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Internet bluff: la verità di Caio sulla banda larga

Rete telefonica

“Portare l’Italia verso la leadership europea nella banda larga”; in breve, rapporto Caio. Ecco il documento che ha fatto tremare il vertice della Telecom e che svela alcune verità taciute sul reale stato della rete internet in Italia. Il documento è stato redatto da Francesco Caio (dal quale prende il nome), che è uno dei massimi esperti italiani di telecomunicazioni: ex amministratore delegato della Omnitel, poi imprenditore in proprio con la Netscalibur, infine capo della britannica Cable & Wireless.

A Caio già il governo britannico commissionò, nel 2008, uno studio per conoscere lo stato della rete e le strategie da adottare per fare compiere al Regno Unito il necessario salto verso l’innovazione tecnologica, a partire dalle telecomunicazioni. Lo stesso incarico gli è stato affidato a fine 2008 dal governo italiano. Ma i risultati del rapporto (105 pagine fitte di numeri e tabelle) non sono mai stati resi pubblici, tranne alcune indicazioni generali. Panorama si è procurato una copia del rapporto: ecco che cosa contiene.
Lo studio si concentra sulle due tecnologie principali: internet ad alta velocità con la tecnologia adsl (che utilizza i cavi in rame) e quella con la fibra ottica (assai più innovativa e veloce). Partiamo dall’adsl. La prima brutta sorpresa si trova a pagina 37: i dati riguardanti la copertura della rete in banda larga in tecnologia adsl sono decisamente sovrastimati. “Se calcolata sulla base della popolazione telefonica allacciata a centrali abilitate alla banda larga” scrive Caio “la copertura del servizio risulta superiore al 95 per cento” che dovrebbe salire al 97 alla fine del 2010. Il problema è che in molte zone d’Italia la “banda larga” viaggia ad appena 1 megabyte, velocità troppo bassa per garantire l’internet veloce. Quindi Caio rifà i conti e afferma: “Eliminando le zone dove la copertura non è disponibile per problematiche tecniche o dove il servizio è solo marginale (banda minima inferiore a 1 Mb), la popolazione in digital divide (che non ha accesso a internet veloce, ndr) sale al 12 per cento, pari a 7,5 milioni di cittadini”.
Come reagire a questa situazione? Come è già filtrato tempo fa, Caio suggerisce, in varie forme, lo scorporo della rete infrastrutturale della Telecom Italia guidata da Franco Bernabè.
Riguardo agli investimenti Caio scrive che “i piani in essere non sembrano chiudere il gap tra la situazione attuale e un obiettivo di copertura universale in tempi ragionevolmente brevi”. Quindi, “in questo contesto un intervento di finanza pubblica sembra indispensabile per estendere la rete in aree in cui la bassa densità non giustifica l’investimento dei gestori”.
Nel dossier è stato calcolato che, volendo assicurare una velocità minima di 2 Mb per il 99 per cento della popolazione entro il 2011, l’investimento necessario sarebbe di 1,2-1,3 miliardi di euro (700 milioni per sviluppare la rete fissa, 600 per quella mobile) se i lavori iniziassero entro giugno di quest’anno.
A questo punto nasce il problema su chi dovrebbe realizzare un’opera così importante. Caio suggerisce di sceglierlo attraverso una gara. Ma una gara un po’ particolare, ovvero attraverso la suddivisione del territorio in aree per ognuna delle quali mettere a gara la copertura stabilendo un tetto massimo di finanziamento pubblico. “Vince la gara l’operatore o il consorzio che richiede l’ammontare minore di finanziamento pubblico”.
Non manca una felpata critica all’autorità di regolamentazione. Caio infatti suggerisce all’organismo guidato da Corrado Calabrò di “pubblicare trimestralmente la qualità del servizio erogato dai vari gestori e provider (banda, tempi di risposta, ecc..) anche per aiutare clienti e gestori a focalizzarsi non solo sul prezzo più basso ma anche sul rapporto prezzi/prestazioni”.

Gli investimenti sulla banda larga

I problemi crescono se si parla di copertura dell’Italia in fibra ottica: “La velocità di investimento osservata non appare sufficiente per assicurare al Paese una posizione di leadership internazionale”; “non sembrano esserci motivi perché i gestori accelerino i piani annunciati, e anzi la crisi economica rischia di rallentare domanda e investimenti”; “esiste il rischio di fare troppo affidamento sulla rete in rame i cui limiti strutturali verranno sicuramente testati nei prossimi anni”.
Il risultato è che, per quanto riguarda la qualità dell’infrastruttura, “l’Italia è tra i paesi alla rincorsa, tra gli ultimi posti in Europa” ed “è difficile vedere come Telecom possa decidere di accelerare i suoi piani razionalmente ispirati alla logica economico-finanziaria della prudente gestione”.
Anche perché da una parte i clienti non sembrano essere disposti a pagare di più per essere collegati con la fibra ottica, dall’altra la Telecom insegue “obiettivi di riduzione dell’indebitamento” ed è interessata “ad allungare la vita utile della rete in rame in presenza di una limitata concorrenza infrastrutturale tra gestori (recente accordo Fastweb-Telecom Italia per condividere l’infrastruttura di rete)” e, infine, “nessun altro gestore ha annunciato piani di investimento in fibra”. Tanto è vero che, fa notare il dossier, “nel 2008 Telecom Italia ha annunciato piani di investimento per lo sviluppo di una rete in fibra anche se i piani sono stati rivisti in riduzione per gli anni 2009 e 2010″. E non di poco. Come si vede nella tabella pubblicata nella pagina precedente, nel 2010 si spenderanno 700 milioni meno di quelli previsti nel piano dell’anno scorso.
Conclusione: se non si vara un imponente piano di investimenti, “la competitività del sistema paese si eroderà giorno per giorno e senza strappi percepibili”, come è scritto nello studio Nemertes (novembre 2007) che Caio cita. Anche nel caso della fibra ottica occorre un poderoso piano di investimenti pubblici che “non sarebbe una contribuzione a fondo perduto ma l’investimento in una infrastruttura essenziale la cui vita è utile per decenni”.
La somma necessaria complessivamente ammonterebbe, secondo uno studio della Alcatel-Lucent citato nel rapporto, a 10,4 miliardi: 2,2 per dotare di fibra i 5,5 milioni di cittadini che vivono nelle aree urbane e ancora non la hanno, 7,2 per i 14,3 che vivono in aree suburbane e 1 miliardo per chi vive in aree rurali. I vantaggi? Molti: occupazione, competitività, ritorno degli investimenti pubblici, leadership europea nella fibra ottica.
Caio abbassa leggermente questa previsione: si tratta di spendere 10 miliardi in 5 anni per collegare 10 milioni di famiglie. Oppure, se si scegliesse l’opzione meno ambiziosa, 5,4 miliardi per servire 4,3 milioni di famiglie. Ma che debbano essere soldi pubblici Francesco Caio non ha il minimo dubbio.
Il piano di copertura in fibra della telecom

Sat Expo Europe: quando il business è spaziale. Ecco una via per uscire dalla crisi

Un satellite in orbita

“L’Italia è il quarto paese in Europa, il settimo al mondo per investimenti nel settore aerospaziale, e ha generato nel 2007 12 miliardi di euro di fatturato. Nel 2008, poi, oltre il 50 per cento di questo fatturato è stato generato da esportazioni”. Il dato è stato annunciato da Adolfo Urso, sottosegretario allo Sviluppo economico, in apertura di Sat Expo Europe, alla Nuova Fiera di Roma, dal 19 al 21 marzo. “Quando si parla di spazio, sviluppo e sicurezza sono due facce della stessa medaglia”, aggiunge Urso. “Questo settore rappresenta un nuovo, grande fattore di crescita per l’Italia e può essere una chiave certa contro la crisi con ricadute indubbie per tutta l’economia italia”.

Nei prossimi cinque anni si prevede una crescita del 30 per cento delle applicazioni integrate che combinano i servizi forniti dai satelliti per osservazione della Terra, navigazione, telecomunicazioni e banda larga. Il dato positivo è il segnale di “una nuova epoca di applicazioni integrate di seconda generazione”, ha detto il presidente della rassegna, Paolo Dalla Chiara. “Il mercato mondiale dei servizi satellitari è di circa dieci miliardi di dollari, ma finora questo dato ha riguardato essenzialmente le telecomunicazioni, in particolare la televisione”, aggiunge. La crescita che si prepara sarà soprattutto frutto dell’integrazione dei servizi: ad esempio, i primi satelliti attivi nella banda S, oltre a portare la tv sul telefonino potranno dialogare con altri sistemi come il Gps e il sistema di navigazione satellitare europeo Galileo.

“L’italia spende più della metà delle risorse dedicate allo spazio per partecipare ai programmi dell’Agenzia spaziale europea, ma dobbiamo focalizzare maggiore attenzione sui satelliti istituzionali e avere maggiori risorse per la ricerca su bande di frequenza superiori a quelle attuali”, sottolinea Enrico Saggese, commissario straordinario dell’Agenzia spaziale italiana. “Fino a questo momento sono stati utilizzati, solo per la navigazione, tutti i 300 milioni di euro stanziati dai precedenti governi, si sta discutendo con l’attuale governo un refinanziamento di oltre 140 milioni di euro”.

Un impegno confermato da Guido Crosetto, sottosegretario al ministero della Difesa che ha parlato di “grande attenzione verso questo settore che produce una ricchezza fino a 5-10 anni fa impensabile e che dovrà diventare nei prossimi 15-20 anni una delle voci costanti di produzione di prodotto interno lordo, mettendo in moto le spese e l’utilizzo pubblico, ma aprendo ancora di più all’industria privata specializzata che in Italia rappresenta un fiore all’occhiello invidiata da tutto il mondo”.

A testimonianza della forte espansione del settore, interessanti i dati forniti da Giuseppe Veredice, amministratore delegato di Telespazio. Nel 2005 la società, che fa parte del gruppo Finmeccanica, ha avuto ordini per 340 milioni di euro per la realizzazione di satelliti geostazionari (ossia di osservazione terrestre), di cui oltre il 90 per cento dal mercato italiano. A distanza di tre anni, nel 2008, gli ordini sono cresciuti a circa 440 milioni di euro con un tasso medio superiore alla crescita di mercato. Nel 2009, le previsioni parlano di una crescita fino al 55 per cento dal mercato italiano e per il restante 45 per cento da quello estero, con una prevalenza degli Emirati Arabi, che hanno effettuato ordini per 180 milioni di euro, Stati Uniti (32 milioni) e Francia, con una quota di mercato vicina all’8 per cento. “Esempio chiaro dell’internazionalizzazione dell’industria italiana che in futuro dovrà puntare dichiaratamente alla scelta di programmi forti e di carattere globale, incrementando le risorse per il comparto spaziale”, ha sottolineato Veredice.

È il momento, fanno capire gli esperti convenuti a Sat Expo, di riflettere sui nuovi assetti geopolitici internazionali e sui vantaggi che i sistemi infrastrutturali spaziali e satellitari possono dare ai problemi urgenti dell’ambiente e del clima, in vista del completamento dei tre più grandi progetti europei destinati a rivoluzionare lo scenario internazionale: Cosmo-SkyMed, costellazione satellitare italiana (2009), la rete satellitare in banda Ka (2010) e il sistema di navigazione satellitare Galileo (2013).
Il futuro, quindi, è appena cominciato.

Una panoramica di Sat Expo Europe

Nuovo vertice alla Fondazione Bordoni

P Antenne
Possono sembrare nomine di serie B. Invece quelle per il consiglio d’amministrazione della Fondazione Bordoni sono tutt’altro che secondarie. La Fondazione è, infatti, il massimo organo tecnico italiano in materia di telecomunicazioni che dà pareri ai vari ministeri, alle Authority e che rappresenta una sorta di stanza di compensazione per le diatribe tra tutti gli operatori del mondo della comunicazione: da quelli televisivi agli operatori mobili. Ecco perché i nomi indicati dalla presidenza del Consiglio, dall’Autorità guidata da Corrado Calabrò e dal ministero dello Sviluppo Economico sono particolarmente delicate. Secondo quanto Panorama ha potuto verificare, infatti, nei giorni scorsi è stata completata la rosa dei nomi che guideranno l’organismo i cui componenti, in seguito alla riforma dello statuto, si sono già dimessi.
Alla presidenza Palazzo Chigi ha indicato Enrico Manca, ex presidente della Rai e presidente dell’Isimm (Istituto per lo studio dell’Innovazione nei Media e per la Multimedialità), che andrà a sostituire Maurizio Dècina. Dall’Authority sono arrivate le candidature di Claudio Leporelli ed Enzo Pontarollo. Il primo è un economista, docente di Ingegneria economico-gestionale alla Sapienza, consulente di lungo corso del ministero delle Comunicazioni insieme al quale gestì due gare per l’assegnazione delle frequenze Gsm. Il secondo è docente di economia industriale alla Cattolica, consulente di diverse aziende di telecomunicazioni. Il ministero guidato da Claudio Scajola (ma le indicazioni si devono al sottosegretario alle Comunicazioni Paolo Romani) ha candidato Giuseppe Richeri, docente all’Università della Svizzera italiana di Lugano dove è anche direttore dell’istituto Media e Giornalismo. Gian Michele Roberti, avvocato, ordinario di diritto comunitario alla Sapienza. E’ l’esperto che ha fatto parte del “collegio di difesa” dell’Italia in numerose procedure d’infrazione aperte dalla Ue come nel caso dell’Alitalia e delle contestazioni alla legge Gasparri sull’editoria. Maria Luisa Sangiorgi, presidente nazionale dei Corecom (comitati regionali per le comunicazioni), e, infine, Vincenzo Zeno Zencovich, ordinario di diritto privato comparato a Roma, giurista, noto per le sue tesi ultra-liberiste nel campo dell’informazione e delle telecomunicazioni.

Accendi la tv c’è Tiscali channel. I piani di Tommaso Pompei

Il numero uno della Tiscali, Tommaso Pompei

di Marco Cobianchi

Un’inversione a U nell’autostrada delle telecomunicazioni italiane. È quella compiuta dalla Tiscali in appena due anni. Nel 2005 era una società in forte perdita, presente in troppi paesi e con un modello di business (telefonia fissa e internet a prezzi bassi) inadeguato. In effetti quando il 31 ottobre di due anni fa il fondatore della società, Renato Soru (ancora oggi maggiore azionista con il 25,5 per cento delle azioni), affidò il timone della sua azienda a Tommaso Pompei (qui il profilo di Wikipedia), sapeva che gli stava dando in mano la società-simbolo della liberalizzazione del mercato delle telecomunicazioni. Ma sapeva anche che era malconcia con perdite per 106,9 milioni di euro (ridotte nel 2006 a 59,7). Oggi Tiscali, come previsto dai piani, si avvia all’utile di bilancio, i clienti crescono al ritmo di 600 mila l’anno (ora sono 5 milioni), i ricavi aumentano del 28 per cento (678 milioni l’anno scorso) e il margine operativo lordo del 44 per cento (100,4 milioni). Ora la società si sta preparando a incassare una valanga di liquidità: oltre ad avere la disponibilità di una linea di credito di 650 milioni fornita da Banca Intesa Sanpaolo e Jp Morgan, sta varando due aumenti di capitale che potrebbero cambiare i connotati al gruppo.
Dottor Pompei, a cosa servono i 220 milioni dell’aumento di capitale della Tiscali spa?
A diverse cose: a finanziare in parte la recente acquisizione della Pipex, che opera nella banda larga in Gran Bretagna, e a sostenere il piano industriale al 2010 che prevede, tra l’altro, il lancio della tv via internet (iptv) e la telefonia mobile.
L’aumento è riservato ai soci. Quelli con una partecipazione rilevante sono: il fondatore Renato Soru, la Deutsche Bank e la fondazione Sandoz. Per l’azionista di maggioranza si tratta di sborsare circa 56 milioni per mantenere inalterata la sua quota. È verosimile?
Lo deve chiedere al dottor Soru che, anche recentemente, come azionista, ha ribadito l’intenzione di accompagnare l’azienda nel suo sviluppo. Da parte mia posso solo dire che è un chiaro segnale della determinazione a raggiungere gli obiettivi e crediamo che chi ha accompagnato la società finora ne debba trarre valore.
Lei è socio di Tiscali?
Sì, ho comprato azioni per 1 milione di euro.
È quindi impossibile che attraverso questo aumento Tiscali possa cambiare azionista di riferimento?
Se qualcuno vuole la Tiscali non deve fare altro che accomodarsi in borsa e comprare lì.
Il fondo d’investimento M&C, di cui Carlo De Benedetti è il maggiore azionista, parteciperà, invece, all’aumento di capitale della controllata britannica che vale il 70 per cento dei ricavi del gruppo. Con che modalità?
Le stiamo valutando. Abbiamo due possibilità non alternative: la prima è un aumento di capitale da 50 milioni che verrebbe sottoscritto dal fondo M&C. Poi, nel caso di una accelerazione dei piani di sviluppo, cioè se emergessero opportunità, è possibile varare un prestito obbligazionario al quale parteciperà M&C.
È possibile che il fondo entri nella Tiscali spa?
Non se ne è mai parlato.
Tra le opportunità che state vagliando c’è anche Tele2. Vi interessa ancora?
In realtà stiamo guardando a tantissime opportunità sia sul mercato italiano sia su quello inglese. Ma per entrare nel nostro radar l’impresa deve poter creare valore in modo significativo e in poco tempo e avere un piano di sviluppo molto credibile. Vedremo.
Come pensate di poter fare concorrenza al leader del mercato dell’iptv, Alice di Telecom Italia?
Un momento, noi siamo diversi. Con l’acquisizione dello scorso anno di Homechoice ci siamo assicurati la piattaforma leader nel mercato dell’iptv che, secondo noi, deve avere tre caratteristiche: i canali lineari, quelli che vediamo già in tv, il video on demand e gli user generated contents, cioè i contenuti prodotti direttamente dai clienti che vogliono partecipare attivamente alla vita della rete. Come su YouTube.
Visto che De Benedetti entrerà in Tiscali Uk è possibile ipotizzare collaborazioni col gruppo Espresso?
Non se ne è parlato fino a ora. Per dare vita a una nuova tv queste collaborazioni sono però auspicabili.
E d’altra parte in Gran Bretagna ha sede l’ultima iniziativa di Silvio Scaglia, Bubblegum, che è un collettore di tv di tutto il mondo.
Quello è un servizio che si può muovere bene all’interno del concetto di iptv che piace a noi.
Che nome avrà la vostra tv?
Ci sono diverse ipotesi. Deciderà un referendum tra i dipendenti.
È favorevole all’ingresso dei concorrenti nella proprietà della rete di Telecom, quando verrà scorporata?
Mi lasci prima di tutto dire che il primo articolo sulla necessità di scorporare la rete lo scrissi io nel 1998. Sono ancora convinto che serva per offrire più servizi a minor costo a favore dei clienti. Quindi, se serve per accelerare il processo, io sono favorevole all’ingresso dei concorrenti nel capitale della società che deterrà la rete di Telecom. Ma i piani di sviluppo e di investimenti siano ben chiari fin dall’inizio.
L’ingresso di Telefónica in Telecom cambierà il quadro competitivo?
No, ma spero che il nuovo azionariato possa dare stabilità al gruppo perché ovunque il mercato delle telecomunicazioni ha come baricentro l’ex monopolista e se il baricentro non è stabile tutto il mercato ne soffre.
È possibile che il bilancio Tiscali 2007 chiuda in utile?
Questo non lo posso anticipare. Posso dire che il piano industriale prevede per il 2008 una generazione di cassa e un utile netto positivo dalle operazioni ordinarie. E noi rispetteremo i target.

Liberalizzazioni anno primo. Cosa resta delle lenzuolate di Bersani?

Un distributore di benzina. Lo sciopero è stata la risposta dei benzinai alle misure esaminate oggi dal Consiglio dei ministri in materia di distribuzione carburanti nell'ambito del pacchetto liberalizzazioni.
L’Istituto Bruno Leoni ha raccolto a Milano uomini d’impresa ed esponenti politici, per parlare di che cosa (e quanto) sia cambiato il capitolo delle liberalizzazioni, a un anno dal decreto Bersani.
L’Ibl ha infatti creato l’indice delle liberalizzazioni, tema tanto caro a tutti i cittadini-consumatori (e alle loro tasche), con una metodologia di carattere quantitativo, mettendo cioè a paragone l’Italia non con un paese idealmente liberalizzato (che neanche esiste), ma con un paese europeo campione in materia (per esempio il Regno Unito, la Svezia o, solo nel trasporto aereo, l’Irlanda).
L’indice si propone di valutare un aspetto particolare della libertà economica, vale a dire “il livello della libertà di iniziativa in alcuni settori chiave dell’economia italiana”. E già da questa breve frase, contenuta nell’introduzione di Carlo Stagnaro, direttore Energia e ambiente dell’Ibl, si capisce cosa si debba intendere parlando di liberalizzazioni: l’assenza di vincoli e barriere a intraprendere, di ostacoli all’ingresso in un determinato mercato e alla sua concorrenza, intralci che nella quasi totalità dei casi sono prodotti dallo Stato. L’istituto torinese ha quindi applicato l’indice a otto settori in cui il decreto del ministro dello Sviluppo avrebbe dovuto liberalizzare il mercato: elettricità, gas, telecomunicazioni, trasporto ferroviario e aereo, poste, professioni intellettuali e lavoro. Il risultato?
L’Italia è un paese liberalizzato a metà: precisamente al 52%. Il motivo? Riforme iniziate ma non terminate, che hanno portato notevoli costi, e pochi benefici.
“Che il cammino parlamentare delle liberalizzazioni sia stato difficile è un dato di fatto”, dice Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, “ma c’è stata grande confusione anche fra tentativi di vera liberalizzazione e provvedimenti invece di sapore più populista”.
Spiega Carlo Stagnaro: “Nel caso dell’elettricità l’Italia ha fatto più della maggior parte degli Stati membri ed è andata oltre quello che la Commissione chiedeva di fare; nel caso dei trasporti aerei, siamo stati costretti a liberalizzare dalla presenza di direttive europee che regolamentano il settore”.
Cioè: non esiste una strada unica per le liberalizzazioni: a volte esse possono essere fatte grazie alle pressioni di Bruxelles, altre volte grazie al verificarsi di congiunture politiche favorevoli a livello nazionale. “L’importante è saper cogliere entrambe le opportunità per aumentare gli spazi di libertà all’interno di un paese” aggiunge Stagnaro.
Di fronte alla fotografia di Ibl, il presidente di Astrid Franco Bassanini (ex pluriministro nei governi di centro-sinistra), vede il “bicchiere mezzopieno”, contrariamente alla visione del presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, che si iscrive “parte di quell’Italia che sente il bicchiere troppo vuoto”.
Un’idea simile a quella del presidente della Banca Popolare di Milano Roberto Mazzotta, che ironicamente ha osservato: “Gli italiani sono favorevoli alle liberalizzazioni degli altri”.
E dunque le lenzuolate di Bersani sono servite o no? “Si può dire, senz’altro, che abbiano reso popolare la parola liberalizzazione”, conclude Carlo Stagnaro. “L’unico punto sul quale abbiamo potuto testare la loro efficacia è, però, la regolazione delle professioni. In Italia le professioni liberali sono libere al 46%, rispetto all’Inghilterra. Prima che Bersani ponesse mano alla libertà di pubblicità per i professionisti, e ne rilassasse i vincoli alla libertà di associazione, lo erano assai di meno”.
Già, liberalizzare cambia anche la struttura del mercato, determinando incentivi all’efficienza - sia a livello di imprese che di lavoratori: potendone raccogliere i frutti, gli occupati sono spinti a diventare più produttivi, mentre i “fannulloni” possono essere identificati e sanzionati. Non è per questo che le riforme si bloccano?

Telefonia, la concorrenza finisce nella rete

Un telefono pubblico del gruppo Telecom Italia
Torna d’attualità lo scorporo della rete Telecom e il dibattito sul rilancio della competitività nei servizi di telecomunicazioni si infiamma.
Le compagnie telefoniche che operano in Italia lamentano uno scenario competitivo sbilanciato a favore di Telecom che, a loro dire, si troverebbe in una posizione di vantaggio per il fatto di possedere la rete mentre i consumatori tornano alla carica per chiedere l’abbattimento del canone. Una posizione nota quella dei concorrenti di Telecom che però hanno rimarcato nella lettera inviata nei giorni scorsi al presidente dell’Authority tlc, Corrado Calabrò.
Pietro Guindani (Vodafone), Stefano Parisi (Fastweb), Luigi Gubitosi (Wind), Mario Mariani (Tiscali), Andrea Filippetti (Tele2), Samuele Landi (Etutelia) e Stefano Luisotti (Welcome Italia) hanno messo l’accento sulla necessità di procedere immediatamente con la separazione della rete, che deve riguardare sia l’attuale dorsale in rame sia la new generation network.
L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni punta a sciogliere il nodo sullo scorporo Telecom entro l’anno e allo studio ci sarebbe la costituzione di una divisione che detenga i cespiti relativi alla rete d’accesso, con un board di controllo a maggioranza di membri indipendenti che segnali eventuali irregolarità al garante.
Telecom, ovviamente, preferirebbe una soluzione più soft, cioè il semplice rafforzamento della regolamentazione già in vigore sulla parità di trattamento con i concorrenti. Dubbi sulla separazione netta, all’inglese, anche tra gli operatori concorrenti, specialmente se associata alla deregulation dei prezzi al dettaglio nella telefonia. Premesse che non lasciano ben sperare sul fatto che si possa arrivare alla soluzione in tempi brevi.
Un primo accenno sull’orientamento di Corrado Calabrò si avrà il 24 luglio, giorno della relazione al Parlamento sull’attività dell’Authority mentre c’è da scommettere che il governo continuerà a tenersi alla larga dal dossier.
Il terremoto che ha riguardato dell’ex consigliere di Palazzo Chigi, Angelo Rovati, può bastare.


richard-branson




Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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