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Dal 2000 a oggi in Italia sono cambiati quattro governi, a New York c’è stato l’attacco alle Torri gemelle, è scoppiata la guerra in Iraq, l’economia è andata su e giù e i tassi bancari sono cambiati parecchie volte. Diciassette per l’esattezza. Solo il tasso degli interessi di mora imposto dal fisco italiano ai contribuenti in ritardo con il pagamento delle tasse è rimasto immobile come un paracarro. In pratica è stato trasformato dallo Stato in tasso fisso a vantaggio del fisco.
Il 28 luglio di 8 anni fa fu determinato con una procedura abbastanza sbrigativa all’8,4 per cento, 5,4 di tasso base più 3 per cento di sanzione. E lì è rimasto, sebbene la legge stabilisse espressamente che dovesse essere aggiornato almeno ogni 12 mesi. Dal 2000 il tasso di riferimento, quello che un tempo veniva chiamato il tasso ufficiale di sconto, è sempre stato inferiore al 5,4 e in alcuni momenti non di decimali di punto, ma addirittura di svariati punti percentuali, 3,4 punti nell’estate del 2003, 2,4 nell’agosto del 2006, 1,6 nel marzo 2007, 1,4 ancora oggi.
Ai contribuenti in ritardo con i pagamenti sono stati imposti di fatto, e nell’indifferenza generale, versamenti superiori al dovuto; lo Stato ha fatto finta di non accorgersene e quei pochi cittadini che hanno provato a opporsi sono stati ignorati. In pratica gli uffici fiscali si sono comportati peggio di quei petrolieri svelti ad alzare il prezzo della benzina quando aumenta quello del petrolio e lentissimi nel percorso inverso, ma almeno non completamente inadempienti. Con la differenza che i petrolieri fanno i loro interessi e lo Stato, almeno in teoria, rappresenta tutti i cittadini.
L’8,4 imposto dal fisco, inoltre, non è stato calcolato solo sull’importo ritenuto evaso, ma su questa cifra gravata da una prima sanzione pari al 2,75 per cento più una seconda multa in cifra fissa. A conti fatti gli interessi di mora sono diventati una specie di arma impropria contro i contribuenti considerati infedeli, ma trattati di fatto come cittadini di serie B, tutti alla stessa stregua, evasori di professione, furbetti e furboni insieme con piccoli imprenditori, artigiani, commercianti, professionisti non in regola con i pagamenti per i motivi più diversi, non di rado per errore o perché davvero in difficoltà a reperire le somme richieste dall’erario, gravate dagli interessi gonfiati.
Nello stesso tempo i tassi di mora sono stati utilizzati di fatto e soprattutto negli ultimi tempi per rimpinguare il gettito fiscale: lo Stato, grazie proprio alla prolungata disattenzione a favore di se stesso, ogni anno ne raccoglie cifre ragguardevoli, nell’ordine di centinaia di milioni di euro. Oltre 329 nel 2007 relativi a imposte dirette e indirette, secondo le cifre ufficiali fornite dal ministero dell’Economia, 84 milioni in più rispetto all’anno precedente, con un incremento di circa il 25 per cento. In pratica un pezzo neppure tanto modesto degli exploit fiscali a ripetizione annunciati dal viceministro uscente delle Finanze, Vincenzo Visco, proviene dalla cresta esercitata dall’erario sui pagamenti imposti agli evasori.
Quanti soldi sono stati sottratti ai contribuenti con questo sistema che somiglia parecchio a un abuso di Stato? Quanta gente ne è rimasta vittima? Probabilmente nessuno lo saprà mai, perché la faccenda degli interessi di mora non solo è tecnicamente complessa e si snoda su un arco temporale lungo, durante il quale si sono succeduti svariati governi e la responsabilità della riscossione è passata dai privati all’area pubblica, ma anche perché gli uffici fiscali, in particolare la Equitalia, dal 2005 braccio armato del fisco guidato da Attilio Befera che riscuote materialmente gli interessi di mora e possiede la contabilità esatta del fenomeno, tratta la faccenda con la stessa riservatezza con cui il Vaticano ha protetto i segreti di Fatima.
La storia comincia il 28 luglio 2000, quando capo del governo di centrosinistra era Giuliano Amato e Visco ministro del Tesoro e delle finanze. In quell’estate qualcuno al ministero si accorse che l’erario avrebbe potuto incassare con poco sforzo più di quanto già incamerava, semplicemente rovistando un po’ in quel marasma di migliaia e migliaia di leggi, decreti, circolari, codici e codicilli che dovrebbero regolare il funzionamento del fisco. Dal cilindro venne tirato fuori come un coniglio l’articolo 30 di un decreto del presidente della Repubblica emanato 27 anni prima di cui solo gli intenditori ricordavano l’esistenza. In poche righe quel testo stabiliva che “sulle somme iscritte a ruolo (cioè la tassa rivendicata dal fisco, ndr) si applicano, a partire dalla data della notifica della cartella e fino alla data del pagamento, gli interessi di mora al tasso determinato annualmente con decreto del ministero delle Finanze con riguardo alla media dei tassi bancari attivi”.
La norma non era chiarissima, come del resto spesso succede alle leggi italiane, in particolare quelle fiscali; vago e opinabile, per esempio, il riferimento alla media dei tassi bancari attivi che in pratica non esiste, almeno ufficialmente catalogata sotto quella dizione.
Il ministro di allora, però, probabilmente ritenne che si trattava di dettagli, mentre la sostanza era quella di trovare il modo di far incassare più quattrini all’erario. Così fu. Il compito di stesura del decreto venne affidato a Massimo Romano, allora capo del Dipartimento delle entrate, oggi direttore dell’Agenzia fiscale. Una scelta che non ha mai convinto alcuni esperti del ramo che tuttora si domandano se rientri nei poteri di un funzionario ministeriale comminare sanzioni erariali “erga omnes”, cioè valide per tutti, o questa non sia piuttosto una prerogativa del ministro e del Parlamento.
Comunque sia, il decreto il 28 luglio 2000 era pronto e 13 giorni dopo, a ridosso di Ferragosto, fu pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Da allora è stato usato migliaia di volte e mai modificato.

Come molti italiani, anche lo Stato vive nell’angoscia della quarta settimana: “Grave criticità del conto di disponibilità a maggio e giugno 2008″.
Così il Ragioniere generale dello Stato Mario Canzio ha intitolato una nota riservata per il ministro dell’Economia che Panorama illustra nel numero in edicola da venerdì 21 marzo e che dice con quanta apprensione i responsabili della contabilità statale stiano vivendo questo frangente.
Nel documento si descrive la crisi di liquidità acuta in cui versano le casse dello Stato e si suggerisce la possibilità di spostare dai primi agli ultimi giorni del mese (a partire da marzo e in particolare a maggio e giugno) i pagamenti e i trasferimenti pubblici a favore di numerosi enti: dalla Regione Lombardia alla Rai, dalle Poste alle Ferrovie, dall’Anas alla Conferenza episcopale italiana.
Tra le soluzioni prospettate dalla Ragioneria, per esempio, c’è il rinvio di pagamenti da marzo a giugno per un importo di quasi 4 miliardi di euro: sarebbe in particolare opportuno far slittare il trasferimento trimestrale del canone a favore della Rai (400 milioni) e scoraggiare i prelievi dalla tesoreria centrale da parte delle Ferrovie (circa 1,5 miliardi), dell’Anas (poco meno di 1 miliardo) e delle Poste (un altro miliardo). Toccherà comunque al prossimo governo prendersi carico del problema.
Con un aspetto ancora più scabroso: il rinvio dei pagamenti non potrà avvenire senza l’assenso preventivo degli interessati, i quali, una volta eventualmente accettata la dilazione dei pagamenti, dovranno arrangiarsi chiedendo magari alle banche prestiti a breve, per loro natura poco vantaggiosi.

L’Italia arranca, la crescita per il 2008 sarà praticamente dimezzata ma le tasse si possono ridurre. Come? Proseguendo nell’azione di contrasto all’evasione fiscale. È questo il messaggio lanciato dal Tesoro nella Relazione Unificata sull’Economia, l’ex trimestrale di cassa, presentata oggi. Il prodotto interno lordo crescerà quindi solo dello 0,6% nel 2008 e dell’1,2% nel 2009, dell’1,5% nel 2010. E si tratta, infatti, di una revisione al ribasso: a settembre gli uffici tecnici di via XX Settembre avevano, infatti, previsto una crescita dell’1,5%.
Il rapporto deficit/pil salirà al 2,4% nel 2008 e raggiungerà il pareggio strutturale nel 2011, mentre con una tantum e componente ciclica sarebbe ancora allo 0,2%. Il rapporto debito/pil scenderà al 103% nel 2008 e sotto il 100% nel 2010, a 98,7%. Il risanamento “è solido e destinato a durare”, si legge: “L’Italia rimane saldamente in zona sicurezza”. L’inflazione, secondo l’indice Nic, è stimata in rialzo al 2,6-2,7% medio nel 2008.
Le stime sulla crescita “sono improntate a notevole prudenza” e i risultati potrebbero essere “migliori del previsto”. Il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, ci tiene a sottolineare che, nel 2006 e nel 2007, i conti pubblici si sono chiusi “in maniera più favorevole del previsto”. “È il risultato di una politica economica che ha rifiutato la logica dei due tempi (prima risanare, poi sviluppare) e ha perseguito con lo stesso respiro un triplice obiettivo” spiega “crescita, risanamento, equità”. Secondo il ministro, i due anni di “rigorosa azione sui conti pubblici” del governo Prodi hanno registrato “il venir meno delle misure una tantum e di operazioni straordinarie” e hanno creato le condizioni affinché “l’Italia esca, nel mese di maggio, dalla procedura europea per deficit eccessivo in cui era entrata nella legislatura precedente”. “A fronte di un significativo rallentamento della congiuntura nel 2008, l’andamento del deficit evidenzia solo un lieve peggioramento” continua Padoa-Schioppa “il risanamento dei conti pubblici realizzato dal governo Prodi è solido, destinato a durare e che il pareggio di bilancio per il 2011 resta un traguardo a portata di mano”.
Secondo il ministro dell’Economia, le stime sono improntate “a notevole prudenza”: “Questo fa ritenere che le sorprese in corso d’anno possano essere prevalentemente positive e che i risultati possano essere migliori del previsto”.
Ancora più critico il quadro delineato dagli industriali. Per Confindustria nel 2008 ci sono “forti rischi di crescita zero”. Confindustria spiega che il differenziale di crescita fra Italia e resto d’Europa è tornato ad ampliarsi nel 2007 e resta superiore al punto percentuale nel 2008. “Il rallentamento dell’economia italiana” aggiunge la nota “è più accentuato di quelli tedesco e francese”.
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di Daniele Martini
Come in un gigantesco gioco di prestigio fiscale, l’extragettito prima c’è e un attimo dopo non c’è più. C’è nel senso che effettivamente nel corso del 2007 i contribuenti hanno fatto piovere nelle casse dello Stato un mare di quattrini: prima 9 miliardi di euro in più rispetto a quelli previsti a marzo dal viceministro uscente delle Finanze, Vincenzo Visco, poi altri 6 miliardi a fine dicembre rispetto a quelli preventivati tre mesi prima. Basta distrarsi un momento, però, e l’extragettito subito scompare e la manna si trasforma in micragna.
Come in una porta girevole, buona parte dei 6 miliardi incamerati a fine anno sono destinati a uscire dalle casse statali con la stessa velocità con cui sono entrati. E non solo per effetto della spesa delle amministrazioni pubbliche che, seguendo passo passo gli exploit fiscali, è cresciuta in questi ultimi tempi a rotta di collo arrivando a superare il 50 per cento del pil (prodotto interno lordo). Ma anche perché, e qui sta la sorpresa, buona parte degli incassi recenti sono come una meteora, destinati a sparire subito perché collegati all’andamento assai anomalo dell’autoliquidazione di novembre, un fenomeno difficilmente replicabile in futuro.
La circostanza è spiegata con chiarezza dai tecnici del dipartimento delle politiche fiscali dell’Economia in un appunto riservato preparato per il ministro Tommaso Padoa-Schioppa di cui Panorama è entrato in possesso. Dall’analisi del gettito 2007 risulta che almeno 4 dei 6 miliardi incassati in più tra settembre e dicembre sono frutto non di lotta all’evasione o di precise scelte di politica fiscale, ma soltanto di una specie di enorme partita di giro, il risultato abbastanza fortuito del buon andamento dell’autoliquidazione per quanto riguarda l’imposta sulla produzione pagata dalle imprese (Irap) e le imposte dirette (Irpef). Un bel risultato con il veleno nella coda, insomma.
Quei soldi sono stati effettivamente incassati dallo Stato, ma nel giro di pochi mesi quasi sicuramente torneranno in un modo o nell’altro nelle tasche dei cittadini e nelle casse delle imprese. Dei 4 miliardi di euro di entrate impreviste incamerate dall’erario con l’autoliquidazione, 2,5 provengono dall’Irap e gli altri sono dovuti a minori compensazioni delle imposte dirette.
Il maggior incasso dovuto all’Irap è stato quasi per intero causato dalla scelta delle imprese di non avvalersi subito dei benefici collegati allo sconto d’imposta garantito dalla riduzione del cuneo fiscale e contributivo voluto dal centrosinistra. Dal momento che le stesse imprese quasi sicuramente chiederanno l’applicazione del bonus al momento del saldo a giugno 2008, a quel punto l’extragettito incassato dal fisco a novembre si trasformerà in minor gettito perché i soldi invece di fluire ancora nelle casse dello Stato resteranno in quelle delle aziende.
Idem la faccenda delle minori compensazioni delle imposte dirette. Chi paga le tasse con il modello Unico può chiedere all’amministrazione fiscale una compensazione tra il debito dovuto e il credito d’imposta maturato attraverso il cosiddetto modello F24 facendo la somma algebrica tra le imposte da pagare e le somme da riscuotere. Invece di avvalersi di questa facoltà, a novembre molti cittadini hanno preferito pagare subito il dovuto rimandando ad altra data la riscossione del credito accumulato con l’erario. Grazie a questo comportamento lo Stato ha incassato 1,5 miliardi di euro in più, ma anche in questo caso si tratta di un’entrata ballerina: con il prossimo giro di valzer fiscale quei soldi probabilmente torneranno nelle tasche dei contribuenti.
Secondo gli esperti del ministero dell’Economia, insomma, le straordinarie performance enfatizzate per mesi, a conti fatti si rifletteranno sul gettito 2008 per appena 1 miliardo di euro, al massimo 1,5 miliardi. Nel frattempo, però, la brusca frenata dell’economia prosciugherà le entrate per un importo sostanzialmente analogo, almeno 1 miliardo, per cui il saldo tra maggiori entrate e minori incassi fiscali sarà prossimo allo zero.
Anzi, c’è il rischio che possa risultare addirittura negativo perché la previsione dei tecnici ministeriali sulla riduzione del gettito si basa su un presupposto macroeconomico tutto sommato ottimistico, con una crescita dell’1 per cento del pil. L’Unione Europea, invece, proprio alcuni giorni fa per bocca del commissario Joaquín Almunia ha drasticamente rivisto al ribasso le previsioni per l’economia italiana, stimando un aumento del pil di appena lo 0,7 per cento, l’incremento più basso a livello continentale, mentre la Confindustria pronostica addirittura una crescita zero.
Il documento del dipartimento delle politiche fiscali segna un punto fermo nella saga del cosiddetto tesoretto e fa capire perché sia di fatto imploso il progetto di utilizzare il fantomatico extragettito per abbassare subito le tasse sui redditi medi e bassi carezzato a lungo dal governo precedente e poi all’inizio della campagna elettorale dai sindacati e dal leader del Pd, Walter Veltroni.
Un’idea difficile da realizzare per mancanza di soldi, anche se ragionevole, perché ormai è chiaro che, anche alla luce degli ultimi dati sul rincaro dei beni di più largo consumo, dagli alimentari alla benzina (più 4,8 per cento), la caduta del potere d’acquisto e la conseguente contrazione dei consumi non sono un’invenzione.
Con l’appunto dei tecnici ministeriali sulla scrivania che dimostrava quanto i bollettini di vittoria fiscale fossero da prendere con le molle, Padoa-Schioppa ha fatto capire in più di un’occasione di considerare il tesoretto poco più che una chimera sfidando le pressioni della sua maggioranza e le esigenze della campagna elettorale. Forse ormai stufo di tutto il can can che si stava montando sul nulla, una volta ha addirittura ammesso che l’extragettito non c’era, salvo poi correggere il tiro, prendendo tempo e rinviando la valutazione definitiva alla trimestrale di cassa di marzo.
Perfino sulla tenuta delle entrate future ormai è legittimo avanzare qualche dubbio, per almeno altri due motivi. Il primo è che la lotta all’evasione è stata più annunciata che conseguita con un gettito aggiuntivo calcolato anche dai tecnici ministeriali di 2 miliardi al massimo 3 all’anno e non 10. Il secondo motivo è la frenata della crescita economica che provocherà dal 2009 un minor gettito di pari importo: 3 miliardi.

di Daniele Martini
“Poggi e buche fa pari” dice un vecchio motto popolare toscano. Significa che gli opposti si annullano, come nella somma algebrica due valori uguali, ma di segno opposto, danno risultato zero. Anche nei conti pubblici siamo in una situazione di poggi e buche perché nei 19 mesi di governo di centrosinistra le entrate dello Stato sono aumentate a rotta di collo, tanto che i giornali non facevano in tempo a registrare l’emersione di un tesoretto propiziato dal viceministro delle Finanze, Vincenzo Visco, che quasi per incanto ne spuntava un altro. Dal 2005 al 2007, la pressione fiscale è aumentata addirittura di 3 punti, dal 40 al 43 per cento del pil (prodotto interno lordo). Nel frattempo, però, anche la spesa corrente è cresciuta parecchio, del 3,4 per cento tra il 2006 e il 2007, seguendo quasi in parallelo le impennate del gettito. E continuerà a crescere di molto anche nel 2008, sia per effetto di nuovi impegni di spesa difficilmente differibili, ma non ancora contabilizzati, come quelli per i trasporti ferroviari regionali o i rinnovi contrattuali dei dipendenti pubblici, sia per la dinamica inerziale delle uscite poco o punto rallentata dall’azione di governo, così come risulta dal budget di spesa del 2008 preparato dalla Ragioneria generale dello Stato che Panorama ha potuto consultare.
Di modo che ora non è affatto chiaro se nelle casse pubbliche sia rimasto qualcosa di quei vecchi extragettiti, al punto che neanche il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, ne è sicuro e per prudenza, prima di pronunciarsi, consiglia di aspettare la trimestrale di cassa del mese prossimo. Le uscite per il personale, per esempio, rimangono altissime, sebbene all’inizio della legislatura il governo e in particolare il ministro per le Riforme, Luigi Nicolais, avessero promesso razionalizzazioni negli uffici e tagli radicali. Anche nell’anno in corso la spesa preventivata per i dipendenti pubblici è di oltre 76 miliardi di euro, pari all’87,5 per cento dei costi delle amministrazioni centrali, mentre parecchi ministeri hanno continuato a gonfiare stipendi, contratti e consulenze.
Agli Esteri diretti da Massimo D’Alema l’incremento di spesa 2008 per il personale è di quasi il 25 per cento per effetto del rinnovo del contratto di settembre, degli aumenti di qualifica per i dipendenti distaccati nelle sedi estere e dell’assunzione di nuovi dirigenti a tempo determinato con contratti individuali negli uffici periferici.
Per quanto riguarda le consulenze, il ministro dell’Agricoltura Paolo De Castro ha previsto di spendere quasi il 30 per cento in più rispetto al 2007 (più 83 per cento solo per la pubblicità), mentre il ministro della Solidarietà, Paolo Ferrero, ha messo in budget un aumento delle spese di promozione pari addirittura al 586 per cento.
Al mancato contenimento della spesa corrente nei prossimi mesi probabilmente si aggiungeranno altre uscite non del tutto impreviste, ma ancora non ufficialmente inserite nei capitoli delle uscite. Secondo Il Sole 24 ore, si tratterebbe di circa 7 miliardi di euro: da 2 a 6 miliardi per il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici, 600 milioni per l’emergenza rifiuti in Campania, altri 600 milioni circa per l’approntamento di tutta la macchina elettorale e infine 2 miliardi per il miglioramento dei trasporti ferroviari regionali.
Il ministro Padoa-Schioppa non ha negato la necessità di trovare la copertura per queste uscite, anche se ha cercato di inviare un messaggio rassicurante sostenendo che la situazione è sotto controllo. In realtà la nuova stagione dei conti pubblici che sta emergendo dopo la caduta del governo non resterà senza conseguenze. La prima è che, proprio per effetto della spesa corrente non imbrigliata e delle nuove spese non rinviabili, il deficit annuale potrebbe salire dal 2,2 per cento al 2,6. A quel punto sarebbero necessari interventi correttivi, forse addirittura una manovra già in primavera per non perdere il ritmo nel percorso verso il pareggio di bilancio nel 2011 concordato con l’Unione Europea.
La seconda conseguenza riguarderà la diminuzione delle tasse per i ceti medi e bassi che il centrosinistra aveva messo in cantiere proprio negli ultimi giorni prima della crisi e che ora resta in cima ai desideri di uno schieramento ampio che va dai sindacati all’ex capo del governo, Romano Prodi, fino al candidato premier del Pd, Walter Veltroni. Finché sembrava che in cassa arrivassero soldi a profusione e i tesoretti fossero replicabili a piacimento, l’idea di ridurre l’aliquota irpef dal 23 al 20 per cento risultava plausibile; ora, invece, la realizzazione di quel progetto si complica.
In sostanza, mentre in questi mesi dalle tasche dei contribuenti sono continuati a piovere extragettiti nelle casse dello Stato, il governo o se li mangiava con la spesa corrente o programmava nuovi esborsi. È svaporata perfino quella manna inattesa di circa 15 miliardi capitata nelle casse pubbliche con la vicenda della restituzione dell’Iva sulle auto aziendali richiesta dai contribuenti che ne avrebbero avuto diritto in una misura 10 volte inferiore a quella preventivata dal governo. Nei prossimi mesi è assai improbabile che possano spuntare altri extragettiti e possa essere replicato lo schema più tasse più spesa. Appare sempre più chiaro che la costituzione dei gruzzoletti fiscali era frutto di una contingenza favorevole, un periodo di espansione economica straordinaria purtroppo finito già da qualche mese.
Come avevano adombrato tempo fa i tecnici della Banca d’Italia e così come oggi sostiene lo studioso Luca Ricolfi , l’apporto della lotta all’evasione alla moltiplicazione dei pani e dei pesci fiscali è stato tutto sommato modesto, non superiore a 2,8 miliardi di euro nel 2007.
Anche Salvatore Tutino, coordinatore del centro di studi economici Cer presieduto da Giorgio Ruffolo, in un articolo recente lamenta, del resto, la scarsissima trasparenza del governo a proposito dei dati sulla lotta all’evasione.


Alla fine il buco nei conti pubblici italiani c’è oppure no? Il Sole 24 ore dice di sì, il ministro uscente dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa nega. Ma la vera novità è che potrebbero avere ragione entrambi. Questione di angolatura, si potrebbe commentare.
“Le spese da affrontare ci sono come sostiene il Sole - spiega Alberto Quadrio Curzio, preside della facoltà di Scienze Politiche dell’Università Cattolica di Milano - ma allo stesso tempo potrebbe esserci anche la copertura come asserisce Padoa-Schioppa. La verità si potrà sapere solo nel momento in cui lo Stato dovrà saldare i conti. Di certo la crescita italiana sta rallentando e oggi è ben al di sotto delle aspettative. E poi si deve fare a meno del Tesoretto”. Sicuramente, spiega Quadrio Curzio, il governo Prodi non ha avuto il tempo di fare spese “elettoralistiche”, tuttavia “la politica di compressione della spesa nel 2007 non è stata adeguata alle esigenze del Paese a causa, molto probabilmente, della necessità di tenere coesa una maggioranza spesso in disaccordo”.
Più cauto sul tema recessione, Quadrio Curzio, mette in guardia il prossimo esecutivo: “Se non si fanno accordi sulle riforme strutturali e se la congiuntura economica internazionale dovesse peggiorare, il rischio è molto concreto”.
Poco ottimismo anche nelle parole di Pietro Garibaldi, professore di Economia politica all’università di Torino, che sulle colonne del quotidiano La Stampa puntualizza: “Anche se non si parla ancora di recessione, il rallentamento della nostra economia inizia a preoccupare”. Di certo, aggiunge Garibaldi, “il peggioramento del quadro economico avrà conseguenze sullo stato dei nostri conti pubblici. In un Paese responsabile dovrebbe però avere conseguenze anche sulla campagna elettorale”. Il bilancio, aggiunge, è “chiaramente migliorato” ma anche “dal lato della spesa c’è poco da stare tranquilli”. E alla fine Berlusconi, Veltroni e gli altri aspiranti premier devono stare attenti: “In Italia - conclude Garibaldi - con un rallentamento economico e con un debito pubblico superiore al prodotto interno lordo, non si può e non si deve promettere la luna quando il cielo è nuvoloso”.
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È scontro sul Tesoretto: il ministro dell’economia, Tommaso Padoa-Schioppa - secondo La Repubblica - dichiara che “non c’è”; il presidente della Camera, Fausto Bertinotti ribatte “le risorse ci sono”, mentre i sindacati incalzano: “Governo imbarazzante ma per noi non cambia nulla: abbassare le tasse è imprescindibile”. Dal centrodestra si denuncia la beffa.
Da Bruxelles, dove l’Ecofin ha appena dato il via libera al programma di stabilità italiano, il ministro torna a parlare del malato Italia e spiega che “esce dalla terapia intensiva e va in corsia, non si è dimesso dalla casa di cura, cosa che avverrà quando il bilancio pubblico si troverà in pareggio”.
Rispondendo a chi chiedeva del tesoretto, Padoa-Schioppa ha ha precisato che di redistribuzione si può anche parlare ma dell’esistenza ed entità di un Tesoretto si saprà solo tra un mese: “Tra un mese uscirà la relazione unificata sull’economia e sulla finanza” ha risposto il ministro ai giornalisti. “Solo in quel momento noi al ministero avremo un quadro aggiornato sui conti. Prima di allora non possiamo pronunciarci. Il vincolo è che si rispetti il programma di stabilità e che non si devii dal percorso che porta al pareggio dei conti”.
“Dentro questo vincolo” ha aggiunto il ministro “è perfettamente possibile fare manovre di bilancio e di restituzione fiscale. Penso che sia perfettamente legittimo”.
“Non sono d’accordo con il ministro Padoa-Schioppa” ha risposto da Roma Bertinotti “perché ci sono delle risorse economiche. Non sono impugnabili limiti di bilancio contro la questione fondamentale di chi con mille euro al mese non arriva alla fine del mese”.
Per i sindacati si tratta di una “posizione del Governo un po’ imbarazzante”, come ha detto il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, a margine della riunione degli esecutivi dei chimici di Cgil-Cisl e Uil. “Per noi non cambia nulla, lo abbiamo chiesto, lo chiediamo: è una priorità da cui non si può prescindere”. La Cisl da parte sua ha chiesto l’immediata restituzione fiscale dell’extra gettito a lavoratori e pensionati. “Noi non crediamo al ministro Padoa-Schioppa che troppe volte ha detto una cosa e poi ci ha fatto trovare di fronte un’altra” ha affermato il segretario Raffaele Bonanni. Mentre per il segretario della Uil, Luigi Angeletti, “le risorse ci sono e sarebbe stato opportuno redistribuirle. Ma è anche probabile che troveranno il modo, questo Governo e un altro, di farle sparire”.
“Ma che fine hanno fatto i venti miliardi di extragettito? ” si chiede il capogruppo Udc alla Camera, Luca Volontè: “Padoa-Schioppa dice una cosa, Bersani, Damiano e Pecoraro un’altra. Lavoratori e famiglie hanno il diritto di conoscere come stanno davvero le cose. Il balletto di notizie sul ‘tesoretto fantasma’ inscenato in queste ore rappresenta un’irresponsabile presa in giro nei confronti degli italiani” E attacca: “Altrettanto vergognoso è il silenzio sul tema da parte del Pd di Veltroni, che copre le bugie dell’Esecutivo”. Ancor più critico Maurizio Sacconi, responsabile del dipartimento Lavoro di Forza Italia: ”è sempre più vergognosa” la storia del tesoretto e della detassazione degli stipendi. ”Si approfitta dei bassi salari e della campagna elettorale - spiega Sacconi in una nota - per inscenare una cinica pantomima sulla possibilità di un provvedimento a camere sciolte senza neppure che il governo - a quanto dice Padoa Schioppa - sia in grado di darvi copertura.
Per ora è arrivato il via libera Ue al programma di stabilità italiano 2007-2011. Non sono comunque mancate le raccomandazioni di sempre: rafforzare la Finanziaria 2008, attuare la riforma delle pensioni e assicurare un calo rapido del debito pubblico.
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