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La Ue striglia l’Italia: “Tlc, per rete tariffe troppo alte”

Parlando al telefonino

Troppo care. Le tariffe di terminazione mobile (cioè il pedaggio che ogni operatore fa pagare agli altri per terminare le chiamate sulla propria rete) fissate dall’Agcom (autorità per le telecomunicazioni italiane) “sono molto, tropo elevate, non sono in linea con le ‘buone pratiche’ europee”.
A lanciare l’allarme è stato il portavoce del commissario europeo per la Società dell’Informazione e i Media Viviane Reding: “L’Agcom non è in linea con le buone pratiche regolamentari in materia di tariffe di terminazione mobile”, ha detto Martin Selmayr. “Con un tasso di penetrazione del 148% riteniamo che l’Italia sia un mercato maturo per la telefonia mobile, che quindi non necessita di sussidi artificiali come le tariffe di terminazione mobile”. “In Italia sono ancora troppo alte”, ha aggiunto il portavoce. “Consideriamo interessanti le proposte del regolatore francese, presentate recentemente, in base alle quali le tariffe di terminazione mobile dovranno scendere entro il 2012 a 3 centesimi di euro”.
La Commissione Ue torna dunque all’attacco sul fronte delle tariffe di terminazione nel nostro Paese: “Sono ancora molto, troppo elevate e non sono in linea con le ‘buone pratiche’ europee”, ha spiegato il portavoce del commissario a Bruxelles.

L’Agcom in effetti ha deciso un intervento su questi prezzi, che porterà entro il 2011 a un taglio di circa il 35% di quelle tariffe: ma si stratta di una riduzione che, secondo la Ue, non è sufficiente.
“Le misure prese da Agcom” ha spiegato il portavoce “non sono in linea con quanto accade in Europa, soprattutto se si considera che in Italia si registra un tasso di penetrazione sul fronte della telefonia mobile del 148%. Ciò significa un telefonino e mezzo a persona”

E con la crisi anche i top manager piangono

Manager

di Fausta Chiesa

Sono presidenti e top manager con compensi da capogiro. E con cospicue stock option in pancia. Ma la pancia ora fa male, perché con i crolli dei mercati finanziari sono ridotte al minimo anche le speranze di esercitare le opzioni sulle azioni, un beneficio riconosciuto agli alti dirigenti.

I diritti assegnati quando la tempesta era di là da venire hanno infatti prezzi di esercizio (il cosiddetto strike price) ben al di sopra dei livelli attuali di prezzo del titolo. E dunque non conviene esercitare una stock option pagando l’azione più di quanto costerebbe se venisse acquistata in borsa: invece di guadagnare si perderebbe.
Ci rimetterebbe più di tutti Alessandro Profumo, che alla chiusura dei mercati di venerdì 10 ottobre accusava una perdita teorica di 106.602.732 euro. L’amministratore delegato dell’Unicredit, nei vari piani approvati da quando è alla guida del primo istituto bancario italiano, ha oltre 28 milioni di stock option esercitabili tra i 4,018 e i 7,094 euro. Un prezzo ben più alto della quotazione attuale del titolo: 2,4 euro lunedì 13.

Altra perdita teorica stratosferica è quella di Sergio Marchionne. Se dovesse esercitare le stock option adesso, l’amministratore delegato della Fiat perderebbe in media oltre 65 milioni di euro.
Dolori anche in casa Generali, dove il presidente Antoine Bernheim e i due amministratori delegati Giovanni Perissinotto e Sergio Balbinot hanno stock option in perdita di oltre 25 milioni ciascuno. Chi, invece, si è miracolosamente salvato è Corrado Passera, che di opzioni non ne ha nemmeno una.

L’amministratore delegato dell’Intesa Sanpaolo le ha esercitate tutte prima del 2006, guadagnandoci non poco. Con la sola plusvalenza Passera ha potuto acquistare sul mercato oltre 27 milioni di titoli della sua banca. Va detto che né Profumo né Marchionne, a dimostrazione del fatto che credono nella società in cui lavorano, hanno incassato le opzioni già esercitabili: se queste scadranno prima che il titolo si sia risollevato, la perdita da teorica diventerà reale. Il numero uno della Fiat ha rinunciato a una prima quota pari a 2,37 milioni di azioni esercitabili dall’1 giugno al prezzo di 6,58 euro. Il 2 giugno avrebbe guadagnato un bonus da oltre 20 milioni di euro.
Non lo ha voluto incassare ma è ancora in tempo utile, visto che il titolo viaggia ancora sopra lo strike price. Certo, se lo facesse ai livelli attuali il bonus sarebbe soltanto di 237 mila euro circa. Profumo invece ha 7 milioni di opzioni esercitabili con scadenza dicembre 2009 e uno strike price medio di 4,8 euro: in un anno il titolo dovrebbe più che raddoppiare il suo valore di mercato per rendere conveniente l’esercizio di queste opzioni. Un’ipotesi che appare probabile. Da gennaio il listino principale di Piazza Affari ha perso il 51 per cento. Il rischio è di vedere andare in fumo una montagna di soldi. Eppure, mai come oggi le stock option sono state uno strumento di incentivazione e di fidelizzazione dei dirigenti.

Stock option

Allarme Fmi: l’Italia è in recessione. Draghi: Colpite famiglie e imprese

Mario Draghi

Il sistema italiano “ha retto” alla crisi finanziaria ma resta sempre il rischio che la situazione possa peggiorare visto che anche l’Italia paga un prezzo salato anche in termini di minor crescita e maggior esborso per pagare gli interessi sul debito. Situazione che rischia di pesare di più su cittadini e imprese. Per questo la Banca d’Italia lavora insieme alle altre istituzioni per evitare ripercussioni garantendo la liquidità e soprattutto che non si “congeli” il mercato interbancario che garantisce la liquidità alle banche e da qui all’economia del paese.
Il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, in audizione in Senato (qui il testo dell’intervento), riconosce la gravità della crisi ma ricorda tutte le “armi” messe in campo dai singoli paesi e in modo concertato a livello europeo. E ribadisce quello che il governo italiano dice ormai da giorni: “Nessun depositante perderà nulla”, con le istituzioni pronte a intervenire di fronte al rischio che la liquidità venga a mancare. La ricetta che il Governatore propone al Parlamento per il nuovo sistema finanziario è quella del Financial Stability Forum: “Più capitale, meno debito e più regole”. Tra queste ultime, in particolare, Draghi annuncia una riforma delle regole sulla trasparenza dall’inizio del prossimo anno e chiede una revisione profonda dello strumento dei derivati.
Nello stesso giorno in cui il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi annuncia un “tavolo, a Palazzo Chigi, con banche e imprenditori”, Bankitalia e Fmi lanciano quindi l’allarme sullo stato di salute dell’economia italiana, sulla scia della crisi dei mutui.
Per quanto riguarda l’economia italiana il Governatore spiega che “Dopo il calo del Pil nel secondo trimestre i più recenti indicatori confermano segnali negativi per i prossimi trimestri”. E aggiunge “Calano i consumi delle famiglie sotto il peso dell’erosione del reddito disponibile, a causa dell’inflazione e dell’aumento del servizio al debito”. C’è però un dato positivo che Draghi sottolinea: il recente calo dell’Euribor che è però “una tranquillità che dura da poco” perché è successo da pochi giorni. In ogni caso “Le ripercussioni della crisi vanno ben al di là del sistema bancario. Famiglie e imprese sono compite sia direttamente, per la perdita di valore dei titoli Lehman che esse detengono, sia indirettamente a causa delle prospettive di una restrizione del redito conseguente alle tensioni finanziarie del momento”.
Ancora meno rosee le previsioni del Fondo monetario internazionale per l’Italia: la crisi economica durerà almeno fino al 2010. Visto che l’Fmi stima un prodotto interno lordo a -0,1% per il 2008 e a -0,2% per il 2009. I dati sono contenuti nelle Prospettive economiche regionali per l’Europa presentate a Bruxelles e riprendono le stime del World economic outlook dell’8 ottobre scorso.
Di fronte alla prospettiva di un calo dell’inflazione e “con ulteriori rischi al ribasso provenienti dal settore finanziario”, è emersa “l’opportunità di allentare la politica monetaria” in Europa sottolinea ancora il Fondo Monetario Internazionale con quello che sembra un chiaro invito alla Bce a tagliare ancora i tassi ora al 3,75% con il pronti contro termine. “Operazioni di stabilizzazione fiscale automatica dovrebbero sostenere l’attività economica, ma la salvaguardia della sostenibilità di lungo termine dei conti richiede che i deficit siano mantenuti nei limiti delle regole di bilancio. Eccezioni possono essere considerate se e quando le risorse pubbliche sono necessarie ad alleviare direttamente gli stress finanziari” scrive l’Fmi.

Crisi, riecco la rottamazione per elettrodomestici e auto

Trattativa per l'acquisto di un'auto

Gli incentivi al settore dell’auto e degli elettrodomestici sono adesso qualcosa di più di un’idea. È il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, a spiegare che il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ed i ministri interessati stanno lavorando su una “valutazione da parte del governo” sulla possibilità di reintrodurre incentivi per la rottamazione di auto ed elettrodomestici.
Lo scopo, sottolinea lo stesso Scajola, è ridare vita a due mercati fermi. E’ necessario “far ripartire il mercato dell’auto, un mercato fermo in tutta Europa, e si far partire di nuovo il mercato degli elettrodomestici, che è un mercato fermo”. Il ministro dello Sviluppo dà così forma alle dichiarazioni dei giorni scorsi dello stesso Berlusconi, che, commentando gli aiuti degli Usa ai propri colossi dell’auto, aveva per primo aperto la porta ad un ritorno degli aiuti di stato: “Quando gli Stati Uniti d’America fanno investimenti così massicci per aiutare le loro tre grandi industrie automobilistiche” aveva detto Berlusconi “anche da parte nostra non c’è da scandalizzarsi laddove, se fosse necessario, gli stati possono pensare di dare un supporto alle loro industrie automobilistiche”.

Lo stesso ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, aveva sottolineato i rischi che la crisi dei mercati si propagasse all’economia reale e la necessità di trovare soluzioni perché ciò non accadesse. In questo momento, anche secondo Scajola, è fondamentale che “la crisi finanziaria non si riversi nell’economia reale e quindi stiamo accelerando il percorso di incentivi sull’innovazione, sulla ricerca e sull’alta tecnologia, diversi strumenti che stiamo valutando in questi giorni proprio per far ripartire una situazione industriale che è vicina alla crescita zero”. Fra le ipotesi al vaglio, ci sarebbe anche una serie di incentivi ad hoc sotto forma di contributi per la ricerca e la produzione di nuove vetture ecocompatibili.

Non è un caso che Scajola abbia ribadito che l’obiettivo degli incentivi è coniugare “due esigenze: quella di ridurre le emissioni nell’atmosfera, ridurre l’assorbimento di energia e nel contempo aiutare lo sviluppo industriale di questi settori in difficoltà”.
Unica voce apparentemente fuori dal coro, il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, che, in un’intervista al Riformista, spiega ché è il momento di dire “basta agli aiuti alla Fiat. Più in generale, sono contrario a un intervento dello Stato per settori o singole aziende”.
Invece è preferibile, spiega, “irrobustire il canale che garantisce la liquidità alle imprese”. Gli interventi del governo, in sostanza, devono riguardare tutta l’economia e non singoli settori: per questo Sacconi apre a “una protezione più robusta per i disoccupati, più cassa integrazione in deroga e maggiore uso degli ammortizzatori sociali”.

La discesa dei cartellini: il bello della crisi

i vantaggi della crisi

di Gianni Pintus

Alla fine si è dovuto arrendere anche il burbero ragionier Cesare Barbero, titolare del blasonato negozio d’abbigliamento torinese Jack Emerson, che per decenni ha servito Giovanni Agnelli, dove si vestono Alain Elkann, il figlio John, e dove Sergio Marchionne compra i suoi maglioni.
C’è la crisi, è tempo di sconti. Da Jack Emerson i saldi sono sempre stati impensabili, ma all’inizio d’ottobre anche in questo solitario tempio del prezzo pieno ci si è arresi senza condizioni e sono partite le vendite scontate. La tempesta finanziaria sconquassa le borse internazionali, gela la propensione all’acquisto e quindi rimette in discussione molti prezzi abituati da decenni a salire, salire sempre. E se alcuni articoli di grande consumo, come parte degli alimentari, non ne vogliono sapere di sconti, anche perché risentono degli aumenti delle materie prime, in molti altri settori è scoccata l’ora per fare buoni affari. La discesa dei cartellini non è più solo caratteristica dell’elettronica di consumo, riguarda adesso anche l’automobile, le moto, l’abbigliamento e si è spinta fino a lambire i consumi petroliferi, che in Italia sono calati del 3 per cento e di 1 punto in più negli Stati Uniti.
L’ondata di ribassi vede come protagonista la grande distribuzione, che per sorreggere le vendite e non intaccare il fatturato lancia campagne di sconto a ripetizione e scatena i responsabili degli acquisti per strappare ai fornitori condizioni più favorevoli. Dove poi domanda e offerta si fronteggiano senza le alchimie del marketing le sorprese sono tante. Il settore dell’auto ne è l’esempio più lampante.
È vero, il listino Fiat registra solo un caso di riduzione del prezzo, per la versione base a benzina della piccola Lancia Y, scesa rispetto a pochi mesi fa dell’1,2 per cento, da 13 mila a 12.844 euro. Analogamente hanno fatto la Ford per alcuni modelli e la Volkswagen: per consumare le scorte della Golf vecchio modello ha corretto il listino del 4,4 per cento e cioè da 22.047 a 21.081 euro. I francesi della Citroën, invece, hanno più semplicemente scelto di confermare il prezzo 2007 della C3 1.1 a 12.750 euro.
Tuttavia le percentuali ridotte dei ritocchi non devono trarre in inganno. Entrando nei concessionari non è difficile ottenere sconti intorno al 10 e a volte al 15 per cento del listino sotto forma di optional in omaggio o facilitazioni di pagamento. Se poi si cerca tra i venditori di stock, che raccolgono l’invenduto in tutta Europa e in questi tempi sono presi d’assalto da clienti ansiosi di risparmiare, si sale a percentuali una volta impensabili. Da BestPrice, il principale commerciante italiano di stock, all’inizio dell’anno una Panda costava 8.890 euro. Sono diventati 8.390 con un taglio del 5,6 per cento.
“La tendenza al ribasso si accentuerà ancora ” prevede Costantino Imperatore, amministratore delegato della BestPrice, che per limare all’osso i costi pensa di affittare centinaia di posti nei parcheggi pubblici e mettere là in mostra le vetture. Anche gli amanti delle due ruote non possono lamentarsi. Tutti i modelli “naked “, i più venduti, sono offerti a prezzi dimagriti. Una sportiva Honda come la Cbr 600, che di listino vale 11.200 euro, si può comprare a 8.500 risparmiando il 24 per cento. Alla festa partecipano anche gli scooter. Possiamo portare a casa un Gilera Nexus 250 con 3.820 euro, mentre il costo pieno sarebbe di 4.500. Il risparmio è del 17 per cento, un primato per uno scooter made in Italy. Per automobilisti e motociclisti sembra destinato a ridimensionarsi anche l’incubo benzinaio. Secondo gli esperti è lecito attendersi che la frenata dei consumi trascini in basso il barile di petrolio fino a 50-60 dollari.
Super e gasolio dovrebbero calare subito di 4 centesimi e spingersi fino a 10. “Per quanto riguarda il caro petrolio” spiega Davide Tabarelli, studioso dei costi energetici “i consumatori dovrebbero pretendere un simultaneo calo delle bollette di luce e gas”. “Nel pianeta dell’elettronica di consumo la discesa dei prezzi è una costante fisiologica, ma adesso il ritmo è diventato forsennato” dice il responsabile della rilevazione prezzi di Altroconsumo. L’Unieuro in questi giorni ha messo in vendita un tv plasma 42 pollici Samsung di ultima generazione a 999 euro. Prima dell’estate ne costava 1.400 ed è sceso del 28 per cento.
Telefonini: alcuni Samsung sono calati del 30 per cento seguiti a ruota dai Nokia: il modello di punta passa da 300 a 219 euro, l’equivalente di uno sconto del 27 per cento. La tendenza non risparmia gli elettrodomestici. Una lavatrice Lg che costava 429 euro adesso si può comprare a 319 risparmiando il 26 per cento. In attesa di misure a sostegno dei consumi, sull’esempio della rottamazione, un grande tam tam pare abbia convinto aziende e commercianti a fare l’impossibile per limare i prezzi.
La grande paura è di infilarsi in una gelata degli acquisti capace di cancellare anche il tradizionale shopping prenatalizio alimentato dalle tredicesime. Per scongiurare la decimazione della clientela non c’è miglior antidoto del taglio dei listini. È anche il caso dell’abbigliamento.
Se si guardano attentamente le vetrine si scovano esposti maglioni in cashmere (certo, non di alta qualità) a 50 euro: la metà del cartellino 2007. La catena Conbipel, 160 negozi, controllata da capitali inglesi, prepara in novembre uno sconto generalizzato del 25 per cento. Ogni 200 euro spesi in cappotti, gonne, camicie e pantaloni scatteranno 50 euro di sconto. Pure chi ha voglia di raffinatezze può fare buoni affari. In alcuni negozi di calzature a Torino come Milano e Roma ci si può mettere ai piedi un paio di scarpe inglesi spendendo 140 euro.
Non tanto tempo fa bisognava sborsarne 270. Ribassi intorno alla metà del vecchio listino sono pronti anche per chi farà visita agli scaffali della Cisalfa, la più estesa catena italiana di abbigliamento sportivo. Nella grande distribuzione la corsa agli sconti rimbalza da un supermercato all’altro.
scarpe

I ribassi più generosi sono quelli sui prodotti marchiati dal distributore, anche se usciti dagli stabilimenti delle aziende più quotate. Si tratta di una tendenza sempre più diffusa in Europa, con la Francia a fare da capofila: là questi consumi sono cresciuti del 20 per cento in un anno. In Italia la Pam ha congelato i prezzi di 1.000 prodotti a marchio proprio seguita a ruota dalla Auchan con 400. Gli esperti di marketing sfornano novità a ritmo quotidiano. Le promozioni sullo stile del 3 per 2 sono sempre più frequenti e si allunga la lista delle merci offerte sottocosto. Alla regola non sono riusciti a sottrarsi i prodotti per la scuola. Anche i libri di testo, croce autunnale delle famiglie italiane, si portano dietro sconti e promozioni. Per capire l’aria che tira si deve registrare la frenata nelle inaugurazioni di nuovi centri commerciali.
Mentre in quelli aperti, secondo l’Ascom, i negozianti per tirare avanti chiedono sconti sino a un terzo sull’affitto degli spazi; le società immobiliari li concedono per scongiurare la fuga. Chi non è riuscito a entrare nell’era degli sconti è perduto, com’è accaduto alla catena di articoli per il bricolage Castorama. La proprietà britannica ha gettato la spugna e si è consegnata agli ex rivali Leroy Merlin.
Non c’è santuario del caroprezzi che possa resistere. O meglio, un’eccezione c’è: le tariffe pubbliche. Da quelle parti di sconti neppure a pensarci. E pensare che una volta erano proprio le bollette ad abbassare il costo della vita.

Phone sharing, la sfida del cellulare “collettivo” per telefonare dai paesi poveri

il post decreto Bersani | Foto di Diamond Geyser tratta da Flickr
“Phone sharing”: più che una moda, condividere il cellulare è una necessità per le persone povere nei paesi in via di sviluppo, dove spesso il telefonino si acquista e si usa in gruppo. Secondo una ricerca della Nokia telefonano in questo modo la metà degli indiani e il 30% dei vietnamiti. E le multinazionali ne iniziano a tenere conto. Il gigante finlandese ha appena lanciato sul mercato due modelli pensati per queste esigenze, il 1209 e il 2600 classic : hanno una rubrica condivisibile da cinque persone, duecento numeri memorizzabili, un design semplice per facilitare l’accesso alle funzioni, un costo ridotto (35 euro il primo, 65 euro il secondo). In alcune nazioni come Kenya e Sudafrica, poi, è già diffusa l’abitudine di utilizzare il cellulare allo stesso modo di un bancomat. Grazie a servizi bancari innovativi il credito telefonico può essere trasferito a distanza e diventa moneta reale, integrando le carenze della rete di sportelli e agenzie soprattutto nelle aree rurali. Più del computer, quindi, il telefonino sta diventando una chiave per l’accesso a strutture primarie per lo sviluppo nelle nazioni povere. E gli acquisti decollano.

Nel 2007 la Nokia si è confermata il leader mondiale nella vendita di cellulari conquistando il 38% del mercato globale, con una crescita annuale del 26,5%. Secondo iSuppli gli altri big hanno quote più ridotte: Samsung il 14%, Motorola il 13,8%, Sony Ericsson il 9%, LG Electronics l’8%. Ma anche piccoli player locali stanno acquistando quote di mercato, come l’indiana HFCL che ha stretto un accordo con la Qualcomm per fabbricare cellulari capacaci di sfruttare protocollo CDMA2000 con reti di seconda e terza generazione. L’anno scorso nel mondo è stato venduto più di un miliardo di apparecchi per la telefonia mobile.

Famiglie italiane mai così povere negli ultimi venti anni

L'inflazione, comunica l'Istat, a settembre è aumentata leggermente rispetto al mese precedente, passando da +1,6% a +1,7%. Ma il prezzo dei prodotti alimentari registrano forti rincari, primo fra tutti il pane che in un anno è aumentato del 7,5%.
Le famiglie italiane sono sempre più povere. Mai così tanto negli ultimi venti anni. I consumi sono fermi al palo e la crescita, secondo il rapporto di Confcommercio, passerà dall1,5 per cento del 2007 al 1,2 per cento del 2008. Per vedere qualche spiraglio di luce bisognerà aspettare il 2009, quando la percentuale farà un piccolo balzo dello 0,7 per cento. E intanto, i primi fare le spese della crisi, sono pane e cereali il cui prezzo negli ultimi mesi è salito alle stelle. Stessa sorte per la carne e per lo zucchero, il cui consumo scende dello 0,5 per cento. E se la crisi si vede soprattutto a tavola, resistono telefonini ed elettrodomestici. Nel primo caso si tratta di un vero e proprio trionfo tra le preferenze degli italiani che quest’anno acquisteranno cellulari il 22 per cento in più rispetto al 2007. Bene anche i servizi telefonici (+21,4%) e i vari marchingegni domestici, dalla lavatrice all’aspirapolvere (+15,6%). Non solo. Qualche euro in più verrà speso anche per le vacanze mentre si tirerà la cinghia per gli sfizi nel tempo libero. Si risparmierà poi sui pasti in casa e fuori casa (0,5% rispetto a 0,7% del 2007), sulle spese domestiche (1,4% rispetto a 1,2% del 2007) e su tutto ciò che riguarda la cura di sé, dalla palestra al parrucchiere (1,3% rispetto a 1,6% del 2007). In generale, su una spesa di 3.186 euro al mese di spese a famiglia, la fetta maggiore viene riservata alla casa (900 euro) e all’alimentare (733 euro). La ricetta anti-crisi di Confcommercio, spiega il presidente Carlo Sangalli, è “ridurre la spesa pubblica e la pressione fiscale, perché solo così si può davvero dare respiro alle famiglie, innescando un passaggio di fiducia”.


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Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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