
(Credits: Matt Cetti-Roberts/LNP)
Fra meno di un anno toccherà all’Inghilterra essere giudicata per la capacità con cui sarà riuscita a organizzare le Olimpiadi del 2012. Già a dodici mesi di distanza dalla cerimonia di inaugurazione è impossibile negare l’intelligenza con cui il governo di Londra ha sfruttato questa importante manifestazione sportiva per rilanciare lo sviluppo economico del paese e proteggersi dall’effetto domino della crisi che ha inesorabilmente colpito una buona parte del Vecchio Continente. Continua

Cina, operai migranti (Credits: AP Photo/Vincent Thian)
La Cina festeggia oggi il novantesimo anniversario della fondazione del Partito, all’insegna dei successi raggiunti sul piano della lotta alla povertà, dell’urbanizzazione, del miglioramento della qualità della vita, ma anche del ruolo strategico ed economico che la nazione è riuscita a ritagliarsi sullo scacchiere internazionale. La propaganda del partito ha convinto la popolazione che la Cina continuerà a fare progressi, quindi non serve a nulla preoccuparsi o protestare perché ci si ritiene vittime di un sopruso o di un abuso: é compito del partito eliminare gli ultimi focolai di disuguaglianze sociali, e del partito, è quasi superfluo ricordarlo, ci si può fidare. Continua

(Credits: Epa/Mohamed Omar)
Fino a qualche giorno fa l’Egitto sembrava essere un modello vincente dal punto di vista dello sviluppo economico, visto nonostante la crisi finanziaria è riuscito a mantenere un tasso di crescita piuttosto elevato: 4,7% nel 2009 e 5% nel2010. Continua

Si impenna il ricorso alla cassa integrazione da parte delle imprese italiane. La Cig si avvicina ai massimi del 1993, ma è ancora lontana dal picco del 1984. A fornire il dato è il centro studi di Confindustria. A febbraio il monte ore Cig annualizzato è stato pari all’1,16% della forza lavoro (0,8% a gennaio). Il picco nel 1993 è stato all’1,4% e quello nel 1984 al 2,1%.Mercoledì la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia aveva lanciato l’allarme: “Se il governo non agirà subito molte delle nostre imprese saranno costrette a chiudere” nei prossimi mesi. Imprese che hanno esportato, hanno creato occupazione, hanno investito. Questo significherebbe perdere un patrimonio industriale del nostro paese. Abbiamo il dovere di tutelare i nostri lavoratori e le nostre imprese. Ci sono cose urgenti da fare”.
A stretto giro di posta è arrivata la risposta del governo, attraverso il ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola: “Il governo italiano ha bene in mente la questione delle piccole imprese e infrastrutture nell’ambito più ampio del piano per affrontare la crisi economico-finanziaria”. “Il piano che il nostro governo ha previsto per le infrastrutture è di far ripartire i cantieri che erano fermi dai tempi del governo Prodi”, osserva Scajola, precisando che le “grandi infrastrutture non richiederanno tempi lunghi”. “Sul piano dei piccoli interventi nel provvedimento dell’ultimo Cipe sono stati sbloccati 27 miliardi di fondi Fas per le Regioni che prevedono quindi interventi anche di carattere limitato”.
Tornando all’allarme di Confindustria, la crisi si ripercuote anche sulle buste paga. “Nell’industria in senso stretto” aggiunge infatti il Centro studi “nel 2008 le retribuzioni di fatto per unità di lavoro a tempo pieno sono cresciute meno di quelle contrattuali, +3,1% contro +3,3%”. Il divario si spiega con il minor apporto delle componenti variabili, soprattutto per il calo delle ore di straordinario, la cui quota sulle ore ordinarie lavorate nelle grandi imprese è scesa al 4,8% (5,4% nel dicembre 2007).
Ad aggravare lo stato delle imprese c’è anche la stretta operata al credito dalle banche che, secondo gli analisti di Confindustria, ostacola l’attività del 9,9% delle imprese italiane. “L’offerta di credito cala: il saldo netto dei giudizi delle aziende che segnalano una restrizione è infatti del 24,5″, sottolinea il Centro studi.
“Il vertice ha confermato la volontà dei Paesi produttori e consumatori di petrolio di avviare un processo di collaborazione con impegni concreti per stabilizzare il prezzo”
(Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo Economico dopo il vertice Opec di Gedda).
Voleva dire:
“Tutto inutile. Loro dicono che a fare aumentare il prezzo non è la scarsità ma la speculazione internazionale. Cioè, secondo loro, è colpa nostra, quindi non aumenteranno la produzione”.
di Roberto Seghetti
La ripresa del programma nucleare è l’ultima sfida lanciata dal governo Berlusconi per testimoniare la volontà di rompere con il passato delle indecisioni e dei tentennamenti. Come per il pacchetto sicurezza, il decreto sui rifiuti a Napoli o il taglio dell’Ici, l’annuncio sul nucleare del ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola ha infatti avuto come obiettivo anche quello di far vedere agli italiani che il nuovo esecutivo è capace di decidere e di trasformare le scelte in iniziative concrete. Non importa se il tema è spinoso, come nel caso dell’energia atomica.
Dopo il referendum del 1987, per 21 anni il nucleare è stato un tabù. Ancora lo scorso anno, per esempio, la maggioranza dei cittadini risultava contraria. Adesso, però, qualcosa è cambiato (riquadro in basso a destra). L’impennata dei prezzi del petrolio, i progressi della tecnologia, l’avallo della Confindustria e la spinta delle imprese energetiche italiane hanno riaperto il dibattito.
Certo, le resistenze ci sono ancora. Il ministro ombra del Pd, Pierluigi Bersani, dubita che sia giusto partire con la tecnologia attuale, dato che se ne stanno preparando di più sicure. Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei valori, ha addirittura minacciato un referendum, se la scelta si farà senza aspettare i nuovi tipi di impianto. Ma è chiaro che ormai il problema non è più il se. Piuttosto sono in gioco il come e il quando. Ed è proprio su questi punti che il governo ha deciso di lanciare la sfida.
Le norme. Il referendum del 1987 non impedisce che si riprenda un programma nucleare. Ma dopo tanto tempo servono nuove regole. Il governo (vedere l’intervista a Scajola a pagina 50) formerà una commissione di esperti e pensa di varare una legge delega su tutti i punti che vanno chiariti: dalla scelta della tecnologia all’individuazione dei siti, fino ai poteri di controllo, oggi in capo all’agenzia per l’ambiente.
La tecnologia. Il consenso nei confronti delle centrali di terza generazione (vedere il riquadro qui sopra) è molto ampio. La scelta è appoggiata dalla maggioranza di governo e dall’Udc. Al di fuori del Parlamento, sono a favore anche le aziende energetiche italiane e la Confindustria. “Dobbiamo scegliere la terza generazione” conferma a Panorama il vicepresidente dell’organizzazione, Antonio Costato, che giovedì 29 ha presentato il manifesto per l’energia degli imprenditori.
Dal punto di vista operativo ciò significa la scelta o del modello Epr (European pressurized reactor), lo stesso tipo di centrali di terza generazione che si stanno costruendo a Flamalville, in Francia (entrerà in funzione nel 2012), con l’intervento operativo dell’Enel a fianco del colosso francese Edf, e a Olkiluoto, in Finlandia; oppure la scelta del sistema Ap 1.000, l’impianto realizzato dalla Westinghouse con il contributo della Ansaldo nucleare.
Importante, secondo gli esperti, è che si scelga una tecnologia per l’insieme del programma e che tutto il processo, dalle turbine ai bulloni, sia garantito.
Dice a Panorama a titolo di esempio Giuseppe Zampini, amministratore delegato dell’Ansaldo energia: “Una centrale ha qualche migliaio di valvole. Anche queste devono essere prodotti di alta qualità, controllati, sicuri”.
Il Pd, l’Idv e la sinistra e i verdi, così come il Nobel Carlo Rubbia, preferirebbero attendere che vedesse la luce il reattore di quarta generazione. In questo caso bisognerebbe aspettare i prossimi decenni, anche se Luciano Cinotti, uno dei più noti ingegneri nucleari italiani, afferma che i tempi potrebbero essere più brevi, come mostra l’accordo tra la società milanese Del Fungo Giera Energia, per la quale lavora Cinotti e che detiene alcuni nuovi brevetti, e l’agenzia russa per l’energia atomica.
Quante centrali e dove? La scelta più difficile riguarda l’individuazione dei siti. L’obiettivo del governo è di coprire con il nucleare italiano almeno il 25 per cento del fabbrisogno di energia. Ciò significa quattro o cinque centrali da 1.600 megawatt (costo: 3 miliardi di euro l’una). Di conseguenza, anche i siti da individuare sono quattro o cinque. Quali?
Quattro possibili aree ospitano le centrali esistenti e in via di smantellamento, a Trino Vercellese, Caorso, Latina, Garigliano. Prima del referendum erano stati individuati altri siti (vedere la cartina nella pagina a sinistra). Ma sono passati più di due decenni. Come dire: bisognerà rivedere tutto e nulla sarà facile. Molti governatori regionali, come Nichi Vendola della Puglia, hanno già messo le mani avanti. L’unico che ha preannunciato un sì, nel caso in cui si trovasse un sito adatto in Veneto, è stato Giancarlo Galan.
Per lo stoccaggio temporaneo delle scorie vale lo stesso discorso. La Sogin, società che ha il compito di smantellare le centrali esistenti, ha già avviato il lavoro, affrontando ostacoli e mille polemiche. Ma ancora non c’è una decisione definitiva.
Chi ci metterà i soldi. Le imprese energetiche italiane (e non solo) considerano un’occasione d’oro la possibilità di investire, costruire e gestire le centrali. Se è vero infatti che il nucleare è stato fermo in Italia, è altrettanto vero che l’Enel ha costruito e gestisce centrali in Slovacchia e in Spagna, mentre in Francia partecipa con il 12,5 per cento al progetto della Edf. La stessa Edf è azionista della Edison. L’Ansaldo energia (che presto dovrebbe essere quotata) ha costruito centrali in Romania, collabora con la Westinghouse e partecipa alla costruzione delle nuove centrali Ap 1.000. La A2A, grande utility milanese e bresciana, ha dato mandato alle università di studiare un piano. La Sogin smaltisce le scorie e smantella le vecchie centrali. L’Enea studia la fusione nucleare in un progetto europeo. Techint e Ansaldo Camozzi producono parti di centrali. La Del Fungo Giera Energia progetta.
Senza contare che potrebbero essere interessate le imprese energivore. Dice a Panorama l’amministratore delegato dell’Enel, Fulvio Conti: “Penso che potremmo unire le forze di produttori, impiantisti e consumatori, come già sperimentato in Finlandia, con un modello consortile. Potremo anche fare da soli, sul modello dell’Epr in Francia. Unendo le forze anche in Italia possiamo sostenere un grande progetto”.
L’Italia è pronta, nelle intenzioni del Governo, a ripartire sul fronte nucleare: dopo 21 anni da quel referendum che l’8 ed il 9 novembre del 1987 vide gli italiani dire ‘no grazie’ all’atomo, il ministro per lo sviluppo Economico, Claudio Scajola, annuncia infatti che entro il 2013 sarà posta la prima pietra di un gruppo di centrali nucleari in Italia.
Se le intenzioni riusciranno a tradursi in realtà, per la penisola di tratterebbe di un “ritorno”: per venti anni il paese ha avuto centrali nucleari e prodotto energia dall’atomo: Ecco le principali tappe della vicenda dall’inizio dell’uso del nucleare, all’addio del 1987 fino alla riapertura arrivata oggi:
Per circa vent’anni l’Italia, dal 1960 al 1980, ha prodotto e utilizzato energia nucleare grazie a quattro centrali elettronucleari ex Enel (Caorso, Trino Vercellese, Garigliano e Latina) e di altri impianti nucleari ex Enea del ciclo del combustibile.
Anche sull’onda emotiva dell’incidente di Chernobyl, avvenuto nell’aprile del 1986, l’Italia decise di affidare la scelta sul nucleare ad una consultazione popolare. Il referendum abrogativo si tenne l’8 e il 9 novembre 1987 e vinse il sì all’addio all’atomo con oltre il 71%.
In seguito al referendum iniziò un programma di dismissione delle centrali nucleari. Ma per lungo tempo fu sostanzialmente eluso il problema delle scorie. Nel1999 fu disposto un piano strategico e definito un accordo di programma con le Regioni. Parallelamente, fu affidato a Enel il compito di costituire la Sogin, “Società per lo smaltimento delle centrali elettronucleari dimesse, la chiusura del ciclo del combustibile e le attività connesse e conseguenti”.
Nel novembre 2003 il governo approva il cosiddetto decreto “Scanzano”, in base al quale tutti i rifiuti e i materiali nucleari esistenti in Italia vengono sistemati in un deposito nazionale geologico (e non di superficie) da realizzare nel comune di Scanzano Jonico, in Basilicata. La decisione provocò dure reazioni politiche e da parte delle comunità locali e degli ambientalisti, fino al fallimento dell’operazione.
La scorsa legislatura ha deciso di trasferire all’estero il combustibile irraggiato, anziché stoccarlo temporaneo nei siti con un accordo tra Sogin e Areva che, al termine di una gara internazionale, prevede che 235 tonnellate di rifiuti vengano inviate in Francia.
L’allora ministro dell’industria Alberto Clò dice che l’Italia è pronta a riaprire al nucleare: “Abbiamo intenzione - annunciò nel 1995 - di riprendere il discorso, mai chiuso completamente, “su basi nuove, con nuove capacità di ricerca e nuove tecnologie”.
Due anni fa il gruppo elettrico italiano decide di tornare nel nucleare, ma all’estero, per riaquisire competenze. La società acquisisce una Sloveske Electrarne, società Slovena. Oggi il 12% dell’elettricità prodotta nel mondo dal gruppo è nucleare.