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tesoretto
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Un “tesoretto” di oltre 3.500 euro. Se lo sarebbe ritrovato in tasca, rispetto a un anno fa, un consumatore con un po’ di soldi a disposizione e deciso a fare una serie di acquisti impegnativi nel periodo natalizio appena trascorso. Approfittando del calo dei prezzi, causa crisi economica, e prima che cominciassero i saldi. Panorama ha fatto un giro per i negozi del centro di Milano e ha messo a confronto la spesa di fine 2008 con quella di un anno prima, trovando il modo di risparmiare un bel gruzzolo. I commercianti infatti, forse per la paura di ritrovarsi i magazzini pieni a fine stagione nonostante i saldi alle porte, hanno messo in campo tutte le promozioni possibili. Niente sconti solo da un affollatissimo Louis Vuitton e da Burberry.
Spesso è lo stesso negoziante, al moneto di pagare, a offrire lo sconto. “Sa, in tempi di difficoltà per tutti abbiamo deciso di venire incontro ai clienti” e scatta la riduzione del 20 per cento. Ma se chi compra insiste appena un pochino, il risparmio può diventare davvero importante. Partiamo da una Fiat Bravo 1.400 benzina con airbag e condizionatore di serie. Il preventivo segna a fondo pagina 16.500 euro. Il prezzo base sarebbe 18.450, “ma”, spiega il rivenditore, “questo mese c’è uno sconto del 13 per cento, il più alto da un anno a questa parte”. A dicembre 2007 infatti era solo del 2 per cento, il risparmio 2008-2007 quindi arriva a 1.920 euro.
Meno 200 euro rispetto a un anno fa invece se si acquista un televisore lcd Samsung 42 pollici o un frigorifero combinato Whirlpool. Quello degli elettrodomestici e della tecnologia è infatti il settore che più ha risentito dei cali di prezzo nell’ultimo anno. Sia la tv sia il frigorifero infatti costano 799 euro, dodici mesi fa ne costavano 999. E per un navigatore Tom Tom con mappe dell’Italia prima dell’inizio dei saldi si spendevano 149 euro, 50 in meno di un anno fa.
Anche nell’arredamento la crisi fa risparmiare. Da Divani&Divani un modello “Savoy” in pelle vale 2.800 euro, con una riduzione del 30 per cento circa rispetto a fine 2007. Il risparmio è di 900 euro. Mentre sulla più classica delle vacanze, una settimana per due persone a Sharm El Sheik con Alpitour, si arriva a strappare uno sconto di 205 euro: 660 euro il prezzo attuale, 865 quello dello scorso anno. I listini dell’abbigliamento sono rimasti invariati rispetto a un anno fa e per l’acquisto di un pullover in cachemire 100 per cento (208 euro) è possibile anche risparmiare 52 euro.
In questa prova sul campo solo le griffe del lusso sembrano immuni alla crisi. E irremovibili su promozioni e sconti. Forse anche perché da Louis Vuitton, in Galleria Vittorio Emanuele II, c’è folla e un’attesa di venti minuti per essere ascoltati da un commesso. Che spiega: “Non facciamo sconti, neppure nel periodo dei saldi”. Nessun risparmio quindi sulla borsa a bauletto “Speedy”, che vale 465 euro. Da Burberry tira la stessa aria, l’impermeabile da uomo costa 695 euro, proprio come a Natale 2007.
Il messaggio del ministro dell’Economia Giulio Tremonti è chiaro: “Ridurre il deficit non aumentando le tasse”. Quella del tesoretto, poi, è una “mitologia”: “Non ci sono giacenze nascoste” precisa il numero uno di Via XX settembre. E chiarisce alcuni aspetti del progetto di federalismo fiscale: “È fondamentale un accordo su una preventiva condivisione dei dati di finanza pubblica su entrate, uscite, stock e dinamiche. Poi siamo aperti a tutte le scelte, senza pregiudiziali programmatiche o ideologiche”. Secondo Tremonti, inoltre, nella creazione del federalismo fiscale è essenziale, oltre al coinvolgimento delle Regioni, anche quello della “dimensione municipale”.
Le misure. Addio all’Ici sulla prima casa, nuove regole per chi ha stipulato un mutuo a tasso variabile e ora si trova a fare i conti con rate troppo salate e novità per i dipendenti privati in busta paga grazie agli sgravi sugli straordinari: sono queste le misure chiave del pacchetto fiscale contenuto nel decreto legge che il Senato ha approvato oggi in via definitiva. Il testo era stato varato alla Camera il 25 giugno dopo un voto di fiducia. Stop totale all’Ici sulla prima casa, dunque, ma la tassa resta però per le case di lusso (per un valore di soli 61 milioni di euro). L’abolizione dell’Ici, però, ha fatto alzare barricate ai Comuni. Così durante l’esame in Parlamento è stato messo a punto un pacchetto di modifiche in loro favore: il 50% del rimborso, a titolo di acconto, deve arrivare entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione: è stato sospeso, inoltre, il potere di Regioni ed enti locali di aumentare le aliquote di tributi.
Rispetto al testo varato dal Governo novità sono state inserite all’articolo 3 sulla convenzione Abi-Economia sulla rinegoziazione dei mutui a tasso variabile. È stato introdotto un elemento di maggiore concorrenza, prevedendo che il tasso che grava sul conto di finanziamento accessorio non sia più maggiorato di uno spread dello 0,50 ma maggiorabile “fino a un massimo” dello 0,50. Restano confermate, invece, le norme sulla detassazione degli straordinari e dei premi di produttività: il beneficio consiste nell’applicazione di un’imposta sostitutiva di Irpef e addizionali regionali e comunali pari al 10%, entro il limite di importo complessivo di 3mila euro lordi. I lavoratori non devono avere percepito nel 2007 un reddito da lavoro dipendente superiore a 30mila euro.
I Comuni. A fare il punto sulla situazione delle casse comunali è il rapporto 2008 Ifel-Anci sulla manovra finanziaria dei Comuni, presentato oggi a Roma: nel 2008 incassano in totale un miliardo e 677 milioni di euro in meno rispetto a quanto deliberato in bilancio, ma hanno tenuto invariata l’addizionale Irpef oltre quattro Comuni su cinque in cui è vigente l’aliquota. Da un riepilogo del taglio alle entrate emerge che nel 2007 per il taglio ai trasferimenti Ici dovuti al decreto Visco i Comuni si sono visti sottrarre 609 milioni di euro, nel 2008 768 milioni e nel 2009 818 milioni. Con la Finanziaria 2008 si aggiunge poi un taglio per i costi della politica pari a 313 milioni e sempre nel 2008 con il nuovo taglio Ici ai Comuni vengono tolti altri 596 milioni di euro. “Se lo Stato” si legge nel rapporto “non garantisce un ristoro completo i Comuni avranno un introito sul gettito Ici per l’anno 2008 minore di 596 milioni di euro rispetto a quanto risulta dalla elaborazione dei consuntivi 2006″.
Per quanto riguarda l’addizionale Irpef risulta in vigore nel 75,47% dei Comuni (pari ad una popolazione dell’87,09%): il 62,08% ha tenuto invariata l’aliquota, il 12,69% l’ha aumentata, lo 0,83% l’ha diminuita e il 24,53% non l’ha istituita. Nel rapporto sono state poi confrontate le aliquote medie, ponderate sulla base imponibile 2005, calcolate per Regione, sui Comuni che hanno adottato l’addizionale: l’aliquota media nazionale nel 2008 è risultata pari a 0,497%, calcolata sui Comuni che hanno adottato l’imposta (75,47%) “ben lontana” si legge nel rapporto “dal livello massimo consentito dalla legge pari a 0,8%”. Il principale dato che emerge nel confronto tra le ultime due manovre è che gli incrementi dell’aliquota dell’addizionale comunale all’Irpef nel 2008 si sono stabilizzati, risultando considerevolmente inferiori rispetto a quelli del 2007, anno di “sblocco” del tributo. Nel 2007 l’aliquota media nazionale era infatti cresciuta di 0,145 punti percentuali contro gli 0,027 del 2008 ad indicare che i Comuni hanno utilizzato “responsabilmente” la leva fiscale.
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Giulio Tremonti
Prima dell’estate il governo formalizzerà un impegno in favore dei redditi delle famiglie e dei pensionati. Lo ha detto il ministro dell’Economia Giulio Tremonti durante l’audizione sul Dpef davanti alle commissioni bilancio di Camera e Senato. “Se c’è sviluppo e ricchezza da distribuire questa va distribuita in termini fiscali a favore di redditi da lavoro dipendente, delle pensioni e della famiglia” ha detto Tremonti. “È un impegno che pensiamo di formalizzare e prendere prima dell’estate”. Il deficit 2008 è stimato attorno al 2,5% contro 1,9% dell’anno precedente. Si tratta di un “dato oggettivo” che mostra un cambiamento perché il deficit, a differenza del passato, “ha ora cambiato direzione, è in salita”. “L’andamento delle entrate fiscali” ha continuato il ministro “fa escludere l’esistenza di tesoretti”. Ci sono delle “criticità di copertura” sulla riforma fiscale “fatte dal precedente governo in favore delle imprese” riducendo l’Ires dal 33 al 27,5%. Tra le criticità indicate da Tremonti anche la possibile “sentenza della Corte Costituzionale sulla deducibilità dell’Irap dall’Ires”. Tremonti esclude che ci sia stata una traslazione della Robin tax sull’utenza e avverte che in tal caso si interverrebbe con un ulteriore appesantimento fiscale. Sui tagli di spesa “ben vengano anche proposte alternative fattive di riduzione della spesa” da parte delle opposizioni e “se c’è una alternativa di misure ad effetto equivalente c’è da parte nostra la massima possibilità a prenderle in considerazione”. “Abbiamo soldi per finanziare un buon contratto del pubblico impiego” ha sostenuto il ministro, che è tornato sul problema dell’inflazione programmata spiegando che “formalmente la devi mettere”, cioe’ va previsto un livello (per quest’anno 1,7%) da inserire nei documenti ufficiali
All’opposizione il ministro ombra dell’Economia, Pierluigi Bersani, esprime la “profonda irritazione dell’opposizione per il meccanismo di discussione” della manovra che a suo giudizio è inoltre un provvedimento “regressivo”.
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La galoppata delle tasse è finita. Nonostante il dato di Bankitalia sul primo quadrimestre 2008 (+7,3 per cento), le entrate tributarie complessive per l’intero anno saranno inferiori di almeno 2,5 miliardi rispetto alle previsioni elaborate al tempo del governo Prodi.
Le nuove stime preparate dal Dipartimento per le politiche fiscali del ministero dell’Economia, che Panorama ha potuto consultare e che si basano su un quadro macroeconomico aggiornato a fine maggio, prevedono una contrazione del gettito delle imposte indirette, Iva in particolare, determinata dalla caduta dei consumi e dal brusco rallentamento della crescita economica e destinata a farsi sentire soprattutto nella seconda parte del 2008.
Rispetto alle previsioni contenute nella Relazione unificata di economia e finanza (Ruef) di marzo, le nuove stime parlano di quasi 5 miliardi di minori entrate dalle imposte indirette, solo in parte compensate da un aumento delle imposte dirette (2,2 miliardi). La caduta del gettito complica la vita al governo sia nel breve che nel medio periodo, cioè fino al 2011, anno in cui l’Italia si è impegnata con l’Ue a presentare un bilancio in pareggio.
Secondo le nuove previsioni, le entrate tributarie diminuiranno, a legislazione vigente, rispettivamente di 5,2 miliardi nel 2009, di 6,5 nel 2010 e di 8,4 miliardi nel 2011.
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La conferma è arrivata a Bruxelles dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che assicura: per tutti i tagli fiscali in programma nel 2008 “c’è la copertura finanziaria“. Una risposta all’Eurogruppo che ha invitato i Paesi di Eurolandia a evitare riduzioni del gettito che non siano compensate da altrettante entrate strutturali o riduzioni di spesa.
Ma per il nuovo ministro è ancora presto per scendere nei dettagli di un provvedimento “i cui termini sono ancora da definire”. Non ne ha parlato nemmeno col commissario Ue agli affari economici e monetari, Joaquin Almunia, col quale ieri mattina - a margine dei lavori dell’Ecofin - ha avuto un breve faccia a faccia, il primo dopo due anni di assenza dal palcoscenico europeo. Ribadendo che il nuovo governo rispetterà tutti gli impegni presi in sede Ue sul fronte del risanamento dei conti pubblici, ma tenendo fermo al 2011 il raggiungimento del pareggio di bilancio.
“Abbiamo parlato in termini assolutamente generali della situazione di bilancio in Italia e dei suoi sviluppi - si è limitato a dire il ministro a proposito dell’incontro col commissario Ue - ma avremo tempo e modo di discutere in maniera più specifica di questi temi”. Almunia conferma: “Questa mattina (ieri mattina, ndr) abbiamo avuto una conversazione molto interessante, come sempre. Tremonti mi ha dato informazioni di carattere generale sulle intenzioni del nuovo governo, ma abbiamo deciso di discutere dei dettagli nelle prossime settimane, sia a livello di ministri che dei nostri servizi”.
Parlando coi giornalisti in conferenza stampa il ministro non va oltre sulle misure a cui sta lavorando. E a chi gli chiede se ci sia qualche “tesoretto” da utilizzare, risponde: “Magari ci fosse! Darei tutta la vita per averlo. Ma anche ammessa l’esistenza di questa entità ectoplasmatica, era già impegnata per ridurre il deficit”. Per saperne di più su Ici e straordinari, dunque, “bisogna avere pazienza fino a mercoledì, quando ne discuteremo - ripete il ministro - nella riunione del consiglio di ministri”, quella che si svolgerà a Napoli il giorno dopo l’incontro tra governo e parti sociali a Palazzo Chigi. “Dobbiamo ancora definirne i termini del decreto”, ha ribadito, spiegando comunque come per tutti i tagli fiscali in vista nel 2008, dall’azzeramento dell’Ici per la prima casa alla detassazione degli straordinari, “l’impegno del governo è quello della copertura assoluta di queste voci”.
Anzi: ci sarà la copertura anche dell’abbattimento dell’Ici deciso dallo scorso governo. “Quella misura - ha sottolineato - come dicono all’Anci è coperta da una promessa. Quel mancato gettito grava sui bilanci dei Comuni. E noi siamo impegnati sia a coprire quel 40% non coperto, sia a coprire la nostra parte”.
Intanto l’Ue dichiara guerra agli stipendi d’oro dei manager, e Tremonti raccoglie la sfida dicendosi pronto a valutare un inasprimento della tassazione su bonus, premi e buonuscite dei dirigenti d’azienda. Si tratta di voci che “vanno tassate in modo diverso da oggi”, ha spiegato il ministro dopo l’Ecofin, nel corso dei quale si è deciso di inserire la questione stipendi d’oro nell’ordine del giorno della prossima riunione dei ministri finanziari europei.
A lanciare la crociata moralizzatrice contro super indennità e stock option dei dirigenti d’azienda era stato al termine dell’Eurogruppo il suo presidente, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, che aveva parlato senza mezzi termini di “scandalo” e di vero proprio “flagello sociale” da affrontare con un giro di vite fiscale.
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È come quando uno eredita una casa non tanto in buono stato su cui per di più pesa un’ipoteca e non sa se rallegrarsi per il lascito o preoccuparsi per ciò che lo aspetta. Silvio Berlusconi e i ministri economici in pectore del prossimo governo si trovano in una situazione simile, con la casa comune dei conti pubblici non proprio in fiore, anzi con molte crepe nascoste sotto una mano di intonaco, e con l’ipoteca rappresentata dai nuvoloni di crisi che dall’Atlantico si stanno spostando sull’Europa.
In via XX settembre a Roma, dove ha sede il ministero dell’Economia, si susseguono i vertici dei vari responsabili dei dipartimenti per un ultimo monitoraggio del bilancio e dei conti, ma la vera “due diligence” sulle finanze statali partirà solo nel momento in cui sarà formalmente costituito l’esecutivo e il nuovo ministro, quasi certamente Giulio Tremonti, avrà preso possesso degli uffici accompagnato da diversi collaboratori rodati, alcuni dei quali prelevati di peso dai ranghi del governo di centrosinistra. I nomi che circolano sono quelli di Vincenzo Fortunato, docente alla Scuola superiore per la pubblica amministrazione e capo di gabinetto del ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, affiancato da altri due “gabinettisti” a lui vicini: Italo Volpe, capo dell’ufficio legislativo dello stesso ministero, e Marco Pinto, capo di gabinetto del responsabile delle Finanze, Vincenzo Visco. Negli ultimi giorni si è già materializzato a più riprese nelle stanze del dicastero economico Enrico Cantarelli, manager della Bank of ScoFontland, già assistente del direttore generale del Tesoro e in seguito ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, e poi dello stesso Tremonti, con il quale collaborò al piano per la cartolarizzazione degli immobili di proprietà statale. Circostanza che ha fatto ipotizzare che il nuovo governo intenda riprendere in mano il tema della vendita di parti del patrimonio pubblico per dare un colpo all’enorme debito pubblico (104 per cento del prodotto interno lordo).
I conti statali soffrono più di quanto appaia dai dati ufficiali. Secondo valutazioni ufficiose della Ragioneria generale, nel 2008 il deficit non salirà solo dall’1,9 al 2,4 per cento, come già ammesso dal governo uscente, ma probabilmente fino al 2,8 e forse al 3, per una serie di motivi collegati: la spesa corrente niente affatto imbrigliata e la prevedibile contrazione delle entrate soprattutto per effetto della crisi internazionale. Alcuni giorni fa l’Eurostat ha certificato che la spesa pubblica è cresciuta ancora nel 2007 arrivando a quota 48,5 per cento del pil. Sono aumentate perfino le uscite per i circa 3,5 milioni di dipendenti pubblici che il governo precedente si era solennemente impegnato a ridurre. In base alle ultime rilevazioni, l’incidenza del costo del pubblico impiego è salita all’11 per cento del pil, con un balzo di oltre mezzo punto in sette anni, a fronte di livelli di efficienza e produttività tra i più modesti del Continente. Fra tutte le economie europee, quella italiana, inoltre, è la più esposta alle burrasche internazionali a causa del debito pubblico e della crescita anemica, a dispetto di qualche brillante esempio contrario soprattutto nelle esportazioni. Poco più di un mese fa l’esecutivo di Romano Prodi aveva rivisto al ribasso i ritmi di crescita per il 2008 facendoli scendere dall’1,5 per cento del pil a meno della metà (0,6). Molti analisti ritengono che anche questa previsione sia ottimistica e che in realtà il tasso di sviluppo possa risultare più basso: intorno allo 0,3 per cento secondo il Fontland do monetario internazionale (Fmi), o addirittura 0 secondo la Confindustria, o sottozero (meno 0,2) per il centro Economia reale di Mario Baldassarri.
Con queste premesse, la caduta del gettito erariale appare scontata. Finora le prime avvisaglie della crisi americana dei subprime (i mutui per l’acquisto della casa elargiti con eccessiva disinvoltura dalle banche Usa) hanno paradossalmente incrementato le entrate fiscali, già salite al 43,3 per cento del pil, alimentando una specie di effetto narcotico, tanto gradevole dal punto di vista immediato della contabilità pubblica quanto ingannevole. Nel bimestre gennaio-febbraio, l’ultimo per il quale sono disponibili dati ufficiali, gli incassi fiscali sono cresciuti di altri 4 miliardi di euro rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, facendo scattare il solito teatrino intorno all’utilizzo dell’ennesimo “tesoretto”. Sono aumentate sia le imposte dirette sia quelle indirette, in particolare l’iva, cioè proprio la tassa che per prima avrebbe dovuto risentire in negativo dei contraccolpi della crisi. È successo che, proprio a causa delle difficoltà emergenti, sono parecchio cresciuti i prezzi di alcuni prodotti fondamentali come il petrolio, arrivato vicino ai 120 dollari per barile, i carburanti e i generi alimentari, soprattutto quelli di prima necessità, e l’iva ha seguito gli aumenti nonostante la flessione generalizzata dei consumi. In pratica si è verificato un prodigio ingannevole, una crescita nominale che funziona come un placebo: illude, ma non cura la malattia dei conti pubblici. A dispetto degli exploit fiscali, e a riprova delle difficoltà, non più di un mese fa la Ragioneria generale, alle prese con una crisi di cassa acuta, ha esortato il ministro uscente, Tommaso Padoa-Schioppa, a rimandare i pagamenti alla quarta settimana del mese fino a tutto giugno (Panorama 13). Il pareggio di bilancio concordato dal governo uscente con l’Unione Europea per il 2011 diventa un obiettivo assai complicato da raggiungere. Prodi aveva messo in conto una cura pensata in un periodo di crescita sostenuta e centrata su una serie di manovre economiche del valore di circa 20 miliardi di euro, che a conti fatti sarebbero diventati quasi il doppio per effetto di altre spese non iscritte nei bilanci tendenziali a legislazione vigente, quali quelle per l’ennesimo adeguamento dei contratti pubblici, le Ferrovie e l’Anas.
Le probabili difficoltà sul piano del disavanzo si faranno ovviamente sentire anche sul versante del debito, la cui discesa d’ora in avanti diventerà più ardua. Anche perché ormai si sono ridotti all’osso i margini per entrate straordinarie ottenibili con la vendita di aziende statali, a meno che il probabile ministro Tremonti non riesca a rilanciare in fretta il progetto di alienazione degli immobili pubblici. La mattina di martedì 15 aprile, quando ancora i risultati delle elezioni del 13 e 14 non erano ufficiali, il commissario europeo agli Affari economici e monetari, Joaquín Almunia, ha esortato il prossimo governo “a continuare con il consolidamento delle finanze pubbliche”, specificando che “nel 2007 sono stati raggiunti dei risultati molto buoni”.
Il presidente della Banca europea, Jean-Claude Trichet, lo ha imitato qualche giorno dopo. E dal loro punto di vista di custodi del patto di stabilità l’esortazione non solo è pertinente, ma istituzionalmente obbligatoria. Nel frattempo, però, il quadro di riferimento è cambiato: nel 2007 l’economia italiana cresceva, ora piange.

Dal 2000 a oggi in Italia sono cambiati quattro governi, a New York c’è stato l’attacco alle Torri gemelle, è scoppiata la guerra in Iraq, l’economia è andata su e giù e i tassi bancari sono cambiati parecchie volte. Diciassette per l’esattezza. Solo il tasso degli interessi di mora imposto dal fisco italiano ai contribuenti in ritardo con il pagamento delle tasse è rimasto immobile come un paracarro. In pratica è stato trasformato dallo Stato in tasso fisso a vantaggio del fisco.
Il 28 luglio di 8 anni fa fu determinato con una procedura abbastanza sbrigativa all’8,4 per cento, 5,4 di tasso base più 3 per cento di sanzione. E lì è rimasto, sebbene la legge stabilisse espressamente che dovesse essere aggiornato almeno ogni 12 mesi. Dal 2000 il tasso di riferimento, quello che un tempo veniva chiamato il tasso ufficiale di sconto, è sempre stato inferiore al 5,4 e in alcuni momenti non di decimali di punto, ma addirittura di svariati punti percentuali, 3,4 punti nell’estate del 2003, 2,4 nell’agosto del 2006, 1,6 nel marzo 2007, 1,4 ancora oggi.
Ai contribuenti in ritardo con i pagamenti sono stati imposti di fatto, e nell’indifferenza generale, versamenti superiori al dovuto; lo Stato ha fatto finta di non accorgersene e quei pochi cittadini che hanno provato a opporsi sono stati ignorati. In pratica gli uffici fiscali si sono comportati peggio di quei petrolieri svelti ad alzare il prezzo della benzina quando aumenta quello del petrolio e lentissimi nel percorso inverso, ma almeno non completamente inadempienti. Con la differenza che i petrolieri fanno i loro interessi e lo Stato, almeno in teoria, rappresenta tutti i cittadini.
L’8,4 imposto dal fisco, inoltre, non è stato calcolato solo sull’importo ritenuto evaso, ma su questa cifra gravata da una prima sanzione pari al 2,75 per cento più una seconda multa in cifra fissa. A conti fatti gli interessi di mora sono diventati una specie di arma impropria contro i contribuenti considerati infedeli, ma trattati di fatto come cittadini di serie B, tutti alla stessa stregua, evasori di professione, furbetti e furboni insieme con piccoli imprenditori, artigiani, commercianti, professionisti non in regola con i pagamenti per i motivi più diversi, non di rado per errore o perché davvero in difficoltà a reperire le somme richieste dall’erario, gravate dagli interessi gonfiati.
Nello stesso tempo i tassi di mora sono stati utilizzati di fatto e soprattutto negli ultimi tempi per rimpinguare il gettito fiscale: lo Stato, grazie proprio alla prolungata disattenzione a favore di se stesso, ogni anno ne raccoglie cifre ragguardevoli, nell’ordine di centinaia di milioni di euro. Oltre 329 nel 2007 relativi a imposte dirette e indirette, secondo le cifre ufficiali fornite dal ministero dell’Economia, 84 milioni in più rispetto all’anno precedente, con un incremento di circa il 25 per cento. In pratica un pezzo neppure tanto modesto degli exploit fiscali a ripetizione annunciati dal viceministro uscente delle Finanze, Vincenzo Visco, proviene dalla cresta esercitata dall’erario sui pagamenti imposti agli evasori.
Quanti soldi sono stati sottratti ai contribuenti con questo sistema che somiglia parecchio a un abuso di Stato? Quanta gente ne è rimasta vittima? Probabilmente nessuno lo saprà mai, perché la faccenda degli interessi di mora non solo è tecnicamente complessa e si snoda su un arco temporale lungo, durante il quale si sono succeduti svariati governi e la responsabilità della riscossione è passata dai privati all’area pubblica, ma anche perché gli uffici fiscali, in particolare la Equitalia, dal 2005 braccio armato del fisco guidato da Attilio Befera che riscuote materialmente gli interessi di mora e possiede la contabilità esatta del fenomeno, tratta la faccenda con la stessa riservatezza con cui il Vaticano ha protetto i segreti di Fatima.
La storia comincia il 28 luglio 2000, quando capo del governo di centrosinistra era Giuliano Amato e Visco ministro del Tesoro e delle finanze. In quell’estate qualcuno al ministero si accorse che l’erario avrebbe potuto incassare con poco sforzo più di quanto già incamerava, semplicemente rovistando un po’ in quel marasma di migliaia e migliaia di leggi, decreti, circolari, codici e codicilli che dovrebbero regolare il funzionamento del fisco. Dal cilindro venne tirato fuori come un coniglio l’articolo 30 di un decreto del presidente della Repubblica emanato 27 anni prima di cui solo gli intenditori ricordavano l’esistenza. In poche righe quel testo stabiliva che “sulle somme iscritte a ruolo (cioè la tassa rivendicata dal fisco, ndr) si applicano, a partire dalla data della notifica della cartella e fino alla data del pagamento, gli interessi di mora al tasso determinato annualmente con decreto del ministero delle Finanze con riguardo alla media dei tassi bancari attivi”.
La norma non era chiarissima, come del resto spesso succede alle leggi italiane, in particolare quelle fiscali; vago e opinabile, per esempio, il riferimento alla media dei tassi bancari attivi che in pratica non esiste, almeno ufficialmente catalogata sotto quella dizione.
Il ministro di allora, però, probabilmente ritenne che si trattava di dettagli, mentre la sostanza era quella di trovare il modo di far incassare più quattrini all’erario. Così fu. Il compito di stesura del decreto venne affidato a Massimo Romano, allora capo del Dipartimento delle entrate, oggi direttore dell’Agenzia fiscale. Una scelta che non ha mai convinto alcuni esperti del ramo che tuttora si domandano se rientri nei poteri di un funzionario ministeriale comminare sanzioni erariali “erga omnes”, cioè valide per tutti, o questa non sia piuttosto una prerogativa del ministro e del Parlamento.
Comunque sia, il decreto il 28 luglio 2000 era pronto e 13 giorni dopo, a ridosso di Ferragosto, fu pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Da allora è stato usato migliaia di volte e mai modificato.