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Sud

Meno pressione fiscale, minori vincoli burocratici e una contrattazione salariale decentrata.
A fotografare le richieste delle Piccole e medie imprese italiane per far fronte alla crisi è il terzo Rapporto nazionale “Sussidiarietà e pmi” presentato questa mattina, a Roma, nella Sala Regina della Camera, dalla Fondazione Sussidiarietà nell’ambito del convegno “Quale strada per affrontare la crisi economica”.
Il decentramento salariale, in particolare, è fortemente auspicato dalle imprese del Nord-Est e del Centro (rispettivamente 42 e 43 per cento) e nelle medie imprese (il 44 per cento è molto favorevole, il 53 per cento abbastanza) rispetto alle piccole (34 per cento molto favorevoli). Il 43 per cento delle aziende si dichiara inoltre disposto a investire in risorse umane se questo serve ad aumentare il profitto. “Questa crisi internazionale ha messo in evidenza la grande forza delle piccole e medie imprese italiane che hanno maggiore solidità rispetto ad altre realtà e che stanno dando un contributo importante per ricostruire dalle fondamenta la nostra economia” sostiene Maurizio Lupi, vice presidente della Camera. “La sussidiarietà rappresenta un tema da sviluppare e valorizzare per queste imprese che non devono perdere le loro quote di mercato e devono sentire lo stato sempre al fianco delle loro difficili decisioni”.
L’indagine è stata effettuata su di un campione di 1600 aziende distribuite su tutto il territorio nazionale e così suddivise: piccole imprese (15-50 addetti) pari all’80 per cento del campione; medie imprese (51-250 addetti) pari al 20 per cento del campione. Per il 50 per cento sono società di capitali, per il 37 per cento società di persone, per il 13 per cento imprese individuali e per lo 0,4 per cento società cooperative. Cosa chiedono, in concreto, le pmi di fronte alla crisi? Il 54,5 per cento delle aziende vuole più semplificazione amministrativa e fiscale per favorire lo sviluppo. Tra i loro obiettivi prioritari c’è la crescita del profitto, delle quote di mercato e del fatturato, elementi essenziali per la competitività. Ma dalle risposte date intorno al sistema di valori sui quali si basa questo mondo emergono anche molti altri spunti. “Per lungo tempo si è alimentata la sociologia del piccolo è bello, poi c’è stato un cambio radicale e adesso non si fa altro che parlare che la grande impresa è meglio” spiega l’ex ministro degli Esteri Massimo D’Alema. “Sarebbe opportuno creare un sistema in cui ci sia la capacità di fare leva su grandi imprese competitive e internazionalizzate sostenuta dalla piccola e media impresa. In questo, la politica, e anche la finanza e l’economia, hanno fatto poco fino adesso, ma serve un cambio di passo, serve accompagnare le pmi nella crescita tecnologica, dando servizi più efficaci e favorendo lo sviluppo non solo con la politica dei bassi salari, ma premiando le idee e la produttività”.
Non è tutto rose e fiori quel che viene dal mondo della piccola e media impresa. Ci sono zone grigie e elementi di fragilità che emergono dall’analisi dei dati. Una parte delle imprese, soprattutto al centro e al sud, non condivide i valori di questo mondo, cioè né la valorizzazione delle risorse umane, né l’internazionalizzazione e nemmeno la necessità di progetti comuni per la ricerca e sviluppo. Le maggiori criticità delle piccole e medie imprese è dato dalle dimensioni: il 50 per cento di esse, infatti, non supera i 2 milioni di euro del fatturato. Le nostre imprese sono ancora poco internazionalizzate: il 79 per cento ha fatturato estero pari a zero. Il 39 per cento non spende nulla per ricerca e sviluppo, seguito dal 34 per cento che spende fino al 5 per cento del proprio fatturato. “Negli ultimi mesi del 2008 abbiamo stanziato 150-200 milioni di euro per il sostegno ai Confidi, i Consorzi di garanzia dei Fidi, per far fronte all’emergenza credito delle imprese” sottolineato il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli. “Le pmi sono il baricentro della nostra economia. La crisi sta facendo emergere alcune priorità. Oltre al credito, quella del presidio dei mercati, per non far perdere alle imprese quote di export; la semplificazione; la risoluzione del problema dei tempi di pagamento della Pa; il coinvolgimento dei lavoratori nei nuovi strumenti di welfare per il lavoro, che devono interessare anche i lavoratori delle pmi”.

È la criminalità e non i rifiuti di Napoli, il maggior ostacolo allo sviluppo turistico del nostro Meridione. Almeno secondo un sondaggio di Confesercenti – Swg sul flusso turistico straniero in Italia. Solo due stranieri su dieci hanno trascorso nell’ultima estate le loro vacanze in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. Ancora pochi, per l’associazione di categoria, se si pensa al potenziale turistico che potrebbe arrivare in Italia. >La “munnezza” tornata sotto controllo per ora non fa più notizia: sporcizia e rifiuti, dopo le traversie passate da Napoli, preoccupa solo l’8% dei tedeschi, il 10% dei francesi, ed appena il 2% di britannici.
Mafia e camorra, invece, pesano sulle fortune del turismo meridionale: viene considerato un ostacolo per il 60% dei francesi e il 56% dei tedeschi mentre appaiono più indifferenti i britannici, solo il 28% lo valuta come motivo di dissuasione. Ma una buona notizia c’è: chi si avventura al Sud, secondo il sondaggio di Confesercenti, ne resta affascinato, circa il 90% degli intervistati, in linea con l’indice di gradimento nazionale del 95%. Dallo studio emerge che si spingono oltre la capitale solo il 29% dei turisti tedeschi, il 24% di quelli britannici, il 16% di quelli francesi. E per questi visitatori contano la bellezza delle spiagge e del patrimonio artistico delle città meridionali.In particolare i tedeschi preferiscono la Sicilia (41%), i britannici prediligono Napoli, le isole e la costiera ( il 36% contro il 28% che va in Sicilia), mentre i francesi si dividono equamente fra interesse per la Campania (28%) e per la Sicilia (27%). Più distaccate le altre mete, con tedeschi in maggioranza in Sardegna e Puglia (10%) rispetto a britannici (9% verso l’isola, 3% sulle spiagge pugliesi) e francesi (5% in Sardegna, 1% in Puglia). La città più amata da tutti, Napoli.
C’è quindi un bacino di circa il 70 - 80% di turisti stranieri che ancora manca all’appello, anche perché la pubblicizzazionde all’estero delle regioni meridionali è molto bassa se non addirittura assente. Ci si aggrappa ancora al buon passaparola tra i parenti e amici: il 23% dei tedeschi ha dichiarato di essere venuto in Italia su suggerimento di amici o familiari, così come il 21% dei sudditi di Sua Maestà e il 20% dei francesi.
E c’è la televisione, circa il 20% dei turisti stranieri si sono fatti un’idea dell’Italia guardando programmi o film. In ultimo, c’è internet: il nostro paese è risultato, infatti, tra i più cliccati in Europa, al quale accedono il 14% di tedeschi, il 15% di britannici, il 12% di francesi.
Per questo la Confesercenti ha lanciato “la proposta di una serie di campagne pubblicitarie per fare conoscere ed apprezzare il Sud all’estero. E’ indispensabile inoltre far partire un portale internet capace di attrarre le diverse fasce di turismo internazionale. Ma serve anche una nuova capacità progettuale di istituzioni, enti locali ed associazioni per realizzare una accoglienza del turismo straniero in grado di destagionalizzare gli arrivi e di prolungare quindi la stagione turistica di massa”. Le carte vincenti le sappiamo tutti: sole, arte e bellezze naturali. “Questo fascino richiama l’esigenza di destagionalizzare il turismo” dicono quelli di Confesercenti, “utilizzando le condizioni particolari della posizione climatica e la grande offerta sul piano culturale che non difettano certo alle regioni meridionali”.
E per avere più turisti, secondo la ricerca, il Sud dovrebbe essere promosso all’estero in modo migliore: circa l’11% di britannici, tedeschi e francesi dichiara di non avere informazioni utili a poterlo scegliere come meta di una vacanza. Considerevole anche la quota di chi dichiara di non essere interessato ad una visita: a quasi due europei su dieci una vacanza a Napoli o a Palermo non interessa affatto.
Il sud resta indietro sia nella crescita del Pil che nel reddito dei lavoratori dipendenti. I dati sono dell’Istat, che evidenzia come tutte le aree geografiche della penisola nel 2007 hanno registrato una crescita del Pil superiore alla media nazionale (1,5%), con il mezzogiorno, unica eccezione, fermo allo 0,7%.
Per quanto riguarda i redditi, i lavoratori dipendenti al sud guadagnano, in media, 5.000 euro in meno rispetto ai colleghi del nord-ovest: 32.186 euro per i primi e 37.100 euro per i lavoratori del nord-ovest. La media italiana è di 35.131 euro.
La crescita misurata dal Pil nel nord ovest è stata dell1,6% mentre nel centro ha raggiunto l’1,7% e al nord est l’1,9%. Il Pil ai prezzi di mercato per abitante, misurato dal rapporto tra Pil nominale e numero medio di residenti nell’anno, aumenta del 3,0% a livello Italia. Tale andamento e’ il risultato di una dinamica differenziata tra le ripartizioni geografiche: la crescita e’ pari al 3,2% nel Nord-Ovest, al 3,3% nel Nord-Est, al 2,4% nel Centro e al 2,6% nel Mezzogiorno.
Gli incrementi percentuali più elevati rispetto al 2006 sono quelli dei lavoratori della Valle D’Aosta, che sono passati da 35.940 euro a 37.042 euro (+3,1%), seguiti dai dipendenti della Basilicata che sono passati da 31.375 euro del 2006 a 32.322 euro dell’anno scorso (+3%). Aumenti più bassi si registrano invece nel Lazio (+1%) e in Emilia Romagna (+1,1%). La ripartizione per aree geografiche evidenzia che al secondo posto, dopo i dipendenti del nord-ovest, i redditi più alti sono quelli del centro-nord con 36.222 euro, seguiti dal centro con 36.178 euro.
I redditi dei dipendenti del nord-est lo scorso anno sono ammontanti a 35.094 euro mentre all’ultimo posto della classifica c’è il mezzogiorno con un reddito annuo pari a 32.186 euro. E proprio al sud, in termini percentuali, si registra l’incremento maggiore rispetto all’anno precedente (+2,4%), seguito dal nord-ovest e nord-est (+1,8%), mentre al centro-nord l’incremento e’ stato dell’1,7% e all’ultimo posto si classifica il centro con un +1,6%.
“Lo cunto de li cunti” è il progetto di un festival per il recupero delle memorie e delle tradizioni della Basilicata: una ricerca sull’identità locale che affronta le sfide della globalizzazione. Ma è anche l’idea di una manifestazione che richiede un’elaborazione per trovare i fondi necessari a finanziarla. È la scommessa dei creativi che fanno parte della comunità di Kublai: riunire altre persone creative, sostenerle nella discussione di un’idea e nel reperimento di risorse economiche. Promosso dal ministero per lo Sviluppo economico, Kublai è un laboratorio aperto per raccogliere capacità individuali e collettive, intuizioni e cultura locale nello spazio pubblico di internet. “Nel nostro gruppo di lavoro è nata un’attitudine alla condivisione, all’aiuto reciproco e alla collaborazione tra le persone” osserva Alberto Cottica, uno dei fondatori di Kublai.
Entro gennaio saranno scelti i migliori progetti da seguire nella ricerca di finanziamenti. “Il punto di partenza, però, sono sempre le idee: aiutiamo le persone a elaborare i progetti, scriverli e contestualizzarli nel territorio, ma vogliamo anche che siano autonomi” dice Cottica. Finora sono state proposte diverse iniziative: il recupero di un caffè letterario in Sicilia, un festival per la cultura calabro lucana e un gioco per la riappropriazione degli spazi urbani in una grande città. La creatività può diventare, quindi, un terreno per il recupero dell’identità e per sostenere lo sviluppo locale. Il blog del progetto Kublai rappresenta, per chi naviga in rete, un primo punto di approdo alla comunità di creativi. Chi, poi, vuole partecipare può diventare membro del social network, uno spazio per condividere proposte, metterle in discussione, trovare nuovi spunti. Un ulteriore passo può essere l’incontro nel mondo virtuale: “Abbiamo visto che Second Life permette a persone lontane di stabilire un rapporto di fiducia” osserva Cottica. Superando, contemporaneamente, la marginalità delle periferie.
I due estremi dell’Italia oggi sono molto distanti. E non solo geograficamente. Ayas, in provincia d’Aosta, e Platì, a Reggio Calabria, sono rispettivamente il Comune più ricco e quello più povero dello stivale. Nel primo - merito anche della residenza presa dal fondatore di Fastweb Silvio Scaglia - si vive in media con oltre 66.000 euro a testa, nel secondo si superano di poco i 4.000. Opposti assoluti che rispecchiano l’abisso che separa Nord e Sud del Paese.
Secondo l’analisi condotta dal Centro Studi Sintesi per il Sole 24 ore sulle dichiarazioni dei redditi degli italiani, i confini sono assolutamente netti tra le regioni del Nord, che fino all’anno scorso hanno continuato a correre e ad accumulare redditi, e il Mezzogiorno che arranca ed anzi in molti casi sprofonda nell’impoverimento.
La Valle d’Aosta e la Lombardia primeggiano per incremento del reddito tra il ‘99 e il 2007 e per valore assoluto: nella piccola regione autonoma - a parte il picco di Ayas - il reddito medio dichiarato è di 18.487 euro, con una crescita dell’11% in otto anni; in Lombardia si sale a 20.172 euro, il 7,5% in più del 1999. Non va male neanche in Emilia Romagna, regione in cui la ricchezza è più diffusa e “continua” guardando alla mappa comunale: 18.303 euro (+5,9%). Tutte le regioni del Nord viaggiano sopra i 17.000, al Centro si oscilla invece dagli oltre 18.000 del Lazio (dove Roma gioca un ruolo essenziale con oltre 20.000 euro) ai 16.958 della Toscana, fino ai 15.337 euro dell’Umbria. Il vero stacco è però con il Sud: nessuna regione, tranne l’Abruzzo va oltre i 13.000 euro. La Calabria e la Basilicata sono addirittura sotto gli 11.000, con la prima ad un minimo di 10.201 euro a testa ed un crollo dei redditi negli 8 anni considerati di ben il 14%. Una mappa confermata dai dettagli comunali. Guardando alle classifiche, tutti i comuni più ricchi sono concentrati al Nord.
Dopo Ayas, si piazzano Basiglio (Mi) con oltre 45.000 euro, Cusago (Mi) a circa 37.000 euro, Pino Torinese (To) a 33.000 euro a testa, Campione d’Italia (Co) a 32.700, Pecetto Torinese (To), Torre d’Isola (Pv), Segrate (Mi), Besate (Mi), Arese (Mi). Ma anche scendendo sotto la top ten i nomi continuano ad essere solo di città del Nord. All’opposto, tra le più povere solo città del Sud: Platì (Rc), Mazzarone (ct), Verbicaro (Cs), Cursolo-Orasso (Vb), Torre di Ruggiero (Cz) e così via, tutte sotto i 5.000 euro. Unica eccezione, Val Rezzo, in provincia di Como, dove con un calo del 31% in otto anni, il reddito per contribuente arriva ad appena 4.326 euro. Ecco una tabella con i Comuni più ricchi e quelli più poveri e la variazione nominale tra il 1999 e il 2007.
I comuni più ricchi:
Ayas (Ao) 66.408 +485%
Basiglio (Mi) 45.732 +29%
Cusago (Mi) 36.914 +43%
Pino Torinese (To) 33.164 +33%
Campione d’Italia (Co) 32.776 +138%
I comuni più poveri:
Platì (Rc) 4.152 -26%
Val Rezzo (Co) 4.326 -31%
Mazzarone (Ct) 4.381 +0,4%
Verbicaro (Cs) 4.385 -22%
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Una secessione di fatto. Un paese spaccato in due.
Ecco l’Italia che viene fuori dal rapporto Svimez, presentato a Roma. L’ente per lo sviluppo industriale del mezzogiorno, istituito nel 1946, delinea un paese a due facce di cui una, quella che guarda a sud, è in ritardo cronico. “La periferia dell’Europa”, così viene definita.
Basta guardare i dati: anche di fronte al passo lento del resto del paese l’economia meridionale perde terreno e mette a segno per il sesto anno consecutivo una crescita più bassa rispetto al centro-nord, fermandosi allo 0,7 per cento contro l’1,7 per cento. Gli investimenti rallentano e i consumi sono stagnanti, con la spesa delle famiglie meridionali che si attesta ad un +0,8 per cento, circa la metà di quella degli altri italiani (+1,5 per cento). Oltre la metà delle famiglie monoreddito (51per cento) è a rischio povertà, rispetto al 28 per cento nel centro-nord. La condizione di disagio in molti casi si traduce in una “difficoltà concreta a far fronte anche ai bisogni più essenziali come fare la spesa, acquistare medicinali, vestirsi e riscaldarsi”. Neppure raggiungere un buon livello di istruzione tutela dall’esposizione allo stesso rischio di povertà: si trova in questa situazione il 9,4% dei laureati residenti al sud.
Nel 2007 il Mezzogiorno ha registrato un’occupazione a crescita zero, a fronte di un aumento dell’1,4 per cento al centro nord (+234 mila in valori assoluti). Allo stesso tempo il tasso di disoccupazione reale al sud va oltre il 28 per cento. Diminuiscono i disoccupati, ma secondo lo Svimez è “perchè in molti rinunciano a cercare lavoro o sono occupati nel sommerso”. Quasi un lavoratore su 5, secondo il rapporto, è irregolare. Negli ultimi dieci anni, dal 1997 al 2007, oltre 600 mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno per trasferire la propria residenza al centro nord. Nel solo 2007 si sono contati 120 mila trasferimenti di residenza ai quali si aggiungono 150 mila pendolari di lungo raggio, che si spostano temporaneamente al centro nord per lavorare. La maggior parte sono uomini. giovani o sotto i 45 anni.
La valigia di cartone non c’è più, ma non molto è cambiato. Il dato più eloquente è quello del Pil per abitante, pari a 17.482 euro, il 57,5 per cento del centro-nord (30.380 euro), da cui lo separa una differenza di oltre 42 punti percentuali, pari a circa 13mila euro.
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione della presentazione del ”Rapporto 2008 sull’economia del Mezzogiorno”, ha inviato al presidente, Dino Novacco, un messaggio di apprezzamento “per l’attività rigorosa di studio e di analisi svolta dall’Associazione” e ha auspicato “un utilizzo più efficiente delle risorse per le zone più svantaggiate” e “l’applicazione del titolo V della Costituzione“.
Nel Centrodestra è il governatore siciliano Raffaele Lombardo il più colpito dai dati del rapporto: ”È una fotografia della realtà”, ha affermato commentando l’indebolimento economico e sociale registrato dalle regioni meridionali. Uno scenario di fronte al quale però ”dobbiamo organizzarci anche noi”, ha detto Lombardo, sottolineando che ”non serve lamentarsi del fatto che la Lega, facendo il suo mestiere, reclami il federalismo e difenda gli interessi del Nord” sostenendo la ”questione settentrionale”.
Ecco quindi la proposta di una “Lega del sud” che parta da una conferenza nazionale alla quale Lombardo invita “i presidenti delle regioni del Meridione, affinchè si cominci a ragionare come macroarea”. “Ci vuole un partito del meridione” ha detto Lombardo, “che si prepari a governare il federalismo che verrà”.
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Il 2008 sarà un anno difficile per l’occupazione in Italia, segnato da una prima inversione di tendenza dopo i segnali positivi legati alla stabilizzazione dei precari, alla diffusione di forme flessibili di lavoro e al rallentamento della disoccupazione nel Mezzogiorno. È quanto emerge dal rapporto sul mercato del lavoro 2007-2008 del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel), secondo cui l’occupazione dovrebbe aumentare quest’anno di appena lo 0,4 per cento (rispetto all’1 per cento del 2007), con uno squilibrio marcato tra il sud e il resto del paese. Infatti, se al nord e al centro Italia i segnali restano comunque di segno positivo, rispettivamente + 0,8 per cento e + 1,2 per cento, nel meridione si prevede un calo pari allo 0,9 per cento. “Nel primo trimestre di quest’anno, il tasso di disoccupazione è aumentato dello 0,7 per cento ma al sud si è portato al 13 per cento, con un aumento dell’1,5 per cento rispetto al 2007 – sottolinea il presidente del Cnel, Antonio Marzano - La disoccupazione tra i giovani è pari al 35 per cento tra i 15 e i 24 anni con punte del 41,6 per cento se si considera il solo universo femminile”. Necessario, dunque, intervenire diffondendo nella cultura italiana “l’idea che la maternità è un fattore di dinamismo e sviluppo sociale, non un freno alla vita lavorativa”. Inoltre “è essenziale una maggiore diffusione del part-time, ma servono anche servizi all’altezza, come quelli a sostegno delle madri che lavorano perché oggi il lavoro femminile in Italia è ai minimi fra i paesi della Ue a 25″, aggiunge Marzano.
Quanto alla ripartizione dell’occupazione per settore di attività, nell’agricoltura dovrebbe continuare, sebbene in maniera meno accentuata, l’emorragia già registrata negli anni scorsi: il Cnel prevede infatti un calo dell’1,5 per cento dopo il -2,9 per cento del 2007. Nell’industria invece la tendenza positiva del 2007 (+1,4 per cento) dovrebbe totalmente ribaltarsi (-1,5 per cento). In diminuzione risulta sia l’occupazione nell’industria in senso stretto (-1,5 per cento) che nelle costruzioni (-1,7 per cento). “Con il prodotto interno lordo che crescerà solo di qualche decimo di punto percentuale nel 2008 non si può sperare che il mercato del lavoro, da solo, faccia ulteriori miracoli” scrive il Cnel nel rapporto. “Ed è quasi opportuno che non li faccia, perché se dovesse aumentare ancora l’occupazione, vorrebbe dire che la produttività precipiterebbe verso livelli ancora più bassi mettendo ulteriormente a repentaglio il grado di competitività del paese”.
Secondo Bankitalia, invece, dopo il buon risultato del 2007, l’occupazione ha registrato un ulteriore lieve aumento nel primo trimestre del 2008. Lo riporta il bollettino economico del mese di luglio. “La sensibile espansione della partecipazione al mercato del lavoro nel primo trimestre si è riflessa in un aumento del tasso di disoccupazione, al 6,5 per cento, dal 6,2 del periodo precedente, in base a dati corretti per la stagionalità” sostengono da Palazzo Koch. L’inflazione armonizzata al consumo sale al 3,8 per cento nella media dell’anno in corso, per riportarsi verso il 2 per cento solo nel corso del 2009. Le forti revisioni al rialzo rispetto alle stime di gennaio (1,2 punti percentuali per quest’anno, 0,8 per il prossimo) riflettono quasi esclusivamente gli ulteriori incrementi del prezzo del petrolio. “I corsi internazionali delle fonti di energia hanno segnato negli ultimi mesi ulteriori, forti aumenti. Rispetto a un anno fa, il prezzo in dollari del petrolio è raddoppiato – è scritto nel bollettino, che aggiunge come “negli Stati Uniti, dove la crisi del mercato immobiliare non mostra segni di attenuazione, l’attività economica rimarrà debole per tutto l’anno, secondo le previsioni degli organismi internazionali. Nell’area dell’euro il forte incremento dell’attività nel primo trimestre appare temporaneo; gli indicatori congiunturali prefigurano un netto rallentamento nel secondo trimestre”.
Concorde con il rapporto del Cnel, anche per Bankitalia, “dopo un inizio d’anno favorevole, l’attività nell’industria si è indebolita e ha registrato un netto calo in maggio e, secondo le nostre stime, anche nel complesso del secondo trimestre”. La competitività di prezzo continua a risentire negativamente di una crescita della produttività che rimane inferiore a quella delle altre principali economie dell’area, oltre che dell’effetto, comune agli altri partner, dell’apprezzamento dell’euro. Il credito bancario alle imprese, infine, ha continuato a espandersi a ritmi elevati, pur mostrando un rallentamento, che si aggiunge a quello dei prestiti alle famiglie, in atto da tempo.
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