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Fisco, in 5 mesi la GdF scova redditi nascosti per 13,7 miliardi

Scoperto a Padova un traffico di gioielli falsi da 40 milioni di euro

E adesso? Che cosa dirà il segretario del Pd, Dario Franceschini?
Continua

Crescita frenata: l’Italia prima nell’Ue per tasse su lavoro

Metalmeccanico in una fabbrica

Italia prima in Europa. Per carico fiscale sui lavoratori. Le cifre sono fornite dall’Eurostat in base al confronto effettuato sui dati relativi al 2007 (qui il .pdf). In Italia, secondo Eurostat, le tasse e i contributi sociali rappresentano il 44% del costo del lavoro contro il 42,3% della Svezia e il 42,3% del Belgio.

Dati alla mano, in Italia il carico fiscale che ricade sul reddito lavorativo nel 2007 è stato pari al 44%, in salita rispetto al 42,5% del 2006. Seconda in classifica la Svezia, 43,1%, e a seguire il Belgio, 42,3%. I livelli più bassi dell’Unione sono invece stati osservati a Malta, 20,1%, Cipro 24% e Irlanda 25,7%. Il tutto a fronte di una media dell’Ue a 27 paesi del 34,4% nel 2007, invariata rispetto al 2006.

Sul fronte delle tasse sul capitale, in Italia sono salite al 36,2% nel 2007, contro il 34,2% del 2006; ma trend in salita anche per l’Ue a 27 paesi, al 28,7% nel 2007 contro il 25,7% dell’anno precedente. Sotto la media Ue invece le imposte sul consumo, nel Belpaese al 17,1% nel 2007, inferiori al 17,4% del 2006 e al 17,9% del 2000, mentre l’Unione ha registrato rispettivamente: 22,2%, 22% e 20,9%. Prima dell’Italia troviamo Grecia, al 15,4% nel 2007 e Spagna, 15,9%. Imposta sul consumo più alta dell’Ue invece in Danimarca, nel 2007 al 33,7%, Svezia al 27,8% e Ungheria 27,1%.

Stipendi: dove guadagnare di più in un paese di paghe appiattite

stipendio

di Raffaella Galvani

Pagati poco? Soprattutto, pagati male. Cioè tutti uguale, con poca o nessuna attenzione ai diversi livelli di professionalità o al costo della vita che cambia nelle varie aree del Paese. Basti pensare che 10 milioni di lavoratori dipendenti del settore privato su 15 sono ammassati in un pantano che li blocca fra i 21 mila e i 23 mila euro lordi annui. E che un operaio di reparto di un’azienda del Nord-Ovest nel 2008 ha portato a casa 1.175 euro netti mensili, appena 66 euro in più di quello del Centro e poco più di un centinaio rispetto al collega del Sud.
È quanto emerge da un’inchiesta che Panorama ha svolto con la Od&m, società di consulenza direzionale leader nelle indagini retributive che, sulla base di una banca dati di 859.036 profili retributivi di dipendenti privati raccolti tra il 2004 e il 2008 (in Italia sono complessivamente circa 15 milioni, su un totale di oltre 23 milioni di occupati), ha fatto i conti in tasca a circa 600 figure tra dirigenti, quadri, impiegati e operai, suddivisi per aree geografiche. Fotografando il livello, e l’andamento rispetto a due anni fa, delle buste paga che realmente vengono consegnate agli italiani, al netto di tasse, imposte e contributi.
Il tema dei bassi stipendi in Italia è stato rilanciato in questi giorni dall’Ocse, che ha messo a confronto, uniformandole a parità di potere d’acquisto, le retribuzioni dei 30 paesi membri. E, con 21.374 dollari netti all’anno (pari a circa 1.200 euro al mese), ha piazzato il dipendente italiano single senza figli al ventitreesimo posto, davanti solo a portoghesi, cechi, turchi, polacchi, slovacchi, ungheresi e messicani. Ben sotto la media Ocse (25.739) e anche sotto la media Ue (24.552).
Conferma Mario Vavassori, docente al Mip-Politecnico di Milano e amministratore delegato della Od&m consulting: “In Italia siamo pagati poco e stiamo diventando tutti sempre più poveri. Basti pensare che nel 2008, con aumenti retributivi che hanno oscillato dallo 0,7 per cento degli operai e l’1,3 di impiegati e quadri al 2,1 dei dirigenti, nessuno ha tenuto dietro all’inflazione media, misurata dall’Istat con l’indice dei prezzi al consumo al 3,3 per cento, per non parlare dell’inflazione dei beni ad alta frequenza di consumo (come alimentari, benzina) che è stata del 4,9 per cento”.
Se le aziende, come confermano alla Od&m, non brillano per generosità con i loro dipendenti, il fisco e l’imposizione previdenziale danno la mazzata. Sotto la scure di tasse, imposte locali e contributi il dipendente medio privato, rispetto a uno stipendio lordo di 26.956 euro, nel 2008 si è visto amputare la busta paga del 28,9 per cento, con punte del 45,7 per una retribuzione dirigenziale di 103.424 euro.
Ma secondo Vavassori c’è una lettura dei dati ancora più preoccupante. “Il vero problema dell’Italia” sostiene deciso “non è tanto il basso livello delle retribuzioni, quanto l’appiattimento”.
Lo confermano i dati dello studio svolto dalla Od&m con l’Unioncamere sulle retribuzioni del 2007: solo 5 milioni di dipendenti su 15 superano la media dei 26.500 euro di stipendio medio lordo ed emerge una uniformità retributiva fra operai e impiegati, così come tra le figure operaie qualificate e quelle semispecializzate.
“È come se il lavoro avesse un valore univoco e le aziende avessero rinunciato a identificare e a premiare la professionalità” stigmatizza Vavassori “mentre il sindacato per troppi anni si è preoccupato solo di avere in mano il controllo della distribuzione quantitativa del reddito”.
Anche sul piano territoriale l’appiattimento sta creando problemi, in particolare là dove il costo della vita negli ultimi anni si è impennato (vedere Milano e il Nord in generale, ma anche le grandi città del Centro), al punto da rendere ardua la sussistenza con buste paga ritenute solo fino a ieri sufficienti. E infatti c’è chi intende rilanciare il tema delle gabbie salariali.
Gli esempi non mancano. Nel 2008, come risulta dalle tabelle di queste pagine, un responsabile acquisti nel Nord-Ovest, dove la vita è più cara, ha guadagnato 2.482 euro netti per 13 mensilità; il suo omologo al Centro ne ha presi 2.443, appena 39 euro in meno. Solo al Sud e nelle Isole si è avuta una differenza un poco più significativa, con 2.352 euro netti mensili e uno stacco di 130.
Se questo è il quadro, dove è meglio orientarsi? Fermo restando che non è così facile cambiare luogo di residenza o lavoro, dalle ricerche della Od&m emergono comunque delle indicazioni utili. La prima? A incidere in maniera significativa sono spesso le dimensioni aziendali. In altre parole, più è grande l’azienda, più si guadagna.
“Le dimensioni dell’impresa” si legge nel Decimo rapporto sulle retribuzioni della Od&m 2009 “determinano una significativa variabilità degli importi assoluti, che presentano valori costantemente in crescita all’aumentare dell’ampiezza delle imprese e scarti particolarmente elevati”.
In soldoni, un dirigente in una piccola impresa nel 2008 ha guadagnato 93.782 euro lordi annui, ovvero il 9,3 per cento in meno rispetto ai 103.424 euro incassati in media dal dirigente italiano, mentre il manager di una grande impresa ha preso 108.985, cioè il 5,4 per cento in più. E analoghi scarti riguardano la busta paga dell’operaio, che da un piccolo imprenditore prende 20.763 euro, il 4 per cento meno della media di categoria (21.626), mentre dalla grande industria incassa l’11,3 per cento in più (24.068).
Scarto meno forte invece per i quadri: dalla piccola alla grande impresa rispetto alla media ballano 6,7 punti percentuali in busta paga.
Da notare, dicono alla Od&m, che nel 2008 le retribuzioni nella grande azienda sono cresciute più che nelle altre dimensioni d’azienda per impiegati, quadri e operai, mentre i dirigenti hanno ottenuto una retribuzione inferiore a quella del 2007. Motivo? “La categoria ha pagato il peso maggiore dei sistemi retributivi più sofisticati legati ai risultati che le imprese hanno introdotto per i loro manager e stanno via via allargando ai quadri” dice Vavassori. “È probabile che il 2009 porterà quindi a questa categoria delusioni ancora maggiori visto l’andamento dell’economia, però è indubbio che è la via corretta da perseguire”.
Ma non è solo la dimensione a cui si deve guardare se si cerca di mettere al riparo la propria busta paga. Il settore è altrettanto importante, anche se non sempre tutti i lavoratori sono trattati con la stessa generosità.
L’industria conviene soprattutto agli impiegati (nel 2008 li ha pagati 27.474 euro lordi annui, il 7 per cento in più rispetto alla media di 25.679) e agli operai (più 5,4); in generale è quella che tra il 2007 e il 2008 ha mostrato i tassi di crescita degni di nota per tutte le categorie. “Si va dal più 4 per cento dei dirigenti al più 3,4 degli operai fino al più 2,1 dei quadri e al più 1,5 degli impiegati. E se sembra poco, va segnalato che commercio e servizi in media più spesso hanno registrato variazioni tra lo 0 e l’1 per cento” puntualizza Vavassori.
Banche e assicurazioni, nonostante le difficoltà, continuano invece a pagare bene soprattutto i dirigenti (5 per cento più della media), che invece sono sottopagati (meno 1 per cento sulla media di categoria) dal commercio.
La sorpresa? Le società di servizi del terziario avanzato, che appaiono avare con tutte le categorie, in particolare quelle più alte. Si va infatti, rispetto alle medie di categoria, da meno 7,5 per cento dei dirigenti a meno 6,2 dei quadri, fino a meno 2,1 degli impiegati. Sembra un autogol per un settore che dovrebbe attirare proprio i talenti di fascia alta, ma la spiegazione esiste. “In queste imprese sta prendendo sempre più importanza la parte non monetaria della retribuzione, dal corso prestigioso di formazione all’assicurazione sanitaria” spiega Vavassori. E vista l’aria che tira sembra una scelta da non sottovalutare.

Guarda i GRAFICI: ecco dove si guadaga di più

Le tasse divorano i salari. Le buste paga italiane tra le più basse dei Paesi Ocse

soldi con il rastrello

Dopo le contestazioni a Gianni Rinaldini, segretario della Fiom, da parte dei Cobas avvenute a Torino sabato scorso a conclusione di una manifestazione dei metalmeccanici degli stabilimenti Fiat, è la questione sociale che occupa il centro del dibattito politico. La preoccupazione è che gli effetti della crisi economica e la sofferenza degli strati sociali più deboli possano ricreare le condizioni di un aspro conflitto.
Che la situazione del potere d’acquisto dei salari debba allarmare viene confermato dai dati diffusi sulle retribuzioni dei paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). Con un salario annuo netto di 21.374 dollari, l’Italia si colloca al posto numero ventitre nella classifica dei trenta paesi appartenenti all’organizzazione che ha sede a Parigi.

Le buste paga sono più pesanti non solo in Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania, Francia, ma perfino in Grecia e Spagna, afferma il Rapporto Ocse aggiornato al 2008 e appena dato alle stampe.
La classifica riguarda il salario netto annuale di un lavoratore senza carichi di famiglia calcolato in dollari e a parità di potere d’acquisto. Gli italiani guadagnano mediamente il 17% in meno della media Ocse. Secondo questi dati, a pesare negativamente sulle buste paga italiane è il cosiddetto cuneo fiscale, che calcola la differenza tra quanto paga il datore di lavoro e quanto effettivamente finisce in tasca al lavoratore.
Il peso di tasse e contributi, per un lavoratore dal salario medio e senza carichi di famiglia è del 46,5%. In questa classifica l’Italia risulta al sesto posto, dietro Ungheria, Belgio, Germania, Francia e Austria. Più leggero è il drenaggio di imposte e versamenti contributivi se si esamina il caso di un lavoratore, sempre con un salario medio ma sposato e con due figli a carico. In questo caso, il cuneo fiscale si riduce al 36% e l’Italia figura all’undicesimo posto della classifica Ocse.
La conclusione del Rapporto è che un lavoratore italiano guadagna mediamente in un anno il 44% in meno di un britannico, il 32% in meno di un irlandese, il 28% in meno di un tedesco e il 18% in meno di un francese.

Un’idea per uscire da questa situazione la propone il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, intervistato dalla Repubblica e dal Messaggero: occorre legare le retribuzioni agli utili delle aziende. “Noi pensiamo” afferma il ministro “che la partecipazione al rischio di impresa non possa avere solo un profilo negativo, come è stata finora. Si devono trovare forme di partecipazione che consentano ai lavoratori di riflettere nel proprio salario la parte positiva del rischio dell’impresa. E devono essere parti importanti del retribuzione”.
Per il segretario generale dell’Ugl, Renata Polverini “i dati non sorprendono e serve una riforma fiscale”. Sulla stessa linea d’onda l’associazione dei consumatori Codacons: “Sui salari degli italiani pesa il caro-vita e per questo è necessaria “una detassazione degli stipendi”.
Per il capogruppo Pd della commissione lavoro Cesare Damiano “i dati Ocse testimoniano che le retribuzioni nette dei lavoratori italiani sono ben al disotto della media dei 30 paesi più industrializzati. Questo dimostra quanto sarebbe necessario un intervento del governo, con risorse fresche e aggiuntive per potenziare il potere d’acquisto delle retribuzione e delle pensioni”.
Se Paolo Ferrero del Prc parla di “dati scioccanti”, Daniele Capezzone del Pdl rileva: “Il governo Berlusconi sta facendo i conti con una fase delicata a livello internazionale, e, ciononostante, non ha messo le mani nelle tasche degli italiani”.

Per il ministro Brunetta i bassi stipendi non sono legati alla crisi ma alla bassa produttività. Siete d’accordo?

Evasori si nasce: “Non pagare le tasse è nel Dna degli italiani”, parola di esperto

Il modello Unico

“Le tasse? È nel dna degli italiani non pagarle”. Ne è convinto il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, che, intervenendo a un convegno su “Linea Amica” al Forum PA, aggiunge come la necessità di pagare le imposte vada spiegata “fin dal momento in cui si è al primo impatto con la scuola”. E infatti: “Abbiamo creato un kit che distribuiamo a tutte le scuole”, spiega Befera. “C’è un dvd con un cartone animato per i bambini dove si spiega perché bisogna pagare le imposte”. Ogni giorno i contatti giornalieri dell’Agenzia delle entrate si attestano sui 20 mila. Attraverso “Linea Amica“, che il ministro Brunetta dice dal palco del convegno di voler potenziare, avendo chiesto al Governo 50 milioni di euro per costruire “una pesante piattaforma multicanale ict”, si vuole istituire un front office del centro multicanale che riduca l’utilizzo degli specialisti alle questioni più complesse. Le problematiche più frequenti, ha precisato Befera, sono in questo momento nelle comunicazioni di irregolarità riguardo le dichiarazioni dei redditi che l’Agenzia invia ai cittadini nel caso in cui si presenti qualche errore nella documentazione. Befera riconosce che “ci sono “difficoltà reali delle imprese nel pagamento delle imposte”. Molti contribuenti che ricevono la cartella esattoriale fanno ricorso alla rateazione: attualmente, ammontano a 3 miliardi le imposte per le quali é stata concessa la rateazione. “Questo é un vantaggio per i contribuenti in difficoltà, ma anche per l’amministrazione che altrimenti dovrebbe attivare procedure esecutive”, sostiene il direttore dell’Agenzia delle entrate.

Italiani allergici alle tasse, forse anche per colpa delle “cartelle pazze” e degli studi di settore fatti con criteri troppo stringenti, almeno secondo “Contribuenti.it - Associazione contribuenti italiani“: da gennaio ad oggi secondo l’associazione  sono state recapitate 960 mila cartelle pazze, con conseguenti ipoteche sugli immobili, ganasce fiscali su auto e moto, pignoramenti di stipendi e di conti correnti bancari e postali. Numeri che si aggiungono a quelli forniti dal Codacons, secondo il quale dallo scorso giugno a gennaio sono stati 1.6 milioni gli italiani vittime delle cartelle esattoriali sballate. E,  dichiara Codacons, “finora gli esattori delle tasse con le cartelle pazze hanno riscosso illegittimamente in 10 anni circa 9,8 miliardi di euro”. Le “cartelle pazze” notificate da gennaio ad oggi ai contribuenti italiani riguardano per il 55 per cento multe automobilistiche prescritte o annullate dai giudici di pace, il 32 per cento bolli auto prescritti, già pagati o non dovuti, l’11 per cento la tassa smaltimento rifiuti richiesta erroneamente ai proprietari anziché agli affittuari. C’è anche un 2 per cento, piuttosto sgradevole, di richieste di pagamento imposte sospese ai terremotati abruzzesi. Per tutti vale il principio, dichiarato incostituzionale, del “solve et repete”, cioè “prima paghi e poi discutiamo”, anche in presenza di sentenze dei giudici di pace o delle commissioni tributarie. E per chi non paga, dopo 60 giorni scattano automaticamente le procedure esecutive con ipoteche sugli immobili, le ganasce fiscali sulle auto e moto, i pignoramenti dello stipendio e dei conti correnti bancari e postali, e come previsto dal “decreto salva crisi”, con l’aggravio di un aggio e interessi di mora del 18 per cento. In pratica, i contribuenti dovranno remunerare gli Agenti della riscossione con un compenso pari al doppio di quanto previsto negli anni scorsi.

Ci sono anche casi in cui liberi professionisti che guadagnano un reddito inferiore a quello previsto dalle tabelle dell’Agenzia delle entrate siano soggetti a studi di settore che li inseriscano per mesi come potenziali evasori, prima che l’accertamento si concluda. Befera assicura che sono previste novità. La conferma arriva dalla Commissione di esperti per gli studi di settore, organismo che vede riuniti l’amministrazione finanziaria, la società per gli studi di settore e le associazioni di categoria, che ad aprile ha approvato all’unanimità un documento nel quale si precisa che “in relazione ai periodi d’imposta 2008 e 2009 interessati da notevoli modifiche nel mercato provocate dalla crisi, il risultato degli studi di settore sia accompagnato in sede di accertamento anche da altri elementi in grado di rafforzare ulteriormente la pretesa tributaria”, suggerendo all’agenzia delle Entrate “particolare prudenza nelle situazioni in cui gli scostamenti saranno di lieve entità”.

Un passo avanti dalla “civiltà giuridica importante” secondo le associazioni di categoria. Una speranza in più per cambiare il dna degli italiani e stimolarli a pagare le tasse.

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Ai cattolici un miliardo, ai valdesi 5 milioni di euro. Come sono spesi i fondi dell’8 per mille?

Il modello Unico

Tempo di otto per mille. Ma come spendono gli enti religiosi le quote ricevute dai contribuenti e dallo Stato? La trasparenza nella gestione delle risorse è facilita da internet: molti beneficiari pubblicano un rendiconto delle attività.

Nel 2008 la Chiesa cattolica ha ricevuto poco più di un miliardo di euro: la voce più cospicua sono i 420 milioni saranno destinati alle “esigenze di culto e pastorale” che includono 185 milioni per l’edilizia religiosa. Non sono specificate le destinazioni degli interventi sul territorio (leggi il rendiconto). Lo Stato, poi, è il secondo beneficiario dell’otto per mille, ma quest’anno la cifra è stata ridotta a sette progetti per la prevenzione dei disastri naturali dal valore complessivo di 3,5 milioni di euro (leggi la ripartizione). Ottocentomila euro non sono stati assegnati come previsto dalla finanziaria. Niente fondi, inoltre, per l’assistenza alimentare nei paesi in via di sviluppo e per i beni culturali. L’anno scorso il finanziamento era stato ben più lauto: circa 46 milioni di euro. E, spulciando tra le righe, si nota che i principali destinatari erano edifici storici e religiosi prevalentemente cattolici (leggi la ripartizione). Dopo Chiesa cattolica e Stato è il turno delle altre confessioni. Gli Avventisti del settimo giorno hanno dedicato un sito specifico all’otto per mille del 2008, pubblicando anche un elenco dettagliato dei progetti avviati, come Salutexpò (un evento per sottoporsi a test clinici gratuiti) e un’iniziativa scolastica in Namibia. Le cifre sono rendicontate fino all’ultimo centesimo degli 1.889.249,33 milioni di euro ricevuti: tra l’altro, dichiarano che gli interessi attivi su conti correnti bancari (derivanti dall’otto per mille) sono stati di 6097 euro e 41 centesimi (leggi l’elenco).

Gli altri enti religiosi non hanno ancora reso note le spese per il 2008: bisogna rifarsi all’anno precedente. La Chiesa Valdese ha avuto più di 5 milioni di euro: parti consistenti dell’importo sono state impegnate in attività sociali, dall’assistenza per gli anziani (895mila euro) a progetti per rifugiati, migranti e nomadi (238mila euro) (leggi il documento). Circa metà dell’otto per mille ricevuto dalla Chiesa evangelica luterana (pari a 2,6 milioni di euro) è stato devoluto a opere di evangelizzazione (leggi il rapporto). Due istituzioni religiose, invece, non hanno pubblicato il rendicont su internet, ma hanno descritto le attività sostenute con i fondi ricevuti. L’Assemblea di Dio ha promosso a progetti in Asia, Africa e Italia. L’Unione delle comunità ebraiche ha finanziato iniziative rivolte all’infanzia, alla solidarietà, alla cultura.

Se anche Google fa il furbetto. Con le tasse della Regina

Googleplex

Questa volta la ricerca è “su Google”: cioè non nella Rete, attraverso il motore di ricerca, ma proprio dentro al colosso web. Più precisamente, un’indagine nei registri contabili della società di Mountain View.

Visto che, attraverso operazioni fiscali il motore di ricerca, almeno così pare, abbia ottenuto un maxirisparmio sulle tasse in Gran Bretagna. La denuncia è partita dopo un articolo del Sunday Times: il quotidinao inglese ha ingaggiato un esperto per fare un po’ di calcoli sui versamenti all’erario. Si tratta di una storia in cui si intrecciano finanza e paradisi fiscali. Nel 2007 “Big G” ha raggiunto un fatturato di 1,25 miliardi di sterline (circa 1,4 miliardi di euro) in Inghilterra: il 90 per cento del ricavato, però, è arrivato nella vicina Irlanda. Perché? La pressione fiscale è più bassa: le società nel Regno Unito versano il 28 per cento alle casse della regina Elisabetta, più del doppio rispetto a quelle irlandesi, favorite da un regime privilegiato al 12,5 per cento. Così Google ha staccato un assegno di 600mila sterline per l’agenzia inglese delle entrate: eppure, secondo il Sunday Times, avrebbe dovuto versare circa 100 milioni di sterline. Ma l’inchiesta tra i conti del motore di rcerca non finisce qui. A Dublino “Big G” avrebbe risparmiato 135 milioni di euro. Come? La filiale irlandese era controllata da una società con sede alle Bermuda. Dove notoriamente l’attenzione per la tassazione è più blanda.

Google, però, continua a soprendere le borse. La maggior parte delle società hitech sono costrette a perdite e a massicci tagli del personale, soprattutto nei settori della produzione materiale, dalla telefonia all’informatica. La società fondata da Sergey Brin e Larry Page, invece, ha guadagnato l’8,9 per cento negli ultimi quattro mesi alla borsa di New York: un’azione vale 408 dollari. A sostenere i risultati economici sono stati gli annunci pubblicitari online (Adsense) che non hanno risentito della tempesta nel settore hitech.

Il VIDEO servizio:

Paradisi fiscali, un forziere globale da 11mila miliardi di dollari

Le fortezze impenetrabili del segreto bancario sono nel mirino dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: le new entries nella lista nera finora sono Malaysia, Costa Rica e Filippine. Marcia indietro sull’Uruguay, prima aggiunto all’elenco e poi ritirato. Il giro d’affari dei paradisi fiscali è di circa 11mila miliardi di dollari: più del doppio di quanto i governi di tutto il mondo stanzieranno nei prossimi due anni per trascinare i propri Paesi fuori dalla crisi (qui il report). Un forziere distribuito tra oltre 40 roccaforti delle agevolazioni finanziarie sparse nel mondo, divise fra ‘neri’, ‘grigi’ e ‘grigio chiaro’, a seconda delle modalità con cui vengono rispettati gli standard fiscali internazionali. Secondo Tremonti, la lista stilata dall’Ocse rappresenta solo un inizio, perché quello utilizzato dall’organizzazione è “un criterio empirico ma non sarà l’unico”.

Anche se stilare cifre precise sui fondi che affluiscono ai paradisi fiscali è estremamente difficile (tanto che le stime Ocse variano da un minimo di 1.700 miliardi fino ad un massimo di 11.500 miliardi), il fenomeno ha nel tempo assunto dimensioni preoccupanti: come emerge dal recente annuncio del Senato degli Stati Uniti, secondo il quale ogni anno il fisco a stelle e strisce potrebbe perdere circa 100 miliardi di dollari, a tutto vantaggio dei paradisi fiscali. Senza contare che Christian Aid, una delle maggiori agenzie per lo sviluppo nel mondo, ha dichiarato nei giorni scorsi che la fuga di capitali verso i paradisi fiscali costa ogni anno ai paesi in via di sviluppo circa 160 miliardi di dollari, molto di più di quanto ottengano dagli aiuti umanitari.

Basta un veloce giro su Google per capire quanto sia esteso il problema, con siti che propongono investimenti mirati in determinati paesi del mondo, elencando le ’specialità della casa’ di ogni singolo Stato o di singole località, ad esempio l’Isola di Man o Campione d’Italia che ricorrono spesso fra le mete più consigliate. Se infatti, secondo l’Ocse, un paradiso fiscale è un luogo caratterizzato da tassazione nulla o minima, da una totale assenza di trasparenza finanziaria e dal rifiuto di fornire informazioni alle autorità fiscali internazionali, i ‘tax havens’ finiscono poi per differire molto uno dall’altro. Da chi offre la possibilità di aprire conti correnti senza l’obbligo di residenza a chi consente l’avvio di società senza alcun capitale di partenza, fino a chi permette la nascita di attività di intermediazione bancaria, assicurativa in totale deroga ai principi internazionali (all’interno dei cosiddetti fondi off-shore).

La lista nera. Singapore, Svizzera, Hong Kong, Bahamas, Andorra, le isole Cayman Islands e il principato di Monaco restano i nomi più famosi, ma sono fra i Paesi che hanno accettato e sottoscritto accordi per il rispetto degli standard fiscali, senza peraltro applicarli sinora. Nella lista nera dell’Ocse rimangono quindi Costa Rica, Filippine e l’isola Labuan della Malaysia: la prima è specializzata in società che consentono di aggirare la limitazione imposta alle banche nazionali di non accettare valute estere; l’ultima prevede una tassazione massima di 4.200 euro a prescindere dall’utile conseguito da società o persone fisiche, che comunque non hanno alcun obbligo di fornire le proprie generalità. I Paesi finiti nel mirino dell’Ocse, però, non ci stanno e fanno sentire la propria voce: se San Marino e Monaco si dicono “soddisfatti” per non essere stati inclusi nella lista nera, “la Svizzera non è un paradiso fiscale, rispetta sempre i propri impegni ed è disposta al dialogo”, afferma il ministro delle Finanze, Hans-Rudolf Merz, mentre il governatore della Banca centrale dell’Uruguay, Mario Bergera, sottolinea la “solidità” e la “serietà” del sistema finanziario del Paese.

Gli Stati Uniti. Che il Delaware sia una sorta di paradiso fiscale lo sanno benissimo gli americani: quasi la metà delle società quotate a Wall Street e al Nasdaq hanno la sede nello Stato del vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden, per pagare meno tasse locali, non essendo gli utili imponibili. Che il piccolo Stato a sud della Pennsylvania offra grossi vantaggi alle società offshore, presentandosi come una alternativa alle isole Cayman o alle Bermuda, sono in meno a saperlo, ma chi opera nel settore ne è al corrente da tempo. Stabilire una società offshore nel Delaware permette infatti di non pagare quasi un centesimo di imposte a parte bassissime tasse sulla concessione e sul deposito.

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Cassaforte

Rare sono le volte in cui un vertice internazionale riesce ad attrarre l’attenzione dell’intero pianeta, e ancora più rare sono le volte in cui il medesimo vertice riesce a portare a casa almeno un risultato tangibile rispetto ai proclami sventolati tra i media alla sua vigilia. Su entrambi i fronti, il Summit del G20 in programma a Londra il 2 aprile per lanciare un’azione coordinata contro la crisi e rifondare il sistema finanziario, può già ritenersi un successo. Certo, è ancora troppo presto per dire se questo vertice entrerà di diritto nella Storia, ma è altrettanto certo che una vittoria i leader delle venti nazioni economicamente più potenti del mondo se la sono già aggiudicata. Al termine di un braccio di ferro durato settimane, Stati Uniti, Francia, Germania e Regno Unito hanno finito per mettere le mani su una realtà finanziaria diventata simbolo di tutte le derive dell’attuale sistema economico: i paradisi fiscali. In nome della concorrenza imprenditoriale, della libera circolazione dei capitali e della necessità di ridurre al minimo l’intervento dello Stato nell’economia di mercato, dagli anni ‘80 i paradisi fiscali sono diventati roccaforti inespugnabili. Ma con la crisi economica, i governi si sono accorti della necessità di regolare queste piazze finanziarie situate ai margini del sistema. Al di là dell’ostilità crescente dell’opinione pubblica, gli Stati occidentali attualmente costretti a prelevare centinaia di milioni di euro dalle casse pubbliche per rilanciare la loro economia, non possono più tollerare la presenza di “buchi neri fiscali” che alimentano la fuga di capitali consentendo a grandi fortune, banche e multinazionali di pagare meno tasse. Se per gli Stati Uniti il mancato guadagno ammonterebbe a circa 100 miliardi di dollari, l’evasione fiscale costerebbe alla Germania 30 miliardi di euro e 20 miliardi a testa a Francia e Regno Unito. Una bella botta, e meritata se è vero secondo quanto sostengono alcuni analisti che ognuno di questi paesi ha coltivato per anni legami stretti con paradisi fiscali: Isole Bermude e Stato del Delaware per gli USA, Andorra e Monaco per la Francia, le Isole anglo-normanne (Jersey e Guerseney) per la Gran Bretagna, Svizzera, Lichtenstein e Lussemburgo per la Germania, al quale si aggiungono Hong Kong e Singapore per la Cina. Ma l’affiliazione è per la verità molto più trasversale sul piano geografico. La maggioranza delle multinazionali quotate in borsa possiedono filiali in paradisi fiscali. È il caso delle grandi imprese francesi iscritte al CAC 40 (il listino borsistico di Parigi), che detengono 1.470 filiali in territori ‘extrafiscali’. In Italia, si calcola che oltre il 50% delle aziende iscritte sul listino di Piazza Affari, nonché il 25% dei gruppi bancari, possiedono una partecipata in un paradiso fiscale.

Di fronte all’entità del fenomeno, ecco un “viaggio” tra i paradisi fiscali per capirne meglio l’identità, la dimensione e il modo con cui combatterli.
Quanti sono. Secondo una Black List pubblicata a metà marzo dall’Organizzazione della cooperazione e dello sviluppo economico (Ocse), nel mondo ci sono 46 paradisi fiscali. Si va dai fazzoletti di terra noti per accogliere centri urbani ridotti a una via centrale costellata da migliaia di buste lettere (è il caso delle Isole Cayman) allo Stato del Delaware, passando per la Svizzera e paesi ‘insospettabili’ della zona UE (Belgio e Austria) che hanno fatto del segreto bancario uno strumento irresistibile per banche e multinazionali.
Peso finanziario. Il loro peso finanziario varia dai 1.700 miliardi di dollari calcolati nel 2000 dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) ai 11.500 miliardi stimati dalla Rete mondiale per la giustizia fiscale nel 2005. Questi attivi finanziari vedono in prima linea 4.000 banche, 2.000 fondi speculativi e circa 2 milioni di società fittizie. Si calcola che oltre il 50% dei flussi finanziari del pianeta transitano per i paradisi fiscali.
Cosa sono. Sotto questo vocabolo si nascondono non soltanto dei paesi dotati di un regime fiscale vantaggioso, se non addirittura inesistente, ma anche dei centri finanziari meglio noti come “offshore”. In senso stretto, appartengono alla categoria dei paradisi fiscali quei paesi e territori che accolgono non-residenti (individui, imprese) che vogliono fuggire alle tasse di un paese terzo. I non-residenti finiscono per ottenere un regime fiscale simile a quello dei residenti, se non più vantaggioso. Gli offshore (letteralmente “lontano dalle coste”) invece sono composti da Stati e territori che accolgono banche, compagnie di assicurazione e gestionari di fondi (special modo gli hedge funds, i fondi speculativi), senza disporre né imporre nessun tipo di regole fiscale. In questo caso, il regime amministrativo si applica all’attività economica prodotta sul territorio degli offshore. A un’impresa basta quindi aprire una semplice casella postale e creare cosi’ una società fittizia con lo scopo di nascondere il proprietario o il benefeciario di determinati beni con motivi che vanno dal riciclaggio di denaro sporco all’occultamento di proprietà. Riassumendo, come sottolinea Le Monde, “se i paradisi fiscali non sono tutti dei ‘paradisi regolamentari’, al contrario i centri finanziari offshore sono nella maggior parte del caso dei paradisi fiscali”.
Come identificarli. Secondo l’Ocse, tre parametri accomunano i paradisi fiscali: una tassazione nulla o molto bassa; la poca trasparenza e sopratutto la scarsa volontà di comunicare la benché minima informazione fiscale a un’autortià straniera. L’Ong Trasparency International ha aggiunta due altri parametri: i paradisi sono solitamente paesi dotati di una buona stabilità politica ed economica; hanno poi in comune un segreto bancario inviolabile, il che ne fa anche dei “paradisi giudiziari”.
Come colpirli. Questo il cuore del problema. Molti si sono sorpresi di vedere affiancati nella lista nera stilata dall’Ocse veri e propri buchi neri della finanza internazionale come le Isole Cayman, e la Svizzera, ardua difensore del segreto bancario ma irritata - e riprendiamo le parole del ministro degli Affari esteri svizzero, Micheline Calmy-Rey - all’idea di essere assimilata a “un paradiso fiscale”. In realtà, includendo nel gruppo dei paradisi fiscali quei paesi arroccati al segreto bancario, la presidenza britannica del G20 ha voluto colpire i governi europei che da sempre rifiutono qualsiasi collaborazione per lo scambio di informazioni fiscali con paesi terzi. In cambio della promessa di non essere iscritti sulla nuova Black list dei paesi “non cooperanti” che verrà pubblicata durante il Summit di Londra, prima il Belgio e l’Austria, e poi la Svizzera si sono piegati alle esigenze del G20 dicendosi aperti a collaborare (gli svizzeri solo “caso per caso”). Un altro successo è stato quello incassato con Andorra, il cui premier liberale, Albert Pintat si è impegnato a favore dell’approvazione entro novembre 2009 di un progetto di legge che prevede la fine del segreto bancario nel quadro di accordi bilaterali di scambi di informazioni fiscali con altri Stati. Ma per gli Stati Uniti non basta. A Londra, il presidente Barack Obama proporrà ai membri del G20 un sistema di valutazione sulla conformità di ogni paese alle regole internazionali in materia fiscale, di regulation e di riciclaggio di denaro sporco. “Tuttavia” ricorda Le Monde, “il G20 dovrà fare i conti con Brasile, India, Russia e Cina”, alcuni dei quali contrari alla creazione di una lista nera di ‘paesi canaglia’. La partita contro i paradisi fiscali non è ancora chiusa.

Allarme Cgil: salari fermi dal 1993 e tasse in crescita

Una busta paga

Buste paga che non lievitano. Salari netti fermi. Dal 1993.
È quanto evidenzia il nuovo rapporto dell’Ires-Cgil, secondo cui il fisco in 15 anni ha beneficiato di guadagni di produttività calcolati in 6.738 euro per ciascun lavoratore, in termini di potere d’acquisto, tra la mancata restituzione del fiscal drag (aumento delle tasse in relazione ala crescita dell’inflazione) e l’aumento della pressione fiscale. In totale allo Stato sono arrivati 112 miliardi di euro dal ‘93 al 2008.
Secondo la Cgil, se fosse stato applicato l’accordo separato sugli aspetti contrattuali del 22 gennaio scorso, dal 1993 al 2008, in aggiunta alla perdita fiscale i lavoratori avrebbero perso altri 6.587 euro di potere d’acquisto. La proposta del sindacato guidato da Guglielmo Epifani rivolta al governo è che vengano erogati 100 euro medi di aumento mensile in busta paga, aumentando le detrazioni fiscali per lavoratori dipendenti, pensionati e collaboratori. Ciò, dice la Cgil, dovrà avvenire da gennaio 2010 e dunque dovrà essere previsto nella prossima manovra economica. Sempre secondo i dati diffusi dall’istituto di ricerca della Cgil, dal 1995 al 2006 i profitti netti delle maggiori imprese industriali sono cresciuti di circa il 75% a fronte di un aumento delle retribuzioni di solo il 5%. E ancora: in base alle dichiarazioni dei redditi presso i Caf Cgil, si ha che circa 13,6 milioni di lavoratori guadagnano meno di 1.300 euro netti al mese. Circa 6,9 milioni meno di mille, di cui oltre il 60% sono donne. Oltre 7,5 milioni dei pensionati prende meno di mille euro netti mensili.
Il reddito disponibile famigliare fra il 2000-2008 registra così una perdita di circa 1.599 euro nelle famiglie di operai e 1.681 euro nelle famiglie con “capo famiglia” impiegato a fronte di un guadagno di 9.143 euro per professionisti e imprenditori. Riguardo alla cassa integrazione, un lavoratore a “zero ore” per un mese vede il suo stipendio abbassarsi dai 1.320 euro netti in busta paga ad appena 762 euro; una lavoratrice in Cig, sempre a zero ore, con uno stipendio mensile di 1.100 euro netti passerà a 634 euro netti. Dall’analisi dei dati Istat - sempre secondo la Cgil - emerge come le retribuzioni di fatto dal 2002 al 2008 abbiamo accumulato una perdita del potere di acquisto pari a 2.467 euro, di cui circa 1.182 di mancata restituzione del drenaggio fiscale.

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