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Telecom-Italia
I problemi degli operatori alternativi alla Telecom Italia «sono dovuti all’invecchiamento della rete», come sostiene l’amministratore delegato della Vodafone Paolo Bertoluzzo, oppure la rete «è eccellente», come dice il capo della Telecom Franco Bernabè? E gli interventi di riparazione «avvengono in ritardo», come dice il numero uno della Vodafone (fino a 6 giorni e 20 ore, come rincara la Fastweb, che ha addirittura comprato delle pagine pubblicitarie per farlo sapere), oppure no? Si potrebbe continuare a lungo con questo giochetto che mette a confronto le dichiarazioni infuocate dei concorrenti della Telecom e quelle dell’ex monopolista delle telecomunicazioni. Una polemica che dura da sempre e che si riaccende ogni volta che si parla di rete in fibra ottica.
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Una ragazza al telefono
2,8 milioni di euro di sanzioni. Le ha inflitti l’autorità per le garanzie nelle comunicazioni, nei confronti degli operatori telefonici. Le sanzioni riguardano Vodafone (1,68 milioni), Telecom Italia (536mila), Opitel (348mila), Bt Italia (120mila) e Eutelia (120mila).
L’Agcom in una nota spiega che nell’ambito della sua attività a tutela dei consumatori, ha concluso negli ultimi mesi una serie di procedimenti diretti a verificare la corretta osservanza da parte degli operatori telefonici delle norme in tema di portabilità del numero, servizi non richiesti, indici di qualità.
La multa più salata è quella di Vodafone a causa della “violazione delle norme relative alla mobile number portability”. In particolare, spiega l’Agcom, la sanzione è composta da 1,440 milioni “per aver illegittimamente ostacolato le richieste di trasferimento di utenti verso operatori concorrenti” e di 240mila euro “per aver utilizzato in modo improprio i dati dei clienti che avevano chiesto la portabilità del numero verso un altro operatore”.
Cinquecentotrentaseimila euro è invece la sanzione a Telecom Italia “per diverse violazioni della normativa a tutela dei consumatori: 240.000 euro” aggiunge la nota AgCom “per aver utilizzato in modo improprio i dati dei clienti che avevano chiesto la portabilità del numero verso un altro operatore; 180.000 euro per aver addebitato servizi a sovrapprezzo non richiesti; 116.000 euro per il mancato raggiungimento degli obiettivi di qualità stabiliti per l’anno 2007, sia per quanto riguarda il tasso di malfunzionamento delle linee di accesso più alto del dovuto, sia per i tempi di riparazione dei guasti superiori a quelli previsti; 348.000 euro a Opitel per aver attivato servizi non richiesti ad utenti che si ritrovavano, senza saperlo, ad essere clienti della società; in questo caso l’Autorità non ha ritenuto sufficiente la proposta di impegni presentata dall’operatore, in quanto non conteneva alcuna modifica migliorativa rispetto agli obblighi già imposti dalla normativa di settore a tutti i gestori; 240.000 euro complessivi (120.000 ciascuno) a BT Italia ed Eutelia per la violazione” conclude la nota “della normativa sui servizi a sovrapprezzo”.

Telecom Italia starebbe pensando di vendere per 7 miliardi di euro Tim Brasil alla spagnola Telefónica. Questo, in sintesi, riportava mercoledì 26 novembre Il Sole 24 Ore, ripreso dall’agenzia di stampa iberica EFE, senza tuttavia citare fonti ufficiali.
La notizia ha avuto conseguenze immediate nel Paese del Samba dove le azioni di Tim Brasil hanno registrato in 24 ore un rialzo di oltre il 25%. “Per capire gli accordi, spesso complicati e borderline, del mercato delle TLC brasiliano”, raccontava qualche mese fa un’ex alto dirigente Telecom, “bisogna guardare gli andamenti in borsa delle azioni. È così che fanno i soldi gli speculatori”.
Gli analisti brasiliani hanno accolto i rumors provenienti dall’Italia sulla vendita di Tim Brasil a Telefónica con notevole scetticismo a detta della rivista verde-oro Teletime, specializzata in TLC e ritengono che quando l’informazione sarà smentita il prezzo delle azioni dovrebbe cadere rapidamente.
Il Sole 24 Ore, comunque, informava che la possibilità della vendita di Tim Brasile a Telefónica sarà valutata in una riunione del CdA di Telecom Italia il prossimo 2 dicembre. Rapidamente la notizia ha fatto il giro del mondo, mentre Tim Brasil e Telefónica preferivano non commentare le indiscrezioni. Off the record, tuttavia, fonti di alto livello di Telefónica in Brasile si sono dette sorprese di tali rumors e hanno detto di non avere ricevuto alcuna informazione ufficiale.
I motivi per cui gli analisti brasiliani non credono che questa operazione avrà luogo sono parecchi. Il primo è che, nonostante i risultati non così positivi di quest’anno, Tim Brasil rappresenta un attivo pregiato per Telecom Italia e non avrebbe senso liberarsene in piena crisi, a meno di non riuscire a vendere ad un prezzo elevato. Sul versante Telefónica, del resto, è poco probabile che la multinazionale iberica voglia uscire da Vivo, importante operatore di telefonia mobile sullo scoppiettante mercato brasiliano, per restare con Tim dal momento che, sempre secondo gli analisti verde-oro, Vivo rappresenta un attivo più interessante che Tim. L’unico problema è la relazione spesso difficile di Telefónica con il suo socio Portugal Telecom, ma anche se gli spagnoli decidessero di disfarsi della Vivo, difficilmente i lusitani avrebbero i soldi per comprarla.
Insomma, ciò che sostengono gli analisti brasiliani è che per Telefónica l’acquisto di Tim avrebbe senso solo nel caso riuscisse a mantenere la sua posizione in Vivo, “e nel caso dovrebbe vincere le resistenze sia dell’Anatel, l’ente regolatore del mercato delle TLC brasiliane, che del Cade (Consiglio Amministrativo di Difesa Economica), cosa ancora più difficile” spiega a Teletime Eduardo Roche del Banco Modal. A differenza di Oi (telefonia mobile) e Brasil Telecom (telefonia fissa), che non sono diretti concorrenti, Vivo e Tim operano nello stesso settore e assieme deterrebbero più del 50% del mercato brasiliano dei cellulari e, secondo l’analista Luciana Leocádio, l’ok del governo verde-oro in questo caso sarebbe assai più difficile che in quello della fusione Oi Brasil Telecom.
Come andranno veramente le cose, tuttavia, lo sapremo solo dopo il vertice di Telecom Italia, il prossimo 2 dicembre.
“Lo schema di collaborazione è aperto a tutti gli operatori interessati”
(Nota di Telecom Italia sull’accordo con Fastweb per la costruzione della rete fissa di nuova generazione).
Voleva dire:
“Aiutateci, per piacere”

Telecom Italia spinge sull’accelleratore del risanamento dei conti. Dopo aver messo in vendita Alice France, è la volta di un’altra controllata, Telecom Italia Sparkle, la società che possiede e gestisce la grande infrastruttura di cavi sottomarini in fibra ottica. Si tratta di 375 mila chilometri di cavi che collegano l’Europa all’America Latina, agli Usa e a una parte dell’Asia, India, in particolare. Inoltre controlla la società che gestisce il servizio telefonico nella Repubblica di San Marino. Telecom Italia Sparkle è stata creata nel 2003 e nel 2005 ha realizzato un fatturato di circa 2 miliardi di euro con un’Ebitda di 276 milioni di euro. Numeri che autorizzano a immaginare un valore complessivo dell’azienda di circa 1 miliardo di euro.
Telecom, interpellata, ha dichiarato di non voler commentare voci di mercato. Da un’ipotesi iniziale di vendere l’intera partecipazione, nelle ultime settimane Telecom Italia ha deciso di verificare la disponibilità di investitori finanziari di entrare in Sparkle con una quota di minoranza, fino, cioè, al 49 per cento. Tra i fondi che hanno manifestato il loro interesse di massima per l’operazione c’è Apax, lo stesso fondo che ha avanzato una proposta per entrare in Weather, la finanziaria che controlla la società telefonica Wind di Naguib Sawiris.
L’attenzione di Apax, così come quella di altre istituzioni finanziarie, è concentrata non tanto e non solo sul valore dell’azienda, quanto piuttosto sul tipo e sulla durata del contratto che legherà la società alla Telecom Italia, ossia: per quanto tempo e a che prezzo Telecom Italia pagherà la sua ex controllata per far transitare sui cavi sottomarini il traffico telefonico generato in Italia e diretto in Italia? Complessivamente nel 2005 su questi cavi sono transitati 13,7 miliardi di minuti di traffico voce.
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Il rito “bizantino” del rinnovo dei vertici di Telecom Italia si sta avviando rapidamente a conclusione: stamattina il comitato nomine di Mediobanca, in “sintonia” con il consiglio di gestione, ha indicato “ufficialmente” Franco Bernabè come amministratore delegato della società e Gabriele Galateri di Genola come Presidente. Adesso tocca al consiglio di amministrazione di Telecom Italia, che secondo fonti coinvolte nell’operazione, “potrebbe essere convocato domani o al massimo dopo domani mattina”.
Le indicazioni sono state svelate da Vincent Bollorè, azionista di piazzetta Cuccia e membro del comitato nomine, dopo la riunione dell’organo, tenutasi a piazza Affari. Il consigliere di Mediobanca ha affermato che nel corso del comitato nomine di Mediobanca non si è discusso della vicepresidenza di Telecom Italia: “Abbiamo parlato solo di presidente e Ad che erano i due soli quesiti posti”.
Mediobanca, assieme a Telefonica, Generali, Intesa SanPaolo e i Benetton, è azionista di Telco, la società che detiene il 23,6% di Telecom Italia. La Borsa ha reagito subito positivamente: il titolo sale dello 0,93% a 2,18 euro. Negli ultimi tre mesi, malgrado le turbolenze sui mercati finanziari, il titolo Telecom è salito del 6,32% mentre negli ultimi anni è stato protagonista di una performance negativa.
Il VIDEO servizio:
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Telecom deve aspettare ancora un po’ prima di avere una nuova guida. La scelta dei nuovi vertici Telecom ‘’sarà fatta nelle prossime settimane” ha detto Gilberto Benetton consigliere e socio di Telco, ”entro fine mese”. Intanto entrano nel board per cooptazione il presidente di Telefonica Cesar Alierta e il direttore generale Julio Linares.
Pur senza novità di rilievo è stata una lunga giornata cominciata a metà mattina con la riunione dei consiglieri indipendenti. Hanno voluto fare il punto, prima che si riunisse il cda. Al centro della discussione il riassetto dei vertici preannunciato dai nuovi soci ma ancora non realizzato.
”Non bisogna prendere decisioni affrettate perché si tratta della maggiore società del paese” ha detto Gilberto Benetton prima che arrivasse in Piazza Affari. ”In ogni caso una settimana in più o in meno - ha spiegato - non fa la differenza, si tratta di una decisione importante e poi l’attuale management sta facendo bene, la società non è bloccata”.
I conti, secondo Benetton sono ”discreti”. I primi nove mesi del 2007 si sono chiusi con un risultato netto consolidato pari a 2.220 milioni di euro (-6,6% rispetto al 2006), superiore alle attese delle banche d’affari. Eliminando gli effetti netti generati dalle cessioni di partecipazioni e dalle ‘discontinued operations’ risulterebbe invece una crescita del 4,3 per cento.
I ricavi sono cresciuti dello 0,4% a 23.207 milioni di euro, l’ebitda è stato pari a 9.433 milioni di euro (-3,6%) e il risultato operativo pari a 5.138 milioni di euro (-8,6%). I margini, sottolinea la nota ‘’sono migliori rispetto ai target per l’intero anno 2007” (ebtida margin al 41,3% ed ebit margin al 22,8%). ”Le previsioni di una trimestrale positiva sono state confermate - ha commentato Luigi Fausti - e in tempi come questi è già positivo”.
Questo però era solo il primo punto all’ordine del giorno del lungo cda, durato oltre 4 ore, affrontato il quale Benetton ha lasciato la riunione. Anche Renzo Capra, consigliere indipendente eletto nella lista di Holinvest, e Gaetano Micciché, rappresentante di Intesa Sanpaolo sono usciti prima, intorno alle 17. ”Andrà per le lunghe” aveva previsto Benetton che uscendo da Piazza Affari è entrato nella sede di Pirelli, che si trova al di là della strada, uscendone poco dopo. L’ultimo punto trattato è stata la cooptazione di Alierta e Linares al posto dei dimissionari Carlo Puri Negri e Claudio De Conto, ultimo atto del passaggio di testimone tra Pirelli (che pur resta azionista con una piccola quota 1,36%) e, secondo quanto riferito all’uscita da un consigliere solo allora i due rappresentanti spagnoli sarebbero entrati nella sala del consiglio.