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Tommaso-Padoa-Schioppa

Tutto confermato. Disco verde della Commissione Ue sull’abrogazione della procedura di infrazione per deficit eccessivo aperta nei confronti dell’Italia nel 2005. Spetta ora al Consiglio Ecofin dare il via libera definitivo. L’Unione europea ha deciso di bloccare anche la procedura contro Portogallo, Slovacchia e Repubblica Ceca.
L’esecutivo europeo ha approvato la proposta del commissario Ue agli affari economici e monetari, Joaquin Almunia - che nel pomeriggio incontrerà il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa - secondo la quale in Italia “il deficit è stato portato sotto il tetto del 3% del Pil in maniera credibile e sostenibile”. Il rapporto deficit Pil - conferma la Commissione Ue - si è attestato all’1,9% nel 2007 ed è previsto risalire al 2,3% nel 2008 e al 2,4% nel 2009. Il debito pubblico continuerà a calare “solo leggermente” per attestarsi intorno al 102,5% nel 2009.
Nel 2006 l’Italia è stato il Paese con il rapporto debito/pil più elevato (106,8%) tra il 27 membri dell’Unione europea. Il valore scende nel 2007 al 104%. Sono i dati contenuti nella pubblicazione dell’Istat, Cento statistiche per il Paese. Indicatori per conoscere e valutare. L’Italia, viene sottolineato, è dunque ancora lontana dal raggiungere l’obiettivo di Maastricht di contenere il rapporto debito/pil al di sotto del 60%, anche se il valore è appunto il decrescita nel 2007. L’incidenza dello stock del debito pubblico ha toccato il massimo del 121,5% nel 1994, diminuendo fino al 103,8% nel 2004. Sul fronte del saldo primario, il Paese mostra un “netto recupero”. Nel 2007, sottolinea l’Istat, soprattutto grazie a un cospicuo aumento delle entrate, l’Italia si colloca al quarto posto tra i paesi dell’Unione economica e monetaria per surplus primario, mentre l’incidenza dell’indebitamento netto in un biennio (2005-2007) diminuisce da 4,2 sino all’1,9% del pil.
La correzione del deficit pubblico eccessivo compiuta dall’Italia nel 2006 e nel 2007 è un fatto “molto positivo”, ma “ciò non significa che gli sforzi per proseguire il consolidamento del bilancio debbano finire”.
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È come quando uno eredita una casa non tanto in buono stato su cui per di più pesa un’ipoteca e non sa se rallegrarsi per il lascito o preoccuparsi per ciò che lo aspetta. Silvio Berlusconi e i ministri economici in pectore del prossimo governo si trovano in una situazione simile, con la casa comune dei conti pubblici non proprio in fiore, anzi con molte crepe nascoste sotto una mano di intonaco, e con l’ipoteca rappresentata dai nuvoloni di crisi che dall’Atlantico si stanno spostando sull’Europa.
In via XX settembre a Roma, dove ha sede il ministero dell’Economia, si susseguono i vertici dei vari responsabili dei dipartimenti per un ultimo monitoraggio del bilancio e dei conti, ma la vera “due diligence” sulle finanze statali partirà solo nel momento in cui sarà formalmente costituito l’esecutivo e il nuovo ministro, quasi certamente Giulio Tremonti, avrà preso possesso degli uffici accompagnato da diversi collaboratori rodati, alcuni dei quali prelevati di peso dai ranghi del governo di centrosinistra. I nomi che circolano sono quelli di Vincenzo Fortunato, docente alla Scuola superiore per la pubblica amministrazione e capo di gabinetto del ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, affiancato da altri due “gabinettisti” a lui vicini: Italo Volpe, capo dell’ufficio legislativo dello stesso ministero, e Marco Pinto, capo di gabinetto del responsabile delle Finanze, Vincenzo Visco. Negli ultimi giorni si è già materializzato a più riprese nelle stanze del dicastero economico Enrico Cantarelli, manager della Bank of ScoFontland, già assistente del direttore generale del Tesoro e in seguito ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, e poi dello stesso Tremonti, con il quale collaborò al piano per la cartolarizzazione degli immobili di proprietà statale. Circostanza che ha fatto ipotizzare che il nuovo governo intenda riprendere in mano il tema della vendita di parti del patrimonio pubblico per dare un colpo all’enorme debito pubblico (104 per cento del prodotto interno lordo).
I conti statali soffrono più di quanto appaia dai dati ufficiali. Secondo valutazioni ufficiose della Ragioneria generale, nel 2008 il deficit non salirà solo dall’1,9 al 2,4 per cento, come già ammesso dal governo uscente, ma probabilmente fino al 2,8 e forse al 3, per una serie di motivi collegati: la spesa corrente niente affatto imbrigliata e la prevedibile contrazione delle entrate soprattutto per effetto della crisi internazionale. Alcuni giorni fa l’Eurostat ha certificato che la spesa pubblica è cresciuta ancora nel 2007 arrivando a quota 48,5 per cento del pil. Sono aumentate perfino le uscite per i circa 3,5 milioni di dipendenti pubblici che il governo precedente si era solennemente impegnato a ridurre. In base alle ultime rilevazioni, l’incidenza del costo del pubblico impiego è salita all’11 per cento del pil, con un balzo di oltre mezzo punto in sette anni, a fronte di livelli di efficienza e produttività tra i più modesti del Continente. Fra tutte le economie europee, quella italiana, inoltre, è la più esposta alle burrasche internazionali a causa del debito pubblico e della crescita anemica, a dispetto di qualche brillante esempio contrario soprattutto nelle esportazioni. Poco più di un mese fa l’esecutivo di Romano Prodi aveva rivisto al ribasso i ritmi di crescita per il 2008 facendoli scendere dall’1,5 per cento del pil a meno della metà (0,6). Molti analisti ritengono che anche questa previsione sia ottimistica e che in realtà il tasso di sviluppo possa risultare più basso: intorno allo 0,3 per cento secondo il Fontland do monetario internazionale (Fmi), o addirittura 0 secondo la Confindustria, o sottozero (meno 0,2) per il centro Economia reale di Mario Baldassarri.
Con queste premesse, la caduta del gettito erariale appare scontata. Finora le prime avvisaglie della crisi americana dei subprime (i mutui per l’acquisto della casa elargiti con eccessiva disinvoltura dalle banche Usa) hanno paradossalmente incrementato le entrate fiscali, già salite al 43,3 per cento del pil, alimentando una specie di effetto narcotico, tanto gradevole dal punto di vista immediato della contabilità pubblica quanto ingannevole. Nel bimestre gennaio-febbraio, l’ultimo per il quale sono disponibili dati ufficiali, gli incassi fiscali sono cresciuti di altri 4 miliardi di euro rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, facendo scattare il solito teatrino intorno all’utilizzo dell’ennesimo “tesoretto”. Sono aumentate sia le imposte dirette sia quelle indirette, in particolare l’iva, cioè proprio la tassa che per prima avrebbe dovuto risentire in negativo dei contraccolpi della crisi. È successo che, proprio a causa delle difficoltà emergenti, sono parecchio cresciuti i prezzi di alcuni prodotti fondamentali come il petrolio, arrivato vicino ai 120 dollari per barile, i carburanti e i generi alimentari, soprattutto quelli di prima necessità, e l’iva ha seguito gli aumenti nonostante la flessione generalizzata dei consumi. In pratica si è verificato un prodigio ingannevole, una crescita nominale che funziona come un placebo: illude, ma non cura la malattia dei conti pubblici. A dispetto degli exploit fiscali, e a riprova delle difficoltà, non più di un mese fa la Ragioneria generale, alle prese con una crisi di cassa acuta, ha esortato il ministro uscente, Tommaso Padoa-Schioppa, a rimandare i pagamenti alla quarta settimana del mese fino a tutto giugno (Panorama 13). Il pareggio di bilancio concordato dal governo uscente con l’Unione Europea per il 2011 diventa un obiettivo assai complicato da raggiungere. Prodi aveva messo in conto una cura pensata in un periodo di crescita sostenuta e centrata su una serie di manovre economiche del valore di circa 20 miliardi di euro, che a conti fatti sarebbero diventati quasi il doppio per effetto di altre spese non iscritte nei bilanci tendenziali a legislazione vigente, quali quelle per l’ennesimo adeguamento dei contratti pubblici, le Ferrovie e l’Anas.
Le probabili difficoltà sul piano del disavanzo si faranno ovviamente sentire anche sul versante del debito, la cui discesa d’ora in avanti diventerà più ardua. Anche perché ormai si sono ridotti all’osso i margini per entrate straordinarie ottenibili con la vendita di aziende statali, a meno che il probabile ministro Tremonti non riesca a rilanciare in fretta il progetto di alienazione degli immobili pubblici. La mattina di martedì 15 aprile, quando ancora i risultati delle elezioni del 13 e 14 non erano ufficiali, il commissario europeo agli Affari economici e monetari, Joaquín Almunia, ha esortato il prossimo governo “a continuare con il consolidamento delle finanze pubbliche”, specificando che “nel 2007 sono stati raggiunti dei risultati molto buoni”.
Il presidente della Banca europea, Jean-Claude Trichet, lo ha imitato qualche giorno dopo. E dal loro punto di vista di custodi del patto di stabilità l’esortazione non solo è pertinente, ma istituzionalmente obbligatoria. Nel frattempo, però, il quadro di riferimento è cambiato: nel 2007 l’economia italiana cresceva, ora piange.

Il gruppo Air France Klm ha abbandonato il tavolo di trattativa dell’Alitalia. La decisione è maturata dopo la presentazione della controproposta avanzata dalle otto sigle sindacali in base alla quale si chiedeva che non fossero chiuse le attività cargo e che fosse dismesso un numero minore di aerei. ”Questa proposta non è accettabile perché non rientra nel mio mandato” ha detto il numero uno del gruppo Jean Cyril Spinetta per spiegare il suo gesto.
di Guido Fontanelli
Il titolo sembra inoffensivo: “Convenzione per l’attribuzione di servizi di trasporto aereo di linea extra-comunitario”. Ma nelle 8 pagine, più 4 di allegati, del documento confidenziale che Panorama ha potuto consultare, c’è uno dei punti più importanti e controversi della trattativa tra Alitalia e Air France. Tanto da provocare qualche mal di pancia all’interno del governo uscente e l’ira delle altre compagnie aeree italiane.
La convenzione definisce il portafoglio di diritti di traffico dell’Alitalia su una sessantina di rotte extra-comunitarie ed è stata firmata il 14 marzo tra l’Enac, l’ente che vigila sul trasporto aereo in Italia, e l’ex compagnia di bandiera. La data è importante: proprio quel giorno l’Air France ha presentato la sua offerta vincolante per acquistare l’Alitalia. E tra le condizioni a cui il contratto era subordinato c’è anche “il mantenimento dell’attuale portafoglio dei diritti di traffico internazionali della compagnia” per almeno 5 anni. Una condizione importante: se non verrà rispettata, ogni impegno verso lo Stato italiano decadrebbe, anche dopo la firma del contratto.
Il ministero dell’Economia, che possiede il 49,9 per cento dell’Alitalia, doveva aver ben chiaro questo aspetto, visto che nella convenzione si fa esplicito riferimento ad una comunicazione arrivata proprio dal ministero all’Enac il giorno precedente, cioè il 13 marzo, evidentemente per solleciare la firma di un documento che stava tanto a cuore all’Air France. Ovvio: le rotte sono uno dei patrimoni più importanti di una compagnia aerea.
Nella convenzione si assegnano all’Alitalia 63 diritti di volo, frutto di accordi intergovernativi. Alcuni sono di tipo “a mono-designazione”: soltanto un vettore nazionale di ciascun paese può operare i collegamenti con l’altro. In base al documento, l’Enac consegna all’Alitalia (e quindi al gruppo Air France nel caso di acquisizione) per esempio le rotte verso Arabia Saudita, Colombia, Filippine, Giordania, Libia, Macedonia, Nepal, Perù, Somalia, Angola, Iraq, Panama. A questi paesi si aggiungono Corea del Sud, Kuwait, Malaysia e Taiwan, rotte a mono-designazione che Alitalia oggi raggiunge attraverso accordi di code share con altre compagnie. Inoltre la convenzione attribuisce all’Alitalia i diritti di volo che non ha mai utilizzato o ha cessato di utilizzare nel corso degli anni e che quindi erano tornati in capo all’Enac stessa (come Australia, Cile, Etiopia, India, Rep. Dominicana, Singapore, Sud Africa, Yemen).
Se questi diritti verranno assegnati al nuovo gruppo Air France-Klm-Alitalia per 5 anni, sostengono i concorrenti, di fatto si impedirà a qualsiasi altra compagnia italiana di fornire un servizio verso quelle destinazioni, bloccando il mercato.
Va aggiunto che di quelle 63 rotte, meno della metà attualmente sono operate oggi dall’Alitalia, sostengono fonti del settore.
Non solo: la convenzione trasferisce all’Alitalia anche i diritti della Volare (per esempio verso Mauritius, Maldive, Cuba e Jamaica), società rilevata dalla ex compagnia di bandiera attraverso un’asta che è stata però contestata e che si dovrà rifare: l’attribuzione di queste rotte sarebbe dunque illegittima.
Nella convenzione, inoltre, l’Enac si impegna con l’Alitalia a mantenere le designazioni degli attuali diritti di traffico; a non discriminare Alitalia in future assegnazioni (impegno che di solito l’Enac non prende nelle convenzioni con altre compagnie); ad appoggiare Alitalia ove le autorità straniere obiettassero alla sua designazione (forse perché non sarà più italiana?).
Ultima “chicca” nella convenzione, di cui il ministero del Trasporti non sembra fosse a conoscenza, riguarda lo stato di salute dell’Alitalia: nel documento si sostiene testualmente che la compagnia “risulta essere in possesso dei requisiti economico, finanziari” e “dei requisiti tecnici” per esercitare i diritti di traffico. Ma è evidente che la flotta a lungo raggio molto ridotta di cui dispone non potrà mai consentire di raggiungere tutte queste destinazioni. E poi, non è lo stesso ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa a ripetere che la situazione finanziaria della società è “cronicamente in rosso”?

Ancora una giornata “clou” per Alitalia: ha preso il via l’incontro tra sindacati, azienda e Air France per discutere del piano di rilancio della compagnia aerea. E, poche ore prima della ripresa del tavolo, il Ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa in un’audizione alla Camera, ha lanciato un ammonimento: senza un accordo con il gruppo guidato da Spinetta, l’unica strada percorribile sarebbe la legge Marzano che riguarda le grandi imprese in situazioni di insolvenza e che prevede possano ricorrere all’amministrazione straordinaria e quindi, al risanamento o alla cessione. Insomma, Alitalia rischierebbe il fallimento e, ha osservato il titolare dell’Economia, “sarebbe un ben amaro destino se una compagnia, portata allo stremo da anni di rapporto perverso con la politica, ricevesse il colpo mortale da uno sfruttamento elettoralistico dei suoi mali o da una mancata intesa sindacale”.
A proposito dei sindacati, la Uil che aveva deciso di abbandonare il tavolo, al momento non partecipa al negoziato ma si è oggi dichiarata disponibile a rientrare a fronte di “concreti passi avanti” da parte del gruppo franco-olandese. I tempi sono abbastanza stretti, perché tra poco scade il termine per la durata della trattativa. E la strada sembra ancora in salita: come ha osservato Padoa-Schioppa, “in nessuna privatizzazione effettuata dallo Stato italiano è accaduto che fossero riuniti tali e tanti elementi di difficoltà”. Al momento, ha spiegato il Ministro, non ci sono alternative ad Air France perché non ci sono altri compratori in lizza per Alitalia. Nel frattempo, secondo indiscrezioni raccolte dal Financial Times, si è venuto a sapere che Alitalia e l’Enac avrebbero siglato un “accordo confidenziale” sui diritti di traffico aereo su alcune rotte intercontinentali che potrebbe facilitare l’acquisizione dell’aviolinea da parte di Air France.
Appare quindi decisivo l’esito del negoziato in corso in queste ore (al termine del quale dovrebbe riunirsi il Cda della compagnia): secondo prime indiscrezioni, Spinetta avrebbe confermato le aperture in particolare sulla modernizzazione della flotta, sull’accelerazione degli investimenti e sul contenimento degli esuberi del personale navigante.
Il titolo in Borsa è apparso instabile, in pronunciata oscillazione con alternanza di rialzi e ribassi. Sull’andamento bizzarro del titolo, è intervenuto il candidato premier del Pdl, Silvio Berlusconi, che è così tornato a puntare il dito contro l’esecutivo Prodi: “Dopo sei mesi di trattativa” ha detto “è stato un errore non toglierla dalla Borsa. È una cosa folle, quando si decide di fare una trattativa con un solo soggetto”. Per poi concludere con una battuta: se Air France acquisirà Alitalia, “i turisti andranno solo a Parigi…”.
Intanto sul fronte della trattativa, a tavolo con i sindacati, secondo quanto riferito da fonti sindacali presenti, il presidente di Air France-Klm, Jean-Cyril Spinetta, avrebbe ribadito la disponibilità ad una apertura su una maggiore spinta al rinnovo della flotta con un impatto positivo sul numero di esuberi previsto per piloti e assistenti di volo. Confermando così le indicazioni emerse ieri da indiscrezioni. In particolare il presidente di Air France-Klm, confrontandosi con i sindacati sui contenuti del piano per l’acquisizione di Alitalia, avrebbe espresso la disponibilità ad inserire nella flotta due nuovi Boeing 777 già nel 2009 se ci saranno miglioramenti nel bilancio vicini al ritorno al pareggio. Air France-Klm sarebbe anche disponibile ad anticipare le prime sostituzioni dei vecchi Md80 di Alitalia con nuovi Airbus 321.
Il numero uno di Air France-Klm avrebbe anche confermato la disponibilità eventualmente a rivedere nel 2009 la scelta di chiudere nel 2010 le attività full cargo di Alitalia. La decisione potrebbe essere rivista sulla base di un esame della redditività del settore che verrà affidata ad un advisor. Quanto invece al nodo delle attività di AZ Servizi non comprese nel perimetro dell’offerta di Air France-Klm su Alitalia, Spinetta avrebbe fatto passi avanti sul futuro degli stabilimenti Atitech di Napoli: Air France-Klm potrebbe sottoscrivere un impegno a mantenere le attività di manutenzione pesante degli aerei MD80 e A320 presso Atitech fino ad oltre il 2010 anche se questo dovesse comportare maggiori costi di manutenzione.
Le otto sigle sindacali dei dipendenti della compagnia di bandiera chiedono invece “la partecipazione all’aumento del capitale Alitalia da parte di Fintecna con una quota di minoranza”. “Fintecna - propongono i sindacati - conferirà l’intera quota posseduta di Alitalia Servizi alla nuova Alitalia. Ciò determina una capitalizzazione maggiore della nuova azienda rendendo più solida la prospettiva di rilancio della nuova Alitalia”. È quanto si legge nella proposta unitaria consegnata dalle otto sigle sindacali al gruppo Air France-Klm. Proposta che, secondo fonti sindacali, godrebbe del consenso sia dell’Alitalia sia di Fintecna.

Come molti italiani, anche lo Stato vive nell’angoscia della quarta settimana: “Grave criticità del conto di disponibilità a maggio e giugno 2008″.
Così il Ragioniere generale dello Stato Mario Canzio ha intitolato una nota riservata per il ministro dell’Economia che Panorama illustra nel numero in edicola da venerdì 21 marzo e che dice con quanta apprensione i responsabili della contabilità statale stiano vivendo questo frangente.
Nel documento si descrive la crisi di liquidità acuta in cui versano le casse dello Stato e si suggerisce la possibilità di spostare dai primi agli ultimi giorni del mese (a partire da marzo e in particolare a maggio e giugno) i pagamenti e i trasferimenti pubblici a favore di numerosi enti: dalla Regione Lombardia alla Rai, dalle Poste alle Ferrovie, dall’Anas alla Conferenza episcopale italiana.
Tra le soluzioni prospettate dalla Ragioneria, per esempio, c’è il rinvio di pagamenti da marzo a giugno per un importo di quasi 4 miliardi di euro: sarebbe in particolare opportuno far slittare il trasferimento trimestrale del canone a favore della Rai (400 milioni) e scoraggiare i prelievi dalla tesoreria centrale da parte delle Ferrovie (circa 1,5 miliardi), dell’Anas (poco meno di 1 miliardo) e delle Poste (un altro miliardo). Toccherà comunque al prossimo governo prendersi carico del problema.
Con un aspetto ancora più scabroso: il rinvio dei pagamenti non potrà avvenire senza l’assenso preventivo degli interessati, i quali, una volta eventualmente accettata la dilazione dei pagamenti, dovranno arrangiarsi chiedendo magari alle banche prestiti a breve, per loro natura poco vantaggiosi.

Il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa avrebbe ”fatto capire ad alcuni altri ministri dell’Ue il proprio interesse per la presidenza della Banca europea degli investimenti”. Ad affermarlo è il Financial Times, che, in un lungo articolo dedicato alle possibili successioni sia alla Bei che alla Bers (Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo), cita ”fonti europee”.
Secondo queste fonti, la presidenza della Bei ”darebbe al ministro un incarico ideale dopo la probabile sconfitta del proprio governo alle elezioni”. Il quotidiano finanziario, citando fonti della Bers e dell’Europa centrale, ipotizza in particolare che ”Italia e Germania abbiano stretto un patto secondo il quale Roma si impegnerebbe a sostenere un candidato tedesco per la Bers in cambio del sostegno di Berlino per una possibile corsa di Padoa-Schioppa alla Bei. Il ministero delle Finanze tedesco - continua il Ft - nega l’esistenza di qualsiasi patto ma un dirigente del governo tedesco ha affermato: ”Berlino vedrebbe Padoa-Schioppa come un eccellente candidato per la presidenza della Bei”.
Il quotidiano riferisce tuttavia che ”fonti italiane smentiscono la ben che minima possibilità di un accordo, affermando che Padoa-Schioppa non potrebbe assicurarsi il posto alla Bei prima delle elezioni e un probabile nuovo governo guidato da Silvio Berlusconi non nominerebbe un rivale sconfitto”. In ogni caso, ”quale che sia la verità, la successione viene decisa in tutti i modi tranne che con trasparenza”: infatti, per quanto riguarda la Bers, ”il 29 febbraio scorso Padoa-Schioppa, in qualità di presidente dei governatori della Bers, scrisse a tutti gli oltre 60 azionisti sollecitando le candidature entro il 20 marzo. Ma il giorno in cui la lettera fu spedita, la corsa era già quasi finita”, con la decisione della maggioranza dei Paesi Ue di ‘’sostenere il tedesco Thomas Mirow”.
Sullo sfondo, secondo la ricostruzione del Financial Times, c’è poi l’ipotesi di una fusione tra Bei e Bers, suggerita da un documento di discussione sulla Bers presentato da Padoa-Schioppa e dal commissario Ue Joaquin Almunia all’Ecofin di marzo che ‘’suggerisce quattro opzioni: chiusura, fusione con la Bei, maggior coordinamento tra le due banche e mantenimento dello status quo”.

Il Ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa, durante la riunione del consiglio dei ministri, ”ha informato il Presidente del Consiglio - che ha espresso condivisione - in merito alla lettera che egli stesso invierà ad Alitalia contenente l’impegno ad aderire alle previste offerte pubbliche di scambio (per le azioni) e di acquisto (per le obbligazioni) da parte di Air France - KLM per la totalità dei titoli detenuti dal Ministero stesso”. Ecco il linguaggio burocratico con cui la presidenza del Consiglio ha annunciato di aver accettato la “proposta indecente” d’Oltralpe. Una offerta di scambio sulle azioni a prezzi stracciati, tanto che oggi il titolo è crollato in Borsa e che i sindacati, pur consapevoli della situazione drammatica della compagnia di bandiera, hanno promesso battaglia.
Forse anche per questo, la nota di Palazzo Chigi, sottolinea che gli impegni assunti non saranno vincolanti nel caso in cui uno o più soggetti lancino un’offerta pubblica concorrente migliorativa e il Ministero accetti tale offerta. Ciò al fine di tutelare i principi di trasparenza e non discriminazione previsti dalla normativa sulle privatizzazioni e in linea con la disciplina delle offerte pubbliche”.
Superato questo primo paletto - che rientra tra le condizioni poste da Parigi - martedì se ne intravede un altro nel faccia a faccia fra i vertici del gruppo franco-olandese e di Alitalia con i sindacati. In vista di un possibile nuovo passaggio del dossier mercoledì al prossimo Cdm.
L’accordo con i rappresentanti dei lavoratori è un’altra condizione sine qua non per Air France-Klm per chiudere l’operazione, entro il 31 marzo. Il numero uno della compagnia d’oltralpe, Jean Cyril Spinetta, arrivato in serata a Roma, dovrà affrontare i nodi più spinosi del piano: oltre ai previsti 1.600 esuberi, il futuro delle attività di terra di Alitalia Servizi e del Cargo. Ed il percorso della trattativa non sembra in discesa: il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, ha avvertito che il sindacato ”ha le spalle larghe per dire sì o no, con tutte le conseguenze che comporta” mentre il numero uno della Cisl, Raffaele Bonanni chiede un confronto ‘’serio altrimenti, se hanno cominciato da soli, possono anche finire da soli”.
E mentre l’Unione europea mette in guardia sulla necessità che l’operazione segua regole di mercato scongiurando l’ipotesi di interventi che si configurino come aiuti di Stato, Alitalia ha avuto in Borsa una seduta drammatica (-26,76% a 0,39 euro) travolta dagli ordini di vendita, all’indomani dell’approvazione del cda dell’offerta del gruppo d’oltralpe, che a Parigi ha chiuso in ribasso del 4,38% a 15,28 euro. Un’offerta che ha un costo di accesso al quarto mercato europeo, quello italiano, da parte di Air France-Klm ”quasi irrisorio” considerando le potenzialità di Alitalia, ha scritto oggi il quotidiano francese Les Echos.
Resta, poi, il nodo Malpensa, con il rischio di risarcimento danni per 1,25 miliardi chiesto dalla società di gestione Sea ad Alitalia per il taglio dei voli. Air France-Klm ha chiesto che venga scongiurato il pericolo, lasciando aperta la scelta di soluzioni percorribili: ”l’abbandono o la transazione del giudizio da parte di Sea a condizioni soddisfacenti per Air France-Klm o l’impegno del ministero dell’Economia e delle Finanze a indennizzare integralmente Alitalia, eventualmente tramite l’adozione di un decreto legge o l’individuazione di qualsiasi altra soluzione soddisfacente per Air France-Klm”.
Per cercare la soluzione, sarebbero in corso contatti tra Palazzo Chigi e Milano e anche oggi - secondo alcune indiscrezioni - il premier avrebbe sentito il sindaco Letizia Moratti. Intanto, il presidente della Sea, Giuseppe Bonomi ha fatto sapere che ”non è all’ordine del giorno” l’ipotesi di ritirare la causa nei confronti di Alitalia.
A favore dello scalo varesino, scende in campo il presidente designato di Confindustria, Emma Marcegaglia secondo la quale ”l’attuale piano di Alitalia, così com’è prevede una grossa riduzione dei voli che vorrebbe o una logica di moratoria o una qualche cosa che lasci spazio a Malpensa per ritrovare altre compagnie che vogliano volare dallo scalo lombardo”.
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