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Prestiti allo studio: il 15% richiesti dagli studenti

Una targa dell'Università di Siena (Ansa)

Una targa dell'Università di Siena (Ansa)

Sono 40.000 le richieste di finanziamento allo studio nell’ultimo anno e oltre il 15% di queste, stando ai dati resi noti da Prestiti.it, un broker online che aiuta a scegliere i finanziamenti personali, è sottoscritto dagli studenti stessi (la media invece è di 38 anni: si tratta, in genere, sia di genitori che vogliono pagare gli studi dei figli sia di coloro che intendono frequentare un master, visto che la media del prestito chiesto è di 10.500 euro rimborsabile in quattro anni). Continua

Il Giappone assume impiegati cinesi per recuperare competitività

(Credits: AP/Color China Photo)

(Credits: AP/Color China Photo)

Sono passati mesi da quando è stato annunciato il sorpasso della Cina sul Giappone nella classifica delle principali economie del mondo. Oggi, i dati riguardanti l’andamento del Pil del Sol Levante confermano che questo sorpasso può ormai essere considerato come definitivo e non “temporaneo e legato alla valutazione di dati di breve anziché di medio periodo”, come avevano tenuto a sottolineare gli analisti nipponici. Continua

Affitti, in nero due case su cinque. Evasione da 3,5 miliardi

Cartelli di affitti - foto Ansa

Cartelli di affitti - foto Ansa

“Affittasi”, ma solo a certe condizioni. Per esempio, meglio se non si dichiara niente al fisco. Mentre il mercato del mattone vede rosa e mostra i primi stabili segni di ripresa dalla fine del 2008 ad oggi, quello degli affitti continua a essere dominato da un solo colore: il nero. Continua

Frena la corsa degli affitti, gli studenti rifiatano

foto Ansa

foto Ansa

Dopo un decennio di crescita impetuosa (145% in più dal 1999), anche il mercato degli affitti a studenti sta vivendo un periodo di flessione. Anche se inferiore a quella rilevata nel settore immobiliare. Continua

Crisi e titoli: se è il laureato a pagare il prezzo

Aula universitaria
Laurea specialistica (magari in ingegneria e con 110 e lode) e ottimo inglese. Anni fa bastava pronunciare questo per vedersi assicurato non solo un lavoro. Magari si cominciava dal fatidico stage (zero stiendio e il solo rimborso spese per tirare avanti), ma la (brillante) carriera era assicurata: questione di tempo. E di tempi. Quegli anni sono lontani.Nel giorno in cui l’Inps dice che nei primi due mesi dell’anno sono arrivate 370 mila richieste di indennità di disoccupazione, Almalaurea lancia l’allarme per i dottori senza lavoro: dal 2000 al 2007 il tasso di disoccupazione dei dottori pre-riforma (fino al 2001) è cresciuto del 6%, mentre “segnali positivi” arrivano dai laureati post-riforma.
Un rapporto con luci e ombre, perché a cinque anni di distanza dal conseguimento del titolo di studio la stragrande maggioranza dei laureati pre-riforma è inserita nel mercato del lavoro, con un tasso di occupazione, per i laureati nel 2003, pari all’84,6%, ma con retribuzioni in calo e un tasso di disoccupazione crescente.
Più dinamica la situazione dei laureati con la formula del “3+2″. In generale, dice Almalaurea, “l’occupabilità dei laureati post-riforma mostra segnali positivi”, con un tasso di occupazione pari al 69% per i neolaureati di primo livello a distanza di uno e tre anni dal conseguimento del titolo: “un valore nettamente più alto rispetto a quello rilevato tra i colleghi sia post che pre-riforma”. Sulla stessa linea i dottori con lurea specilistica o di secondo livello, che registrano un tasso di occupazione del 75% e “performance particolarmente brillanti: la magior parte di loro, infatti, ha svolto gli studi in corso, ha frequentato stage e conosce bene l’inglese.
La nota dolente è invece il lavoro precario: secondo il Rapporto la stabilità non raggiunge il 40% e il rischio è quello “di penalizzare le migliori generazioni di laureati”.
Possibili soluzioni? “Garantire al mondo delle imprese l’accesso al credito è certamente un’azione urgente”, ma “occorre anche favorire l’accesso delle imprese, incluse quelle piccole e medie, alle risorse umane più giovani e di qualità formatesi all’università”, suggerisce il direttore di Almalaurea,Andrea Cammelli.

Il VIDEO servizio:

Studenti cinesi denunciano la Coca-Cola: sfrutta i dipendenti

Coca Cola in Cina

A conclusione della loro inchiesta sul campo, gli studenti di Pechino hanno presentato un rapporto di 28 pagine in cui chiedono alla multinazionale americana di intervenire per migliorare al più presto la situazione. A stare peggio, come sempre, sarebbero i salariati occasionali o assunti a tempo determinato, nella maggior parte dei casi con contratti irregolari. A detta degli studenti che li hanno incontrati, questi lavoratori oltre ad essere sfruttati con gli straordinari sarebbero anche sottopagati e malnutriti. Nondimeno, sarebbero loro ad occuparsi, in fabbrica, delle mansioni più dure, pericolose o noiose.

Per sensibilizzare il Paese alla gravità della questione, gli universitari hanno scritto una lettera aperta ai campioni Yao Ming e Liu Xiang, entrambi profumatamente sponsorizzati dalla multinazionale statunitense, invitandoli a smettere di rappresentare il marchio nel caso in cui non verranno presi provvedimenti seri per risolvere il problema.

Tuttavia, dall’altra sponda del Pacifico segnali incoraggianti stentano ad arrivare. Secondo il China Daily, la Coca-Cola si è difesa accusando i ragazzi di aver condotto una ricerca inaccurata e parziale, visto che “la multinazionale rispetta alla lettera le normative cinesi che regolamentano i contratti di lavoro”. Allo stesso tempo, gli americani si sono lamentati di un presunto appello al boicottaggio delle bevande del gruppo lanciato dagli studenti come ritorsione. Questi ultimi, al contrario, offesi per essere stati accusati ingiustamente, hanno chiesto oggi, rivela il South China Morning Post, che il quartier generale della Coca-Cola si scusi pubblicamente con loro.

Difficile prevedere come si chiuderà questa vicenda. Ad aprile, quando gli studenti di Hong Kong avevano denunciato alcuni stabilimenti industriali della Cina continentale per la violazione delle leggi sul lavoro, la Disney (che in quelle fabbriche produceva i gadgets venduti nei parchi giochi di tutto il mondo) fu costretta a cambiare fornitori. La Coca-Cola, invece, potrebbe cavarsela uniformando i contratti di lavoro dei suoi dipendenti.

Stipendi di domani: ecco quanto conta dove ci si laurea oggi

Studenti universitari
di Antonella Bersani

Laurearsi a Torino paga più che alla Luiss. A Verona e Alessandria più che alla Cattolica di Milano. E, scandalo dei test di ammissione a parte, studiare a Bari garantisce uno stipendio migliore rispetto a una tesi discussa a Genova o alla Sapienza di Roma.
La classifica stupisce, ma è scientifica. Redatta da due professori universitari che, volendo dare un voto alla qualità dell’insegnamento, si sono messi a calcolare lo stipendio dei laureati nei diversi atenei. “A differenza di altri paesi, da noi non esiste alcuna definizione di qualità, né una suddivisione comunemente accettata tra università d’élite e non” spiega Lorenzo Cappellari, docente di economia politica alla Cattolica di Milano. “Con questa indagine ci siamo concentrati sugli effetti dell’istruzione sul salario dei neolaureati, rivelatori di come il mercato interpreta la qualità della loro preparazione”.
Lo studio considera soltanto gli atenei con più facoltà, escludendo politecnici e università come Iulm e Bocconi, ma le sorprese non sono poche. Al top della graduatoria si colloca Torino, che rispetto al valore minimo (quello dell’Università di Campobasso) esprime una differenza di salario del 130 per cento. Al secondo posto c’è Verona (126 per cento) e al terzo l’Università del Piemonte Orientale (125). Cattolica e Statale di Milano si devono accontentare di quarto e quinto posto. E prima di arrivare alla Luiss di Roma bisogna passare per Trieste e Bergamo.
La classifica dice inaspettatamente che studiare a Ferrara (quindicesima a 99 per cento) favorisce il reddito più che una laurea a Bologna o Venezia (sedicesime a 87, insieme con Siena). E che l’università di Napoli Orientale (78 per cento) vince sulle romane. I laureati all’Università di Roma III hanno infatti stipendi pari al 72, la Sapienza al 60 per cento e l’Università di Tor Vergata soltanto al 55,5 per cento. Queste ultime sono superate dall’ateneo di Cassino (67,5 per cento), quello della laurea honoris causa a Valentino Rossi prima dei guai con il fisco.
Va da sé che il reddito delle tante star laureate ad honorem non entra nel conteggio. Perché uno dei meriti della ricerca è proprio quello di essere riuscita, applicando l’econometria ai dati Istat 2001 sull’inserimento professionale dei laureati, a filtrare le tante variabili che turbano le statistiche.
“Il risultato finale è da considerarsi al netto di fattori come il voto delle scuole di provenienza degli studenti, del background familiare, dell’impatto della facoltà scelta e soprattutto degli effetti del mercato del lavoro locale” sottolinea Cappellari.
Calcolatrice alla mano, si scopre che l’Università di Bari fa guadagnare il 10 per cento in più rispetto a Genova o alla Sapienza di Roma. Che Cattolica e Statale di Milano sono separate soltanto da un punto di percentuale, ma che quest’ultima vale il 25 per cento in più rispetto ad altri atenei lombardi come quello di Brescia. In Sardegna, invece, studiare a Sassari genera un reddito superiore di 61 punti rispetto a Cagliari.
La ricerca, accreditata anche dalla firma di Giorgio Brunello, docente di economia a Padova, sarà al centro del convegno sul mercato delle lauree che Altroconsumo ha organizzato per il 30 ottobre a Milano. E mette in evidenza anche il deficit di informazioni sul settore.
“Abbiamo dimostrato numericamente che più le aule sono affollate, meno guadagneranno gli studenti (a ogni incremento del 10 per cento corrisponde una riduzione di salario del 2,4 per cento). E se analizziamo le singole facoltà, vediamo che gli atenei privati rendono circa il 18 per cento in più di quelli pubblici, in particolare per gli studi di economia (19 per cento) e giurisprudenza (54 per cento). Nonostante questo, però, non esiste molta mobilità verso gli istituti migliori. Neppure tra quegli studenti con famiglie più agiate alle spalle”.
In Italia persiste in alcuni la convinzione che le lauree si equivalgano un po’ ovunque e a parte i dossier annuali di Almalaurea (limitati però agli atenei aderenti al consorzio) ogni momento di informazione è affidato al passaparola o alle giornate di orientamento. “Serve di più. Per esempio, un motore di ricerca nazionale che aiuti a capire come le università si collocano rispetto ad altri indicatori: la possibilità di essere studente lavoratore, il rapporto docenti e studenti, il valore salariale e la proporzione tra ragazzi e ragazze” interviene Paolo Trivellato, docente di sociologia alla Bicocca.
Anche Ezio Pelizzetti, rettore dell’università regina in classifica, sottolinea l’importanza di una scelta consapevole: “Torino registra da tre anni un aumento delle immatricolazioni. E credo sia anche effetto della forte azione di orientamento e di sostegno contro gli abbandoni”.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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