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Lavoro, governo e sindacati danno il via al negoziato in cinque punti sulla riforma

Il ministro del welfare Elsa Fornero (Credits: ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO)

Il ministro del welfare Elsa Fornero (Credits: ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO)

Il premier Mario Monti sbrigativo per esigenze di agenda. Il ministro del welfare Elsa Fornero fin troppo teorica. Il ministro dell’istruzione Francesco Profumo molto incisivo e quello dello sviluppo economico Corrado Passera inguaribilmente ottimista. È questo il quadro delle sensazioni che da parte sindacale sono state tratte dal primo importante confronto collegiale tenutosi oggi a Roma tra governo e parti sociali sul tema della riforma del mercato del lavoro. Che si svilupperà in cinque punti. Continua

A Fiat l’invito del ministro Scajola: “Mantenere cinque impianti in Italia”

fiatopel

“Per il Governo è inderobagile il mantenimento di cinque stabilimenti in Italia”. A ricordarlo a Fiat è il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, a margine del Liquidity Day.
Scajola ha detto inoltre che al termine delle trattative tra Fiat e Opel “ci sarà un incontro per definire e ascoltare il piano industriale”. Il ministro ha detto comunque di augurarsi che l’esito delle trattative sia positivo “perché se la Fiat cresce all’estero cresce anche in Italia”. Scajola ha poi annunciato che riconvocherà a breve il tavolo del settore dell’auto con all’ordine del giorno “il tema dei flussi di pagamento dal settore primario alla componentistica e all’indotto”.
Su possibili aiuti regionali per la Fiat, infine il ministro, spiega che “attraverso lo strumento dei contratti del territorio valuteremo se, e noi siamo disponibili a farlo, sia necessario fare contratti di sviluppo che aiutino il territorio in difficoltà”.
Continua intanto la spola di Sergio Marchionne tra Torino e la Germania, dove domani presenterà al governo tedesco il piano per l’acquisizione della Opel. L’ad di Fiat ha incontrato a Francoforte il segretario generale del sindacato dei metalmeccanici tedesco Ig Metall, Berthold Huber. Lo ha confermato all’Ansa un portavoce del sindacato. Mercoledì stesso il governo della cancelliera Angela Merkel discuterà le offerte ricevute per la Opel.
Intanto, dalle notizie che filtrano dalla stampa, il governo tedesco si aspetta domani almeno tre offerte per la Opel. Così almeno scrive il tabloid Bild, confermando che, oltre a Fiat e Magna, potrebbe esserci anche la proposta del fondo Usa di private equity Ripplewood. Non è chiaro a questo punto, scrive il giornale - che cita fonti governative - se anche altri pretendenti di faranno avanti. Le offerte, ricorda la Bild, dovranno essere presentate sia al governo tedesco, attraverso il ministero dell’Industria, sia alla casa madre americana. Il tabloid osserva che il piano Ripplewood è poco conosciuto e che di recente il ministro dell’Economia tedesco, Karl-Theodor zu Guttenberg (Csu), aveva indicato che l’interesse di un investitore finanziario per la Opel era diminuito. Come è noto, era stato il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeinen Zeitung (Faz) il 12 maggio a riportare l’interesse del fondo Usa, attivo in Europa attraverso la controllata Rjh International (Bruxelles), a sua volta proprietaria in Germania della Honsel, una società di componentistica auto con sede nel Sauerland.

Fiat-Opel, l’Europa critica: dove trovate i soldi? Il governo reagisce

Accordo Fiat
L’interesse di Fiat su Opel scatena la tensione tra gli industriali italiani e il membro tedesco della Commissione Ue. “Mi chiedo dove questa società altamente indebitata (la Fiat, ndr) trovi i soldi per portare avanti allo stesso tempo due operazioni di questo genere”. Ad esprimere forti dubbi sulle trattative in corso tra la casa automobilistica italiana e le statunitensi Chrysler e General Motors (che controlla Opel) è stato questa mattina il commissario europeo all’Industria (e vicepresidente della Commissione Ue) Guenter Verheugen. ”Provo un senso di sorpresa, la Fiat è un concorrente diretto della Opel ed è un costruttore d’auto europeo che non gode della salute migliore” ha aggiunto durante un’intervista all’emittente radio bavarese Bayerischen Rundfunk. Le sue parole hanno provocato la reazione del numero 1 del Lingotto Sergio Marchionne, cui poi si sono aggiunti la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia e il ministro degli Esteri Frattini.

“Credevo” ha detto Marchionne in una nota “che il suo ruolo a Bruxelles fosse chiaramente super partes, indipendentemente dalla sua nazionalita’”. Il manager Fiat ha aggiunto che “è la seconda volta nel giro di pochi mesi che il Commissario Verheugen ha espresso opinioni che non sono costruttive per l’industria dell’auto, affermando a un certo punto che non tutti i costruttori europei sopravviveranno”. “Dovrebbe, in quanto Commissario Ue, risolvere i problemi che stanno impattando negativamente sull’industria invece di lanciare sentenze di morte, scegliendo unilateralmente chi debba sopravvivere”, ha concluso.
Un duro attacco cui si è aggiunto quello di Confindustria: “Se quello che è stato riportato corrisponde al vero” ha detto la Marcegaglia “credo sia un atteggiamento grave e fuori luogo che, in un certo senso, distrugge l’Europa”.
Nel pomeriggio Verheugen interpellato sul tema ha fatto una parziale marcia indietro dicendo di ”non essere contrario” a un possibile interesse della Fiat per la tedesca Opel, del gruppo General Motors. Ma che ”esistono ancora troppe questioni aperte”. ”Nessun intento di essere poco cortesi” ha specificato il commissario di nazionalità tedesca “ma sull’operazione dobbiamo saperne di più. E’ ancora troppo presto per giudicare”.
Anche il ministro degli Esteri italiano ha criticato il collega della Commissione, ” Viva sorpresa” ha scritto in una nota la Farnesina, “per un’ interferenza nelle scelte industriali di soggetti privati, tanto più inaccettabile in quanto una delle aziende in questione è della stessa nazionalità del vice presidente della Commissione”. Frattini ha poi aggiunto di sperare in una smentita da parte del presidente dell’esecutivo europeo José Manuel Barroso. “La Commissione è custode dei trattati ” conclude il ministero degli Esteri, “Non si può comprendere, dunque, la motivazione nè il fondamento di tali improprie dichiarazioni, che spero il Presidente della Commissione vorrà smentire”.
A mediare ci ha provato il presidente della Confindustria tedesca (Bdi) Hans-Peter Keitel nel corso del G8 imprese in Sardegna, dove era seduto allo stesso tavolo della Marcegaglia. Keitel ha detto che “se esiste un problema in Gm o Opel deve essere affrontato in modo riservato. Non è possibile parlare in pubblico perché può essere poi difficile trovare un accordo”. Secondo il leader della Confindustria tedesca l’intervento di Verheugen su Fiat più che essere volto al protezionismo è “un appello all’importanza di un’operazione ben gestita e un ritorno a un negoziato privato e non pubblico”. Keitel avverte infatti che si sta parlando di posti di lavoro di più di 27 mila persone: “Credo” ha continuato “che dobbiamo stare attenti alle affermazioni che facciamo in pubblico in questo momento”.”Dobbiamo avere procedure idonee, appropriate e adeguate. Gestire l’operazione Chrysler e Opel è possibile, ma farlo di fronte al pubblico” ha ribadito ” in modo così plateale forse non è consigliabile. Se c’è un elemento propagandistico questo non ci aiuta”.

Alitalia, la compagnia torna sul mercato. E la Cgil: trattiamo

Un aereo Alitalia

Aerei dell’Alitalia fermi a terra già tra 5 o 6 giorni. Lo ha annunciato oggi in una intervista al Sole 24 ore il ministro dei Trasporti, Altero Matteoli, secondo cui non è vero quanto aveva affermato il presidente dell’Enac, Vito Riggio, che aveva parlato di dieci giorni di tempo ancora a disposizione per la compagnia di bandiera. “Non c’è tutto questo tempo”, ha detto nell’intervista il ministro, “in realtà la decisione va presa prima. Tra qualche giorno metteremo gli aerei di Alitalia a terra, come vuole la legge”. Matteoli ha sottolineato che “l’unica possibilità è che tutte le sigle sindacali firmino l’accordo. Ieri, quando ho visto l’adesione dell’Anpav, ho sperato che qualcosa si muovesse, ma oggi non si è mosso niente, e il tempo è scaduto”.

Intanto il commissario straordinario di Alitalia, Augusto Fantozzi, continua la sua azione di esploratore per individuare alternative al progetto di Cai per il momento naufragato, per l’opposizione di sei sigle sindacali. Martedì verrà pubblicata su tre giornali italiani e su un quotidiano finanziario internazionale una sollecitazione a presentare, entro il prossimo 30 settembre, manifestazioni di interesse da parte di soggetti in grado di garantire la continuità del servizio per uno o più rami di azienda del gruppo Alitalia. Secondo quanto si apprende i soggetti interessati, partendo dalla situazione normativa già garantita dal governo nel corso della trattativa con Cai, dovranno inviare manifestazioni di interesse dettagliate per i settori nei quali si articola il gruppo Alitalia (spa, airport, express, servizi e Volare) individuando anche il numero dei dipendenti coinvolti nel progetto. I contenuti della sollecitazione messa a punto da Fantozzi verranno pubblicati domani anche sul sito della compagnia aerea.

E la Cgil sembra pronta a tornare a trattare. “Sì, pronti a sederci alla trattativa se a prenderla in mano è Fantozzi che può svolgere un ruolo terzo” Lo ha detto il leader Guglielmi Epifani a In Mezz’ora rispondendo a Lucia Annunziata. “Non ci siamo mai alzati”, ha detto Epifani. Il leader della Cgil sollecita un “ruolo attivo” del commissario straordinario di Alitalia Augusto Fantozzi, soprattutto nella attuale fase di stallo. “Vediamo se ci sono alternative al fallimento, Fantozzi fa quello che doveva fare”, commenta Epifani a proposito dell’asta pubblica che Fantozzi si accinge a pubblicare. In questa trattativa “si è parlato sempre e solo del ruolo del governo ma colui a cui sono stati conferiti pieni poteri è sempre Fantozzi, ha la totalità poteri e può fare tutto”. Anche nella situazione attuale, Fantozzi abbia un ruolo “un po’ più attivo per ricercare un margine per far avanzare la trattativa” con Cai.

“Non sono il Signor no. Mi voglio impegnare per trovare una soluzione positiva alla vicenda Alitalia”, ha continuato il leader della Cgil. “Ci sono assonanze tra quello che succede al tavolo su Alitalia e il documento di Confindustria sui contratti”, ha aggiunto sottolineando ancora su Alitalia, che “non si può far fallire l’azienda ma cercare ogni alternativa possibile. Abbiamo detto sì a 7.000 esuberi, in un momento di segnali di crisi dappertutto, non bisogna dimenticarlo”.

Anche Umberto Bossi dice la sua sulla trattativa. “Secondo me faranno un passo indietro i sindacati e noi ce lo auguriamo, perché per Malpensa arriveranno sì i tedeschi di Lufthansa ma ci serve anche Alitalia”, ha detto il ministro delle Riforme e segretario della Lega Nord, interpellato su Alitalia a Varese a margine della festa per i 120 anni del quotidiano La Prealpina. Quanto alle responsabilità del fallimento della trattativa con la Cai, Bossi ha una certezza: “Chi ha sbagliato? I sindacati hanno sbagliato, non era una trattativa normale, era un prendere o lasciare e loro non lo hanno capito”.

Gli aerei dell’Alitalia ora rischiano le ganasce

Aerei della flotta Alitalia

E ora magari il morto seppellisce il vivo. Va a finire, cioè, che l’Alitalia in amministrazione controllata trascina nella fossa anche la parte buona del trasporto aereo italiano. Gli aeroporti, soprattutto, cresciuti in questi anni in termini di traffico, fatturato, dimensioni, dipendenti (15 mila) e in qualche caso anche di utili, dopo aver imparato a convivere con la crisi endemica della ex compagnia di bandiera. Come uno zombie capace di interferire con il mondo dei vivi, l’Alitalia ghermisce le sue prede e trasmette un male subdolo: circa 200 milioni di euro di debiti (vedere la tabella a pagina 30), accumulati non pagando alle società aeroportuali le tariffe di atterraggio e decollo, in molti casi anche i servizi di handling, pulizia degli aerei, smistamento bagagli.
Duecento milioni sono una montagna di quattrini capace di far saltare i bilanci di molti scali, soprattutto medi e piccoli, perché quei soldi il commissario della compagnia aerea, Augusto Fantozzi, difficilmente potrà restituirli ai creditori, almeno per intero e in tempi ragionevolmente brevi. Il comunicato con il quale si è rivolto ai fornitori non è incoraggiante: invocando la legge, Fantozzi inibisce loro la “possibilità di avviare o proseguire le azioni esecutive”. In pratica, le società aeroportuali vengono invitate a starsene buone e ferme nella speranza che il cielo non crolli sulle loro teste.
La faccenda si sta mettendo così storta che molti amministratori di aeroporti, soprattutto di quelli periferici, temono l’irreparabile, anche considerando che tutta la rete nazionale dei voli sta vacillando. Come una spada di Damocle sugli scali gravano, infatti, anche le difficoltà dell’AirOne, la società dell’abruzzese Carlo Toto candidata alla fusione con la ex compagnia di bandiera e al pari di questa minata da un mare di debiti per tariffe non pagate. “Stiamo assistendo non a uno, ma a due funerali, Alitalia e Air One” ironizza amaro Mauro Pollio, amministratore dell’aeroporto di Napoli Capodichino controllato dall’inglese British Airport.
L’Assaeroporti, associazione di categoria aderente alla Confindustria, parla di pericoli di “destabilizzazione del settore aeroportuale e del trasporto aereo in generale” e il presidente Domenico Di Paola, che è anche amministratore degli scali pugliesi, accusa: “Proprio perché la vicenda Alitalia rischia di avere conseguenze così gravi su tutto il settore aereo, mi pare incredibile che i rappresentanti degli aeroporti siano stati tenuti all’oscuro di tutto. Non è solo una questione di metodo o di buona educazione, è una faccenda di sostanza. Qualsiasi decisione sul futuro dell’Alitalia riguarda tutto il sistema del trasporto aereo, a cominciare dagli scali, appunto, e averci tenuti ai margini è semplicemente folle”.
Metà circa di quei debiti l’ex compagnia di bandiera li ha accumulati con le società dei due aeroporti maggiori, Adr di Roma (guidata da Fabrizio Palenzona) e Sea di Milano (Giuseppe Bonomi); l’altra metà con la miriade di scali medi e piccoli. Paradossalmente, c’è il rischio che proprio gli aeroporti periferici, magari meno esposti finanziariamente, ma anche con le spalle meno larghe, finiscano per essere le vittime principali del disastro Alitalia.
I due scali maggiori qualsiasi cosa succeda, sia che la compagnia non onori i propri debiti, sia che alla fine una qualche soluzione venga trovata, proprio per la collocazione e l’importanza strategica che continueranno a mantenere sono destinati a ritrovare in fretta un proprio ruolo. Così come ha già fatto Malpensa, per esempio, che ha recuperato il 50 per cento dei voli lasciati dall’Alitalia al momento di abbandonare l’hub. I 47 milioni di crediti degli aeroporti milanesi o i 50 di quelli romani, insomma, non pesano quanto i 3 accumulati da Catania o dagli scali pugliesi di Bari, Brindisi e Taranto, usciti a fatica proprio negli ultimi anni da una condizione di difficoltà e di marginalità nell’ambito del sistema aeroportuale. Nel primo caso sono come una botta fra capo e collo che stordisce, ma da cui ci si può riprendere; nel secondo sono un colpo di pistola al cuore.
Non a caso la reazione dei dirigenti delle società aeroportuali è diversa secondo che siano alla guida di scali grandi, medi o piccoli. Quasi tutti chiedono che il mercato sia liberato, cioè che vengano resi disponibili quegli slot (diritti di atterraggio e decollo) eventualmente non utilizzati in futuro, ma che l’Alitalia non vorrebbe mollare: sono forse il suo bene più prezioso. Gli amministratori di Roma e Milano, in eterna polemica tra loro, questa volta hanno ritenuto opportuno mostrare la stessa faccia feroce nei confronti della compagnia, con una decisione straordinaria. Ma una volta stilato un comunicato di fuoco non hanno assunto alcuna decisione concreta.
All’opposto l’amministratore di Napoli, Pollio, è stato più svelto ad agire che a parlare imboccando una procedura in grado di mandare a gambe all’aria qualsiasi ipotesi di gestione graduale dell’amministrazione straordinaria. In pratica Pollio ha chiesto all’Enac, l’ente dell’aviazione civile guidato da Mario Riggio, di intervenire bruscamente su Alitalia e AirOne bloccando gli aerei di entrambe ogni volta che toccano le piste di Capodichino. Il manager partenopeo ha chiesto l’applicazione del comma 2 dell’articolo 802 del Codice di navigazione, una norma mai usata anche perché introdotta di recente con le ultime due revisioni di maggio 2005 e marzo 2006.
Quel comma impone all’Enac di vietare il decollo di un aereo nel caso in cui la società a cui appartiene non abbia pagato i diritti aeroportuali, le tasse di approdo e partenza o le tariffe di handling.
Per ora la richiesta di Napoli è in sospeso e l’Enac si è rivolta all’Avvocatura di Stato sollecitando un’ “interpretazione autentica”. Ma è come se sotto Alitalia e AirOne fosse stata innescata una bomba a orologeria.

Alitalia in volo per altri 10 giorni. Stop di Tremonti: non si nazionalizza

Assistenti di volo dell'Alitalia

Il giorno dopo il no della Cai, davanti allo spettro del fallimento, i piloti tentano di riallacciare in qualche modo il dialogo che hanno spezzato. Fabio Berti, presidente dell’Anpac non ci sta a fare la parte del “signor no” e si mostra aperto a trattare ancora sul piano di risanamento di Alitalia all’indomani del ritiro dell’offerta d’acquisto della Cai. “Siamo aperti a trattare. Vogliamo trattare su tutto. Non è vero che non siamo disponibili ad alcun compromesso. Bisogna trattare” afferma ai microfoni di Radio anch’io “ma i piloti e gli assistenti di volo non ne hanno avuto la possibilità in quanto dalla trattativa era assente l’80% della rappresentanza dei piloti”.
Ma saltata la trattativa con Cai, per l’Alitalia è sempre più vicino il fallimento, anche se ci sarebbe ancora un filo di speranza, almeno fino a lunedi: nel fine settimana i voli saranno regolari, secondo quanto garantito dal commissario straordinario Augusto Fantozzi. Che, d’accordo con il Governo, si sarebbe dato altre 72 ore di tempo prima di toccare per davvero con mano il baratro.
L’intesa passerebbe dalla rassicurazione data ieri sera da Fantozzi a Gianni Letta: nel fine settimana Alitalia continuerà a volare. Certo, qualche volo sarà annullato, ma la benzina si troverà e i piloti assicureranno buona parte dei voli. Entro lunedì i sindacati dovrebbero acconsentire al piano Cai, sostanzialmente invariato, e Roberto Colanninno potrebbe rientrare in gioco. La strada che divide Alitalia dal baratro è ricca di insidie, ma dal governo si prova a far passare il messaggio: non c’è un piano B, o i sindacati accettano il piano Cai o c’è il fallimento.

La triste prospettiva è stata illustrata dal ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. Per il quale, le sigle sindacali che non hanno sottoscritto l’accordo, e in particolare la Cgil, determinando il ritiro dell’offerta del gruppo guidato da Roberto Colaninno, dovrebbero ripensare alla loro posizione: “In questo momento non vedo quale altra possibilità ci sia”. Ma anche il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, è intervenuto in Consiglio dei ministri sulla vicenda. E non ha nascosto le difficoltà della situazione, escludendo però l’ipotesi di nazionalizzare Alitalia. È quanto riferiscono fonti di governo.
Quel che è certo, in una situazione ricca di incognite, è che l’Enac ha avvertito che l’operatività non potrà essere garantita a lungo. “Noi applichiamo un regolamento comunitario del ‘92. Il primo requisito che deve avere una compagnia per conservare la licenza di volo è che dimostri di avere liquidità sufficiente per almeno tre mesi. Quando ci si trova di fronte ad una sistuazione di crisi acclarata, come è stato per la compagnia di bandiera, si può rilasciare una licenza provvisoria in presenza di un piano di ristrutturazione. Ed è quello che abbiamo fatto noi in presenza del progetto Cai”, ha affermato il presidente dell’Enac, Vito Riggio. Che ha convocato per lunedì 22 settembre alle 10 presso la direzione generale dell’Enac il commissario Fantozzi, per verificare, dopo che la compagnia di bandiera ha abbandonato le trattative, il permanere dei requisiti per il mantenimento delle licenze rilasciate dall’Ente a Alitalia, Alitalia Express e Volare. “Lunedì vedremo il commissario Fantozzi e” continua Riggio “capiremo se e quali altre ipotesi di ristrutturazione finanziaria sono oggi possibili”.

Se non ci saranno le condizioni, lo stop alla licenza sarà inevitabile ma Riggio sottolinea che ciò non vuol dire che già da lunedì gli aerei di Alitalia restino a terra “perché come prassi apriremo un’istrutturia formale per fare tutte le verifiche”. E sui tempi Riggio spiega ancora: “Se non ci fosse nulla di concreto sul tavolo, tempo una settimana o al massimo dieci giorni e gli aerei non potrebbero più alzarsi da terra. Ma ovviamente ci auguriamo che questo non accada”.
Intanto c’è preoccupazione sull’operatività della compagnia. La crisi e la conseguente incertezza stanno infatti inducendo molti passeggeri a optare per il treno. Per far fronte al boom di prenotazioni le Ferrovie hanno programmato per oggi due treni straordinari tra Roma e Milano. La forte richiesta di biglietti già dal pomeriggio di ieri ha infatti rapidamente saturato la disponibilità ordinaria di posti in treno tra le due città. I convogli straordinari partiranno alle 15.10 da Milano e alle 16.00 da Roma. Entrambi fermeranno a Bologna e a Firenze. I biglietti sono acquistabili soltanto nelle biglietterie di stazione o direttamente sottobordo al treno, sul marciapiede di partenza.

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Alitalia: ancora tre giorni per riaprire la trattativa con la Cai

Un pilota Alitalia

La Compagnia Aerea Italiana, la cordata di 16 imprenditori guidata da Roberto Colaninno che ieri pomeriggio ha ritirato l’offerta per l’acquisizione di Alitalia, potrebbe decidere di riaprire la trattativa.
È la speranza emersa ieri sera al termine di una riunione ministeriale del governo che ieri si è dato ancora tre giorni di tempo per cercare di convincere in extremis la Cai a rientrare nella partita. La speranza si basa su un dato di realtà: la cordata di Colaninno, nonostante le molte perplessità sulla redditività dell’operazione di alcuni soci (tra cui Benetton), non si è ancora sciolta.

Secondo il ministro del Lavoro Sacconi non esistono altri concreti interessamenti, né da parte di Lufthansa né di Airfrance, il vettore della precedente trattativa per l’acquisizione della nostra ormai ex compagnia di bandiera. Delle perplessità giunte dalle compagnie estere ha parlato anche lo stesso commissario straordinario Fantozzi in una lettera al Corriere della Sera: a queste condizioni Air France, Lufthansa e British hanno declinato la richiesta di intervento.
Allora l’unica proposta seria - ha ribadito il ministro in un’intervista al Giornale Radio Rai - è ancora quella della Cai. Ma per farcela, ha detto, l’unica possibilità è che i sindacati che non hanno firmato ci ripensino.
I piloti dell’Anpac, certo. Ma soprattutto la Cgil di Epifani, che ieri ha convocato una conferenza stampa per ribattere alle accuse di irresponsabilità che gli sono piovute dal governo (e non solo). La colpa, secondo il più forte sindacato italiano, è tutta della Cai e dell’esecutivo. ”È stata la Cai a tirarsi indietro” perché ‘’si sono accorti che non riuscivano a risolvere il problema del personale di volo”. Inoltre, ”già da qualche giorno trapelava che all’interno della cordata c’erano contrasti”, ha dichiarato. “Lo scaricabarile sulle responsabilità, soprattutto se preventivo” ha aggiunto “non è degno di un paese civile”.
Una versione che non convince il governo, ovviamente. “Ci sono responsabilità della Cgil e dei piloti” ha detto Silvio Berlusconi. “E ci sono anche responsabilità politiche”. Ma non convince nemmeno la Cisl, l’Ugl, la Uil, i tre sindacati che si erano dichiarati disponibili a chiudere. Tra i più critici, il segretario della Cisl Raffaele Bonanni. “È stata la follia di pochi e di alcune sigle sindacali che hanno portato alla chiusura delle trattative, per responsabilità di pochi pagheranno in molti”, ha denunciato. Feroce anche le parole scelte dal leader della Uil Luigi Angeletti: “L’azienda era morta e qualche mio collega si accinge a fare il becchino”.
Sono dunque poche e strette le strade per risollevare la compagnia di bandiera. E il commissario Fantozzi lo sa: in cassa dovrebbero esserci, a seconda delle stime, dai 30 ai 50 milioni di euro. Considerato che la compagnia perde un paio di milioni di euro al giorno, equivarrebbero a due/tre settimane di autonomia, prima di dover portare i libri in tribunale e mettere in mobilità i dipendenti.
A meno che, appunto, non si riesca a far tornare al tavolo per un accordo in extremis Cai e sindacati. Ma se tale prospettiva non dovesse essere percorribile, il commissario straordinario potrebbe anche valutare di cedere le attività cargo e il patrimonio immobiliare. Per portare qualche soldo in cassa e trovare un partner estero interessato all’acquisto.

Altrimenti diventerà concreto quello che fino a ieri nessuno aveva seriamente messo in conto: il fallimento. Una sorte toccata anche ad altre compagnie di bandiera (Swiss Air e Sas, per esempio) che sono comunque riuscite a riemergere. Anche per Alitalia si prospetta un volo in picchiata “all’inferno” del Tribunale fallimentare? A oggi nessuno può dirlo, né escluderlo. Con buona pace, ovviamente, oltre che dei dipendenti (molti dei quali ieri hanno accolto con gioia la notizia del fallimento della trattativa), anche degli azionisti della attuale compagnia, siano essi il Tesoro italiano o i piccoli risparmiatori.

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Giampiero Cantoni
rossi-spalla Viviana Da Busti
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