi. “In Italia è vero si lavora per più ore ed è colpa di una prassi che io definisco imbecille: rimanere in ufficio fino alle dieci di sera, una cosa che un manager americano o nordeuropeo non si sognerebbe mai di fare”.
Secondo il sociologo “l’impiegato italiano pensa che stare molte ore in ufficio, magari senza fare niente, sia meglio che starci meno ore, ma producendo più idee. È una prassi diffusa in tutti i paesi latini, come la Spagna e il Brasile, ma anche in paesi emergenti come la Cina, che hanno raggiunto lo sviluppo capitalistico più tardi”. Alla fine per De Masi lo stakanovismo è “controproducente anche per le imprese: distrugge la creatività dei dipendenti e fa aumentare i costi. Meglio avere impiegati che lavorano meno e meglio che sgobboni affaticati e annoiati”.
“Il calcio italiano sta attraversando un momento difficile, ma nell’immediato stiamo assistendo ad un allarmismo eccessivo perché i contratti di sponsorizzazione stipulati sono quasi tutti pluriennali e non si può rescindere da un giorno all’altro, a meno che le società non dichiarino fallimento”. Lo sottolinea a Panorama.it, Giovanni Palazzi, presidente di Stage Up sport & leisure business, la prima società italiana di consulenza in business dello sport. Che aggiunge: “Chiaro che un rallentamento si avrà se gli effetti della crisi saranno a lunga scadenza, ma sono certo che il sistema di banche in Italia sia garantito, anche per il mondo dello sport”.
Che succederà dunque alle squadre italiane? Ieri la Roma ha dovuto affrontare una giornata molto pesante in borsa a seguito dei “rumors”, poi smentiti in un comunicato congiunto della società e di Italpetroli, secondo cui Unicredit avrebbe negato alla stessa società della famiglia Sensi che controlla il club giallorosso e che è esposta per 365 milioni con l’istituto bancario, una deroga al pagamento entro il 31 dicembre della prima tranche del debito, da 130 milioni di euro, prevista dal piano di rientro concordato la scorsa estate.
Secondo La Gazzetta dello Sport, il finanziere egiziano, di origine libica, Roger Tamraz, è l’uomo che intende comprare la Italpetroli. Interpellata da Panorama.it, la società giallorosa dice che la situazione è “sotto controllo e che non sono in corso trattative per la cessione della società”. Lo dice, di fatto, anche il comunicato stampa ufficiale. Ma sussurri raccontano una verità univoca: la trattativa va avanti spedita. Il magnate del petrolio, fondatore della Tamoil, ha già avuto due incontri per la Italpetroli, l’ultimo a metà della scorsa settimana con tutte le sorelle Sensi. In attesa di offerte ufficiali, l’unica cosa certa è che per arrivare a quota 130 milioni nei prossimi tre mesi potrebbe non essere sufficiente liberarsi di tutte le attività di Italpetroli. Sono già in vendita i terreni di Torrevecchia il cui valore si attesta intorno ai 100 milioni. Ma l’edificabilità di quegli spazi, condizionata alla costruzione della cittadella dello sport, potrebbe arrivare solo a fine anno. Fino ad allora i potenziali acquirenti temporeggeranno. Anzi, l’advisor Banca Finnat teme che in questa situazione i candidati all’acquisto, come il gruppo Caltagirone (creditore nei confronti della Roma in qualità di socio Mps che detiene la Antonveneta con cui la Roma è esposta per 50 milioni), rallentino i tempi per abbassare il prezzo.
Lo stato di salute della banca guidata da Alessandro Profumo viene però seguito con attenzione anche dal lato biancazzurro della Capitale. Colpa di 13,6 milioni di fidejussioni rilasciate per conto della Lazio Events di Claudio Lotito da Unicredit in favore della Figc per l’iscrizione al campionato della Lazio. In Borsa, il titolo della Lazio negli ultimi tre mesi è rimasto stabile intorno a 0,35 euro per azione, ma dal 29 settembre, quando era arrivata a 0,50, ha subito una forte caduta, ritornando a 0,37 euro.
Stessa sorte per il titolo della Juventus in forte calo da gennaio, quando era a 1,4 euro, mentre oggi ogni azione vale 0,7695 (in rialzo dopo una settimana di forti ribassi). La crisi potrebbe colpire anche la Fiorentina: le quotazioni della Tod’s, l’azienda di famiglia dei Della Valle, hanno perso quasi la metà del valore, scivolando dai 64 euro di inizio anno ai 32,09 di oggi pomeriggio. “La Borsa sconta in anticipo la previsione di minori utili, ma il patrimonio dei Della valle e solido e non credo avranno particolari ripercussioni”, spiega Palazzi. Tifosi tranquilli che Mutu e compagni resteranno in maglia viola? L’esperto non si sbilancia. Altro esempio, la Erg di Garrone, patron della Sampdoria. Anche in questo caso, malgrado i prezzi del petrolio restino alti, il titolo è sceso da 16,9 euro a 10,03 euro in un anno. I conti del primo semestre però vanno bene: 56 milioni di utile al 30 giugno, contro i 40 dei primi sei mesi dello scorso anno.
Il presidente del Torino, Urbano Cairo, qualche grattacapo in più ce l’ha. Il titolo della sua Cairo Communication ha perso il 50 per cento nell’ultimo anno, ma in questo caso si sono ristretti anche gli utili, scesi a 4,6 milioni dai 7,2 dello scorso anno.
E la serie B non sta meglio. Ieri l’assemblea di Lega calcio ha deliberato che i club di seconda serie riceveranno una “mutualità” di 65 milioni di euro dalla serie A, molto meno rispetto ai 90 milioni richiesti. “Questo costringerà molte società a rivedere i propri costi e per qualcuna di essa forse ci sarà difficoltà ad arrivare a Natale per pagare stipendi e spese di gestione”, dicono a Panorama.it fonti vicine ad alcuni presidenti di serie B. L’imprenditore marchigiano Roberto Benigni, ad esempio, ha dovuto fare i conti con un “credit crunch” (cioè calo significativo - o inasprimento improvviso delle condizioni - dell’offerta di credito). La finanziaria alla quale si era rivolto per avere un prestito e pagare gli stipendi dell’Ascoli Calcio, di cui è presidente, ha avuto problemi di liquidità con i crac bancari americani e così niente prestito e niente stipendi ai calciatori.
Ma la crisi finanziaria rischia di abbattersi anche sull’organizzazione delle olimpiadi londinesi, rallentando i lavori per la costruzione di stadi ed infrastrutture. Il Daily Telegraph teme che possano verificarsi gravi ritardi sulla scadenza di consegna (luglio 2012), oltre che un aumento incontrollato dei costi.
Finora l’organo pubblico responsabile per la costruzione degli impianti, è riuscito a limitare i contraccolpi economici, riorganizzando l’agenda dei lavori. Ma restano grossi interrogativi circa il finanziamento complessivo dei Giochi, un investimento da oltre 13 miliardi di euro che dovrà essere coperto dalla vendita dei diritti tv, sponsorizzazioni private e contributi statali. E anche la ricca Premier League inglese, sponsorizzata dalla Barclays, comincia a fare i conti con i problemi economici. Il presidente della Football Association, Lord Triesman, lancia un attacco frontale nei confronti dei magnati stranieri che hanno invaso la Premier negli ultimi anni accusandoli di contribuire alla crescita dei costi e delle esposizioni debitorie. “L’indebitamento della Premier League è sicuramente forte, ma ancora non drammatico. Le squadre investono e hanno in piedi molti contratti di sponsorizzazione, gestiscono gli impianti direttamente e la composizione dei ricavi è molto variegata” sostiene Palazzi. “In Italia la situazione potrebbe essere più difficile perché i ricavi sono meno diversificati, il business è meno ricco e le tv pagano meno”.
E in casa spagnola, come sono messe le talentuose squadre della Liga? Racing di Santander, Almeria, Betis, Deportivo La Coruna, Malaga e Maiorca (quest’ultima anche a rischio di amministrazione controllata) hanno le magliette senza sponsor, mentre il Valencia un mese fa ha denunciato pubblicamente il suo patrocinatore “Valencia Expirience”, perché non gli aveva pagato i 6 milioni di euro previsti nel contratto sottoscritto a maggio. Real Madrid, Siviglia e Espanyol hanno optato per firmare contratti con agenzie di scommesse, che non saranno certo gli sponsor più ortodossi per una squadra di calcio, ma almeno sono i più solventi. Al di là delle sponsorizzazioni, è stata la crisi immobiliare - che in Spagna ha anticipato di alcuni mesi la tempesta sui mercati finanziari internazionali - a produrre pesanti ripercussioni, visto che fino a poco tempo fa gli immobiliaristi erano i padroni di molte squadre della Liga.
Ora la domanda che più si sente fare negli stadi della Spagna è: quando arriveranno gli stranieri a prendersi i club? Ai vertici della Liga assicurano però che il “modello inglese” non è importabile. La ragione? “La vicinanza e l’identificazione con il club, che sono valori pretesi dalla gran parte dei presidenti delle società”. Non si immagina un presidente del Bilbao che non parli basco o uno del Barça che non sappia difendere la catalanità della frase: “mes que un club” (più di un club).
Tira brutta aria sull’economia mondiale. In Italia si tira la cinghia e si risparmia.
L’ultima indagine Istat dice che nei primi mesi del 2008 è cresciuto il numero di persone alla ricerca di prima occupazione, probabilmente donne, quasi tutte del Sud, che cercano di dare una mano in famiglia per arrivare a fine mese.
Tempi di magra, dunque, per molti. Ma non per tutti. Josè Mourinho, allenatore dell’Inter, per esempio, arriva a guadagnare 9 milioni di euro netti a stagione. Anzi 11. Anzi no, addirittura 14. La sua battuta nei confronti di un giornalista al termine del derby non è passata inosservata, al punto che la società nerazzurra si è affrettata a smentire le cifre dichiarate. Che però non sono molto lontane dalla realtà. “Special one” guadagna infatti una cifra vicina ai 9 milioni all’anno ai quali vanno aggiunti i premi (solo in caso di vittoria in campionato o in Champions league) e i diritti di immagine. Se non si arriva a 14 milioni di euro poco ci manca. L’equivalente dello stipendio di un anno di oltre mille precari.
Soldi che si aggiungono a quelli che il presidente Moratti continua a dare all’ex allenatore, Roberto Mancini, esonerato a giugno con ulteriori quattro anni di contratto a 6 milioni di euro all’anno. Senza impiego, come i futuri cassa integrati dell’Alitalia.
Se lo stipendio di Mourinho vi sembra poco, ecco una classifica della Gazzetta dello Sport secondo la quale Zlatan Ibrahimovic, attaccante dell’Inter, è il calciatore più pagato della serie A con 11 milioni di euro, seguito dal milanista Kakà, costretto ad accontentarsi del secondo posto con “appena” 9 milioni. Nella classifica a squadre, calcolata in termini di investimenti lordi, in testa ci sono, manco a dirlo, Inter e Milan.
Per dare un’idea dell’eccezionalità dell’ingaggio, basta considerare che Ibrahimovic potrebbe pagare gli stipendi stagionali di tutta la Reggina. E se l’attaccante deciderà di investire soltanto il 6 per cento del suo contratto complessivo, riceverà interessi che potrebbero mantenere in vita la stessa Reggina per dieci stagioni. Ronaldinho percepisce invece 6,5 milioni netti a stagione, 2 in meno rispetto ai tempi del Barcellona. Ancora più sensibile il taglio che ha accettato Shevchenko, pur di ritornare al Milan: dagli 8 milioni di euro che gli versava il patron del Chelsea, Paperon Roman Abramovich, è passato a 4,5.
In casa Juventus il più pagato è il portiere Gigi Buffon, cui la Juventus assicura 5,5 milioni, la stessa cifra che risulta sulla busta paga del romanista Francesco Totti (Alex Del Piero si ferma a 5 milioni, ma i suoi diritti di immagine sono tra i più cari di tutta la serie A). Tra i calciatori che hanno cambiato maglia, quello che ha migliorato in modo più evidente la propria situazione è il neojuventino Amauri, passato da 1 a 3,5 milioni.
Tirando le somme, la Gazzetta calcola che il monte ingaggi complessivo della serie A 2008-09 ha raggiunto quota 768,4 milioni, oltre 100 in più rispetto alla scorsa stagione (666,5). Si tratta del tetto massimo degli ultimi cinque anni: alla faccia della crisi. Considerando anche le cifre dell’ultima campagna acquisti, in cui la serie A ha investito 507,88 milioni (contro i 368 dell’estate 2007), l’impressione che si ricava è che la fase degli investimenti oculati sia già alle spalle.
Nella graduatoria delle società, il Milan è rimasto in testa, investendo nel monte ingaggi la stessa cifra dello scorso anno: 120 milioni lordi, come l’Inter. Il club nerazzurro ha speso 10 milioni in più rispetto alla scorsa stagione, ma non ha esagerato con gli stipendi dei nuovi arrivati (il più ricco è l’ex romanista Mancini, a quota 3,5 milioni).
Alle spalle delle milanesi c’è la Juventus, il cui monte ingaggi si attesta sui 115 milioni. Il quarto posto è occupato dalla Roma, con 65 milioni (l’anno scorso era a 60). La Fiorentina, che ha effettuato cospicui investimenti, mantiene un monte ingaggi moderato: 37 milioni. I più pagati in casa viola sono Frey, Gilardino e Mutu, che incassano 2 milioni netti a testa. Importanti gli sforzi sostenuti dal Genoa, che ha alzato di 14 milioni il tetto degli stipendi, arrivando a 35, e del Napoli, passato a 29 (+ 9,4 milioni rispetto al 2007-08). L’oscar dell’austerità va alla Reggina, con un monte salari di 11,4 milioni. Contenute anche le spese per gli stipendi di Atalanta (12, 5 milioni), Chievo e Udinese (14). In tempi di magra, è già qualcosa.
Il VIDEO della conferenza stampa post derby di Mourinho
di Raffaella Galvani e Donatella Marino
Cinquecento euro netti in più al mese: per combattere efficacemente il caro vita gli italiani dichiarano di aver bisogno in media di questa cifra. Ma non si limitano a dichiararlo. Dalle parole il 44 per cento di loro è già passato ai fatti: e si è attivato per aumentare le entrate, a colpi di straordinario e secondo lavoro. Strade che vengono battute rispettivamente dal 52,8 e dal 45,6 per cento di quanti si sono messi all’opera per “arrotondare”. Pari, su base nazionale, al 23 e al 20 per cento. Lo rivela un’indagine svolta via internet tra il 22 gennaio e il 1° febbraio 2008 dalla Interactive market research, società leader in Italia nelle ricerche di mercato sul web, e che attraverso 1.000 interviste consente di radiografare i comportamenti di un campione rappresentativo di oltre 49 milioni di italiani dai 18 anni in su, segmentati per sesso, fascia di età, area geografica e reddito netto mensile della famiglia (da meno di 1.000 euro a oltre 4 mila). Il risultato? “Emerge un paese che, anche a livello di reddito medio-alto, ha deciso di muoversi per conto proprio, stanco di aspettare interventi spesso promessi ma finora mai davvero arrivati sul fronte dei prezzi, delle tasse o degli stipendi, tali da consentire il recupero dei pesanti tagli della capacità di spesa riconosciuti ormai da tutti” dice Bruno Lagomarsino, direttore di ricerca della Interactive market research. Come risulta dal grafico pubblicato a pagina 127, il 9,7 per cento dichiara di essere molto impegnato a far aumentare le proprie entrate e ben il 34,2 di esserlo abbastanza.
Un attivismo che a volte sfiora la temerarietà, visto che non manca neppure chi si lancia in scelte al limite del ragionevole. Ben il 26,2 per cento del campione di riferimento infatti nel tentativo di far quadrare il bilancio familiare si affida a lotterie e scommesse. Di certo, se il bisogno di far entrare più quattrini nelle smagrite casse familiari viene sentito da tutti, la cifra che si punta a raggranellare varia a seconda del reddito di partenza. “A ritenere necessarie integrazioni più pesanti in proporzione alle entrate sono soprattutto i percettori di redditi medio-bassi, che in alcuni casi arrivano a ipotizzare anche 800 euro contro una media generale del campione di 500 euro netti ” precisa Lagomarsino. “Al contrario si resta su una richiesta media di 700 euro da parte di chi ha redditi mensili oltre i 3 mila euro. Solo il 15 per cento degli intervistati, come emerge dal grafico pubblicato a pagina 124, dichiara di avere bisogno di oltre 1.000 euro, ma esiste anche una piccola quota (11 per cento circa) che si accontenterebbe di 200 euro.
Non è solo il reddito a determinare le scelte dell’italiano a caccia di fondi aggiuntivi per superare lo scoglio della quarta settimana, che secondo attenti osservatori è ormai molto vicino alla terza. Il lavoro straordinario per esempio è maggiormente praticato dalle fasce d’età più giovani (18- 24 e 34-44 anni) e da chi ha un contratto di lavoro a tempo determinato: in tutti questi casi si supera il 60 per cento. “È probabile che i più giovani, con meno impegni di famiglia, siano quelli più disponibili a prolungare il tempo dedicato alla fabbrica o all’ufficio” spiegano alla Interactive market research “ma non è escluso che a dissuadere le persone più mature, e quindi con redditi più elevati, giochi il fattore tasse”. Se infatti il reddito da straordinari fa scattare l’aliquota marginale, l’aumento atteso finisce per essere falcidiato dal fisco. Una beffa, a cui dovrebbero porre rimedio i provvedimenti allo studio del governo.
Quanto pesa il carovita: agli italiani mancano 500 euro netti al mese. Alcuni ne chiedono tra 500 e 1000
Il secondo lavoro (la ricerca non lo precisa, ma è possibile-probabile che sia in nero) va invece forte in particolare nel Nord-Est e nel Sud, mentre appare poco praticato al Nord-Ovest. “Questi dati vanno ricollegati alla struttura economico-produttiva e al tessuto industriale dell’area ” sostiene Lagomarsino. “Infatti nel Nord-Est, oltre a un’etica del lavoro molto radicata, ci sono tante piccole aziende dove è facile proporsi per esempio quando si smonta da un primo turno, mentre al Sud ci sono tipologie di lavoro, penso alla pubblica amministrazione, che consentono di affiancare più impieghi”. Là dove straordinari e doppio lavoro non bastano o non sono disponibili, non resta che battere la strada dell’indebitamento. “Quasi un italiano su due dichiara di avere in corso un prestito personale” precisa Lagomarsino.
I canali preferiti sono le finanziarie (22,4 per cento) e le banche (22), ma sta crescendo anche l’uso a fini di finanziamento delle carte cosiddette revolving (13), spinte di recente dalla grande distribuzione, mentre restano in coda (3,8 per cento) parenti e amici. Ormai, anche se il modello americano è lontano e il 43,1 per cento del campione si indebita solo per un bene importante (per esempio l’auto, che resta l’oggetto più pagato a rate), un italiano su tre ammette di avere in corso prestiti per più beni, dai mobili al computer e persino per il mutuo della casa. E il 41 per cento dichiara di “conoscere qualcuno che ha dovuto contrarre debiti per beni o servizi di prima necessità, come le spese mediche”. “In parallelo con la ricerca di entrate aggiuntive, sul fronte delle uscite la caccia all’occasione sta diventando uno stile di vita, anche a livelli di reddito medio- 127 alti” conclude Lagomarsino. Il 68 per cento degli intervistati dichiara di essere impegnato in un taglio delle spese. Così aumentano le famiglie che comprano con le offerte promozionali (75,2 per cento) e in saldo (66,8). O che frequentano ipermercati e centri commerciali (67,3 per cento) e hard discount (50,9) per l’acquisto di alimentari o generi di largo consumo, quando non si rivolgono direttamente al produttore (11,2). Di certo, se le famiglie italiane si danno da fare, il messaggio che siamo arrivati vicino a un punto critico è giunto chiaro anche agli operatori più vicini ai consumatori.
Un’indagine svolta via internet tra il 22 gennaio e il 1° febbraio 2008 dalla Intediractive market research, società leader in Italia nelle ricerche di mercato sul web
La prova? Mentre le grandi catene della Federdistribuzione (13 mila punti vendita) si sono impegnate da maggio fino a dicembre 2008 a inserire sempre, in ogni loro promozione con sconti tra il 10 e il 40 per cento, almeno una referenza tra le categorie di prodotto più colpite dal rialzo dei prezzi, anche chi opera nella distribuzione low cost ha deciso di fare di più. La Lidl Italia, 500 punti vendita, dal 18 maggio parte con una campagna tv per lanciare il taglio fino al 24 per cento dei prezzi di circa 100 prodotti, tra cui il burro pastorizzato, il grana padano, la fesa di tacchino, la mozzarella e le patate fritte. Basterà ad alleviare i problemi dei clienti in crisi da reddito?

Che con lo stipendio di una volta si riesca a fare sempre meno sembra ormai una di quelle considerazioni pari al “non esistono più le mezze stagioni”. Che in fondo è anche vero.
Com’è vero, stando a quanto emerge da uno studio dell’Ires-Cgil, le retribuzioni di fatto hanno perso tra il 2002 e il 2007, 1.210 euro. Ai quali va aggiunta la perdita derivante dalla mancata restituzione del fiscal drag, per un totale di 1.896 euro in meno, in cinque anni.
Lo studio (qui il .pdf) sottolinea che la perdita maggiore si è registrata tra il 2002 e il 2003, mentre dal 2005 il potere d’acquisto ha in parte recuperato terreno. Se si considera invece il periodo tra il ‘93 e il 2006 si vede che le retribuzioni di fatto hanno mantenuto il potere d’acquisto rispetto all’inflazione registrando una crescita annua del 3,4% a fronte del 3,2% medio nel periodo. In questo lasso di tempo quindi, se non si è perso terreno complessivamente rispetto all’inflazione, non c’è però stata neanche una distribuzione dei guadagni di produttività.
Insomma, negli ultimi quattordici anni le nostre buste-paga non hanno guadagnato nulla rispetto all’inflazione da una parte per colpa di un indice dei prezzi programmato sempre più basso di quello effettivo, dall’altra in seguito ai ritardi nei rinnovi contrattuali, e ancora per la mancata restituzione del fiscal drag e per la redistribuzione della produttività.
L’andamento risulta differente da settore a settore. Se infatti i lavoratori delle amministrazioni pubbliche hanno visto un lieve aumento dei salari reali rispetto all’inflazione (+3,6% medio annuo rispetto al 3,2% dell’aumento dei prezzi) le retribuzioni di fatto dei metalmeccanici hanno a malapena mantenuto il potere d’acquisto (3,2% annuo, esattamente come l’inflazione) mentre le retribuzioni del credito e delle costruzioni hanno perso terreno rispetto al costo della vita (3,1% anno il credito e 3% le costruzioni sempre a fronte del 3,2% dei prezzi).
“Purtroppo sono dati che presentano una continuità” ha detto il segretario generale, Guglielmo Epifani “da tempo diciamo che i salari perdono potere d’acquisto. Abbiamo una crescita bassa, produttività bassa e salari bassi. Il Paese si dovrebbe porre il problema di una nuova politica dei redditi”.

Lo stipendio non viene pagato da sei mesi così come la tredicesima dello scorso anno. La cassa integrazione è stata firmata ad agosto ma, a detta degli stessi sindacati, non si sa bene che fine abbia fatto. Nonostante tutto gli oltre settanta dipendenti dello Ial Cisl Veneto, l’ente di formazione promosso dalla Cisl, non hanno mai smesso di lavorare.
Il debito dichiarato a dicembre 2006 è di circa sei milioni di euro ma oggi, secondo qualche sindacalista interno, potrebbe sfiorare i dieci milioni. Una realtà come tante, si potrebbe dire. Se non fosse che a difendere i lavoratori ci sono le stesse persone che rappresentano l’azienda e che un ente di formazione non può fallire ma solo chiudere. Una crisi, quella dello Ial Cisl Veneto, che la stessa segretaria regionale del sindacato, Franca Porto, definisce profonda. “Non ci sono i soldi. C’è poco da dire quando ti trovi a dover scegliere se pagare gli stipendi o tagliare luce e telefono”. Molto più ottimista Graziano Trerè, amministratore unico dello Ial nazionale, che personalmente si è occupato della situazione veneta: “Pagheremo gli stipendi entro un mese, il tempo necessario per riaprire le linee di credito con le banche grazie a un fondo di garanzia nazionale che stiamo per costituire”. Una novità incoraggiante per i dipendenti e per un numero imprecisato di collaboratori, forse un centinaio, che aspettano di essere pagati.
La verità è che i dipendenti dopo tante promesse non mantenute da parte dello Ial ora ci vanno con i piedi di piombo. L’Ente aveva anche promesso (firmando un accordo a settembre) che avrebbe anticipato i soldi della cassa integrazione ma non sono mai arrivati e poi, da mesi, che avrebbe saldato i debiti con i lavoratori. Le busta paga, però, sono ferme a febbraio. Dallo Ial si difendono denunciando la drastica riduzione dei finanziamenti europei e di conseguenza di quelli della Regione che li eroga. Dall’altro lato molti dipendenti accusano l’Ente di aver gestito in modo “pessimo” i fondi e di aver portato così lo Ial alla bancarotta.
“Non abbiamo più alcuna certezza”, racconta Franco Piazzi, rappresentate sindacale Uil e dipendente Ial da trent’anni, “e ora stiamo pagando gli errori della precedente gestione. In media ogni lavoratore vanta un credito di oltre diecimila euro”. Più cauto Antonio Giacobbi, segretario generale Flc Veneto: “Lo Ial ha risentito di una cattiva gestione, è passato troppo tempo ora è il momento delle risposte”. L’unico spiraglio di luce è il distacco di circa trenta persone che si occupano di prima formazione ricollocate temporaneamente in un altro ente (Ficiap). Per loro lo stipendio, il mese prossimo, è assicurato. La sorte degli altri trenta è affidata al sindacato. E alla generosità delle banche.
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Incontro bollente domani alla 14 al ministero della Funzione Pubblica. I rappresentanti di Carabinieri, Guardia di Finanza e Forze armate incontreranno per la seconda volta in meno di due settimane i vertici politici del ministero retto da Luigi Nicolais per ascoltare la nuova proposta del governo sul rinnovo contrattuale delle forze di polizia e per le forze armate. E non si tratta di un incontro semplice.
Lo scorso 5 luglio i Cocer di Carabinieri e Guardia di Finanza rifiutarono l’offerta dei tecnici del ministero che proponevano un aumento di 0,08 centesimi l’ora per gli straordinari. Aumento al lordo delle tasse, s’intende.
L’offerta venne respinta al mittente dai rappresentanti dei carabinieri e della Finanza anche perché i quattrini necessari per il rinnovo del contratto biennale (che scadrà tra soli 5 mesi) sarebbero stati prelevati dai rispettivi bilanci dei corpi di appartenenza.
Martedì 17, nel pomeriggio, il secondo round. Nella speranza che Nicolais abbia racimolato qualche centesimo in più.