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supermercati

In Francia sono quasi 5.000, in Italia non raggiungono la ventina. Circa 300 euro è, invece, quanto risparmiano i transalpini ogni anno, rispetto agli italiani, per riempire il serbatoio dell’auto. Due numeri da tenere a memoria e che danno l’idea della distanza tra i due paesi sulla diffusione delle stazioni di rifornimento nelle catene della grande distribuzione organizzata (Gdo), ossia nei supermarket (qui la lista del Codacons dei distributori indipendenti, tra cui anche quelli dei supermercati, aggiornata a settembre 2008) . Continua
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Calano le vendite al dettaglio nella piccola e media distribuzione. Tiene invece la grande distribuzione con i discount che in un anno fanno registrare un aumento della spesa dell’1,9%.
Questi dati riportati dalle rilevazioni dell’Istat sulle vendite al dettaglio a ottobre. I grandi magazzini registrano invece una flessione delle vendite tendenziale dello 0,3%. Mentre negli ipermercati la contrazione è dello 0,1%. A crescere quindi è soprattutto il discount.
Ma il calo si registra anche nel confronto tra i primi dieci mesi del 2008 e l’analogo periodo del 2007, con un calo delle vendite dello 0,3%.
La variazione tendenziale registrata per il totale delle vendite, spiega l’Istituto di statistica, deriva da un aumento dello 0,7% riguardante le vendite di prodotti alimentari e da una diminuzione dell’ 1,6% dei prodotti non alimentari. In termini congiunturali, la flessione è stata rispettivamente dello 0,2% e dello 0,3%. Mentre nei primi dieci mesi del 2008 si è registrato un +1,1% per gli alimentari e un -1,1% per i non alimentari. I dati, avverte l’Istat, si riferiscono “al valore corrente delle vendite” e incorpora quindi “la dinamica sia delle quantità sia dei prezzi”.
A soffrire maggiormente, segnala l’Istat, sono stati i piccoli negozi (-1,7%) mentre tiene la grande distribuzione (+0,7%). In particolare, tra le forme di vendita della grande distribuzione, l’incremento tendenziale più significativo ha riguardato gli hard discount con un +1,9%, mentre per gli ipermercati si registra una flessione dello 0,1%. Risultato positivo anche dai supermercati e dagli altri specializzati (rispettivamente +0,9 e più 0,2%). A ottobre la dinamica tendenziale è risultata più favorevole per la grande distribuzione rispetto alle imprese operanti su piccole superfici, sia per i prodotti alimentari (+1,2 rispetto a -1,3%), sia per i prodotti non alimentari (-1,3 rispetto a -1,8%). Nel confronto tra i primi dieci mesi del 2008 le vendite della grande distribuzione sono cresciute dell’1,4% e quelle delle imprese operanti su piccole superfici hanno registrato una variazione negativa di pari entità.
Passando alle diverse tipologie di prodotti l’Istat segnala ad ottobre 2008 una flessione del valore delle vendite per tutti i gruppi non alimentari, con l’eccezione del gruppo dotazioni per l’informatica, telecomunicazioni, telefonia (che hanno segnato un +1,7%). Le diminuzioni più marcate hanno riguardato i gruppi abbigliamento e pellicceria e calzature, articoli in cuoio e da viaggio (-2,6% per entrambi). Male anche elettrodomestici, radio, tv e registratori (-2,4%).
Nei primi dieci mesi del 2008 tutti i gruppi di prodotti non alimentari hanno registrato variazioni tendenziali negative. Le flessioni più contenute hanno riguardato i gruppi “altri prodotti” (gioiellerie, orologerie) e prodotti farmaceutici (rispettivamente meno 0,7 e meno 0,8%). Le riduzioni più marcate gruppo elettrodomestici, radio, tv e registratori (meno 2,0%) e per i gruppi abbigliamento e pellicceria, calzature, articoli in cuoio e da viaggio e foto-ottica e pellicole (meno 1,5% in tutti e tre i casi).
Chi va a fare la spesa compra di meno, ma spende di più: per la prima volta da un anno e mezzo, infatti, le vendite nella grande distribuzione sono diminuite dello 0,7% in soli due mesi (maggio e giugno), eppure il loro valore complessivo è aumentato del 4,7%. Carelli meno pieni, dunque, ma prezzi più elevati: sono i risultati della ricerca Iri Infoscan condotta su 7070 tra tra ipermercati, supermercati e i grandi negozi. Se il potere d’acquisto si indebolisce, gli italiani tentano comunque di mantenere inalterato il tenore di vita rinunciando alle marche più note. E ricorrendo alle cosiddette private label, vale a dire i prodotti che espongono il marchio del supermercato stesso.
Più cari prodotti freschi e drogheria. A pesare è dunque l’aumento dei prezzi che, secondo l’indagine, per i beni di largo consumo a giugno è schizzato al 4,6% (contro il 3,8% dell’indice nazionale), senza considerare che “fino a settembre, è ragionevole attendersi una tendenza rialzista”. Cosa è aumentato? Ancora una volta prodotti freschi (+7,4%) e drogheria (+7%) si confermano i comparti più in tensione. Nonostante l’inflazione, però, gli italiani non possono rinunciare a mangiare: infatti, sono i prodotti per la cura della casa e per quella della persona a rallentare vistosamente nel primo semestre, senza contare che la spesa in elettrodomestici si è ridotta del 6,3%.
E il caro prezzi modifica anche le abitudini di chi va in ferie. A favore, per esempio, degli agriturismi: qui un milione e mezzo di vacanzieri trascorreranno le ferie di agosto. È quanto stima la Coldiretti, in occasione del primo grande esodo estivo, sottolineando che nell’estate 2008 si registra una tendenza alla ricerca di una vacanza low cost, per combattere l’inflazione.

di Guido Fontanelli
Fioccano le denunce delle Coop contro Bernardo Caprotti, il fondatore della catena di supermercati Esselunga. Nei mesi scorsi l’imprenditore aveva lanciato un duro atto d’accusa contro i concorrenti attraverso il suo libro-inchiesta Falce e carrello. La risposta non si è fatta attendere: Caprotti ha ricevuto quattro citazioni da altrettante Coop. Prima udienza, questa settimana. L’accusa è di concorrenza sleale, come ha anticipato Aldo Soldi, presidente della Associazione nazionale delle coop, in un’intervista pubblicata sui giornali riservati ai soci: «Con il libro di Caprotti… siamo di fronte a un caso, mai visto in altri paesi, di concorrenza sleale nei confronti di un competitore diretto, quale è la Coop, e di denigrazione dei suoi dirigenti». Soldi ha aggiunto che Caprotti «delle cose dette e scritte dovrà rispondere in tribunale».
A Limito di Pioltello (Milano), negli uffici dell’Esselunga, Caprotti assume un’aria interdetta: «Soldi mi accusa di essere un anticooperativo viscerale. Guardi, lavoriamo con tantissime cooperative, di produzione e di lavoro, cooperative vere. Io le grandi Coop non le ho “attaccate”. Mi sono difeso da un assedio ben documentato e ho denunciato dei soprusi. Non ho denigrato proprio nessuno».
Coop a parte, Caprotti si gode la soddisfazione di vedere il suo gruppo continuare a crescere nonostante l’andamento piatto dei consumi: «L’Esselunga ha chiuso il 2007 con un aumento dei ricavi del 9,1 per cento a quota 5,4 miliardi. Il 2008 si presenta con qualche ombra, c’è un forte balzo dei prezzi di alcune materie prime, come il frumento, il riso e il latte. Ma invece di ridurre i consumi i nostri clienti hanno modificato il mix degli acquisti, spostandosi sui prodotti di prezzo più basso».
Come spiega il direttore commerciale Gabriele Villa, la farina, il latte Uht e le fette biscottate di primo prezzo hanno visto crescere le vendite rispettivamente del 49, del 48 e del 46 per cento nei primi 3 mesi dell’anno, ed è aumentata la richiesta di carne e di pesce meno cari. «La carne di pollo segna incrementi di vendita 16 volte quelli della bovina».
Inoltre i consumatori approfittano delle promozioni. Del resto i supermercati come gli Esselunga cercano di trasferire il meno possibile gli aumenti sui clienti, contenendo i costi, contrastando e dilazionando nel tempo i rincari chiesti dai fornitori. «Tuttavia, dopo 3 anni in cui i nostri prezzi sono scesi» avverte Caprotti «nel 2008 saliranno, seppur meno dell’inflazione».
Soddisfatto dell’esito elettorale, perché «assicura maggiore stabilità», Caprotti chiede al nuovo governo «una cosa impossibile: ridurre i costi della macchina pubblica, in modo da abbassare le tasse. Padoa-Schioppa c’è costato troppo, queste imposte ci ammazzano: noi paghiamo il 60 per cento e dobbiamo fermare cantieri e nuove iniziative perché non abbiamo più risorse» si lamenta l’imprenditore. Che vede sempre nella riduzione delle tasse l’unica via per rilanciare gli investimenti, il potere d’acquisto degli italiani e quindi i consumi. Naturalmente Caprotti è favorevole alle liberalizzazioni («Quella dei farmaci dovrebbe essere totale») mentre considera inutile, se non addirittura ridicola, la figura di Mister prezzi; e assurde, «tipiche di una sinistra che vuol controllare tutto», le invocazioni di un blocco dei prezzi.
E il futuro del suo gruppo? Caprotti ammette che l’idea di vendere l’Esselunga per ora è tornata nel cassetto: «Vedremo semmai se andare in borsa o no, l’ipotesi è allo studio».

di Fabrizio Paladini
Un litro d’olio, 1 chilo di parmigiano, 3 etti di carne macinata, una bottiglia di vino. Per finire in bellezza una scatola di cioccolatini. Ma anche batterie, lamette da barba, deodoranti, rossetti, bagnoschiuma: tutto nelle tasche interne del giaccone, tutto senza pagare. Tutto rubato. È facile fare fesse le telecamere, gli addetti alla sicurezza, anche le barriere antitaccheggio all’uscita. E se proprio sei sfortunato e vieni pizzicato, è facile cavarsela con poco più di una figuraccia.
Oggi in tanti fanno la spesa così al supermarket. I poveri ma non solo. Ci sono bande specializzate nel furto su commissione: tu gli dai la lista, loro vanno, magari aiutati da un paio di donne e un bambino, rubano tutto e tu paghi la metà senza rischiare nulla. È la nuova piaga degli ipermercati, il fantasma degli scaffali. Ogni anno sparisce dai negozi della grande distribuzione merce per oltre 3 miliardi di euro: per la precisione 3,08 miliardi nel periodo giugno 2006-maggio 2007, contro i 2,6 miliardi dell’anno precedente. Considerando che questa cifra rappresenta l’1,23 per cento del fatturato, e che gli utili di un supermercato sono intorno all’1 per cento, si capisce facilmente che il problema è molto sentito ma al tempo stesso tenuto molto nascosto.
Grandi catene italiane come Coop, Auchan, Carrefour non vogliono ufficialmente parlare di questo problema e, anzi, fanno di tutto per minimizzare. Ammettere che in un supermercato si ruba può suonare come incentivo al furto. Al contrario, esasperare le misure di sicurezza, oltre che un costo aggiuntivo, può produrre un effetto boomerang: allontanare la clientela. E allora ufficialmente si fa finta di niente, ma ormai molti si dotano di sistemi di sicurezza che sono costati nel 2006 ben 878 milioni di euro.
Tra quello che sparisce nelle tasche di clienti o dipendenti e quello che si spende per contrastare il taccheggio si sfiorano i 4 miliardi. Da dove escono questi soldi? Ovvio: dalle tasche dei consumatori onesti che trovano ricaricati i prezzi sullo scaffale. Il conto finale fa 157 euro a famiglia, secondo il calcolo della Checkpoint Systems, una multinazionale che studia le soluzioni contro i furti nei negozi che, per maggiore eleganza, vengono chiamati “differenze inventariali”.
Panorama ha trascorso due giorni nel supermercato Conad alla Stazione Termini di Roma. Tra gli addetti ai lavori è considerato un posto molto a rischio, da bollino rosso. Si comincia alle 6, quando tirano su le saracinesche e l’esercito di barboni che ha passato la notte sui marciapiedi va a fare colazione. Con il vino, però, non col cappuccino. Qualcuno paga, qualcuno no, qualcuno viene rimproverato con affetto: “A Che Guevara, lo vogliamo pagare quel vinello?” fa il cassiere assonnato a un barbone algerino famoso per la somiglianza con il rivoluzionario argentino.
Poi c’è l’ora del pranzo: non è difficile che un pollo precotto finisca nella sua naturale destinazione ma prima di arrivare alle casse, mangiato di nascosto tra pannolini e yogurt. Panorama ha visto una confezione di carne macinata aperta e svuotata, chissà se consumata cruda sul posto o messa in tasca.
“Qui rubano tutti, non solo i poveri o i barboni” dice Paolo Petracca, direttore del supermercato. “L’altro giorno ho ricevuto un sms da un mio cassiere: “Dottore, è caduto un mito: abbiamo beccato una giapponese”. Ecco, ci mancava solo la turista giapponese. Per il resto abbiamo trovato di tutto: signore eleganti che fanno incetta di cosmetici, uomini in giacca e cravatta con bottiglie nascoste sotto il cappotto, bambini utilizzati dai genitori, tossici che ti minacciano con la siringa se non li lasci andar via. Altro che Vietnam…”.
Gianni O. ha 30 anni ed è uno degli addetti della sicurezza antitaccheggio del supermercato. È un ragazzo romeno e gli piace il lavoro che fa: “Qui rubano tutti, ma i peggiori, mi spiace dirlo, sono i romeni, poi i tunisini e gli italiani”. Lui si aggira tra gli scaffali e tiene d’occhio la clientela, fa finta di comprare ma ormai li riconosce subito, è una specie di Lombroso e non sbaglia mai. I settori più a rischio sono quelli dei cosmetici e dei superalcolici. Se uno si guarda intorno, lo segue e aspetta. Se lo vede che si mette qualcosa in tasca, attende che arrivi alle casse e poi avverte o il direttore o qualcuno alle barriere finali.
È un lavoro delicato. Prima delle casse non si può contestare niente a nessuno: se anche mi metto una bottiglia in tasca, non è detto che voglia rubarla. Inoltre nessuno dei dipendenti può perquisire nessuno, solo invitare ad aprire una borsa o a far vedere cosa c’è sotto l’impermeabile. Ci vorrebbe un agente di polizia o qualcuno autorizzato, ma non è facile e, soprattutto, il trambusto può influire negativamente sugli altri clienti. Meglio essere discreti, meglio evitare conflitti.
Per questo 9 volte su 10 che un ladro viene scoperto gli si chiede gentilmente di tornare alla cassa e regolare quella piccola “dimenticanza”. “Solo se la persona reagisce male o fa pesante ostruzionismo chiamiamo la polizia” dice ancora Petracca.
Quindi, se proprio ti va male e ti beccano, il rischio è quello di pagare il maltolto e collezionare una figuraccia. Tutto qui. Ma i professionisti del furto, quelle bande (quasi tutte romene o sudamericane) che fanno la spesa su commissione, non si fanno mai prendere.
“Al 70 per cento sono romeni. Arrivano in gruppo, mandano uno o due di loro avanti a depistare gli addetti alla vigilanza tenendo atteggiamenti sfacciatamente sospetti e gli altri fanno razzia da un’altra parte” racconta Arnaldo Pacifici, direttore dell’Europe Utd detectives, società di investigazione che si occupa della sicurezza di alcune catene della grande distribuzione.
Le etichette a radiofrequenza, quelle che se non vengono disattivate suonano all’uscita, possono essere rimosse o manomesse. Ma soprattutto possono essere neutralizzate con le borse schermate: si mettono in uno zaino o in un trolley diversi fogli di carta d’alluminio e così i segnali emessi dalle etichette vengono bloccati e alle barriere non suonerà l’allarme.
“È un bel problema quello delle borse schermate” riconosce Carlos Lopez Quijano, sales manager per l’Italia della Checkpoint Systems, “ma noi forniamo ai supermercati dei rilevatori di alluminio. Quando uno entra con la valigia modificata, suona l’allarme e il cliente viene invitato a lasciarla all’ingresso”.
Come è sempre stato, la guerra tra guardie e ladri prosegue sul filo della tecnologia. “Sarebbe molto utile poter mettere l’etichetta antifurto all’origine, sul luogo di produzione. Abbiamo stretto un accordo con una grossa catena di supermercati per 10 milioni di paia di scarpe e in quel caso siamo riusciti a far inserire all’interno della suola il segnalatore” dice ancora Lopez. Impossibile rubare quel paio di scarpe, ma questo tipo di procedura è complicata dalla frammentazione della grande distribuzione.
“Mentre in Spagna il 70 per cento dei supermercati è in mano a quattro gruppi, in Italia la Coop, che è la più grossa, ha solo l’11 per cento del mercato e insieme a Conad, Auchan, Carrefour ed Esselunga si arriva al 40 per cento. Il restante 60 è diviso in una miriade di marchi. Difficile quindi mettere d’accordo tutti sui sistemi di sicurezza” avverte Pierpaolo Lambrini, strategic account della Checkpoint.
In Italia solo il 50 per cento degli ipermercati e appena il 20 per cento dei supermercati è dotato delle barriere antifurto all’uscita e questo costituisce un grande incentivo alle “differenze inventariali”. Rubare, come detto, rubano tutti e non solo i clienti che incidono per la metà del maltolto. Il 40 per cento dei furti è opera dei dipendenti e il 10 è opera dei fornitori.
Nel suo primo rapporto mondiale sui furti nei negozi, la Checkpoint Systems fa anche la classifica delle merci più attaccate dai ladri italiani. In testa le lamette da barba: ben 22 pezzi su 100 spariscono misteriosamente. Seguono le cartucce per stampanti (15 per cento), il parmigiano (10 per cento), i cosmetici (6 per cento), la carne (5 per cento), vini e superalcolici (2,5 per cento), i capi di abbigliamento firmati (1,8 per cento), l’elettronica (1,3 per cento), i telefonini (0,9 per cento), articoli in pelle (0,45 per cento).
Rispetto al 2006 c’è stata una impennata di furti di superalcolici (+22 per cento) e di cosmetici (+12,4 per cento), mentre sono notevolmente calati i furti di scarpe (-18,8 per cento), forse anche per quelle etichette inserite al momento della produzione.
Certo, non come al supermercato della Stazione Termini. Racconta il direttore Petracca: “Mi ricordo quella volta che avevamo messo sugli scaffali delle belle scarpe Adidas in offerta. Un giorno qualcuno ha lasciato in esposizione quelle sue vecchie e puzzolenti e si è semplicemente messo le Adidas ai piedi ed è uscito. Ha avuto il tempo di provarle, sarà un nostro affezionato cliente”.
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In Italia imperversa la battaglia dei supermercati Esselunga e Coop, soprattutto dopo il libro Falce e carrello di Bernardo Caprotti (a cui Panorama ha dedicato la copertina del nr. 39) All’estero tuttavia le cose nel comparto alimentare della grande distribuzione non vanno tanto diversamente.
Per esempio in Australia è nota la battaglia tra Woolworths e Coles che è stata vinta dalla prima, soprannominata Woolies, nel febbraio di quest’anno. Il giorno dopo la fine delle ostilità, riporta l’australiano Herald Sun , i manager di Coles mettevano il cartello “for sale” (in vendita), mentre in casa Woolies si elogiavano gli ottimi risultati societari. Le ragioni del conflitto non sono nascoste. Stanno tutte nei prezzi di vendita al dettaglio. “Molti di noi”, dice l’amministratore delegato di Woolworths, Michael Luscombe, “non mangiano banane da molto tempo, adesso sono felice di vederle ritornare sul mio tavolo grazie al fatto che costano di meno”.
“La battaglia potrebbe andare avanti per anni”: così titolava la Northumberland Gazette il 28 settembre dell’anno scorso a proposito della decisione che doveva prendere il Government Office North East (Gone), cioè il governo locale del nordest dell’Inghilterra. Il Gone doveva decidere se concedere o meno l’apertura di nuovi centri commerciali nel territorio. Sainsbury e Tesco, due dei gruppi più importanti in Gran Bretagna, erano già in fila insieme alla società tedesca Lidl . Tuttavia, in questo scontro se ne interseca un altro: quella delle amministrazioni chiamate a decidere. Da una parte le amministrazioni locali e il GONE, dall’altra il governo centrale di Londra. Una decisione potrebbe arrivare tra due anni e mezzo.
Sempre in Gran Bretagna, Sainsbury’s e Tesco sono state al centro di un’altra battaglia. Come riportava l’agenzia Reuters nel marzo dell’anno scorso, Sainsbury’s si era autosospesa dal British retail consortium (BRC), Consorzio britannico delle società del settore retail (vendita al dettaglio) fino alla fine di aprile. Questa reazione è stata causata dalla dichiarazione in tv del direttore del Consorzio, Kevin Hawkins, che aveva appoggiato l’iniziativa della società rivale Tesco di introdurre delle etichette sugli alimenti indicanti le quantità di grasso, sale e zucchero. Iniziativa peraltro sostenuta da Sainsbury’s e proposta dalla Food standard agency, l’agenzia per i controlli sugli alimenti. Uno scontro, come mostra questo articolo pubblicato sul The Independent, tutto interno tra Sainsbury’s e il Brc.

All’estero i conflitti non si limitano ai generi alimentari. Per esempio, il settore della vendita di carburante da parte dei supermercati è stato al centro di una battaglia commerciale.
Come riportava il Belfast Telegraph nell’agosto dell’anno scorso, il già latente scontro tra i supermarkets degenerava dopo la decisione di Asda di tagliare il prezzo del carburante per tre volte consecutivamente in una settimana, dal prezzo record di 1 sterlina a litro a circa 90 centesimi. Gli altri contendenti, Sainsbury’s e Tesco, si erano visti costretti a correre ai ripari diminuendo a loro volta il prezzo. Asda, la seconda catena di supermercati del Regno Unito dopo Tesco, è un società britannica storica fondata nel 1949 come associazione degli agricoltori e degli allevatori. Nel 1999 è stata inglobata dal gigante statunitense Wal-Mart.
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Molti l’avevano dimenticato, altri apprendono la notizia con sconcerto, altri ancora non se ne sono neppure accorti. Sta di fatto che le raccolte punti organizzate dalle aziende per fidelizzare i clienti e premiare quelli migliori con offerte o regali hanno una scadenza. Questo vale per i punti accumulati con la spesa fatta ogni giorno al supermercato come per quelli ottenuti dai passeggeri aerei grazie alle tratte dei viaggi effettivamente volate.
Tutto nasce da un decreto di qualche anno fa (il numero 430 del 26 ottobre 2001) che fissa la durata delle operazioni a premio: ogni raccolta punti deve avere un termine, che va da un minimo di un anno a un massimo di cinque. Oltre il periodo prescelto, i punti accumulati decadono e non possono più essere utilizzati né trasferiti su una nuova raccolta, come accadeva in passato. E dunque occhio alle scadenze.
La faccenda riguarda, per esempio, i clienti dei supermercati Esselunga, catena italiana con oltre 130 punti vendita disseminati in tutto il Nord della penisola. I punti maturati con la carta Fidaty scadono il 21 aprile e non avranno più alcuna validità. Chi non li utilizza per ritirare i premi in catalogo entro questa data li perderà e non potrà recuperarli sulla nuova raccolta punti che parte subito dopo, il 23 aprile.
Stessa situazione per i punti Millemiglia dei passeggeri Alitalia. La compagnia aerea ha utilizzato il periodo massimo previsto dalla legge: l’attuale operazione, infatti, ha avuto inizio il 1° gennaio 2003 e dovrà inderogabilmente concludersi il 31 dicembre 2007. I circa 3 milioni di clienti Millemiglia, quindi, hanno ancora otto mesi di tempo per utilizzare i punti premio raccolti. Le miglia accumulate potranno essere spese nell’acquisto di biglietti (ma non solo) che saranno validi per un anno dal giorno di emissione. E sarà possibile cambiare almeno la data di partenza: in pratica, si potrà volare ancora per tutto il 2008.
L’Alitalia sta già mettendo a punto un nuovo programma Millemiglia, che sarà reso noto a breve. Secondo qualche anticipazione, il regolamento di questa edizione premierà meglio i “frequent flyer”, i viaggiatori più assidui e fedeli. La compagnia studierà una soluzione anche per quanti accumuleranno punti a ridosso della scadenza di fine anno, in modo da evitare che tali clienti vengano ingiustamente penalizzati.